Comunisti in Giappone

Il Giappone è sicuramente uno dei paesi dove lo sviluppo capitalistico è più elevato [1]. Modello per eccellenza, negli anni Ottanta, di produttività ed efficienza, ha esportato in tutto il mondo il toyotismo. Questo metodo di organizzazione della produzione, diversamente dal fordismo, prevede un meccanismo salariale legato alla congiuntura e ad una modalità di lavoro caratterizzata dalla organizzazione prevalentemente in squadre (quindi non più lungo la catena di montaggio) dei dipendenti e dalla mobilità nei posti e nelle funzioni [2]. Un sistema del quale la letteratura borghese di tutto il mondo ha tessuto le lodi per decenni. Ma dagli anni Novanta in Giappone spira forte il vento della crisi economica, con un impatto sociale drammatico in termini di occupazione e precarietà. Solo recentemente, infatti, la nuova coalizione di Governo di centro-sinistra ha annunciato di voler cancellare tutte le categorie di lavoro precario oggi in uso, dietro le quali si celano forme di vero e proprio sfruttamento. In Giappone la crisi è durissima: il Paese è in recessione e, per la prima volta in 28 anni, la bilancia commerciale è in deficit. A nulla sono serviti gli ingenti stimoli milionari da parte del governo di Tokio per risollevare l’occupazione (lo scorso anno era stimata attorno al 4,5% ed il dato è in progressiva ascesa). Non deve stupire quindi se si susseguono sulla stampa giapponese (ma non solo) articoli che parlano di una poderosa ascesa del Partito Comunista Giapponese (Japanese Nihon – o Nippon – Kyÿsantÿ, d’ora in avanti PCG) all’interno della società nipponica e dell’influenza che acquistano giorno dopo giorno le idee comuniste in una società così tradizionalista e culla del capitalismo maturo. Solo nell’ultimo anno e mezzo oltre 14.000 persone hanno chiesto l’adesione al partito, un quarto di questi sono sotto i 30 anni. Ma tra i successi che parlano di una rinnovata influenza della cultura di sinistra e comunista nel Giappone, vanno senza ombra di dubbio ricordate due opere, letteralmente divorate dai lettori giapponesi: la versione manga del Capitale di Karl Marx e Kanikosen, un capolavoro del 1929 che fa parte della tradizione culturale del Paese, la cui ultima edizione (che riproduce fedelmente la copertina originale, con la falce e martello stampata in bella vista) ha venduto nell’ultimo anno un numero di copie superiore a tutte quelle finora vendute. Che cosa spinge i giovani giapponesi a riscoprire un testo vecchio di 80 anni? Sicuramente le loro difficili condizioni di lavoro, che li portano ad identificarsi pienamente con i giovani pescatori del racconto e con la loro ribellione ed insurrezione, un sentimento questo molto diffuso.

Il Giappone, il cui Pil è (ancora per poco) il secondo al mondo, è, insieme agli Stati Uniti e alla Germania, uno dei paesi capitalistici più sviluppati sulla scena mondiale. Ma diversamente da Usa e Germania vede la presenza di un forte partito comunista, oggi il più consistente in termini di iscritti e di voti in un Paese a capitalismo maturo. Nelle più recenti elezioni politiche (30 agosto 2009) il PCG ha sfiorato i 5 milioni di voti (4.940.000), con una percentuale del 7.03%, in un Paese che ha una popolazione più che doppia di quella italiana (127,5 milioni), con una dinamica elettorale fortemente bipolare ed una legge elettorale maggioritaria, che, soprattutto nelle ultime elezioni, hanno determinato una forte spinta al cosiddetto “voto utile” per i due maggiori contendenti. Per cui una parte importante dell’elettorato di sinistra ha votato per il Partito Democratico Giapponese per poter rovesciare il governo di centro-destra rappresentato dal Partito Liberal- Democratico (PLD). Ciò fa sì che ai 5 milioni di voti al PCG corrispondano solo 9 deputati, eletti nella quota proporzionale (il sistema elettorale prevede che, su un totale di 480 deputati, 300 siano eletti con sistema maggioritario in collegi uninominali e 180 in quota proporzionale attraverso 11 liste regionali). Per cui, col 7% dei voti, il PCG ottiene l’1,4% dei deputati [3]. Nelle amministrazioni locali i comunisti dispongono di 3.065 consiglieri.

