Comunisti oggi: la fase che viviamo

Sono passati ormai più di tre lustri da quello che fu, probabilmente, uno dei sogni più arditi del capitalismo mondiale: la ratifica della “fine della storia” e della vittoria definitiva contro il lavoro e contro il socialismo; contro la nuova classe operaia internazionale, allargatasi a dismisura su scala planetaria e sottoposta a forme nuove e sofisticate, o antiche e brutali, di estrazione del plus-valore. Quasi a dire, con questo, che tanto più si è materializzato ed espanso l’antagonista storico del capitale, tanto più grande è stato il sogno di “chiudere” la storia del contrasto di classe. Un sogno che Fukujama “sistematizzò” per le classi dominanti in quel suo saggio che significativamente – incrociando lo spirito dei tempi – divenne un best seller planetario col titolo, giustappunto, La fine della Storia.

LA FASE CHE VIVIAMO

Nel “fuoco” degli eventi – fine anni ’80, primi anni ’90 dello scorso secolo – fu forse difficile cogliere la natura velleitaria di quella speranza borghese: a distanza di un quindicennio è invece più facile intendere il nesso che legò quel tentativo all’euforia del campo imperialista per la scomparsa di quell’Urss che, pur con tutte le sue profonde distorsioni e carenze – rivelatesi determinanti per il “crollo”-, rappresentava pur sempre il principale contrappeso all’imperialismo. Quanto più l’esperienza nata dalla Rivoluzione d’Ottobre aveva dimostrato la na tura storica, non naturale, dei rapporti di produzione capitalistici ed evocato la possibilità concreta di un’alternativa di società; tanto più la sua crisi e poi dissoluzione avevano sollecitato le classi dominanti a riesumare la categoria della insuperabilità del capitalismo. Benché fragile culturalmente, tale offensiva ideologica si rivelò assai potente sul piano propagandistico, nella costituzione di un nuovo senso comune capace di investire e segnare di sé anche tanta parte della sinistra, non solo socialdemocratica, ma anche “comunista”. Anche da qui, da tale offensiva – espressione di un cambiamento dei rapporti di forza su scala mondiale – prendono corpo le differenti “mutazioni” che abbiamo conosciuto, soprattutto in Europa: dallo spostamento su posizioni neo-liberali delle socialdemocrazie, all’autoliquidazione del Pci e di altri partiti comunisti, sino alle destrutturazioni culturali e strategiche dell’originario progetto della Rifondazione comunista. Un’esperienza quest’ultima che, al di là delle iniziali speranze (e illusioni), è stata via via e successivamente segnata da scissioni e da un intreccio perverso di impennate radical- massimaliste e involuzioni governiste e pseudo-socialdemocratiche, prodotte in modi e tempi diversi dalle principali frazioni del gruppo dirigente storico del Prc, di cui Cossutta e Bertinotti hanno rappresentato le due figure (tendenze) più emblematiche.

