Contro il governo Berlusconi l’esigenza di una svolta sociale e politica

A poco meno di tre anni dall’inizio della legislatura, il paese è costretto a guardare in faccia le conseguenze della sciagurata scelta di affidarsi per la seconda volta all’on. Berlusconi. Non c’è terreno che si salvi. Non il lavoro, non le istituzioni, non l’economia, non la politica estera. Per di più, la società italiana viene metabolizzando le tossine dell’etica berlusconiana. Il micidiale impasto di gretto individualismo e di disprezzo per la legalità che è alla base dell’irresistibile ascesa del Cavaliere accenna a divenire patrimonio comune, morale diffusa, determinando un inquinamento del tessuto civile senza precedenti nella pur non esaltante storia dell’Italia repubblicana.
Il lavoro: complice l’angustia rapace della presidenza uscente di Confindustria, si è celebrato il trionfo dell’arroganza padronale. È stato precarizzato tutto quel che si poteva. Si è fatto e si fa di tutto per spaccare il sindacato, per cancellare i contratti nazionali, per criminalizzare il conflitto. Il risultato è che, mentre la produttività del lavoro continua a crescere a ritmi sostenuti (+18,7% per addetto nell’arco dell’ultimo decennio), i posti di lavoro regolari diminuiscono (–16mila tra il novembre 2002 e il novembre 2003, in un paese in cui il 9,7% dei giovani non trova occupazione) e il sommerso – dove si stima una frequenza più che doppia degli incidenti sul lavoro e delle morti bianche – copre ormai una produzione prossima a un terzo del Pil.
Le istituzioni: la maggioranza litiga, è vero; l’estremismo di Forza Italia e Lega non è assecondato (al momento) da An e dai centristi. Ma non per questo le “riforme” volute dalla Casa delle Libertà segnano il passo. Ogni giorno vengono vibrati colpi di piccone alla Costituzione, al pluralismo dell’informazione, all’unità del paese, al welfare, all’istruzione pubblica, all’indipendenza e all’autonomia della magistratura (oltre che alle libertà civili fondamentali, come nel caso della legge sulla fecondazione assistita). Il progetto costituzionale dei “quattro di Lorenzago”, prontamente trasformato in disegno di legge, è al vaglio del Parlamento. Non pago (e incattivito dalla bocciatura del “lodo” Schifani), Berlusconi medita ulteriori scempi: sdoppiare il Csm, reintrodurre l’immunità parlamentare, imporre a tappe forzate l’elezione diretta del primo ministro. Bossi rilancia: intende chiudere il Parlamento di «Roma ladrona» e aprire tanti piccoli parlamenti transregionali. È solo un caso che questi stessi progetti stiano a cuore all’ala più oltranzista dell’amministrazione Bush, che sogna la balcanizzazione dell’Europa, lo smantellamento degli Stati nazionali, la proliferazione di micro-sovranità territoriali su base etnica?
L’economia: il paese non cresce, anzi declina (come attesta il dato del Pil, attestatosi nel 2003 su un entusiasmante +0,4%). Grazie anche alla «creatività» del ministro dell’Economia – severamente censurata dalla stessa Corte dei conti – l’Italia è da anni il fanalino di coda di una Unione Europea in stagnazione. La produzione industriale segna il passo (–0,4% nel 2003 rispetto al 2002, a sua volta in calo dell’1,3% rispetto all’anno precedente), i consumi ristagnano. Le grandi industrie chiudono, i capitali scelgono la via della speculazione finanziaria (o dell’illegalità: il caso Parmalat ha rivelato che tutti i grandi gruppi industriali e bancari italiani quotati in borsa controllano imprese domiciliate nei paradisi fiscali, dalle Cayman al Lussemburgo, da Montecarlo al Delaware). In compenso l’evasione contributiva dilaga (30 miliardi di euro l’anno) e l’inflazione galoppa (+7,7% in due anni, secondo Eurostat), abbattendosi come un maglio sul potere di acquisto di salari e stipendi (–14,1% per i redditi sino a 10mila euro e –6,2% per quelli tra i 10 e i 20mila euro tra il 2001 e il 2003), già falcidiati dal fisco (la cui pressione su pensioni e lavoro dipendente è aumentata del 19% rispetto al 2001). Non sorprende che il Pil pro capite sia sotto la media Ue: sono sei milioni i lavoratori italiani la cui busta paga sta sotto il livello di sussistenza; due milioni e mezzo le famiglie che hanno a disposizione meno di 823 euro al mese; tre milioni quelle con una situazione debitoria preoccupante; otto milioni gli italiani tecnicamente poveri. Qualcuno rammenterà un ritornello che prese piede anche a sinistra, qualche anno fa: le classi non esistono più, si diceva; e anche le differenze tra destra e sinistra son cose d’altri tempi. Bene: recenti dati Istat dicono che nel 2002 la quota del prodotto interno lordo andata ai redditi da lavoro è scesa ai livelli degli anni Cinquanta (45,5%), perdendo oltre dieci punti percentuali rispetto ai livelli raggiunti negli anni Settanta. Nel frattempo aumentano profitti, rendite e grandi patrimoni. Secondo la Banca d’Italia, al 10% delle famiglie più ricche va oltre il 26% del reddito disponibile, mentre il 10% di quelle più povere debbono dividersi tra loro il 2,1% della stessa torta: cos’altro occorre per dire che in Italia in questi anni il divario tra le classi è aumentato e la destra ha consumato una vittoria storica, plasmando il paese a propria immagine e somiglianza?