IL PARTITO COMUNISTA GIAPPONESE

Il partito conta 400.000 iscritti, organizzati in 26.000 strutture locali territoriali e nei luoghi di lavoro (si valuta che essi fossero circa 120.000 alla metà degli anni ’60). Gli iscritti sono tutti militanti, non semplici affiliati che prendono solo la tessera e poi non hanno alcun rapporto con il partito. Il giornale di partito, Akahata (Bandiera Rossa), è edito sin dal 1928 ed oggi vanta corrispondenti da 9 capitali: Pechino, Hanoi, Nuova Delhi, Il Cairo, Londra, Parigi, Berlino, Washington e Città del Messico. Ha un’edizione giornaliera di 16 pagine ed una domenicale di 36, con una diffusione media di 1.680.000 copie, con punte fino a 2 milioni con la più voluminosa edizione domenicale. In Giappone si legge molto: il quotidiano più letto (Yomiuri Shimbun) diffonde oltre 14 milioni di copie giornaliere. Ma va anche detto che, a seguito di una legge sulla stampa concepita essenzialmente in funzione anticomunista, i giornali organi di partito non possono essere venduti legalmente in edicola; per cui il quotidiano del PCG viene diffuso esclusivamente per abbonamenti e tramite diffusione militante (ogni iscritto ha il dovere di abbonarsi ed il numero degli abbonati sostanzialmente corrisponde a quello degli iscritti e, per le diffusioni della domenica, vengono mobilitati fino a 140mila volontari). In Italia il Corriere della Sera, quotidiano più letto, diffonde una media giornaliera di 664 mila copie, quasi tutte in edicola o come edizioni omaggio. Oltre al quotidiano, il PCG ha anche un settimanale, Japan Press Weekly, che raccoglie gli articoli più significativi apparsi su Akahata ed informa sull’attività politica del partito e dei movimenti progressisti e democratici del Giappone (particolare spazio viene riservato alla lotta contro le basi Usa). È in inglese, si può consultare sul sito internet: http://www.japan-press.co.jp/) e viene settimanalmente spedito per posta alle sedi dei partiti comunisti di tutto il mondo. Negli ultimi anni l’afflusso in voti ed iscritti rivela una forte componente giovanile in crescita (l’organizzazione giovanile è la Minsei, Lega Democratica della Gioventù). E questo anche perché, a differenza di tutti gli altri partiti colpiti da scandali e corruzione, il PCG spicca per onestà, coerenza e pulizia: è totalmente indipendente dal punto di vista finanziario non solo dalle grandi corporation private, ma anche nei confronti dello Stato, del quale rifiuta i finanziamenti e provvede ad una capillare campagna di raccolta fondi militante e radicata in tutto il paese, prova dell’efficacia e della vitalità delle sue organizzazioni di base. Tutto concesso alle diversità tra Oriente e Occidente e alle particolarità nazionali (che certo hanno il loro peso) basterebbero questi dati essenziali a smentire in modo assai clamoroso la tesi dell’inevitabile esaurimento della funzione storicopolitica dei partiti comunisti nei paesi a capitalismo maturo, del loro “oggettivo” e fatale declino: una tesi che pure è stata ed è ancora largamente presente nel dibattito tra le forze della sinistra anticapitalistica del nostro Paese, in taluni settori della stessa Rifondazione e della Sinistra Europea. Ma il caso giapponese sorprende per la peculiarità poiché qui non ci troviamo di fronte ai resti di un partito dal passato glorioso, che ha progressivamente ridotto il proprio bacino di voti, militanti ed influenza politica nel Paese, ma, viceversa, a un recente e progressivo recupero di influenza. E poiché dei comunisti giapponesi poco si conosce in Italia, vale forse la pena di saperne di più.

