Contro il terrorismo imperialista, a fianco della rivoluzione cubana

Su invito del governo cubano, 1.400 tra esponenti politici, giornalisti e intellettuali – di cui 600 provenienti da 67 paesi – sono convenuti nell’isola caraibica per partecipare dal 2 al 4 giugno ad una “Conferenza internazionale contro il terrorismo, per la verità e la giustizia”. Abbiamo chiesto a Claudio Grassi, della Direzione nazionale del Prc e presente alla conferenza in rappresentanza de l’ernesto, una prima valutazione politica.

Quali erano le finalità di questo incontro, deciso in poco tempo ma assai impegnativo sotto il profilo organizzativo e politico?

Si è trattato indubbiamente di un’iniziativa di grande portata politica, non solo per il numero e l’autorevolezza degli intervenuti ma anche per la rilevanza del tema trattato. Possiamo dire che l’obiettivo è stato quello di avviare, con il dovuto respiro internazionale, una grande operazione di verità sulla questione del “terrorismo”. Come è noto, a partire dall’11 settembre del 2001 l’§establishment§ statunitense ha reso operativa la dottrina della “guerra preventiva e permanente”, rivendicando in pratica un diritto di intervento armato in ogni angolo del mondo e adducendo a motivazione di tale criminale condotta precisamente “la lotta al terrorismo”. Sulla base di tale appello è scattato l’attacco all’Afghanistan, e questa stessa motivazione ha fornito una delle molteplici – e false – giustificazioni per la devastazione dell’Iraq. Gli ultimi decenni di storia del continente latino-americano dimostrano, all’opposto, che proprio gli Usa sono l’ultimo paese che possa ergersi a paladino della lotta al terrorismo. Questo dato politico – la cui messa in evidenza è di grande importanza nel quadro dell’odierna congiuntura internazionale – è stato posto all’ordine del giorno da questa Conferenza.

Dunque, una grande operazione di verità, e insieme il rilancio di un’azione di solidarietà con Cuba.

Certamente l’iniziativa ha avuto lo scopo di rafforzare i canali della solidarietà internazionale nei confronti di un paese sovrano, che subisce da decenni un ignobile blocco economico nonché delle vere e proprie azioni di destabilizzazione di marca terroristica. Tuttavia, promossa da Cuba, la Conferenza ha inteso porsi su di un piano più generale: appunto un’azione coordinata per rilanciare le ragioni dei popoli e delle classi oppresse dall’imperialismo, per far sentire con più forza la voce delle forze progressiste e comuniste. Nel Salone generale del Palazzo delle Convenzioni di L’Avana erano presenti segretari o esponenti di primo piano di partiti comunisti, tra cui – dall’Europa – i segretari generali del Partito comunista portoghese e di quello greco, un autorevole dirigente del Pc spagnolo. Altri, pur non potendo essere presenti, hanno fatto pervenire calorosi messaggi di saluto, come il segretario del Partito comunista della Federazione russa Ziuganov, i segretari del Pc indiano, del Pc dello Sri Lanka, del Partito rivoluzionario panafricano. E, ovviamente, la Conferenza ha fatto registrare la presenza massiccia delle forze antimperialiste e progressiste di tutta l’America Latina, a cominciare dalla Repubblica Bolivariana del Venezuela, autorevolmente rappresentata dalla seconda carica di Stato, il vicepresidente Vicente Rangel. Accanto ai delegati statuali e di partito, spiccavano le presenze del mondo della cultura e dell’intellettualità continentale: dai teologi della liberazione Frei Betto e Leonardo Boff al premio Nobel per la pace Adolfo Pérez Ezquivel. Ma, soprattutto, la Conferenza ha dato voce alle decine e decine di testimoni delle vittime dei regimi militari fascisti, sostenuti e addestrati nei trascorsi decenni dagli Stati Uniti, che hanno insanguinato l’AmericaLatina, dal Brasile all’Argentina, dal Cile al Guatemala, dal Nicaragua all’Uruguay. Ho ancora nella mente le parole dure e appassionate di Hebe de Bonafini, la presidente delle Madri di Plaza de Mayo, la quale ha ricordato a tutti noi il genocidio di un’intera generazione, migliaia di giovani vite scomparse in 64 campi di concentramento costruiti in Argentina e resi operativi dalla furia anticomunista del Piano Condor ideato da Cia e Fbi. I popoli dell’America Latina non possono dimenticare i mandanti, gli artefici di un tale Terrore.