La politica estera: il semestre europeo della presidenza italiana ha suggellato nel migliore dei modi la scelta anti-europea e filo-americana di Berlusconi. Insieme a Spagna e Polonia, l’Italia ha sbarrato la strada alla Costituzione europea, eseguendo alla perfezione gli ordini impartiti da Bush. Nessun altro comportamento sarebbe potuto essere più coerente con la decisione di stracciare la Costituzione repubblicana per arruolarsi nell’oscena avventura irachena, tra una pacca sulle spalle del prode Blair e un telegramma di congratulazioni a Sharon per l’alto valore morale e architettonico del Muro in Cisgiordania. Non si tratta solo di appalti (le imprese italiane hanno aperto delegazioni a Baghdad già all’indomani del 20 marzo), ci sono anche ragioni politiche di fondo. La destra italiana ha consapevolmente scelto un modello socialdarwinista di società e di relazioni internazionali. Dopodiché è inevitabile considerare la pace uno stupido spreco e un lusso (Robert Kagan insegna), l’unità e l’autonomia dell’Europa un errore, la prepotenza imperialistica degli Stati Uniti un valore e una garanzia.

Potremmo continuare, ma non ne vale la pena. Il quadro è già sin troppo limpido e questi pochi dati sono più che sufficienti ad avvalorare una convinzione che veniamo ribadendo da anni: cacciare Berlusconi, liberare il paese dall’oppressione del suo governo e della maggioranza del centro-destra, è una necessità impellente, prioritaria rispetto a qualsiasi altro obiettivo. Per questa ragione abbiamo attivamente operato affinché Rifondazione comunista aprisse un dialogo costruttivo con le altre forze dell’opposizione e cercasse insieme ad esse una via per accelerare la caduta del governo. Per questa ragione abbiamo sostenuto con piena convinzione la svolta impressa all’azione del partito quando si è passati dalla parola d’ordine della «rottura della gabbia dell’Ulivo» a quella della ricerca di un possibile accordo con il centro-sinistra in vista delle prossime scadenze elettorali.
Ma raramente le cose, in politica, sono lineari e semplici. Questo quadro, chiaro nelle sue linee di fondo, presenta, quando lo si osservi da vicino, contraddizioni e difficoltà. Fu detto, per giustificare la svolta (come se l’urgenza di allontanare Berlusconi da Palazzo Chigi non fosse sufficiente), che l’apertura di quel confronto era resa finalmente possibile dall’evoluzione positiva del centro-sinistra, da un cambiamento di linea dei partiti che lo compongono. Si disse addirittura che tale cambiamento costituiva la più evidente riprova della capacità del «movimento dei movimenti» di imporsi sulla scena politica, modificando l’orientamento e la stessa agenda politica dei suoi attori. Non si può dire che le prese di posizione succedutesi in questi mesi confortino questa analisi. Le sortite di Rutelli sulle pensioni (tutt’altro che estemporanee, se si considerano le litanie rigoriste della Commissione europea e del suo presidente); gli attacchi di Rutelli, D’Alema e Fas­sino contro gli «scioperi selvaggi»; soprattutto la vergognosa decisione dei vertici di Ds e Margherita di astenersi sulla proroga della partecipazione italiana alla guerra in Iraq («per rispetto verso i nostri soldati», ha spiegato il presidente dei Ds, al quale evidentemente non è mai giunta eco dei 24 militari italiani morti in questi anni per effetto dell’uranio impoverito): tutto questo rende quanto meno arduo perseverare nella tesi del positivo salto di qualità del centro-sinistra. Questo salto non c’è stato, purtroppo: occorre prenderne atto e agire di conseguenza. In che modo?