UN PO’ DI STORIA

Il PCG nasce il 15 luglio 1922, sull’onda della rivoluzione d’Ottobre. Per 23 anni è costretto ad operare in piena illegalità: è il solo partito che si oppone al regime imperiale, il solo che si oppone alle guerre che l’imperialismo giapponese conduce contro la Cina; che lotta per la liberazione di Taiwan e della Corea (colonie dell’imperialismo giapponese); che si oppone alla II Guerra Mondiale che vede il Giappone alleato della Germania nazista e dell’Italia di Mussolini. E questo comporterà il fatto che la presenza nella massa, ma sia organizzata attorno all’azione di importanti avanguardie che svolgono un ruolo fondamentale nella coscienza popolare e tra gli intellettuali [4]. Con la fine della guerra, il PCG conquista il diritto ad un’esistenza legale, che sarà comunque sempre (anche oggi) sottoposta ad una serie di restrizioni. Nel 1950 i comunisti giapponesi si dividono. La guerra fredda ed il dibattito politico interno fanno crollare i suoi effettivi a 36.000 iscritti. Questa crisi ha ancora oggi delle ripercussioni. Gli attuali dirigenti comunisti giapponesi si ricollegano storicamente alla corrente interna al PCG che si oppose all’epoca alla linea maggioritaria, ispirata da Mosca e da Pechino, che mirava ad impegnare il partito giapponese ed altri partiti asiatici nella lotta armata contro l’occupazione americana. L’ostilità a quello che essi considerano l’“avventurismo” di quella linea e la volontà di “indipendenza” contro ogni tipo di interferenza esterna si imposero nei successivi congressi del 1958 e del 1961. Questi congressi sono tuttora considerati come il fondamento politico dell’attuale PCG. Il partito determina dunque la sua identità nel quadro di una strategia che si può assimilare ai principi della via democratica al socialismo (“rivoluzione della maggioranza”, “cambiamenti democratici nel quadro del capitalismo”). Durante il conflitto sino-sovietico, i due grandi si contesero l’influenza in Giappone. Il PCG denunciò le ingerenze e ruppe con il PCUS e il PCC rispettivamente nel 1964 e nel 1967. In seguitò denunciò l’URSS e segnatamente “l’occupazione delle isole Chishima, l’ingerenza nel movimento progressista giapponese, l’invasione della Cecoslovacchia”, e condannò egualmente la rivoluzione culturale cinese. Quando apparve il movimento “eurocomunista” si parlò di talune affinità con esso, anche se gli sviluppi successivi ne hanno piuttosto evidenziato le differenze: l’eurocomunismo italiano, la maggioranza di quello spagnolo, buona parte di quello francese è approdato alla socialdemocrazia, mentre il PCG ha mantenuto e rinnovato la sua identità comunista e oggi ha rafforzato le sue relazioni con i comunisti asiatici (soprattutto cinesi, vietnamiti, indiani ).

L’INFLUENZA ELETTORALE

Negli anni ‘60 il PCG registra una crescita elettorale costante fino al 1970 (10,8%); poi una fase lenta di leggere flessioni, che lo conducono al 7,7% del 1993. Fino a questa data, sia pure con variazioni più o meno pronunciate, il livello elettorale dei comunisti giapponesi non è molto distante dalla media europea ed occidentale. Ciò che in seguito lo distingue è l’impennata dell’ottobre 1996 (13,1% con 7.260.000 voti), ottenuta sulle macerie di un Partito Socialista che, screditato dal suo passaggio al governo, crolla dal 30% del 1990 al 6% del 1996. Questo risultato dei comunisti viene confermato da un’avanzata spettacolare a Tokio, con il 21,3% ed il raddoppio dei seggi, e nelle senatoriali del 1998 (8,2 milioni di voti e 14,6%). Una parte del voto in uscita dal consenso socialista rientrerà gli anni successivi nell’ambito del centro-sinistra e della dinamica bipolare del “voto utile”, così che la posizione del PCG si attesta cinque anni dopo (25 giugno 2000) sui 6.719.000 voti nello scrutinio proporzionale (11,25%). Gli anni successivi vedono una ulteriore evoluzione in senso bipolare della vita politica giapponese (così come nella più parte delle società capitalistiche occidentali sviluppate) e ciò contribuisce ad una ulteriore flessione elettorale del PCG: 8% nel 2003; 7,3% nel 2005; 7,5% nel 2007; 7.03% nel 2009. Ciò non si accompagna ad una diminuzione degli iscritti, anzi il loro numero è in crescita: erano 360.000 nel 1999 (all’indomani dell’exploit elettorale e del suo massimo storico); 386.000 nel 2000; con una stabilizzazione sui 400.000 negli ultimi anni e ancora oggi. Senza voler indicare un fattore unico e dominante per spiegare la forza organizzativa ed il radicamento sociale e territoriale del PC giapponese, non c’è dubbio che esso si avvale di una lunga, tenace e profonda pratica di lavoro militante, paziente e ben strutturato nella società civile, nei sindacati, nelle istituzioni locali. Ed un rapporto approfondito e rigoroso con il dibattito, la ricerca teorica ed il perseguimento dell’unità ideologica del partito: un dato questo che in alcuni partiti comunisti europei di matrice eurocomunista viene addirittura considerato un disvalore. Il PCG elegge più donne nelle istituzioni di ogni altro partito giapponese.

