Contro il governo Berlusconi e per l’alternativa di sinistra

Dopo l’esito delle elezioni presidenziali francesi e la situazione di attesa che si è venuta determinando a seguito dello sciopero generale in Italia, è d’obbligo una riflessione sulle prospettive che si aprono per la sinistra in una fase connotata da dinamiche molto contraddittorie. Questa riflessione, peraltro, non può non toccare lo stesso progetto politico di Rifondazione comunista, il cui congresso si è chiuso non senza evidenti contraddizioni.

1. Si è molto dibattuto nel corso di queste settimane sull’esito delle elezioni presidenziali francesi. In generale, i primi commenti, anche a sinistra, dopo l’esito del primo turno, debbono essere parzialmente corretti alla luce del risultato finale del ballottaggio, anche se alcune valutazioni di fondo restano sostanzialmente valide. Nel complesso quel voto, a me pare, testimonia della presenza di alcune tendenze generali.

In primo luogo, si conferma che nell’attuale fase le destre si dimostrano capaci di conquistare consensi crescenti e che le stesse esprimono una crescente egemonia sul corpo sociale. A tale riguardo, l’esempio francese è la dimostrazione che spinte xenofobe, pulsioni razziste, propensioni autoritarie fanno breccia nelle società europee. Ma questo non è che l’aspetto estremo. In verità, con la riaffermata centralità nello scenario internazionale degli Stati Uniti d’America, contrassegnata da una crescente aggressività militare e dal tentativo di espandere l’area di influenza economica, si sta allargando nel mondo un’egemonia iperliberista, che trova in Europa evidenti conferme. La sconfitta subita dalle forze del centro-sinistra in diversi paesi europei e l’emergere di un polo costituito da Gran Bretagna, Spagna e Italia, in sintonia con gli orientamenti dell’amministrazione Bush, ne sono una dimostrazione.

In questo contesto, i tentativi della sinistra moderata di conciliare liberismo e solidarietà sociale tendono ad essere spazzati via, non riuscendo né a rassicurare le fasce che si sentono minacciate dalle nuove dinamiche della globalizzazione, né garantendo la tradizionale base sociale popolare che inevitabilmente rifluisce nell’astensionismo o che diviene preda delle demagogie populiste. Queste tendenze sono risultate ben chiare nel caso italiano, sono ravvisabili in quello tedesco, si sono riflesse negli altri paesi in cui il centro sinistra ha dovuto cedere il governo al centro-destra. Nello specifico francese queste tendenze sono operanti, anche se da questo non è lecito trarre previsioni fondate sull’esito delle prossime elezioni politiche, e non solo per il parziale recupero dell’astensionismo verificatosi al secondo turno delle presidenziali, ma anche per l’indubbia influenza esercitata dal particolare sistema elettorale sulle dinamiche del voto.

Quel che è certo è che quella parte della sinistra che per storia, cultura, referenti sociali incarna, o dovrebbe incarnare, le aspirazioni di una sinistra più radicale non è destinata a rimanere indenne da queste tendenze. Infatti, la sinistra radicale si trova in questa fase di fronte al problema della conciliabilità di due esigenze altrettanto concrete ma difficilmente componibili: quella di salvaguardare i tratti essenziali della propria identità e del proprio progetto e quella di collaborare con la sinistra moderata ad arginare questa crescita di consenso della destra. Il risultato in Francia del PCF costituisce una drammatica dimostrazione di quali conseguenze dannose possano prodursi nel caso in cui non si riesca a conciliare tali esigenze. In particolare, la collocazione al governo pone non pochi problemi per la sinistra radicale e per il rapporto con i suoi referenti sociali. Tuttavia, è assai dubbio che sia possibile, data la situazione obiettiva e i vincoli posti in molti casi dal sistema elettorale, eludere il problema di una qualche modalità di relazione con la sinistra moderata.

2. La vicenda italiana conferma per molti versi tali tendenze generali. Qui la crisi d’identità del centro sinistra è emersa in modo del tutto evidente, specie nella sua esperienza di governo, così come è emersa una capacità egemonica della destra rispetto a consistenti fasce di cittadini. La stessa vicenda di Rifondazione Comunista conferma la difficoltà che incontra in tale scenario la sinistra radicale. Il caso italiano, quindi, è inserito in un contesto di cui ne condivide alcune tendenze generali, anche se presenta sue caratteristiche particolari. Per esempio, qui la destra si è ricomposta unitariamente in uno schieramento in cui xenofobia e razzismo si sono fuse con le propensioni iperliberiste, evitando quindi quella competizione a destra che si è prodotta in altri paesi. Qui, peraltro, il centro sinistra ha assunto caratteri marcatamente moderati, tentando di recuperare consensi su una linea blairiana, qui infine, i rischi di subalternità sono stati correttamente avvertiti, primi che in altri paesi, da parte di Rifondazione Comunista, anche se ciò non ha impedito il prodursi di una crisi, in primo luogo per effetto della scissione subita..

