Contro i crimini di guerra degli USA e della NATO

A settant’anni suonati, alto e dritto come un abete, onnipresente con la sua organizzazione, l’International Action Center (in Italia “Tribunale Ramsey Clark”) ovunque siano in gioco i diritti degli oppressi ed offesi, da Mumia Abu Jamal al pellerossa Leonard Peltier, dalla Colombia delle Farc all’Iraq, dalle carceri dei 2 milioni di detenuti USA alla strage delle esecuzioni capitali, dalla Jugoslavia alla Palestina della soluzione finale israeliana, Ramsey Clark è oggi la più grossa spina nel fianco della coalizione imperialista Nato e dell’egemonia militarista, sociale, economica e culturale statunitense. Da ministro della giustizia USA con Lyndon Johnson, nella breve fioritura liberal degli anni ’60, quando già capeggiava lo studio legale statunitense maggiormente impegnato nella difesa dei diritti civili e della contestazione studentesca ed afroamericana, fu il primo e unico esponente delle istituzioni USA a recarsi in viaggio di solidarietà nella Hanoi di Ho Ci Min, sotto i bombardamenti a tappeto seguiti all’auto-affondamento della flotta USA nel Golfo del Tonchino. E poi in Corea del Nord, URSS, Cina, Iraq, Jugoslavia, Palestina, ovunque si dovesse e potesse portare, a rischio di pesanti incriminazioni, il sostegno e la solidarietà della parte migliore degli Stati Uniti. Abbandonato ogni incarico istituzionale quando apparve all’orizzonte Richard Nixon e rotto ogni rapporto con l’establishment statunitense, con il quale, del resto, i rapporti erano stati sempre freddi, se non conflittuali, Ramsey tonrò al suo lavoro legale e a capeggiare il movimento contro la guerra e i diritti civili.
Riconosciuto universalmente come il padre nobile della resistenza americana all’imperialismo e al capitalismo, Ramsey ha contribuito non poco a stracciare i veli sotto ai quali giocolieri di ogni denominazione celano il proprio collateralismo alle aggressioni imperialiste USA e Nato con l’ambiguità di posizioni pilatesche come “nè con Milosevic nè con la Nato”, ponendo al centro della sua azione politica la contraddizione principale di questi tempi, quella tra imperialismo ricolonizzatore e popoli e stati aggrediti e resistenti. Fu il primo a documentare a un’opinione pubblica mondiale atterrita l’uso dell’arma definitiva, uranio-plutonio, destinata a eliminare “popoli di troppo”. Per primo rivelò la natura banditesca e narcotrafficante dei secessionisti albanesi, fanteria della Nato, violenti o non-violenti che fossero, nonchè la paternità CIA di quelle che molti, tragicamente anche a sinistra, giudicavano forze democratiche d’opposizione in Jugoslavia.
Con Ramsey Clark ho avuto occasione di fare amicizia e dialogare in molte occasioni, da New York a Baghdad, da Belgrado a Roma. Subito dopo l’aggressione alla Federazione Jugoslava, federazione da Ramsey e dal’IAC sostenuta incondizionatamente, Ramsey Clark diede vita al Tribunale Internazionale contro i crimini di guerra della Nato, innesco di una formidabile mobilitazione di massa negli USA e in Europa, con anche una sezione italiana. Il 10 giugno del 2000, ci fu la seduta finale a New York, nella quale giuristi, militari, giornalisti, testimoni a centinaia documentarono con un’immensa massa di prove inconfutabili la natura criminale e genocida di un’aggressione finalizzata alla disintegrazione di uno Stato sovrano, democratico e neutrale e alla demolizione di un sistema economico e sociale che, per i suoi caratteri di socialismo, risultava intollerabile all’imperialismo globalizzante.L’intervista che segue l’ho raccolta al ritorno di Ramsey da un incontro con il comandante delle FARC colombiane, Raul Reyes, nel quale sono stati discussi i modi con cui combattere quel progetto di militarizzazione e colonizzazione imperialista della Colombia e dei paesi vicini che va sotto il nome di Plan Colombia.

Vorrei che mi parlassi della nuova amministrazione USA. Che cosa te ne aspetti sul piano interno e su quello internazionale?