L’IMPIANTO PROGRAMMATICO

Il PCG indica la prospettiva di una società fondata sul socialismo, la democrazia e la pace, in opposizione ad ogni forma di militarismo. Esso propone di perseguire questi obbiettivi nell’ambito di una società che si presume resterà per un tempo non breve una società capitalistica, innanzitutto lottando contro “l’imperialismo e il suo principale e subordinato alleato in Giappone: il capitale monopolistico”. A breve e medio termine l’obbiettivo non è dunque una rivoluzione socialista, bensì una “rivoluzione democratica” a tappe, “con un avanzamento un passo alla volta”, per ottenere “mutamenti politici ed economici” ed “il pieno conseguimento della sovranità nazionale del Giappone”, che oggi è violata dall’alleanza politico-militare con gli Stati Uniti e la presenza di oltre 130 basi militari USA sul territorio nazionale. Il PCG chiede sia lo smantellamento di tutte le basi (in particolare di quella nell’isola di Okinawa che è la più grande degli USA in tutta l’Asia), sia l’abrogazione del Trattato di Sicurezza Giappone-Stati Uniti, di cui quest’anno ricorre il 50º anniversario della revisione.

Questi ed altri argomenti hanno caratterizzato il dibattito del 25º Congresso, tenutosi dal 13 al 16 gennaio 2010 nella prefettura di Shizuoka della città di Atami. Il PCG ritiene che ogni mutamento può essere realizzato solo quando esso è maturo nella coscienza del popolo e se ne creano i presupposti oggettivi e soggettivi. Si esprime qui una strategia di “rivoluzione della maggioranza” per cui ogni stadio dello sviluppo sociale può essere realizzato solo quando esso è condiviso e sostenuto dalla maggioranza del popolo. Per questo motivo nella relazione di apertura dei lavori congressuali, il presidente Kazuo Shii ha spiegato che il partito non deve imporre il proprio punto di vista al popolo, ma partire dalle sue richieste e ricercare con esso nuove strade e nuove politiche. Il PCG chiede che il Giappone divenga un Paese neutrale e non allineato. Prospetta uno smantellamento generale di tutte le armi nucleari nel mondo e si oppone ad ogni tipo di “blocco militare”.

Enfatizza il ruolo internazionale congiunto – sulla base di questi principi – di una “diplomazia congiunta dei paesi asiatici” e si oppone ad una concezione della diplomazia giapponese imperniata sui G8 e sull’asse preferenziale con gli Stati Uniti. Il partito prospetta soluzioni politiche (non militari) di ogni controversia internazionale, sulla base della carta delle Nazioni Unite; sostiene una linea di dialogo e coesistenza pacifica tra Paesi con diversi sistemi sociali e tra civiltà con differenti culture e valori. Fin da prima della Seconda Guerra Mondiale, si è sempre opposto all’esistenza della Casa Imperiale; oggi accetta l’idea che l’Imperatore sia considerato emblematicamente il capo dello Stato, a condizione che configuri un ruolo puramente simbolico, e dichiara che non ne chiederà l’abdicazione qualora giungesse al potere. Viceversa il PCG si oppone alla bandiera e all’inno nazionale in vigore, che considera come simboli del passato militarista del Giappone. Il PCG rivendica la sovranità del Giappone sulle Isole Kurili, Habomai e Shikota; la qual cosa è motivo storico di controversia del Giappone, prima con l’Urss, oggi con la Russia. In campo economico, chiede il mutamento di una politica oggi asservita alle grandi corporazioni e banche, per una linea che “difenda gli interessi del popolo”, che definisca “regole democratiche” che limitino il potere delle corporazioni e “protegga la vita e i diritti basilari della popolazione”. In campo internazionale, chiede un nuovo ordine economico democratico, sulla base del rispetto della sovranità economica di ogni Paese. E ciò tramite una “regolamentazione democratica internazionale delle attività delle società transnazionali e del capitale finanziario” e la protezione dell’equilibro ecologico del pianeta. Il PCG si oppone al terrorismo internazionale e chiede che ciò sia fatto “isolando le forze del terrore con una forte solidarietà internazionale centrata sulle Nazioni Unite”. Mentre ritiene che “una risposta di guerra al terrorismo produca divisioni e contraddizioni nella solidarietà internazionale, ed espanda, invece di limitare, il brodo di coltura del terrorismo”.