NUOVO QUADRO MONDIALE

Ma davvero è finita la storia e il capitalismo ha vinto per sempre ?La risposta, scontata sul piano filosofico (la storia umana non può finire se non con la fine stessa dell’umanità), è invece sorprendente sul piano del riscontro storico-politico; se è vero che, in tempi inaspettatamente rapidi, il quadro internazionale – segnato da un rovinoso arretramento dell’intero fronte rivoluzionario, comunista, antimperialista dopo il 1989 – si è per molti versi modificato. Non solo abbiamo assistito all’irruzione di un movimento internazionale contro la globalizzazione che, a volte, nella sinistra di classe, è stato erroneamente sottovalutato e che ha prodotto in vasti strati, soprattutto giovanili, un senso comune antiliberista e anti-guerra in cui si annida un grande potenziale. Il vento del cambiamento ha ripreso a spirare in vaste regioni del mondo. In America Latina, non solo Cuba resiste ed anzi rilancia una nuova economia nazionale in sviluppo, ma è tutto il continente ad essere attraversato da una forte pulsione antimperialista, che segna di sé, con intensità e forme diverse, il Brasile, l’Argentina, l’Ecuador, la Bolivia ed altri paesi ancora, sino a prendere la forma di una inedita prospettiva di transizione socialista nel Venezuela di Hugo Chavez. In Africa non solo resiste la rivoluzione anti-apartheid di Nelson Mandela e dei comunisti sudafricani, ma essa influenza positivamente tutta l’Africa australe. Nel febbraio 2003, un vertice di 50 paesi sui 53 che formano l’Unione Africana, respinge l’invito Usa ad appoggiare la “guerra preventiva” di Bush. E nell’occasione la dura requisitoria antimperialista pronunciata da Mandela dà voce al pensiero condiviso della maggioranza delle popolazioni del continente. Decenni di lotta armata e di resistenza di massa in Sudafrica, Angola, Mozambico, Namibia, Zimbabwe hanno sconfitto l’apartheid e il dominio coloniale dei vecchi imperi e reso possibile l’inizio di trasformazioni politiche ed economiche. Una pagina nuova si è aperta anche in Congo. L’insieme del continente sta diventando oggetto della competizione in atto tra il polo euroamericano da una parte e la Cina dall’altra. Principale oggetto della contesa, il petrolio e le immense riserve di cui, secondo gli esperti, dispone il sottosuolo africano: duemila miliardi di barili a fronte dei duecento miliardi finora messi a sfruttamento. E cresce l’irritazione di Washington di fronte all’espansionismo commerciale e finanziario cinese nel continente nero – finora considerato dagli Stati Uniti e dall’Europa occidentale come una riserva di caccia esclusiva – e il consolidarsi di una collaborazione per lo sviluppo che ha assunto ormai natura e dimensioni strategiche e non spoliatrici. Nella regione eurasiatica, dove vive la metà della popolazione mondiale e dove viene via via spostandosi il baricentro economico del pianeta, la cooperazione trilaterale tra Russia, Cina e India – una cooperazione che si sviluppa sul terreno non solo economico, ma anche politico e militare (parliamo di tre potenze nucleari) – sta modificando in profondità gli equilibri mondiali e delinea l’emergere di un nuovo contrappeso mondiale nei confronti del polo euro-atlantico e dei paesi della cosiddetta triade imperialista. Non è un mistero che un numero sempre maggiore di paesi in via di sviluppo dell’America Latina, dell’- Africa, del Medio Oriente sta consolidando le sue relazioni con questo nuovo polo eurasiatico, non solo sul piano economico, ma anche sul piano politico e militare, al fine di contenere le minacce di ingerenze o aggressioni imperialiste da parte del blocco atlantico (come è il caso dell’Iran, della Siria, del Sudan, del Venezuela, di Cuba, della Bielorussia…), o più semplicemente per ricercare relazioni economiche non contrassegnate dalle tradizionali politiche predatorie e neo-coloniali delle grandi potenze imperialistiche.