Nel corso dell’incontro è stato costituito un “Tribunale contro il terrorismo”.

È importante sottolineare che, come ha specificato lo stesso Fidel Castro – che ha seguito costantemente i lavori della Conferenza –, l’obiettivo è quello di sbarrare la strada e denunciare qualunque azione di stampo terroristico ai danni di persone inermi, da qualunque parte provenga. Non ci può essere alcuna ambiguità su questo punto. Ma è evidente che, a tale azione di controinformazione e di denuncia politica, men che meno può sottrarsi il terrorismo di stato, la violenza legalizzata che ha colpito e continua a colpire individui e popoli, coperta dalla vergognosa collusione di gran parte dei media occidentali, dall’ipocrisia di chi sacrifica il dovere dell’informazione all’acquiescenza nei confronti del potere costituito. Perché nessuno ricorda che, come ha ad esempio ribadito nel corso della Conferenza un giornalista colombiano, il padre dell’attuale presidente degli Stati Uniti è stato implicato – quando egli stesso ricopriva la massima carica di quel paese – nel traffico di droga che servì a finanziare i Contras in Nicaragua? Perché non si dice che, come è stato dimostrato con documenti alla mano, gli Usa erano perfettamente a conoscenza del piano per far esplodere un aereo della Cubana Aviaciòn che nel 1976 causò la morte di 73 passeggeri? Perché gli Usa hanno ospitato e protetto ed ancora ospitano nel loro territorio – seppure oggi tenuto agli arresti domiciliari con la lieve accusa di soggiorno illegale – l’autore materiale di quell’attentato terroristico, Posada Carriles, a suo tempo debitamente stipendiato dalla Cia? E perché il governo italiano – diversamente dal governo venezuelano, che ha chiesto l’estradizione di Carriles – tace da anni sull’assassinio del nostro connazionale Fabio Di Celmo, dilaniato in un albergo de L’Avana da una bomba piazzata dalle mani di questo stesso terrorista internazionale? In 45 anni Cuba ha dovuto contare 3.478 morti e 2.099 feriti in occasione di attentati terroristici. Il paradosso è che chi ha protetto terrorismo e regimi fascisti lancia oggi la cosiddetta “lotta al terrorismo”, e in nome di questa bombarda popolazioni intere; mentre chi come Cuba è realmente vittima del terrorismo, si vede incluso tra gli “stati canaglia” amici del terrorismo. È semplicemente vergognoso, da un punto di vista politico ed etico, che lo spirito di parte e la sudditanza nei confronti dello “statoguida” del potere imperialistico possa far ingoiare una tale intollerabile situazione.

D. Eppure noi italiani di stragi terroristiche dovremmo pur saperne qualcosa.

I legami tra neofascisti nostrani e servizi segreti Usa sono stati ampiamente documentati nelle coraggiose inchieste del giudice milanese Salvini, purtroppo finite nel dimenticatoio. Così come erano note le relazioni tra la destra eversiva italiana e i regimi fascisti sudamericani. Anche le forze democratiche del nostro paese e tanti cittadini innocenti, periti nella buia stagione delle stragi fasciste, hanno pagato il loro tributo alla nostra “sovranità limitata”. E oggi, dopo anni ed anni di inchieste, dobbiamo constatare che – per piazza Fontana a Milano, per piazza della Loggia a Brescia, per la strage dell’Italicus, per la strage alla stazione di Bologna, per Ustica e per tutte le altre – la sentenza è sempre la stessa: nessun colpevole.