IL RUOLO DEL PCG NELLA POLITICA NAZIONALE

Il PCG è di fatto l’unica forza politica di opposizione di sinistra nel Paese, dopo il dissolvimento del Partito Socialista e l’integrazione del poco che ne rimane nell’area di centro-sinistra egemonizzata dal PD. Il PCG nutre ambizioni governative a medio termine, che traduce nella proposta di una “coalizione democratica” destinata a realizzare progressi in campo sociale e democratico e ad opporsi “all’imperialismo USA e ai monopoli giapponesi”. Obiettivo che esso si propone di realizzare nella prima parte del 21° secolo, con una maggioranza parlamentare. Esso combatte il capitalismo giapponese, che definisce “senza regole”, denuncia la sua totale subalternità agli interessi delle grandi imprese, non solo a detrimento dei salariati, ma anche delle piccole e medie imprese, dei subappaltatori, dei commercianti, che sono alla mercé delle decisioni dei giganti dell’economia giapponese. Esso denuncia inoltre la disoccupazione, per contrastare la quale propone la riduzione dell’orario di lavoro e il divieto delle ore straordinarie non retribuite. Il PCG si prepara ad una partecipazione al governo in questo inizio secolo e questo l’ha spinto a decidere alcuni “adattamenti” di programma. Uno di questi riguarda la proposta di un “progressivo smantellamento delle Forze di autodifesa giapponese”. La discussione è stata provocata dal termine “progressivo”. Come conseguenza della sua sconfitta nel 1945, il Giappone non ha il diritto di disporre di vere e proprie forze armate (art. 9 della Costituzione) – oggi peraltro rimesso in discussione dai gruppi dominanti del Paese – e ha cercato di aggirare questo divieto con la creazione delle Forze di autodifesa. Il PCG assegna a questo articolo della Costituzione, frutto della vittoria contro il suo proprio imperialismo, una importanza primordiale. Esso reclama lo scioglimento di queste forze per incostituzionalità, ma anche perché le considera subordinate agli USA e destinate ad operazioni esterne. È importante però specificare come questa propensione del PCG per la partecipazione al governo del Paese non abbia affatto la stessa matrice politica, culturale ed ideologica di quei partiti che, partendo dall’eurocomunismo, sono approdati poi a derive socialdemocratiche o socialiste di sinistra. Per questi, infatti, il tema del governo rappresenta l’unico fine vero dell’azione politica, avendo ormai abdicato il tema della trasformazione sociale ed alla costruzione di una società socialista. E questo perché il PCG ritiene che suo compito in questa fase sia quello di orientare il Paese verso una politica più democratica e di effettiva libertà. Non un’uscita dal sistema, quindi, ma lavorare perché il Giappone diventi un Paese libero dalle schiavitù militari dell’imperialismo statunitense, demilitarizzato e che lavori perché il mondo sia libero dalla minaccia nucleare a dalle guerre. Contemporaneamente, il compito di questa “ultima tappa” della fase capitalistica, deve essere quello di costruire un Paese effettivamente democratico dove vengano regolati gli attuali rapporti sociali tra capitale e lavoro, riequilibrandoli a favore di quest’ultimo e contestualmente incrementare il controllo sociale sulle attività dei grandi monopoli industriali. E c c o perché questi aspetti costituiscono i due pilastri programmatici del PCG per un governo di “coalizione democratica” che non può non avere come obiettivo quello di porre fine alle “due aberrazioni” oggi presenti (la servitù nei confronti degli Stati Uniti e l’assenza di regole in economia). Solo così si porranno le basi per un salto in direzione di una razionalità sociale superiore, che è la “società socialista/comunista”. Per queste ragioni, il PCG fa riferimento alla “politica di transizione verso il socialismo” con esplicito riferimento alla NEP e a Lenin per la costruzione di una fase superiore dello sviluppo capitalistico che associ al capitalismo monopolistico di stato il controllo sociale. Non ancora il socialismo, quindi, ma una fase di riforme di struttura dove la classe operaia ha un peso determinante, ma fa un compromesso con le forze dominanti con l’obiettivo della piena indipendenza nazionale.