Credo che la nuova amministrazione, legata com’è a interessi petroliferi, non spinga in direzione di interventi militari USA in tutto il mondo con la stessa intensità del governo Clinton. La priorità immediata è la Difesa missilistica nazionale, il cosiddetto scudo stellare. Tornerà invece in primo piano la guerra ideologica, indirizzata contro i cosiddetti “stati teppisti” e contro le resistenze “comuniste” o “integraliste” all’ordine mondiale dettato dagli USA. Per questa guerra il nuovo establishment non si curerà di ricorrere alla vecchia formula degli “interventi umanitari”. Se per esempio dovessero svilupparsi conflitti interni in Africa Occidentale o altrove, non penso che gli USA inteverrebbero con la scusa di salvare vite o diritti umani allo scopo di sostenere una fazione a loro vicina. Adotteranno linee aggressive, anche più di prima, ma sulla base piuttosto di vecchi contrasti ideologici, mutuati dalla guerra fredda. E qui sulla prima linea del fronte vedono per esempio la Corea del Nord e il Medio Oriente con l’Iraq e i palestinesi. Le bombe su Baghdad e un Powell che definisce quella dei palestinesi “violenza offensiva”, contro la “violenza difensiva” degli israeliani, sono l’apertura di tale fronte.

Ma sarà in grado questa amministrazione a mobilitare forze ed opinioni per strategie di tale portata, visto che è il prodotto di elezioni-farsa e di una maggioranza inesistente sul piano numerico?

Quelle elezioni presidenziali hanno confermato che gli USA non sono affatto una democrazia. Sono una classica plutocrazia. La maggioranza dei cittadini non ha neppure votato e questa è la cosa più importante, un segno di grande debolezza. E poi se con i risultati la si è tirata tanto per le lunghe e li si sono giocati per manciate di voti, questo succede perchè non esistevano differenze sostanziali tra i due contendenti, neppure a livello di uno spessore personale inesistente. Il capitale americano ha sostenuto i due candidati in misura pressochè uguale. Insomma un non-voto, una non-gara, vista l’esiguità delle diversità.

Il che significherebbe che tutto continuerà più o meno come prima, a parte l’insistenza ideologica di cui hai parlato?

C’è un’annosa continuità strategica nelle politiche interne ed internazionali degli USA. Forse ci sarà un attivismo leggermente minore di Bush in politica estera, salvo le priorità che ti ho detto, è un sostegno ancora maggiore al grande capitale. Ma sono differenze di poca sostanza. La gente, i vostri governanti continuano a pensare che questa sia una grande democrazia, un grande esempio. Ma gli USA non sono per niente una democrazia, sono il regime della ricchezza, dello sfruttamento, dell’oppressione.Le nostre elezioni non hanno niente a che fare con la volontà della popolazione. Si tratta di un torneo tra i rappresentanti della ricchezza. I ceti popolari rimangono completamente esclusi.
Ricordati che metà dei cittadini non hanno neppure votato e che l’altra metà è stata condizionata dai tre miliardi di dollari spesi in spot televisivi che avevano lo stesso contenuto di verità e di realtà di un cartone animato dei Tre Porcellini o roba del genere. Non c’è libertà in questo paese finchè ricchi capitalisti continueranno a comprare i nostri voti. Forse hai sentito parlare del candidato alla presidenza Ralph Nader. Per anni ha lottato per gli interessi dei consumatori, dei poveri e dell’ecologia. Non avendo accesso ai dibattiti, e visto l’imbroglio del nostro sistema elettorale, non ha ottenuto un risultato significativo. Se democrazia significa che il governo deve perseguire i bisogni e gli interessi del popolo, allora gli USA non sono una democrazia, anche se tengono elezioni ad ogni piè sospinto.
Inoltre Washington ha utilizzato le elezioni per conquistare nazioni. Ricordi come rubarono il Nicaragua al governo sandinista pompando denaro nei forzieri dell’opposizione, costringendo l’opposizione a unirsi e inviando nel paese squadroni della morte, alla stessa maniera di quanto hanno fatto in Jugoslavia, utilizzando l’opposizione interna e l’UCK albanese. Squadroni addestrati e finanziati per uccidere cittadini e distruggere villaggi. Poi gli USA hanno detto al Nicaragua che, se desiderasse “pace” e “prosperità”, doveva far vincere l’opposizione. Nel frattempo i mezzi d’informazione furono consegnati all’opposizione, cui furono elargiti soldi e mezzi. La cosa funzionò, l’opposizione vinse e oggi i nicaraguegni vikvono nella povertà più assoluta. Un modello ripetuto pari pari in Jugoslavia. Anche in Angola provarono a rubare il paese attraverso elezioni manipolate in tal modo. Dissero a Dos Santos che dovevano assolutamente indire elezioni. Poi gli dissero che le elezioni potevano essere tenute a condizione di disarmare i due terzi dell’esercito. Il governo angolano ottemperò, ma le cose andarono diversamente: Dos Santos vinse le elezioni. Di conseguenza l’opposizione filo-americana, guidata da Jonas Savimbi, lanciò un’offensiva armata con mezzi militari enormi e riuscì ad occupare i due terzi del paese. Oggi il governo deve combattere per riconquistarli.