Molto semplicemente, distinguendo tra vincoli, opportunità e obiettivi perseguibili. L’accordo va cercato con determinazione, per il bene del paese e in particolare delle classi lavoratrici, dei giovani, dei pensionati, delle donne, dei migranti. E va costruito politicamente, ponendo al centro poche questioni dirimenti – pace, lavoro e welfare, per dirla con il segretario generale della Fiom – concentrando su di esse il massimo di iniziativa in termini di proposta e di negoziato. Questo abbiamo inteso dire sin da subito, chiedendo di anteporre alle formule i contenuti. D’altra parte, se – com’è emerso anche dai dibattiti sul partito riformista e sulla lista unitaria per le europee – le posizioni arretrate dei massimi dirigenti ulivisti si collocano in linea di continuità con le piattaforme dei governi di centro-sinistra degli anni Novanta, per altri aspetti la situazione è cambiata in meglio, offrendo al nostro partito nuovi strumenti e nuove possibilità.
Da tempo (dalle prime mobilitazioni contro il profilarsi della nuova guerra in Iraq e dalla battaglia sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori) è in atto un mutamento nella composizione politica del centro-sinistra, sia per quanto concerne i partiti (basti pensare alla sostanziale scomposizione dei Ds, che consente alla sinistra interna una maggiore libertà di elaborazione e di manovra), sia in rapporto al variegato mondo dei sindacati, delle associazioni e dei movimenti. L’offensiva contro le garanzie del lavoro, l’attacco alla Costituzione e soprattutto la radicalizzazione bellicista della politica statunitense successiva all’11 settembre hanno spostato in avanti l’asse politico di queste soggettività, dando finalmente corpo e anima a una sinistra di alternativa – pacifista, anticapitalista, democratica – che è per i comunisti un interlocutore essenziale. Da qui, ovviamente, deve partire adesso, senza ulteriori differimenti, la battaglia di Rifondazione comunista e delle forze sociali e politiche più avanzate della sinistra, allo scopo di imprimere un segno politico inequivocabile all’accordo complessivo tra le forze di opposizione al governo di centro-destra.
Pace, lavoro e welfare, si diceva. Cioè: rispetto intransigente dell’articolo 11 della Costituzione; tutela della dignità dei lavoratori sul terreno salariale e dei diritti e battaglia per la piena occupazione; recupero e difesa del carattere pubblico e universalista del sistema sanitario, previdenziale e formativo. È un programma minimo, divenuto massimo – pressoché rivoluzionario – per la gravità della sconfitta maturata negli ultimi decenni. Intorno ad esso è necessario costruire le intese più vaste e solide possibile (cominciando con il rafforzare le convergenze programmatiche registrate nell’ultimo anno e mezzo con la sinistra sociale e politica dell’Ulivo: Fiom, Cgil, Arci, sinistra Ds, Pdci, parte dei Verdi), ben sapendo che nessun esito della trattativa può esser dato sin d’ora per scontato e dunque non escludendo in partenza alcuna soluzione.

Se volessimo sintetizzare questa posizione, ci ritroveremmo al cospetto di un binomio familiare: unità delle forze democratiche e popolari contro le destre e autonomia dei comunisti sul terreno politico e programmatico. Non è un caso. Di là da tante fughe in avanti, a dispetto persino di un’ansia di innovazione talora condivisibile, la realtà ha la testa dura, non si prende la briga di adeguarsi ai nostri desideri. Anche per questo insistiamo, non da oggi, sulla necessità di prendere sul serio la storia dei comunisti e di guardare con rispetto ai suoi insegnamenti.
Sono mesi che il partito discute su questo, del resto. Tutto il dibattito sulla non-violenza ha in realtà per oggetto, ancora una volta, la nostra storia e le nostre idee, la nostra identità e ragion d’essere. Che cosa pensiamo, nel merito, dei temi al centro di tale dibattito abbiamo avuto modo di scriverlo, e ciò ci esi­me dal trattarne diffusamente in questa sede. Crediamo basti dire con chiarezza poche cose.
La prima. Cercare, studiare, riflettere criticamente è indispensabile, ma è cosa affatto diversa dal liquidare e dal far di tutt’erba un fascio. Non sentiamo il bisogno di nuove varianti del revisionismo storico e crediamo che il rigore analitico sia incompatibile con la disinvoltura dei bilanci sommari.
La seconda. È utile guardare alla storia del Novecento senza trascurare gli errori compiuti dal movimento operaio e comunista, ma questa operazione – se non vuole assumere i tratti della polemica strumentale – deve svilupparsi nel quadro di un’analisi storica intellettualmente onesta, capace di porre in rilievo errori, responsabilità e colpe di tutti gli attori.
La terza. Nella misura in cui questa discussione coinvolge l’attualità, è inaccettabile perdere di vista i rapporti di forza, sulla base dei quali le responsabilità si ripartiscono in misura non eguale. Per questo – pur condannando gli attentati terroristici che mietono vittime tra le popolazioni civili – respingiamo in ogni caso l’equidistanza tra eserciti occupanti e lotte di popolo.