Conseguentemente, le battaglie di massa che vedono protagonisti i comunisti giapponesi sono, da un lato, la lotta contro la presenza militare statunitense nell’arcipelago giapponese e, dall’altro, la battaglia in difesa del lavoro e per imporre “regole” al capitalismo perché incapace di socializzare l’enorme potenziale produttivo di cui pure dispone.

L’ATTIVITA’ INTERNAZIONALE ED IL DIBATTITO TEORICO

Nell’ultimo decennio il PCG ha considerevolmente accresciuto la sua attività internazionale. Il fatto più rilevante è il solenne ristabilimento dei rapporti con il PC cinese avvenuto nel giugno 1998, e il successivo moltiplicarsi dei legami fra i due partiti. Questo riavvicinamento è legato all’attenzione politica e teorica del PCG per il socialismo. Esso accorda una grande “importanza al fatto che un quarto della popolazione mondiale vive in Paesi che hanno rotto con il capitalismo”. I comunisti giapponesi sono prudenti sulla caratterizzazione di questi regimi “socialisti”, li collocano in un processo di transizione ma “non condividono il punto di vista secondo cui l’introduzione dell’economia di mercato in Cina e in Vietnam significa un ritorno al capitalismo”. Il PCG si definisce come “il partito della classe operaia e del popolo giapponese”; “considera il socialismo scientifico come il suo fondamento teorico, (…) suo principio organizzativo è il centralismo democratico”. Costante è il riferimento teorico – non scolastico – al pensiero di Lenin. “Sicuro di un avvenire socialista e della sua bandiera”, il PCG confida nel fatto che “l’Asia diventerà una regione molto importante per la causa del progresso sociale nel XXI secolo e per l’avanzata verso il socialismo”. Avendo subito pesanti intromissioni negli affari interni, il PCG si è mostrato, in passato, ostile verso l’“egemonismo” dell’Unione Sovietica. Ma non per questo ha avuto un approccio sprezzante nei confronti dell’Ottobre sovietico, primo grande tentativo di costruzione di un paese socialista attraverso un percorso “per prove ed errori”. La normalizzazione delle relazioni con i sovietici è venuta soltanto il 24 dicembre 1979: tre giorni prima dell’intervento in Afghanistan, che suscitò la collera dei giapponesi ed il ritorno alla situazione precedente. Malgrado una schiarita nel 1985, il PCG si lamentò ancora di nuovi tentativi di ingerenza da parte del partito sovietico in piena perestrojka. Nel 1991 contestò Gorbaciov, Eltsin ed i “conservatori”, riponendo le sue speranze nel “ricorso al socialismo scientifico per aprire una via progressista che servirà gli interessi del popolo”. Quando il regime sovietico è scomparso ed il PCUS è stato sciolto, il PC giapponese se ne è apertamente rallegrato. Senza rinnegare le sue posizioni, ma con un tono differente, il PCG ha avviato negli ultimi anni, in modo risoluto, un riavvicinamento con questi stessi partiti. Nel giugno 1998 il ristabilimento delle relazioni con il PC cinese ha assunto la forma di una vera riconciliazione, con il riconoscimento da parte dei cinesi dei loro torti. Il comunicato finale affermava; “La parte cinese ha compiuto un serio esame ed una rettifica relativamente al fatto che nelle relazioni bilaterali con il PCG la parte cinese, influenzata dal clima internazionale degli anni 1960, della Grande rivoluzione culturale in Cina e da altre, ha preso delle misure che erano incompatibili con i quattro principi che regolano le relazioni da partito a partito, in particolare il principio della sua ingerenza negli affari interni di ciascuno. La parte giapponese ha apprezzato l’atteggiamento sincero della parte cinese. Le due parti riconoscono che, grazie a questi colloqui, la questione storica che è esistita fra i due partiti è stata fondamentalmente risolta e si sono accordate per normalizzare le relazioni PCG-PCC”. Oggi le relazioni del PCG coi comunisti cinesi sono assai intense e si registra una forte affinità. I dirigenti del PCG si incontrano regolarmente col vertice del PCC e vengono invitati ripetutamente a tenere relazioni sulle problematiche del socialismo nel 21° secolo all’Accademia delle Scienze di Pechino e alla scuola centrale di partito del PCC. Nel novembre 2000 l’allacciamento di rapporti con il Partito Comunista della Federazione Russa, avviato all’inizio dell’anno, ha condotto alla prima partecipazione di quest’ultimo ad un congresso del PCG. Poco dopo, l’invito reciproco del partito giapponese a Mosca è stato da quest’ultimo fortemente sottolineato. Questa recente evoluzione del consolidamento dei legami del PCG con i partiti comunisti del mondo intero e la sua scelta per il socialismo per il XXI secolo indicano chiaramente un orientamento diverso dalla evoluzione di altre formazioni scaturite dalla tradizione comunista, che cercano al contrario di interrompere o allentare questi legami. La specificità politica dei comunisti giapponesi permette di valutarne meglio le ripercussioni. Tenuto conto del peso del Giappone nel mondo, della sua collocazione geopolitica nel cuore dell’Asia e della vicinanza con Paesi tanto diversi e decisivi come la Cina, la Russia e l’India, l’influenza del PCG e la sua evoluzione non possono sfuggire ad una approfondita analisi politica. Abbiamo già detto – e ribadiamo – che la particolarità dei comunisti giapponesi confuta di per sé la tesi di numerosi ideologi sul carattere ineluttabile del declino dei PC, a cominciare da quelli dei Paesi sviluppati. Provenendo da un Paese asiatico, questo dato obbliga i comunisti europei, occidentali e nord-americani a tenerne conto nelle loro riflessioni.