E’ così che si espande il “pensiero unico”, quando non vi riesce con altri mezzi…

Ci cannoneggiano con l’assunto che l’unica idea economica che funziona sia il capitalismo e il mercato presunto libero. Ogni paese deve convertirsi al capitalismo puro e obbedire ai dettami del FMI e della Banca Mondiale. Si deve privatizzare, aprirsi al “libero commercio”. Ma tutti i paesi che così hanno fatto si sono ritrovati devastati e in miseria. Nell’ex-URSS, ad esempio, la gente aveva lavoro, case, assistenza sanitaria, istruzione, un’economia equa e decente. Tutto questo era garantito. Tutto questo è stato perduto. Non esiste più un sistema sanitario, le scuole cadono a pezzi, non c’è lavoro, hanno perso la sicurezza della casa. Per sopravvivere hanno dovuto vendere i beni più personali. Il paese è un esempio di catastrofe economica senza uguali. L’Ucraina sta peggio e lo stesso discorso vale per paesi dell’emisfero occidentale. Prendiamo il Perù a cui gli USA impongono di farsi prestare denaro dal FMI e di privatizzare ogni cosa, insomma di fare quello che la Banca Mondiale gli detta. I poveri sono diventati più poveri e l’ex-presidente Fujimori ha spremuto selvaggiamente il suo popolo con politiche economiche finalizzate all’accumulazione di ricchezze in poche mani e con una repressione militare e poliziesca istruita da Washington. Tutto questo sotto la copertura di un sistema di informazione che ci convince che non c’è altra via e sotto la minaccia della rappresaglia nucleare strisciante e dello strangolamento con gli embarghi. Quando i governi USA non riescono a manipolare le elezioni, cosa nella quale sono maestri, istigano colpi di stato militari. Pensa al Guatemala negli anni ’50, alla Grecia negli anni ’60, al Cile negli anni ’70, a Haiti nel 1991, solo per menzionare alcuni episodi.

E al momento attuale quali sono, secondo te, le priorità geopolitiche degli Stati Uniti?

Dalla fine della guerra fredda la politica internazionale americana ha assunto caratteri più vasti e complessi. Il fine è l’egemonia mondiale attraverso, in prima istanza, l’uso delle organizzazioni internazionali che hanno per scopo principale di far avanzare gli interessi economici e geopolitici USA. Prendersela solo con il FMI o il WTO senza avere consapevolezza di questo, significa fare buchi nell’acqua. Si tratta anche di convertire la Nato in una forza militare di polizia sussidiaria per la globalizzazione del dominio economico mondiale degli Stati Uniti.

Un obiettivo primario pare essere l’Asia e, in particolare, la Corea del Nord.

Esatto. Siamo molto preoccupati per le continue minacce alla Corea del Nord, specie dopo la distensione avviata proprio da questo paese nei confronti della Corea del Sud. Come ho detto, l’amministrazione Bush è guidata soprattutto da frenesie ideologiche e qui la Corea del Nord offre un ottimo bersaglio.

Faranno come con la Jugoslavia?

Se possibile, anche qui, per interposta persona. Washington voleva che della Jugoslavia si occupasse soprattutto la Nato allo scopo di depistare eventuali proteste interne. Hanno fatto in modo che giovani dei paesi Nato europei fossero i loro mercenari sul terreno. La Casa Bianca di Clinton non voleva ripetere l’esperienza vietnamita dei “ragazzi americani” tornati nelle bare. Quell’esperienza, con il grandioso movimento di opposizione alla guerra che ne nacque, è rimasta una lezione indelebile. Così il Pentagono è riuscito in un intento che era solo statunitense: aggredire e distruggere la Jugoslavia senza la minima perdita statunitense.

La conclusione è che l’Europa è complice, ma anche vittima della Nato. Una contraddizione interimperialista.

La Nato è una delle più pericolose organizzazioni internazionali mai esistite. Prima di espandersi nell’Europa orientale, la Nato è riuscita a coinvolgere le grandi potenze ex-coloniali. Ha reclutato i paesi ricchi e quasi esclusivamente giovani di razza caucasica, cioè una parte minima della popolazione mondiale. I paesi Nato hanno di gran lunga le forze armate più grandi e avanzate e gli armamenti più sofisticati, quasi interamente tecnologia americana. La Nato è perciò una minaccia mortale per la stragrande maggioranza dell’umanità, soprattutto per quella di colore non esattamente bianco. Si tratta di un’armata di serial killer. Basta vedere con quale indifferenza o addirittura entusiasmo scatena le sue tecnologie di morte perenne all’uranio.

Vorrei insistere sulle contraddizioni in via di sviluppo tra gli USA e gli altri grandi paesi industrializzati.

Contraddizioni innegabili perchè gli USA insistono nel dominare l’Europa, difendendo soprattutto il ruolo del dollaro contro l’Euro e tutti i vantaggi che questo offre alla supremazia economico-politico USA. Cercheranno di conservare e potenziare la propria prepotenza commerciale e conservare alla Nato il ruolo di massima forza militare in Europa. Necessariamente si opporranno a qualsiasi ruolo autonomo, separato, di una forza europea che non sia puramente mercenaria.