L’UNIONE EUROPEA VA A DESTRA

Se l’evoluzione complessiva di alcune importanti regioni del mondo (America Latina, Africa, Asia, Medio Oriente, Russia) ha visto negli ultimi anni uno sviluppo di tendenze che, pur nella loro grande diversità, non esitiamo a definire positive e convergenti con le aspirazioni progressive di un nuovo ordine mondiale fondato sul multilateralismo, sull’indipendenza di popoli e paesi, su una cooperazione pacifica per lo sviluppo che bandisca ogni forma di interventismo politico- militare neo-imperialista, con modelli di sviluppo che cercano di sottrarsi ai dogmi del neo-liberismo (con politiche di intervento pubblico, di regolazione del mercato interno e internazionale, e che in alcuni casi alludono a prospettive di tipo socialista), la stessa cosa certo non si può dire dell’evoluzione sociale e politica nei paesi capitalistici più sviluppati, nei paesi della triade imperialista. Netta è stata la svolta a destra del Giappone, dove la scomparsa dei socialisti si è accompagnata ad una diffusa egemonia liberal- democratica, con pulsioni apertamente reazionarie e di nazionalismo revanscista e militarista, che punta al riarmo anche nucleare del paese. Negli Stati Uniti, la crisi dell’amministrazione Bush (un fatto in sé certamente positivo, cui ha contribuito in massima parte la tenuta della resistenza irachena) non lascia intravedere alternative che non siano di mero aggiustamento di alcune punte più marcatamente oltranziste, in nome della ricerca di una nuova solidarietà tra Usa e Ue che veda nella Germania della signora Merkel, nella Gran Bretagna di marca blairiana e nella Francia di Sarkozy (ovvero nella nuova destra europea) i suoi interlocutori privilegiati, per una linea di concertazione neo-imperialista, di sicura osservanza neo-liberista e neo-atlantica (che non ha niente a che vedere col multilateralismo). Nell’Unione europea – tanto più se consideriamo che, tra le aree del mondo a capitalismo sviluppato, era quella dove storicamente la sinistra, i comunisti, il movimento operaio avevano le radici più profonde – non è possibile non registrare un quadro sociale e politico complessivo di forte arretramento, di svolta a destra. E, se è vero che vi sono stati alcuni picchi nella mobilitazione sociale e politica che dimostrano che non tutto è perduto (Genova; le mobilitazioni contro la guerra in Iraq – ma non sull’Afghanistan – in Italia, Spagna, Gran Bretagna, Grecia; l’esplosione delle periferie di Parigi e le lotte della gioventù francese contro il precariato; le lotte operaie e contadine in Grecia e Portogallo contro le politiche sociali dell’Ue; le mobilitazioni in Italia sull’articolo 18…), è pur vero anche che il quadro complessivo ha visto un sostanziale arretramento, sia nel senso di una egemonia diretta delle posizioni di destra, sia nel senso di un progressivo slittamento neo-centrista delle principali forze della sinistra. La virata a destra dell’Internazionale Socialista, delle forze socialdemocratiche europee, sommata alla fondamentale benevolenza con la quale buona parte della sinistra d’alternativa europea e italiana (e i sindacati ad essa collegati) ha ac- cettato e interiorizzato le compatibilità dell’Unione Europea e della nuova Nato interventista hanno in buona parte imbrigliato il conflitto sociale e la capacità di dare continuità al movimento contro la guerra. Tanto più quando la sinistra – anche comunista – è andata al governo (ieri in Francia e in Italia, oggi ancora in Italia) e si è trovata a dare copertura alle politiche antisociali dell’Ue e alle guerre in Kosovo e Afghanistan, determinando disincanto e disillusione innanzitutto nei propri referenti sociali popolari. La “sacralizzione” di questa Unione Europea – che nulla ha a che vedere con l’aspirazione ad una Europa dei popoli, della pace e della giustizia sociale e molto con l’unione del capitale transnazionale – ha avuto effetti devastanti e paralizzanti sul senso comune delle masse (per cui oggi verranno nuovamente colpite le pensioni, in nome dell’Europa…). Per non parlare di quello che – con la complicità o il silenzio dell’Ue – sta avvenendo in alcuni paesi dell’Unione: dalla ripresa delle persecuzioni anti-comuniste in Romania e in Polonia, ai movimenti di stampo neo-nazista nei paesi baltici; dalla nuova “lustrace” nella Repubblica Ceca, che ha messo fuori legge i giovani comunisti, alla vittoria di Sarkozy in Francia, ottenuta blandendo apertamente i voti dell’estrema destra razzista e fascistoide di Le Pen. Una Ue dunque che svolta ancora più a destra, in senso inverso alle spinte progressive e di emancipazione che segnano il contesto di altre regioni del mondo. In questo contesto sarebbero necessarie – per l’Italia e per l’Europa – forze comuniste , anticapitaliste, di sinistra, sindacati di classe e movimenti, capaci di riorganizzare un fronte di lotta contro il neo-liberismo e la guerra, indipendenti dalle compatibilità dei governi di centro-destra e di centro-sinistra, che in vario modo hanno dimostrato e dimostrano di non volersi o potersi emancipare dalle direttive di Nato e de Ue. Il paradosso è che proprio in questa fase, in Italia (ma non solo) si manifestano anche a sinistra processi che – in nome di quell’unità che certamente è un valore fuori discussione – si accompagnano all’indebolimento dell’autonomia comunista e dei contenuti politici e programmatici di una sinistra di classe e antimperialista e sono volti viceversa al rilancio di opzioni socialdemocratiche, che fanno dell’appartenenza ai governi di centro-sinistra una sorta di dogma indiscutibile, a prescindere dai contenuti. Lo scenario mondiale si presenta quindi molto complesso, con l’emergere di nuove soggettività statuali e la crescita di lotte antimperialiste ed antiliberiste in parti importanti del mondo, ma anche con tendenze all’arretramento sul piano politico e sociale, anche in aree un tempo più vivaci politicamente, come l’Europa. Ed è proprio di questa duplicità che dobbiamo tener conto, per una lettura appropriata delle fase, anche in Italia.

UN COMPROMESSO TRA CAPITALE E LAVORO?