Complessivamente che valutazione dai di questo viaggio-lampo a Cuba; quale clima politico hai trovato?

Ovviamente in soli due giorni non ho avuto il tempo di prendere contatto con la vita quotidiana dell’isola. Posso tuttavia dire di aver respirato all’interno della sala della conferenza un’aria nuova; torno con la netta sensazione di un clima più che positivo. Come se “fosse passata la nottata”. E non sto parlando solo dei cubani e di Fidel, ma dello spirito con cui tutti i latino-americani hanno partecipato ai lavori. Negli interventi si percepiva una determinazione, una fiducia nei propri mezzi che non si sentiva da tempo. Su questo tutti i delegati ospiti erano concordi: questo grande continente si è risvegliato, e non acconsentirà di buon grado ad essere di nuovo il “cortile di casa” del potente vicino nordamericano. Il laborioso clima costruttivo di quella sala delle conferenze è la diretta espressione del grande fermento sociale, del vento progressista che oggi spira su tutta l’America Latina. Non è un caso che sia stata Cuba a chiamare a raccolta tutte le energie migliori del continente: in occasioni come questa si percepisce distintamente che il destino dell’America Latina è il destino medesimo di Cuba, e viceversa. Ma, in particolare, anche nel lunghissimo intervento del vicepresidente venezuelano si è potuto cogliere il cuore di questa rinnovata forza. Come egli ha detto, non c’è compimento della rivoluzione bolivariana se non c’è una società socialista. Piaccia o non piaccia agli Stati Uniti d’America, questo è il percorso che il popolo venezuelano si è scelto. Ed è precisamente su questa prospettiva di giustizia sociale, di eguaglianza tra gli individui e tra i popoli, che è sancita la stretta alleanza con Cuba.

Peccato che attorno a tutto questo vi sia il più totale silenzio dei mezzi di informazione.

Già. I principali quotidiani sono stati pronti a strillare la notizia dell’espulsione – certamente spiacevole – di due giornalisti italiani (peraltro giunti a Cuba per esercitare la loro professione essendo però provvisti del solo visto turistico) e ad enfatizzare la riunione di un centinaio di dissidenti finanziata dall’Ufficio di interessi Usa di stanza a L’Avana: un vero e proprio flop, isolato non solo dal resto della popolazione ma anche dalla parte meno oltranzista della stessa dissidenza. Ed ora tacciono di fronte ad un evento di enorme portata politica. C’è di che riflettere sull’affinamento delle tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica.

Infine, quali indicazioni operative trai per l’immediato futuro?

Intanto c’è da proseguire l’iniziativa politica nel merito delle questioni trattate nella Conferenza, a cominciare dalla diffusione della grande mole di materiale raccolto e distribuito in questa occasione. Si tratta di un’indicazione che tutti noi dobbiamo seguire.
E, come si è detto, noi italiani in fatto di atti di terrorismo rimasti impuniti non siamo purtroppo secondi a nessuno.
Dobbiamo altresì proseguire nella nostra azione politica al fianco di Cuba, del suo governo e del suo popolo: stop ad un embargo infame, denuncia di qualsiasi atto (politico, economico, militare) che leda la sovranità di un popolo, libertà per i cinque patrioti cubani a tutt’oggi rinchiusi in un carcere di massima sicurezza Usa. Dovremo infine porre grande attenzione all’incontro previsto per il prossimo novembre, anche questo promosso da Cuba, avente per oggetto la presenza globale delle basi Nato e Usa: un’occasione unica per tutto il movimento contro la guerra. Faremo tutte queste cose, per quel che è nelle nostre possibilità, certamente rinfrancati dal grande valore politico di questa Conferenza. Sappiamo che Cuba fa discutere, anche all’interno del nostro partito. E noi discuteremo e cercheremo di convincere: non perché siamo interessati ad incrementare inutilmente il tasso di polemica interna ai partiti della sinistra, ma perché siamo convinti di essere in questo modo utili ai popoli e alla loro autonomia, nonché alla nostra stessa causa.