Passiamo a un altro scenario: Medio Oriente, Iraq, Palestina.

Gli Stati Uniti hanno impunemente bombardato l’Iraq da aerei e con missili Cruise dal cessate il fuoco del febbraio 1991. Nella settimana prima dell’insediamento di Clinton alla presidenza, il 20 gennaio 1993, George Bush autorizzò una feroce campagna di bombardamenti. Il presidente Clinton insistette negli attacchi aerei a partire dal 21 gennaio 1993 e per i successivi otto anni del suo mandato.Si lanciarono innumerevoli missili contro obiettivi civili, tra cui l’Hotel Al Rashid e la casa del più famoso pittore iracheno, Leyla al Attar, direttrice del Museo di Arte Moderna. In seguito a migliaia di missioni aeree illegali e centinaia di attacchi su popolazioni inermi, tra cui l’equipaggio di un elicottero ONU, gli USA non registrarono neanche una perdita. Nondimeno gli USA insistono – e Bush Jr. ha subito seguito quest’esempio a dimostrazione di una continuità strategica della politica USA – nell’affermare che deve attaccare e uccidere iracheni per proteggere i suoi aerei, che peraltro non hanno alcun diritto di sorvolare l’Iraq. Eppure nessun aereo americano ha mai subito un graffio.
Il genocidio provocato all’Iraq dalle sanzioni dell’ONU imposte dagli USA e i bombardamenti continuano senza posa. Si tratta di crimini angloamericani contro la pace. Coloro che ordinano gli attacchi e i piloti che li eseguono commettono crimini contro l’umanità. L’International Action Center, nel gennaio scorso, ha organizzato una spedizione in Iraq di medicinali con 50 cittadini statunitensi alla quale hai partecipato. Per me era l’undicesimo viaggio in Iraq da quando fu imposto l’embargo, il 6 agosto 1990.
Un’inchiesta approfondita da noi effettuata in tutto il paese dimostra che il numero dei decessi in Iraq provocato dalle sanzioni e dall’uranio è aumentato per il decimo anno di seguito. Le condizioni sanitarie generali continuano ad aggravarsi, nonostante il leggero aumento della disponibilità di viveri e farmaci, probabilmente a causa di un effetto cumulativo da dieci anni di carenze disastrose. Dobbiamo ottenere l’immediata fine dell’embargo. Ogni giorno di embargo allunga la lista di morte del più grave genocidio dell’ultimo decennio nel secolo più violento della storia umana.

Parrebbe che i recenti bombardamenti puntino a chiudere le crepe che ultimamente si sono aperte nell’embargo a causa di crescenti opposizioni in Europa, Asia e nel mondo arabo.

Gli USA, rendendosi conto che l’opinione mondiale non tollera più queste sanzioni, sta cercando di assumersi il merito di una modifica correttiva: le cosiddette sanzioni intelligenti. Lo scopo, però, resta quello di fare passare sotto questa verniciatura umanitaria il costante controllo dell’embargo da parte degli USA e di reintrodurlo nella forma più selvaggia in seguito a presunte violazioni irachene. Con il pretesto delle ispezioni di un inesistente riarmo, gli USA hanno sistematicamente frustrato ogni tentativo di alleviare le sanzioni. Gli USA hanno affermato, senza provarle, una serie lunghissima di violazioni, tra cui anche l’infondata accusa che il governo avrebbe negato cibo e medicine al proprio popolo. Invece, secondo l’ONU, l’esemplare meccanismo di distribuzione e razionamento dei viveri ha impedito ulteriori sofferenze alla popolazione tutta. Con la Palestina, poi, Israele e USA intendono chiudere il cerchio sulla resistenza araba, schiacciandola fisicamente prima che i regimi vassalli inizino a trovarsi in grosse difficoltà.

Ci siamo visti anche in Jugoslavia e avevamo la stessa analisi delle forze in campo e dei loro motivi. Dove stanno, a due anni da quell’aggressione, la verità e la menzogna?