La competizione mondiale per la conquista dei mercati si basa essenzialmente – nei paesi capitalistici più sviluppati, dove non casualmente si impone il modello neo-liberista – su di un duro e determinato ciclo antisociale; si abbatte il costo delle merci abbattendo il costo della forza lavoro, dei salari, dei diritti e dello stato sociale e la forbice tra profitti e redditi da lavoro si fa più larga. Secondo il Fmi, negli ultimi 25 anni nei paesi del G7 (i sette paesi più ricchi del mondo, compresa l’Italia) dal 1980 ad oggi i redditi da lavoro sono scesi dal 73 al 63 % della ricchezza nazionale. Mentre i profitti, conseguentemente, sono passati dal 27 al 37 % di tale ricchezza. In tali condizioni generali, nell’odierno ambito capitalistico, il compromesso tra capitale e lavoro, una via socialdemocratica di redistribuzione del reddito, una via neo-keynesiana, non appaiono all’ordine del giorno, stante gli attuali rapporti di forza tra le classi in Italia e nei paesi capitalistici sviluppati. Per una redistribuzione del reddito, per il rilancio del welfare, per un compromesso sociale, per una politica di pace, anche per una politica coerentemente riformista, sarebbero necessari poteri politici che oggi non sono all’ordine del giorno.Anche il governo Prodi, dopo il suo primo anno di vita, in verità non evidenzia particolari discontinuità rispetto alle esperienze precedenti di centro-sinistra. Il quadro sociale italiano che convive con il secondo governo Prodi è essenzialmente caratterizzato da una forte subordinazione del lavoro nei confronti del capitale: a fronte di un ultimo quindicennio che ha visto i più alti picchi di profitto della storia della Repubblica, i salari italiani sono divenuti tra i più bassi d’Europa; l’area della povertà si è estesa ad oltre sette milioni di persone; il lavoro precario rappresenta ormai oltre il 30% dell’intero mondo del lavoro; la disoccupazione giovanile giunge al 40% circa; il gap tra il nord ed il sud d’Italia si è ulteriormente divaricato; il prelievo fiscale, diretto e indiretto, dalle buste paga dei lavoratori rappresenta circa un quarto dell’intero salario, mentre tra le 769.386 grandi imprese italiane solo il 5% denuncia al fisco un guadagno annuo superiore ai 100 mila euro. Il 67% ( i due terzi) denuncia un guadagno inferiore ai 10 mila euro e di queste la maggioranza (dunque, il 50% del totale) denuncia guadagno zero o dichiara una perdita. Fiat, Ferrari, Trenitalia, General Motors Italia, Whirlpool, Arena, Candy, Conad, Cisalfa, Hewlett Packard sono tra queste “ disgraziate” a z i e n d e … Tutto ciò mentre – sono dati Fmi –in Italia si assiste a un trasferimento ingente di ricchezza dai lavoratori al capitale, che ha invalidato tutti i miglioramenti salariali ottenuti dal ’45 agli anni ’80 e che si configura come una sorta di “redistribuzione a rovescio”: il reddito da lavoro si è concentrato negli stipendi dei già ricchi – manager, dirigenti, ecc…-, a danno dei salariati meno abbienti.

LA POLITICA ECONOMICA DEL GOVERNO

Come risponde il governo a tutto ciò? Con una Finanziaria pesante, subordinata tanto alle richieste della Nato e della militarizzazione dell’Ue, con una spesa militare del 15%, più alta del precedente governo Berlusconi, quanto al Patto di Stabilità Ue e agli interessi di Confindustria; con un attacco ulteriore allo stato sociale e agli Enti locali, che giunge ad applicare nuovi tickets per le spese mediche. E anche ora, di fronte al “tesoretto”, le proposte avanzate dal Ministro dell’economia ripropongono un impianto liberista, essenzialmente preoccupato dai dettami dell’Ue (è dei primi di maggio il forte monito del Commissario europeo agli Affari economici, Joaquin Almunia, che richiama severamente il governo italiano ad utilizzare l’intero “tesoretto” per il risanamento dei conti pubblici). Secondo Padoa Schioppa, conseguentemente, il 75% del “tesoretto” dovrebbe essere diretto all’abbattimento del debito ed un’altra quota a sostegno delle imprese. In questo disegno la parte relativa agli interventi sociali diverrebbe irrisoria. Servirebbe, in verità, un’impostazione completamente diversa: un innalzamento del prelievo fiscale sulle rendite finanziarie almeno nella misura, a suo tempo concordata tra le forze dell’Unione, del 20%; una revisione del piano di abbattimento del debito, come propose il Prc nella fase di dibattito sul Dpef; un incremento della spesa sociale e il rifiuto di un inasprimento del patto di stabilità interno che già grava pesantemente sugli Enti locali, respingendo, infine, la logica di Confindustria volta all’abbattimento del costo del lavoro. Assumiamo le “10 idee” di Sbilan – ciamoci , dirette ad un utilizzo sociale del “tesoretto”: come ad esempio uno spostamento di risorse verso un fondo sociale per gli affitti e le case popolari; la costruzione di 3 mila asili nido; un fondo per la medicina di base e per l’accesso ai farmaci; la messa in sicurezza del 20% delle scuole dell’obbligo…Ciò richiederebbe un mutamento dei rapporti di forza sociali e politici che possono venire solo con la lotta, ma di ciò non si vedono i segnali. Difficilmente, in questo contesto, si potrà cancellare l’orrore sociale insito nella Legge 30, cancellare la legge Moratti sulla scuola, conquistare la legge sulla democrazia nei posti di lavoro e riproporre, se non i Pacs, almeno i Dico. Tutto ciò induce, anche in materia di pensioni, ad un ragionevole pessimismo, alla luce degli ultimi sviluppi, che prefigurano – mentre scriviamo – uno scenario di forte fibrillazione della coalizione di governo, poiché non è pensabile che le forze di sinistra e il sindacalismo di classe accettino da questo governo un nuovo attacco al sistema previdenziale, senza perdere ogni residua credibilità.