Ma le caratteristiche peculiari della situazione italiana sono più evidenti oggi, all’indomani di una ripresa davvero significativa del movimento di massa guidato dalla CGIL e incentrato sulla difesa dell’articolo 18 e sui diritti del mondo del lavoro. Questo movimento rappresenta la vera speranza per la rimessa in discussione dei rapporti di forza presenti nel Paese e per il riavvio di una prospettiva di cambiamento. E in tal senso gli eventi che si possono produrre qui possono avere un impatto più generale sullo stesso scenario internazionale. Nonostante l’indiscutibile successo delle mobilitazioni sindacali assistiamo ora ad una fase di stallo in cui è evidente il tentativo del governo di spostare il terreno di scontro su altri piani. Se, infatti, non pare possibile per lo stesso governo Berlusconi eludere la critica di massa sull’articolo 18 è altrettanto vero che una eventuale ritirata da parte del governo su questo terreno comporterebbe un prezzo politico così alto da indurre lo stesso a cercare di eludere il confronto di merito nel tentativo di dividere l’opposizione giocando su altri terreni.

La situazione si presenta dunque complessa e vi possono essere rischi di logoramento del movimento di opposizione. A tale riguardo, non va sottovalutato non solo il tentativo di aprire un fronte da parte del governo sulle tematiche del mercato del lavoro (il famoso libro bianco di Maroni), che si presenta particolarmente insidioso alla luce delle divisioni che sussistono su questi temi fra confederazioni sindacali, ma anche il proseguimento di indirizzi socialmente inaccettabili (valga per tutti le norme che rimodulano le aliquote fiscali) o le continue offensive sul terreno della democrazia, del pluralismo dell’informazione, della giustizia. In questo contesto, alcuni settori del centro-sinistra, dopo alcuni timidi tentativi di ricollocarsi in una posizione più consona alle aspettative della propria base, danno segnali ambigui, ricorrendo (dopo la vicenda francese) i temi tanto cari alla destra come quello dell’ordine pubblico o adagiandosi su richieste discriminatorie, come quelle della schedatura di massa degli immigrati. Siamo dunque in presenza, da un lato, di un’offensiva conservatrice che mischiando liberismo a pulsioni xenofobe e al richiamo d’ordine punta a confondere l’opinione pubblica e a depotenziare il conflitto sociale, dall’altro, ad un centro-sinistra incerto e spesso ambiguo che in quanto tale non offre una reale prospettiva di alternativa.

In questo contesto, dirimente sarà la capacità di dare continuità al movimento sorto contro le politiche del governo, impedendone la frammentazione e il ripiegamento moderato e di contrastare anche sul piano politico/elettorale la coalizione di destra. Sul primo terreno uno dei problemi più rilevanti è rappresentato oggi dal superamento di una condizione di stallo e la ripresa di una mobilitazione. A tale riguardo, dovrebbe essere abbastanza chiaro che la mobilitazione richiede il passaggio ad un’articolazione della lotta che inevitabilmente implica l’allargamento della piattaforma, oltre la pur decisiva questione della difesa dell’articolo 18. In secondo luogo, si apre la necessità di far crescere una proposta alternativa a quella del governo su quei terreni in cui più fragile è oggi l’unità del movimento sindacale e cioè quella della riforma del mercato del lavoro, dei diritti dei lavoratori precari, del welfare. Sullo sfondo resta la questione della possibilità che il governo proceda comunque alla modifica dell’articolo 18 e, quindi, la necessità di contemplare fra le iniziative da mettere in campo il ricorso al referendum abrogativo, rispetto al quale l’indizione di un referendum sull’allargamento dell’applicazione dell’articolo 18 alle imprese con meno di 15 dipendenti può costituire un supporto anziché un diversivo se si connette temporalmente all’altro e se (possibilmente) non finisce con l’annegare in una molteplicità di quesiti che depotenzierebbero oggettivamente la battaglia.

Benché l’attenzione dell’opinione pubblica nel corso di queste settimane sia stata molto concentrata sulla vicenda sociale, e benché questa conservi una sua indubbia centralità, sarebbe tuttavia assai riduttivo non cogliere l’intreccio che tale questione è destinata ad avere con la prossima consultazione elettorale amministrativa. Se, infatti, come correttamente è stato sottolineato, il governo Berlusconi si sta facendo paladino in politica economica di un indirizzo neo-thacheriano, e cioè un disegno di trasformazione dell’assetto economico-sociale in chiave fortemente liberista, in un quadro di duro scontro sociale, dovrebbe essere abbastanza evidente che un obiettivo essenziale di questo governo è quello di ottenere l’impermeabilizzazione del consenso politico allo scontro sociale. Per questo, nelle prossime elezioni amministrative è essenziale per la destra ottenere un successo ed è indubbio che se ciò si determinasse si avrebbe un rafforzamento delle posizioni più oltranziste presenti nella compagine di governo. Nasce da qui, anche, la necessità di costituire, in occasione delle elezioni amministrative, alleanze credibili, dove l’aggettivo non allude tanto (o solo) alla presenza di uno schieramento adeguatamente ampio, quanto, soprattutto, alla esplicitazione di proposte capaci di rimobilitare un elettorato democratico intorno ad una prospettiva di cambiamento delle società locali.