La grande tragedia verificatasi in Jugoslavia alla fine del secolo scorso non aveva nulla a che fare con problemi di direzione politica individuale. Si è trattato della pianificata disintegrazione della Jugoslavia, uno dei pochi paesi del mondo fondato su un’idea. Quasi tutti gli altri hanno per base il potere. La grade idea della Jugoslavia era che, con tutte le sue diversità, i suoi problemi umani e la sua povertà, solo nell’unità, con una federazione, si sarebbero potuti salvaguardare sovranità e uno sviluppo economico indipendente, fondato su bisogni locali anzichè sullo sfruttamento internazionale. La Jugoslavia dimostrò che l’idea funzionava, anche in condizioni di estrema difficoltà, tra le due guerre mondiali e durante la guerra fredda. Probabilmente si trattava dell’unica formula idonea ad assicurare il benessere e la pace per quei popoli e quelle terre. Così la Jugoslavia fu smembrata e oggi continua ad essere frammentata da interessi USA e di altri paesi che, anche in competizione tra loro, puntano a dividere e conquistare economicamente il paese e a sfruttarne risorse, lavoro, mercato. Le consequenze sono una catastrofe umana dalla Slovenia alla Macedonia. Oggi la Zastava, la fabbrica miracolosamente ricostruita dai suoi operai e sindacalisti, è stata chiusa e sta per essere venduta a una multinazionale straniera. I limiti rigorosi posti dal precedente governo alle privatizzazioni imposte dal FMI, con la legge che riservava il 60 per cento agli operai sono stati spazzati via. Nella Serbia meridionale, come in Macedonia, sono scatenate le bande UCK e probabilmente gli USA si giocano queste bande contro l’incriminazione e il processo di Milosevic.
Gli USA hanno speso per la campagna elettorale dell’opposizione jugoslava quasi quanto hanno speso per le proprie campagne presidenziali, anzi molto di più in rapporto alla dimensione dei due paesi. Si tratta di un fattore economico di grande rilevanza. Non si è liberi se una potenza straniera si può comprare le tue elezioni.

E adesso? Quali prospettive con la Jugoslavia in mano a un regime eterocondizionato, se non eterodiretto e, comunque, sotto ricatto e chiaramente più monocratico ed autoritario di quello rovesciato?

Quello che occorre è una più vasta federazione balcanica che comprenda altri paesi, oltre alle sei repubbliche originarie. Invece c’è stata la frantumazione addirittura di quelle. Nel l990, il 90% delle attività commerciali ed economiche delle sei repubbliche era interno. Nessuna di esse è in grado di sopravvivere da sola come nazione o popolo forte ed indipendente. Lo smembramento della Jugoslavia è una tragedia europea e mondiale ed è una tragedia che continua. E’ ovvio che il progetto per i Balcani è quello di dividere, sfruttare ed impoverire ulteriormente. La speranza che vi saranno più aiuti concreti una volta che un paese esegue gli ordini degli USA e del loro Fondo Monetario Internazionale cozza contro tutto quello che è sempre successo dopo gli interventi USA. Questo vale per la piccola Grenada, come per Panama, Vietnam, Nicaragua e qualsiasi altro paese. Paesi continuamente vessati, ricattati e tenuti sotto sanzioni dirette o indirette fino all’impoverimento totale.

Si direbbe che le lotte di liberazione siano segnate più da tragedie, in questo scorcio dell’epoca, che non da successi.

In passato, le nostre generazioni, dato che era tutto quello che potevamo fare, hanno reagito a tragedie. Quanti anni e quante morti ci sono voluti prima che il popolo americano si alzasse in piedi e bloccasse la guerra al Vietnam? Se penso solo alle mie attività personali, non vedo che un inseguimento di calamità. C’è un golpe in Cile e ci si va il più presto possibile. Si sente di Sabra e Shatila e della rivolta in Libano e ci si precipita. In Iraq abbiamo almeno avuto l’opportunità di andarci prima dell’inizio dei bombardamenti, ma troppo tardi per fermarli. Poi ci siamo dovuti tornare sotto le bombe e nell’embargo. Arrivammo a Grenada già invasa; in Panama dove già erano state uccise decine di migliaia di panamensi e incenerite tutte le stazioni di polizia del paese. E così via.
La cosa migliore è sempre e comunque la prevenzione. Oggi abbiamo la possibilità di prevenire. In un paese come la Colombia l’amministrazione Bush non ha ancora messo in opera il piano di intervento massiccio preparato da Clinton, per quanto lì si aggirino già migliaia di mercenari ed agenti statunitensi. In un incontro recente con Bush mi è stato detto che gli USA non intendevano per ora organizzare una presenza fisica in Colombia e vorrebbero piuttosto sostenere il governo colombiano attraverso accordi di “libero scambio”, tipo Nafta. Forse la pensa così soprattutto il segretario di stato Colin Powell. Sono appena tornato da una visita con una delegazione dell’IAC nella zona demilitarizzata della Colombia dove ho incontrato i dirigenti delle FARC. Devo dire che il Plan Colombia resta la parte più minacciosa della legislazione del Congresso e anche la più fraudolenta da tempi della Risoluzione del Golfo del Tonchino. Pone una falsa premessa per i suoi scopi: sradicare le coltivazioni di coca per svuotare il territorio, impoverirlo non offrendo alternative e dominarlo. In Colombia gli USA finanziano ed addestrano sistematicamente le organizzazioni paramilitari, le armano e le pagano.
Hanno fatto la stessa cosa in Afghanistan, dove hanno speso miliardi. I Taleban sono una nostra creatura. Come l’UCK. Per i primi oggi si manifesta universale indignazione per le loro nefandezze politiche e culturali. Per i secondi, che hanno causato la stessa devastazione ai monasteri serbo-ortodossi del Duecento di quella inflitta alle statue di Budda in Afghanistan, benevolenza e licenza di uccidere e trafficare corpi e droga. Anche Osama Bin Laden è una creatura USA.
Mi sono spesso chiesto per quale motivo gli USA se la prendono tanto con Bin Laden: ha fatto più lui per rovinare l’Unione Sovietica di Ronald Reagan. Sono state le sue operazioni paramilitari, istigate dagli USA, che hanno trasformato un Afghanistan infinitamente più civile nel Vietnam dell’URSS. Sono stati gli USA a creare l’attuale Afghanistan, con i suoi milioni di fanatici integralisti , un vero mostro. Stesso metodo per ll Kosovo.
E quelle bombe alle ambasciate di Dar es Salam o Nairobi, o al World Trade Center, ci fanno uscire di testa. Ma è roba USA.