LA POLITICA ESTERA

In politica estera le cose non vanno certo meglio. Per quanto riguarda l’Afghanistan, conosciamo da tempo i motivi reali dell’intervento americano: il tentativo di controllare un’area strategica per il passaggio di gasdotti e oleodotti, ancor più interessante per gli interessi Usa data la sua prossimità a Cina, Iran e Pakistan. Non a caso Bush vuole l’installazione di basi Nato in quell’area, e la cosa sta già prendendo corpo. In Afghanistan il quadro va degenerando: dopo l’ultimo voto in Parlamento, relativo alla proroga della missione, il governo è stato costretto a subire le pressioni della Lega e dell’intero centro destra, dirette ad inviare più armi e più uomini a Kabul e ad Herat. E’ nata lì, in quel contesto, la decisione di delegare al Capo di Stato Maggiore la scelta di rafforzare il peso militare in Afghanistan, da lì la decisione dell’invio degli elicotteri da guerra “Mangusta” (del tutto simili agli “Apache” con i quali i marines attaccavano i vietcong e massacravano i civili vietnamiti) e dei blindati “ Dardo”, armi d’attacco. Nel frattempo il governo Karzai ha umiliato il governo italiano imprigionando e torturando Hanefi e spingendo Emergency e Gino Strada ad andarsene dall’Afghanistan. E che la provocazione, da parte degli Usa, sia stata scientemente pianificata (e con ogni probabilità volta a far genuflettere il governo italiano e convincerlo ad impegnarsi totalmente, anche al sud, nella guerra) lo dimostra il recentissimo attacco americano dei primi di maggio, attacco portato nella valle di Zerkok, nella zona gestita dagli italiani, ad Herat, che ha provocato almeno cinquanta vittime tra i civili afgani, la distruzione di interi paesi, che ha suscitato la rivolta di migliaia di abitanti di Shindand, che hanno travolto, per protestare contro il massacro Usa, la prefettura ed il presidio di polizia del luogo, prefigurando dinamiche incande- scenti di cui potrebbero far le spese, innanzitutto, i soldati italiani. Ma presso Shindand è accaduto di peggio: nei comunicati emessi il 30 aprile ed il 1 maggio da parte della U.S. Air Force si informa che il comandante americano che ha guidato i bombardamenti è “un comandante Isaf ”. E la notizia confermerebbe una questione grave: e cioè che vi è già, di fatto, un’unica catena di comando agli ordini del generale americano Dan K. Mc Neill, entro la quale sono inserite le truppe Onu-Isaf, comprese quelle italiane. La possibilità di una Conferenza di pace si allontana e mostra tutta la sua fragilità, mentre l’unica via d’uscita credibile si conferma quella del ritiro dei soldati italiani, per evitare il peggio. E’ pur vero che si registra una ripresa delle relazioni diplomatiche con i paesi dell’area mediterranea (Maghreb, Penisola Arabica, Iran, con particolare riferimento però ai governi arabi amici di Washington) e asiatica (India e Cina) – sfruttando in questo la migliore tradizione della diplomazia italiana del secondo dopoguerra come anche le nuove esigenze di espansione del capitalismo italiano -; è pur vero che in più occasioni il Ministro degli esteri ha fatto riferimento alla necessità di uno Stato palestinese, ma il governo non solo non ha mai cancellato l’accordo di cooperazione militare sottoscritto con Israele dal precedente governo, ma consente che in Italia si addestrino in ambito Nato i piloti israeliani che ogni giorno massacrano il popolo palestinese. Così come, se è vero che in alcune occasioni – l’ultima in ordine di tempo la Somalia – il governo ha preso, almeno in parte, le distanze dalle iniziative belliche unilaterali di Washington, non ci si è fatti scrupolo di concedere a Bush, in spregio allo stesso programma dell’Unione, la più grande base militare in Europa – Vicenza – per muovere guerra ai paesi del Mediterraneo e dell’Asia e accettare, in gran segreto, di essere parte di quello “scudo stellare” che ha diviso l’Europa e rischia di accelerare ulteriormente una drammatica corsa al riarmo nell’intero continente. In questo contesto, di conseguenza, gli elementi di discontinuità rispetto al precedente governo – che pure esistono – appaiono in realtà poco sostanziali e tutti interni alla dialettica che si svolge nella Nato, non già in autonomia da quel quadro. Questo elemento emerge con maggiore evidenza e nettezza se si considerano le diverse situazioni di crisi o, per meglio dire, di ingerenza da parte degli Usa e della stessa Ue. Nella difficile situazione ucraina, che ha un valore strategico, l’Italia non ha dato un grande contributo per la ricerca di una soluzione negoziata della crisi e ha sostenuto una linea di espansione dell’Ue ad Est, con presupposti dichiaratamente ostili alla Russia di Putin. Su questo terreno, dove l’Ue è profondamente divisa, con i paesi di nuovo ingresso schierati su posizioni di netta chiusura e ostilità nei confronti di Mosca, servirebbe invece un’iniziativa forte e determinata, assai più difficile dopo la vittoria della Merkel in Germania e Sarkozy in Francia. Così come, in Kosovo, dopo la “guerra umanitaria” del 1999, il centro-sinistra completa l’opera sostenendo la piena indipendenza della regione, legittimando la pulizia etnica degli albanesi a danno dei serbi, legittimando il governo fascista e terrorista dell’Uçk e consentendo il sorgere dell’ennesimo buco nero nella regione. Una vittoria per i soli trafficanti di droga, di organi e di esseri umani. In Darfur, invece di ricercare una soluzione negoziata della crisi con il pieno coinvolgimento del governo sudanese, si preferisce sposare la linea della Nato di un nuovo “ intervento umanitario” e unilaterale sul modello del Kosovo. In Libano, con una precisa scelta di campo, l’Italia continua a sostenere il governo filo-americano di Sinora, che si muove su una linea ostile alle principali componenti della resistenza libanese contro l’aggressione israeliana (Hezbollah e comunisti). Verso l’America Latina e le sue forze progressiste, il governo Prodi ha assunto, nel migliore dei casi, una posizione di distacco e neutralità nei confronti di diversi governi progressisti, mentre su Cuba ha sostenuto le campagne ostili dell’Ue, volte a legittimare il progetto Usa di destabilizzare il paese e la sua rivoluzione, senza dire una parola – un silenzio assordante – sulla liberazione del terrorista Luis Posada Carriles, autore di stragi e attentati nell’isola.