Quanto poi all’invasione anglo-americana dell’Iraq – a questa ennesima sporca guerra scatenata senza ombra di giustificazioni – ci risulta del tutto incomprensibile l’ostinarsi a spiegarla in base alla presunta spirale «guerra-terrorismo». Ricordiamo la copertina di Liberazione, il giorno dopo l’inizio dei bombardamenti sulla capitale irachena da parte degli americani. Sullo sfondo di un cielo notturno illuminato dai bagliori delle esplosioni campeggiavano le parole Terrorismo su Bagdad. E dunque?

Il Forum sociale mondiale di Bombay si è concluso con un documento che, non per caso, non incorre in questo errore. Invitando tutti i popoli del mondo a mobilitarsi il 20 marzo contro «la strategia di guerra globale e permanente del governo degli Stati Uniti e dei suoi alleati», l’appello denuncia con forza «l’imperialismo che stimola i conflitti» e il fatto che «la “lotta contro il terrorismo” non solo agisce come pretesto per mantenere la guerra e l’occupazione in Iraq ed in Afghanistan, ma viene usata altresì per minacciare e aggredire i popoli». Il quadro che emerge da queste denunce è di una chiarezza inequivocabile. La guerra e il terrorismo – il terrore seminato dalla guerra – sono oggi gli strumenti di cui i gruppi politici al potere negli Stati Uniti si avvalgono per conservare il dominio su gran parte del pianeta, per minacciare i paesi (a cominciare da Cuba e dal Venezuela di Chavez) che resistono alla loro prepotenza, e per puntellare un sistema economico che consente al cinque per cento della popolazione globale di appropriarsi di un quarto della ricchezza mondiale. A questa violenza si oppongono le popolazioni invase, che mettono in campo una resistenza che quella presunta «spirale» cancella, perdendo di vista non soltanto il sacrosanto diritto di difendersi e di lottare per la propria libertà, ma anche la speranza, che ad esso si lega (e che riguarda tutti i popoli nel mirino degli Stati Uniti), di fermare la tracotanza di chi pretende di spadroneggiare uccidendo, devastando, saccheggiando.

La guerra in Iraq è solo il culmine – e l’emblema – di questa fase politica, segnata dal dilagare, in molti paesi occidentali, di una destra retriva, feroce, indisponibile a qualsiasi compromesso pur di conservare le proprie posizioni di dominio e privilegio. Questo è il connotato della situazione e ciò ci riporta, in chiusura, al lavoro che ci attende giorno dopo giorno.
Costruire opposizione nel paese, mobilitazione, coscienza: i compiti sono enormi, smisurati alle forze. Tanto più che, se molto il partito sta facendo (molto soprattutto se teniamo conto delle risorse a sua disposizione), ben di più occorrerebbe fare per dare nuovo impulso alla lotta contro la guerra, contro il governo, contro il padronato che – come Terni ci ricorda – resta fermamente determinato a difendere i propri profitti. Ma qui il discorso urta contro una contraddizione che non può essere sottaciuta e che concerne precisamente le forze di cui disponiamo, le risorse su cui il partito può contare.
In questi anni – sarebbe difficile negarlo – si sono «sperimentate» nuove vie e nuove forme di azione politica, ci si è rivolti con prevalente attenzione ad altri soggetti. Giusto o sbagliato che fosse, si impone oggi una presa d’atto del fatto che se possiamo intervenire sul terreno della lotta politica e sociale nel paese e al di là dei suoi confini, se abbiamo voce e una pur ridotta capacità di incidere sui processi reali, tutto questo lo dobbiamo proprio al fatto che ci siamo tenuto stretto questo partito, difendendolo anche, quando è stato necessario, contro il rischio del suo smantellamento, della sua dissoluzione entro altri, non meglio precisabili, «soggetti politici».
Questo è un fatto che ci sta alle spalle (per quanto non sia possibile escludere che nuove analoghe minacce si profilino all’orizzonte). Oggi non si tratta di contemplarlo né, tanto meno, di recriminare. Si tratta però di prendere sul serio le conseguenze che ne sono sortite e di cercare di porvi rimedio. Il partito è fragile, ha strutture gracili, vanta un radicamento inadeguato ai cimenti che lo attendono. Ha a disposizione risorse insufficienti. Di tutto questo è necessario prendere coscienza urgentemente, senza indulgere in recriminazioni intempestive. Di altro c’è bisogno adesso: di lavorare tutti perché il partito cresca, si rafforzi, raccolga nel paese il vasto consenso che può intercettare e che lo potrebbe mettere in condizione di imprimere alla politica italiana la svolta di cui la nostra gente sente urgente bisogno.