Un punto focale è quello che hai già menzionato, la Colombia, tanto più che confina con un Venezuela sfuggito di mano all’imperialismo con Hugo Chavez, con un Ecuador in rivolta, ed è vicina a Cuba, che sta di nuovo diventando un modello per molti paesi della latino America, come ha dimostrato l’enorme successo dell’Encuentro Mundial de Solidaridad a Novembre.

Il Plan Colombia è un pericolo reale. E’ il più grande sforzo, è il modello per stabilire un Nuovo Ordine Mondiale su tutto l’emisfero occidentale. Un ordine che è nient’altro che dominio e sfruttamento USA. Una situazione inaccettabile per il mondo e nella quale la vita degli esseri viventi sarà impossibile. Il Plan Colombia punta nell’imediato a consolidare il dominio USA su oltre cento milioni di persone. Coinvolge tutti gli stati limitrofi. Fujimori ha servito molto bene gli interessi USA per dieci anni, lo stesso ha fatto lo Shah per 25. La Cia lo considerò il suo prodotto migliore. Il risultato di quell’operazione furono miseria assoluta per un quarto di secolo e un caos generale da allora in poi. Il primo obiettivo è mettere la Colombia contro il Venezuela e rovesciare quel governo. Stiamo procedendo in Colombia con gli stessi metodi con cui abbiamo sventrato il Salvador, con il contributo di William Walker, capo dell’OSCE in Kosovo e protettore dell’UCK. Ora noi abbiamo l’occasione e il dovere di organizzarci per sconfiggere quel piano. E se ci riusciamo sarà il più grande favore che si sia mai fatto al popolo americano. E per popolo americano intendo i popoli delle Americhe, sud, nord e centro. In effetti gli statunitensi saranno i danneggiati primi, dal momento che devono sostenere il costo economico, il costo delle perdite umane e ambientali, il costo della nostra coscienza. Quella non è una guerra contro la droga. Gli USA utilizzano la droga per creare l’immagine di un nemico malvagio che minaccia i cittadini degli Stati Uniti, dove si teme che la droga gli distrugga i figli. Così, come con Milosevic, gli USA si adoperano per demonizzare le FARC, affermando che in Colombia non si tratta di un’insurrezione popolare, ma di un cartello di narcotrafficanti. Questo è un momento critico. C’è un’escalation militare drammatica con l’ingerenza militare diretta degli USA, In pochissimo tempo la Colombia è diventato il terzo paese del mondo a ricevere aiuti militari statunitensi. Chi riceve tali aiuti paga un prezzo altissimo in termini di libertà, di qualità della vita e di aumento della violenza. In America latina la Colombia è stategica al fine di assicurare la continuità delle politiche neoliberali. Invece la nuova Colombia per cui lottano le FARC è una Colombia di ideali di libertà e giustizia. Ho incontrato Raul Reyes, della segreteria nazionale delle FARC-EP. E’ davvero straordinario incontrare persone che dopo una lotta così lunga, 36 anni, mantengono il loro impegno, ottimismo, idealismo; persone che vogliono farla finita con le sofferenze dei poveri ed espellere il capitale straniero che si è impossessato del potere e delle ricchezze del paese.

Tu hai sempre parlato della necessità di unire le lotte dei diseredati nella “pancia del mostro imperialista” a quelle dei popoli aggrediti.