SINISTRA D’ALTERNATIVA, PRC E GOVERNO PRODI

In questo quadro, come si muove la sinistra d’alternativa? Come Rifondazione Comunista? Il Prc si è mosso in modo non adeguato sin dall’inizio, da quando, al Congresso di Venezia, scelse a priori la strada del governo, senza aver prima tentato, con i movimenti e l’intera sinistra d’alternativa, di cor- reggere sul campo, attraverso il conflitto sociale, il documento programmatico in fieri dell’Unione. La presenza al governo della sinistra d’alternativa (PdCI, Verdi, Prc, Sinistra Ds), in questo primo anno, non ha lasciato grandi tracce e la sua sofferenza politica, la sua condizione di prigionia, è stata superiore all’influenza positiva esercitata. Queste forze hanno dovuto ingoiare i rospi della politica economica di Padoa Schioppa e di ben due rifinanziamenti della missione di guerra in Afghanistan, oltre che l’aumento delle spese militari. L’impasse in cui si trovano oggi il Prc e la sinistra d’alternativa – tra l’esigenza di non far cadere il governo, favorendo le destre, e quella di non assecondare politiche antipopolari -, avrebbe una sola via di uscita: il recupero del conflitto sociale, per recuperare il consenso di massa usurato e tentare di conquistare sul campo alcuni risultati, per costruire così la propria unità d’azione e recuperare i relativi rapporti di massa. Cosa impedisce – per ciò che riguarda il Prc, ma non solo – di scegliere questa strada, se non l’avere assunto il ruolo di “guardia scelta” del governo Prodi, e il timore di rompere un equilibrio e uno schieramento di cui un po’ alla volta si diventa sempre più prigionieri, a prescindere dai contenuti e dai programmi? E forse anche il timore di rendere evidente il fallimento di una linea? In questo modo si resta in mezzo al guado, nella speranza che l’allentamento della pressione finanziaria, consentita dalla ripresa economica e dalla crescita del prelievo fiscale, consenta almeno – sul terreno sociale – di ottenere una mediazione più avanzata. Una speranza che invece – come dimostra la vicenda delle pensioni e la rigidità della linea rigorista e subalterna ai dettami Ue, fatta propria dai poteri forti interni ed esterni all’esecutivo – difficilmente potrà realizzarsi.

