Congresso Cgil

Il congresso della Cgil è una scadenza cui partecipano, secondo i dati degli ultimi congressi, oltre un milione di lavoratori e pensionati. Basterebbe questa cifra per spiegarne l’importanza, nell’ambito del movimento operaio italiano, nella definizione degli assetti di linea che ne possono scaturire, di pezzi importanti di territori e categorie che possono essere conquistati a posizioni di sindacalismo conflittuale (anziché concertativo), quindi per lo stesso corso della lotta di classe nel nostro Paese. Non esiste altra istanza, nel panorama politico e sociale, che metta a confronto una platea di classe così vasta e articolata. E il momento più importante di questa scadenza, per chi vorrà prospettarvi cambiamenti radicali di linea e di pratica sindacale, è quello che meno sarà sotto i riflettori dei mass media: le assemblee congressuali di base nelle aziende, sui posti di lavoro, nelle leghe territoriali dei pensionati. È qui, nello spazio di un’ora – due ore scarse di ogni assemblea che sarà decisivo saper utilizzare compiutamente la possibilità di indicare che si può praticare una linea sindacale diversa, alternativa; che è credibile, perché la proposta non è avanzata da qualche esagitato estremista, ma da un pezzo visibile dei gruppi dirigenti dell’organizzazione, da sindacalisti e delegati con i piedi per terra; che questo lo si propone in altre migliaia, decine di migliaia di altre simili assemblee; che è possibile collegarsi tra lavoratori di categorie diversissime, delineare mandati nella fase congressuale per costruire un’area per le future battaglie sindacali, per influire efficacemente sulla contrattazione, sulla costruzione delle piattaforme, sul rispetto della democrazia sindacale.
Per chi intende porsi questi obiettivi è del tutto evidente che, tra i diversi strumenti offerti dalle tecniche congressuali, occorre innanzitutto dotarsi di quello più efficace: una piattaforma alternativa, una mozione globalmente alternativa alle tesi congressuali che Cofferati e la maggioranza presenteranno e che non potranno che confermare la linea della concertazione e della politica dei redditi (cioè di un solo reddito, quello da lavoro) sin qui perseguita. Chi propone un congresso a tesi, predisponendosi, dentro un quadro unitario, alla formulazione di alcune tesi alternative o, ancor peggio, di alcuni emendamenti, propone, nei fatti, un congresso per “addetti ai lavori”, che parta dal gradino superiore dei congressi territoriali e di categoria, a selezione dei delegati avvenuta non si sa su quale mandato. Propone di rinunciare e rendere visibile, palpabile nelle assemblee di base, laddove si dovrebbe fare il vero Congresso, con la presenza di relatori alternativi, le radicali differenze di linea esistenti, chiedendo un voto, un impegno, un mandato. Altro che congresso blindato, ingessato!

Certo, la mozione alternativa è elemento propedeutico indispensabile ma non sufficiente per condurre la battaglia che va sostenuta. Le difficili operazioni di assemblaggio delle diverse aree critiche in Cgil (tanto che non per tutti è data per scontata la necessità di mettere in campo una mozione alternativa) rischiano, invece, di non far concentrare l’attenzione e l’iniziativa sulle questioni decisive. Il 3 e 4 marzo scorso, all’assemblea nazionale della sinistra sindacale in Cgil, il numero degli interventi di delegati e delegate delle Rsu e dei posti di lavoro si potevano contare sulle dita di una mano. Lungi da me il voler contrapporre delegati e compagni e compagne nelle segreterie e negli apparati sindacali che spesso si trovano ad operare in postazioni di frontiera; ma il rischio che prevalgano esigenze di assemblaggio di ceti politico-sindacali, di confronto di apparati, è reale: occorre riconoscere questo rischio per poterlo affrontare , per poter spostare il baricentro dell’iniziativa. Non pochi sono stati, in questi anni, gli appiattimenti sulle linee della maggioranza e le pratiche moderate di dirigenti sindacali pur eletti sulle posizioni che facevano riferimento alle aree della sinistra sindacale in Cgil; dalla pre-intesa del marzo scorso degli autoferrotranvieri al pubblico impiego, al settore del credito, solo per fare alcuni esempi; o, a seconda delle aree sindacali, tra i metalmeccanici o i chimici, sullo stesso Patto di Natale.

È decisivo, quindi, come verrà costruita la mozione, con quale partecipazione e con quali contributi, quali obiettivi verranno indicati, quale percorso futuro si prospetterà per rappresentare e utilizzare nella maniera più efficace i consensi ottenuti, i pezzi dell’organizzazione che avranno scelto la mozione alternativa o, comunque, laddove si sarà registrata un’influenza significativa. Una prospettiva, pertanto, che vada oltre la fase congressuale; un’area organizzata, costruita sul mandato congressuale, per l’insieme della vita sindacale; una pratica differente, anche rispetto alle precedenti esperienze critiche, che contempli la possibilità, quando fosse necessario, di rotture. Per fare sindacato, delineando idee e progetti alternativi per i contratti nazionali a partire dai temi del salario, dell’orario e dell’occupazione, per rompere la gabbia del 23 luglio.