Durante gli anni di Clinton, le forze politiche USA che si sono battute per i poveri sono state duramente represse. Il divario tra ricchi e poveri negli USA , come anche nel mondo assoggettato all’ìimperialismo, continua ad allargarsi.
Con Bush Jr. le cose andranno ancora peggio: Ci possiamo aspettare un’ulteriore concentrazione di ricchezza in un numero ridotto di centri di potere e una distanza ancora maggiore tra quei ricchi e i ceti medi e poveri. L’emarginazione dei poveri diventerà drammatica: già oggi a New York ci sono più persone senza casa di qualsiasi momento nella storia. Si tratta di decine di milioni di poveri, la popolazione di molti paesi, che non hanno rappresentanza politica e, tra loro, la stragrande maggioranza sono i neri e i latinos. E son questi poveri che nella massima misura non hanno votato, non avevano nulla per cui votare. Entreremo in un periodo di ulteriore diosccupazione, con un relativo aumento della sofferenza sociale.
E’ una strada su cui Bush si sta avviando di gran carriera. E’ ovvio che queste masse sono una bomba a tempo sotto il dominio USA. E’ naturale che i loro interessi e la loro lotta si affiancano a quelli dei popoli aggrediti ed oppressi.

In questo contesto di violenza del potere USA contro poveri ed esclusi si inserisce anche la spaventosa impennata delle esecuzioni capitali, vero sistema di controllo sociale autocratico.

Sono molto impegnato nella lotta per l’abolizione della pena di morte. Non c’era stata un’esecuzione federale dal 1963. Ora ci sono 25 condannati federali nel braccio della morte. Se si uccide Timothy McVeigh, quello delle bombe a Oklahoma City, esecuzione prevista per il 16 maggio, sarà un’altra barriera che crolla, dopo sette presidenti che non hanno permesso esecuzioni federali. Le esecuzioni negli Stati stanno accelerando, dopo un lento avvio nel 1976. E’ importantissimo organizzare proteste internazionali contro queste esecuzioni. Facciamo un particolare appello all’Italia che ha avuto un ruolo importante nel movimento per l’abolizione e di cui tanti figli, di terza e quarta generazione, vivono in questo paese. Rivolgiamo un appello ai popoli d’Italia, d’Europa, del mondo a manifestare contro gli assassinii di stato USA. La maggioranza dei paesi civili ha abolito questa usanza barbara.

E quella incredibile vergogna del Tribunale dell’Aja, creato, diretto e finanziato da Washington che ha avuto la spudoratezza di voler processare Milosevic?

Ci auguriamo che pressioni altrettante forti vengano esercitate sugli USA perchè chiuda quel tribunale ad hoc, frutto di una guerra e di una politica corrotte e che prosegue la guerra con altri mezzi. Come fa il mondo giuridico ad assistere passivamente a una tale aberrazione?
Dobbiamo imporre che gli USA si sottopongano incondizionatamente alla Corte Internazionale approvata nel 1998 a Roma da oltre 120 paesi

Ramsey, hai nostalgia per i tempi della grande contestazione, dell’opposizione alla guerra del Vietnam, quando militavi accanto alle Pantere Nere, ad Angela Davis, ai “Sette di Chicago”?

I tempi cambiano. Furono, quelli, anni davvero straordinari per la società del nostro paese, di molti paesi. C’era un’enorme energia morale che si sprigionava dal movimento per i diritti civili, dai giovani contro la guerra. Si marciava, si cantava, si superavano tutte le difficoltà, c’era un ambiente nuovo, inedito. Da noi non c’era mai stata una spinta a combattere ingiustizia, povertà e guerra paragonabile a quella degli anni del pane e dei fiori, e della lotta. C’erano il movimento delle donne, quello per la pace, gli echi di quello che succedeva da voi in Italia, in Francia, in Germania, in Giappone, nel resto del mondo. E fu il Vietnam a innescare una lotta universale per una società di giusti e uguali. Non scordiamocelo mai. Oggi, però, abbiamo un motivo in più per lottare: la questione ecologica, che è diventata centrale e la cui drammaticità e tutt’uno con la natuta del capitalismo imperialista. Ci sono tantissimi giovani e meno giovani che hanno capito l’importanza della questione ecologica. Vedono come, insieme al capitalismo di pace, quello di guerra provoca le devastazioni maggiori, complementari, ed engtrambi portano alla fine del genere umano. Basta pensare all’uranio, alle guerre chimiche e biologiche messe in atto dagli USA. Non ho rimpianti, ricordi tanti. Ma oggi c’è anche una crescente coscienza anticolonialista. Tante sono le organizzazioni impegnate per la salvezza del Nicaragua, di Cuba, Salvador, Perù, Honduras, Haiti, Grenada, Colombia e poi Iraq, Jugoslavia, Congo C’è una grande ricchezza di militanti organizzati e motivati. Quello che è difficile – ed è il nostro compito primario – è riunirli tutti in un’unica grande campagna antimperialista. Si tratta di coltivare la controinformazione e smascherare coloro che le sono subalterni e pur criticando la Nato ne sono, demonizzando governanti e stati, gli utili idioti. Nella nostra cultura, per esempio, gli arabi sono stati criminalizzati per secoli. Si può risalire alla letteratura dell’800 e anche a prima. Al meglio, il mondo arabo era esotismo, al peggio arretratezza e violenza. I nostri media demonizzano sistematicamente, soprattutto oggi, arabi, slavi, cinesi e tutti i “diversi”. E così che l’Islam è diventato la nuova grande minaccia, quello dell’Iran, della Libia, dell’Iraq, dei palestinesi, però, quello che resiste, senza minacciare nessuno. Molto graditi sono invece gli inegralisti islamici afghani, sauditi, kosovari, bosniaci, al servizio delle agenzie USA.
E’ vero, la demonizzazione del nemico resta una delle difficoltà più grandi per noi.
Ne sono vittime anche tanti a sinistra. Viene elaborata da media totalmente asserviti al potere imperialista. Cosa disse il grande combattente per la libertà africana, Biko?
Che il più grande alleato dell’oppressore è il cervello dell’oppresso. Nel nostro Tirubnale contro i crimini di guerra, i media sono tra gli imputati e condannati principali. Sono riusciti addirittura a far passare democrazie per dittature e dittature e oligarchie economiche, sociali e culturali, come le nostre, per democrazie. Dicono che gli stati sono obsoleti, superati. Lo dicono dall’alto degli stati più forti e agguerriti del mondo, dove esiste un perfetta integrazione tra politica e complesso militar-industriale-economico.
Abbiamo un’elite economico-politica fortemente unita, anche se a volte con competizioni interne. E’ unita da un interesse comune: il dominio economico, militare e politico del mondo. Gli esecutori di questi interessi sono il Fondo Monetario, la Banca Mondiale, L’Organizzazione Mondiale del Commercio, l’OCSE, il G7 e, in istanza suprema, la Nato e i media.