RIFONDAZIONE SOCIALISTA?

L’altra via evocata per uscire dalle difficoltà non è meno pericolosa e muove sul terreno accidentato della pura manovra politica, con l’aggravante che, per sua natura, tende a determinare processi e mutazioni irreversibili. Ci riferiamo alla costruzione di un nuovo soggetto politico di sinistra, alle modalità e ai contenuti su cui esso rischia di avvenire. Come è noto, da alcune settimane, con il distacco della sinistra Ds dal nascente Partito Democratico (Pd), si è avviato un dibattito che ha coinvolto l‘insieme delle forze che si collocano a sinistra di questo nuovo soggetto politico. La sinistra Ds si presenta divisa al suo interno: alcuni settori (Angius e altri) privilegiano la proposta di costituente socialista promossa da Boselli, inevitabilmente destinata a costituirsi su contenuti ultra-moderati in politica estera e politica economica, indistinguibili da quelli del Pd. Altri, più propensi a guardare a sinistra, non escludono comunque la prospettiva di confluenza del processo in una nuova formazione politica, a condizione che essa si collochi nell’alveo della socialdemocrazia europea e resti ancorata rigidamente alle compatibilità di una “sinistra di governo”. Il Pdci ha dichiarato con entusiasmo la sua disponibilità, prospetta un modello confederale in cui ogni soggetto possa salvaguardare la propria autonomia (e quindi anche i comunisti) – e ciò è positivo, a condizione che abbia valenza strategica e non transitoria, come è stato invece nell’impostazione e nella deriva cossuttiana. Ma non sono chiare le discriminanti politiche e programmatiche che esso considera vincolanti per non restare imbrigliati in un governismo senza principi e in una logica bipolare in cui, negli attuali rapporti di forza, i comunisti e le sinistre di alternativa sono destinate a rimanere subalterne ai poteri forti e alla linea neocentrista del Pd. Il gruppo dirigente del Prc è certamente attraversato da non poche contraddizioni, tra chi ad esempio appare più legato al progetto di Sinistra europea, e chi non disdegna una sua confluenza dentro una formazione di sinistra più larga (e più moderata). Si parla per il mo – mento di patto d’unità d’azione a sinistra: e su ciò, una volta chiariti i contenuti programmatici e le conseguenti iniziative di lotta comuni, non abbiamo riserve. Il punto è che – nell’attuale maggioranza “allargata” che di fatto governa il partito, al di là delle differenze richiamate – nessuno (o quasi) ripropone il tema dell’autonomia strategica dei comunisti e del progetto di rifondazione di un nuovo partito comunista in Italia (che sappia magari in prospettiva divenire la casa comune dei comunisti). Il che è qualcosa di più e di diverso della mera rivendicazione del non scioglimento formale e notarile del Prc, come ben sanno i conoscitori dell’esperienza spagnola di Izquerda Unida, dove l’autonomia del Pce è divenuta poco più che un simulacro formale e una corrente interna. E se non si chiarisce questo punto, che è strategico e di identità, la proposta attuale di “unità d’azione” potrebbe anche essere una parola d’ordine tattica e transitoria, volta a portare avanti il processo nel modo più indolore possibile, per procedere poi – in una fase successiva – con dinamiche più marcatamente fusioniste (come del resto chiedono già oggi apertamente alcuni dei più stretti collaboratori di Fausto Bertinotti, la qual cosa è certamente significativa). E come interpretare del resto l’esplicito richiamo alla Epinay di Mitterand, che altro non fu se non il processo di unificazione della varie tendenze del socialismo francese? Come una “rifondazione socialista”, appunto. Non sono interrogativi da poco. Essi richiederebbero risposte che invece non vengono; e la sensazione è che in realtà ci si trovi di fronte ad un operazione tendente, in qualche modo, a normalizzare il quadro politico italiano, costruendo un polo socialdemocratico a sinistra del Partito Democratico ed espungendo o marginalizzando via via le forze con una chiara collocazione anticapitalistica e antimperialista, a cominciare dai comunisti. Come per esempio sta avvenendo nella Linke tedesca (che peraltro esplicitamente si dichiara “partito” e “socialista”), esperienza che molti a sinistra, anche nel Prc e nel Pdci, indicano come un modello da seguire. E che Mussi e Angius considerano invece troppo di sinistra e non abbastanza “governista”, non sufficientemente protesa ad un’alleanza di governo con la Spd.