Il bilancio dell’accordo di luglio ’93 e dei suoi effetti sulla dinamica dei redditi e delle retribuzioni dei lavoratori italiani dimostra come tra il 1992, anno di definitiva abolizione della scala mobile, e il 1999, a fronte di un aumento del Pil nominale del 40,2%, i redditi nominali (lordi!) dei lavoratori dipendenti siano cresciuti del 24,2%, addirittura senza nemmeno riuscire a raggiungere il tasso di inflazione, e che il reddito da lavoro dipendente, che aveva mantenuto dal 1970 una incidenza pressoché costante sul Pil, intorno al 45%, crolla di ben 5 punti tra il 1993 e il 1999 (su questi ed altri incontrovertibili dati e confronti si può leggere un lineare ed efficace articolo di Gian Paolo Patta su Progetto lavoro, n. 2, luglio 2000). Ma è anche nella quotidiana vita sindacale nelle aziende, nei territori che occorre spendersi per costruire vertenze significative nella contrattazione che sappiano tornare a saper legare i pezzi dispersi del processo lavorativo.

Oggi la contrattazione aziendale non è solo sconosciuta alla maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici (al Sud solo il 4,8% è occupato in aziende dove c’è la contrattazione di 2° livello), che percepiscono, quindi, solo il salario contrattuale nazionale; laddove esiste il 2° livello contrattuale, nell’industria e nel terziario, l’elemento della redditività è ormai prevalente su quello della produttività, e nel pubblico impiego l’introduzione delle tabelle di valutazione individuale rappresenta la negazione della valorizzazione del lavoro d’équipe (della “produttività” collettiva), a difesa dei servizi e dei bisogni dell’utenza popolare.

C’è bisogno, poi, di nuovi strumenti che sappiano fronteggiare la flessibilità, la frammentazione, le diverse tipologie contrattuali presenti nella stessa azienda per proporre nuovi percorsi di unità della forza-lavoro. A tutti i livelli, la Ces, tanto più di fronte a quello che determinerà la moneta unica, deve diventare un sindacato europeo che elabora piattaforme, organizza lotte e vertenze, a partire dalla necessità di saper affrontare il decentramento produttivo, collegando stabilmente i lavoratori delle aziende multinazionali nei diversi paesi. Così come è da estendere l’idea presente nella piattaforma per l’integrativo Fiat, nel capitolo sulle relazioni sindacali, per poter rispondere alle esternalizzazioni: potestà negoziali a “rappresentanze sindacali di sito”, oltre alle singole Rsu. È esperienza ormai consolidata che in uno stesso posto di lavoro, collegate nello stesso processo produttivo, siano presenti più aziende e/o diverse tipologie contrattuali. In un cantiere navale, come quello genovese di Sestri Ponente, teatro di uno dei più gravi incidente sul lavoro degli ultimi anni, quello avvenuto sulla Snam Portovenere in allestimento, nel ’96, la forza-lavoro delle ditte d’appalto e del subappalto è ormai in numero pari, se non, a tratti, superiore, ai lavoratori direttamente dipendenti da Fincantieri; o, per parlare di un settore diversissimo, all’interno di un’azienda ospedaliera è ormai acquisito che le pulizie nei reparti siano appaltate o le cucine vengano privatizzate; o in un’azienda di trasporto pubblico locale si separino l’attività diretta dai servizi ausiliari, da quelli amministrativi, dalla manutenzione. Si estende il lavoro interinale, con l’ultima legge finanziaria (per effetto di una grande pressione esercitata da Cgil, Cisl e Uil nazionali), anche alle qualifiche più basse, prima escluse,

Come si risponde a tutto questo, con quali strumenti si può risalire la china, per scardinare tutti questi ostacoli che si frappongono all’unità della classe?

C’è bisogno, quindi, di sindacato e, ancor più, di confederalità; non intesa come una gabbia, ma come modalità per rispondere alle divisioni che opera il padrone. Per spostare i rapporti di forza è decisivo che nella Cgil si affermino le istanze del sindacalismo di classe. Lo spostamento degli equilibri nel più grande sindacato italiano, poi, è anche importante per dare respiro alla sinistra antagonista e, in essa a Rifondazione comunista. Senza una “sponda” sindacale, cioè senza capacità di ancorarsi a vertenzialità diffusa, a partire dai posti di lavoro, i rischi di ripiegamento istituzionale, di cooptazione da un lato e/o di autoreferenzialità dall’altro sono ben presenti e reali. E gli stessi “movimenti”, se composti solo da indifferenziati “cittadini globalizzati”, senza avere radici nel conflitto capitale-lavoro, rischiano di essere effimeri, di essere travolti alla prima ondata un po’ più grossa. L’importante esito nel referendum sull’integrativo Zanussi-Electrolux è stato possibile anche perché il No era sostenuto dalla Fiom (meno si è spesa la confederazione) e il voto tra i lavoratori ha ribaltato quello che si era determinato nelle Rsu. È indubbio che questa indicazione nella Fiom abbia dato più credibilità a chi si opponeva, più fiducia nella possibilità che il No poteva vincere.

Per i militanti di Rifondazione comunista, sgombrato finalmente il terreno da maldestri tentativi, operati nel recente passato da una parte del gruppo dirigente, per anacronistiche e lillipuziane “cinghie di trasmissione”, il congresso della Cgil è da considerare una scadenza centrale, nei prossimi mesi, per poter irrigare lo spazio dove il pesce antagonista possa più agevolmente nuotare, beninteso se si vuole costruire un partito radicato e con influenza di massa, anziché un partito di opinione.