3. L’insieme di questi terreni d’intervento e dei relativi obiettivi possono configurare un campo di azione efficace nel breve periodo. Una forza, come Rifondazione Comunista, che si propone di essere espressione di una critica anticapitalistica coerente e, addirittura, di essere motore di un processo più ampio di costruzione nel nostro Paese di una sinistra antagonista, potrebbe svolgere in questo contesto un ruolo estremamente significativo. Il punto è se Rifondazione Comunista, alla quale va riconosciuto certamente il merito di aver denunciato prima di altri l’inadeguatezza del progetto politico della sinistra moderata a contrastare l’egemonia delle destre, è oggi all’altezza di questi compiti. In tal senso, è d’obbligo tornare sull’esito del congresso anche perché quest’ultimo ha costituito un evento non privo di contraddizioni, al punto che resta difficile individuare quale sarà la linea di sviluppo dell’azione del partito. In particolare, occorre rilevare con franchezza che fra l’impianto generale delle tesi e le proposte politiche lanciate dal congresso le contraddizioni sono apparse vistose.
Il paradosso sta nel fatto che le parti più significative delle tesi, quelle che dovevano disegnare la prospettiva strategica, sono in gran parte venute meno, da un lato, per effetto dello sviluppo degli eventi e, dall’altro, per la rettifica di posizioni compiutasi nel corso delle settimane che hanno preceduto l’assise nazionale. Così, l’apologia del movimento contro la globalizzazione ha dovuto lasciare il posto al riconoscimento della rilevanza del movimento dei lavoratori (in larga misura disconosciuto nelle tesi), la completa sottovalutazione delle relazioni politiche, intese in alcuni passaggi come espressione di una concezione mediatoria della politica, è stata corretta con il rilancio di un rapporto con l’Ulivo. Si potrebbe ritenere che queste correzioni abbiamo positivamente contribuito a riportare il partito su posizioni meno ideologiche, ma in realtà queste si sono venute a comporre con un’operazione di tipo politico-culturale che ha segnato profondamente il congresso e, a mio modo di vedere, non positivamente. Così, la liquidazione sbrigativa della storia del PCI ha finito con il rimettere in discussione anche quella visione egemonica dell’azione politica che ne costituiva il lascito più importante, dando cittadinanza a pulsioni minoritarie e l’assillante richiamo all’internità ai movimenti ha alimentato un movimentismo di scarso respiro, nonché una preoccupante sottovalutazione della funzione del partito.

Queste contraddizioni costituiscono un limite del congresso di Rifondazione Comunista ed è difficile prevedere come incideranno sulle scelte future. In particolare, sia per la complessità obiettiva della situazione, sia per il lascito del congresso, mi pare che tre questioni risulteranno dirimenti. La prima riguarda l’assunzione piena dell’obiettivo della costruzione di un grande movimento di massa nel Paese, capace di contrapporsi efficacemente al governo Berlusconi. Questa prospettiva non implica ovviamente la rimessa in discussione della valorizzazione del rapporto con il movimento no (o new) global, che ha costituito il motivo dominante del congresso, ma certamente costringe ad una visione più ampia dei riferimenti sociali e della stessa scala di priorità dell’azione del partito. La seconda questione riguarda il rapporto con la sinistra moderata. Il richiamo all’unità d’azione che Bertinotti ha lanciato pochi giorni prima del congresso costituisce certamente un fatto importante, ma la costruzione concreta di tale unità non è facile. Essa implica, innanzi tutto, la capacità di svolgere un ruolo nella costruzione di quel movimento di massa di cui si è detto in precedenza, ma implica anche il superamento di residui minoritari che tendono talvolta a riproporsi in aree del partito, finendo con l’alimentare una sterile contrapposizione fra sociale e politico.

Infine, in questo scenario, la prospettiva della sinistra di alternativa costituisce un nodo particolarmente delicato. Per una fase (e questo è stato, in verità, l’intento politico espresso nelle tesi congressuali) si è puntato sul movimento anti-globalizzazione come levatrice di una sinistra di alternativa, in antitesi a ciò che si muove intorno alla sinistra moderata (dalle forze politiche, ai sindacati, a parte della rappresentanza sociale). Ma questa idea resta oggi valida? Il ridimensionamento obiettivo a cui si è assistito nell’ultima fase del “movimento di movimenti” giustifica questa scommessa? E ancora, i comportamenti concreti che si sono potuti misurare nel corso della preparazione delle liste per le amministrative, con l’estrema articolazione di posizioni che ha contraddistinto la galassia no global, non solleciterebbe una riflessione più ponderata? Ed infine, questo comporsi di schieramenti sociali nella battaglia di opposizione e le contraddizioni che si sono aperte nella sinistra moderata non inducono a riflettere sul nesso, per molti versi obbligato, che viene a stabilirsi fra costruzione di una sinistra di alternativa e capacità di esercitare un’azione egemonica sull’insieme della sinistra italiana?