AUTONOMIA COMUNISTA E UNITA’ A SINISTRA

Il punto, dunque, più critico è quello del profilo politico e strategico di questo nuovo “soggetto” in via di formazione. Il fatto stesso che sul tema del governo nessuno si esponga, la dice lunga sul pericolo insito nell’operazione. Il rischio e’ che, partendo dalla necessità di contrastare il disegno del Pd da sinistra, si finisca con il dar vita ad un soggetto complementare al Pd, ma con una forza molto minore, in una mera logica di alternanza, il che lo renderebbe di fatto subalterno. Che fare allora in questa situazione? Sappiamo che il terremoto in corso a sinistra offre comunque una possibilità che non va sprecata, e cioè quella di costruire un ampio fronte antiliberista che coinvolga una serie di forze politiche ed importanti soggetti sociali. Questo fronte e’ realistico perché lo spostamento in senso moderato dell’azione di governo e la torsione analogamente moderata che verrà impressa dal nascente Partito Democratico rende credibile la convergenza di queste forze su alcuni contenuti. Tra l’altro – tema del quale si e’ parlato troppo poco – e’ evidente che la nascita del Pd crea le condizioni per la nascita di un sindacato unitario con un profilo più moderato. Esiste quindi una obiettiva necessità nella sinistra sindacale di costruire un’ampia alleanza di questa natura.Un simile schieramento può costituire un freno importate alla deriva moderata, e la stessa azione dei soggetti sociali può prodursi al meglio all’interno di un’alleanza di questo tipo. Su questo terreno molto si potrebbe fare, ma da subito occorrerebbe definire una piattaforma di intervento sulla politica economica e sociale e sulla politica estera, adeguate forme di mobilitazione, un raccordo organizzativo minimo, ovvero costruire elementi parziali di una unità d’azione nella lotta e nei movimenti, non solo nei convegni. Altra cosa è la precipitazione organizzativistica in nuovi “soggetti politici”, si chiamino essi Sinistra europea o altrimenti. Dovrebbe essere chiaro a tutti che fra un’alleanza e un simil-partito vi e’ una bella differenza. Nel primo caso e’ sufficiente un minimo comune denominatore che risponda alle esigenze del momento, nel secondo occorre una strategia, un profilo politico e identitario, una base programmatica molto solida, che oggi certamente non vi sono (a volte nemmeno all’interno dei singoli partiti…). Gli eventi ci chiedono di essere chiari, di esprimerci senza reticenze: il progetto originario di Rifondazione comunista è fallito, nel senso che dalla crisi non siamo stati capaci di uscire “da sinistra”, cosi come si diceva negli anni della fondazione del Prc. E’ mancata un’analisi rigorosa e non propagandistica o sommaria della crisi del “socialismo reale”, e la delineazione di una strategia di lotta per il socialismo nel XXI secolo, quale fondamenta su cui ricostruire un nuovo partito comunista, una nuova forza rivoluzionaria e anti-sistema nelle mutate condizioni del mondo contemporaneo. La maggioranza del gruppo dirigente di Rifondazione ha avviato un’operazione di destrutturazione dell’impianto teorico comunista ereditato dal ‘900, senza essere in grado di colmare il vuoto culturale provocato. Si è distrutto senza ricostruire un pensiero forte, e oggi ci troviamo con un partito incerto e in piena crisi di identità.Ciò che ci chiediamo è come sarà possibile rilanciare un progetto di rifondazione del partito comunista in un regime politico, culturale e organizzativo nuovo, in un nuovo soggetto, che chiederà inevitabilmente cessioni significative di sovranità e di autonomia, non solo al Prc. Il rischio vero è l’autodissoluzione di qualsivoglia autonomia comunista, per una lunga fase. Noi non ci arrenderemo. E vogliamo credere che in questa lotta troveremo migliaia e migliaia di quadri e militanti comunisti, comunque collocati, dentro Rifondazione (che è il partito dove la gran parte di noi milita e intende continuare oggi la sua lotta), nel Pdci, in altre formazioni, riviste, associazioni, aggregazioni di varia natura, che insieme a noi faranno tutto ciò che è in loro potere per impedire che il progetto della rifondazione di un partito comunista venga derubricata per una lunga fase dalla storia della sinistra del nostro paese. Mettiamo l’ernesto a disposizione di questo impegno comune.