Una strategia per la vittoria?

Sarà una grande battaglia. Il capitalismo, per quanto dilaniato da crisi, è forte. La nostra resistenza deve essere contro il controllo sociale che cresce incessantemente, la dominazione USA e dei paesi ricchi, il profitto. E il cedimento delle presunte sinistre. Abbiamo bisogno di tutte le nostre forze. Se sarà possibile unire e rendere coscienti gli sfruttati USA, che sono ormai la maggioranza della popolazione, con i popoli vittimizzati… Troppe volte siamo schiavi che non si rendono conto delle loro catene. L’informazione non ti fa capire chi sei, quali sono i tuoi interessi, i tuoi alleati, cos’è vero, cos’è falso.
Gli Stati Uniti stanno erodendo le culture di tutto il mondo. E’ la minaccia più grande della storia e incombe su tutti. Ancora una generazione e tutte le identità culturali potrebbero essere state eliminate, avremo un’umanità di plastica che si uniforma agli obiettivi ed ai valori dominanti negli USA. L’intervento globale culturale, che spiana la strada a quello economico, è sempre più spesso quello militare. Poi segue un finto liberismo che ha per esito la devastazione finale del pianeta. I paesi che resistono, che si oppongono agli USA, sono tutti irrinunciabili, sono compagni di lotta decisivi. Senza di loro saremmo soli. Basta pensare a Cuba. Pensa al sistema sanitario americano, con la salute garantita solo ai ricchi. In quanto tempo quel poverissimo paese si seppe dare uno dei sistemi sanitari ed educativi più avanzati del mondo? In sei anni ridusse la mortalità infantile da oltre 200 a 25 su 1000. Alfabetizzò il 98% della popolazione. Queste cose cambiano la vita, la percezione che uno ha di sè e la sua capacità di guardare il mondo. Questa è Cuba sotto l’embargo. Cuba a sole 90 miglia dalla più grande potenza del mondo. Noi statunitensi preferiamo lasciar morire i nostri bambini di meningite piuttosto che dargli la medicina più efficace, perchè è cubana. Anzi le industrie farmaceutiche di altri paesi, Cuba, Sudan, Sudafrica, vengono boicottate o bombardate perchè non danneggino gli indecenti profitti delle nostre.

Hai uno slogan?

Amo le persone, i bambini, la natura, me stesso più dei prodotti. Quando si pensa così si è solidali, non si accettano le sofferenze causate dai privilegi. Sappiamo che nei prossimi dieci anni nascerà un altro miliardo di esseri umani.
L’80% avrà una bella pelle scura e vivrà in condizioni di incredibile miseria. Avranno vite brevi, tormentate da malattie e fame, ignoranza, violenza, sfruttati a sangue dagli Stati Uniti delle multinazionali e dai loro vassalli. Dobbiamo muoverci, dobbiamo agire in fretta.

Un’ultima domanda che mi sta a cuore. Ho fatto un documentario sul Vietnam. E’ un paese dimenticato, perfino dalle sinistre. E’ un paese che ci può ancora insegnare qualcosa?

Che si può vincere.