NOTE

1 Per chi volesse avere qualche sintetica informazione sul Giappone, la sua storia, le sue istituzioni ed il quadro economico, consiglio la lettura di questo dossier a cura del Servizio Rapporti Internazionali della Camera dei Deputati, redatto il 29 agosto del 2008, quindi prima delle ultime elezioni parlamentari: http://documenti.camera.it/Leg16/Dossier/Testi/SP043.Htm

2 “L’ohnismo è la versione moderna del taylorismo, adeguata alla grande rivoluzione industriale dell’automazione e del controllo – e di Taylor (come dei suoi predecessori Babbage e Ure) realizza i sogni del corporativismo non conflittuale, della comunanza di interessi tra padroni e operai, eppure del dispotismo assoluto dei dirigenti mascherato da illuminato paternalismo partecipativo. Questo sviluppo dell’organizzazione scientifica del lavoro […] ha trovato la sua prima espressione pratica nel “toyotismo” (così come il suo precedente storico la ebbe nel “fordismo”). Sempre di linee di montaggio si tratta, e anche di lavori ripetitivi e standardizzati, pur nell’ambito del controllo di processo delegato ai lavoratori. (Talché, all’occorrenza, è esso stesso pronto per essere automatizzato, con robot molto sviluppati in Giappone e non in occidente, proprio perché inseriti nella stessa logica “creativa” dell’ohnismo. Codesto nuovo tipo di robot non è programmato in anticipo dagli esperti tecnici e ingegneri, ma predisposto per apprendere le operazioni manuali – fatte una sola volta dall’operaio, che così gliele mostra e gliele “insegna” – e per ripeterle poi all’infinito). La superiorità dell’ohnismo sul taylorismo è dovuta alla flessibilità del pro – cesso connessa alla flessibilità della forza-lavoro, innanzitutto, e delle macchine. Ma, certamente, codesta superiorità è resa possibile, non già da fattori tecnici, bensì unicamente da un sistema di rapporti sociali assolutamente dominato dalla borghesia. Altrimenti, proprio la stessa flessibilità del processo, insieme al breve ciclo del prodotto e alla volatilità del mercato, ne potrebbero rappresentare, al polo opposto, il limite di applicazione: processi rigidi e continui, produzioni di base e mercati stabili e standardizzati, non rispondono altrettanto bene a questa organizzazione del lavoro. Possono anzi renderla meno conveniente e più vulnerabile in caso di rigidità e antagonismo della forza-lavoro”. [Cfr. Carla Filosa, Gianfranco Pala, Il Terzo Impero Del Sole – il neocorporativismo giapponese nel nuovo ordine imperialistico mondiale, Synergon, Bologna, 1992. Cfr. anche Maurizio Brignoli, Astrazione del lavoro e toyotismo – per un uso attuale della teoria del valore, in “La Contraddizione”, n. 51/1995. Entrambi i testi sono scaricabili dal sito, http://www.contraddizione.it/].

3 Nelle elezioni dell’agosto 2009 ci troviamo di fronte ad un passaggio di fase storico per la politica del Paese: dopo un dominio quasi ininterrotto di coalizioni di centro destra, il Partito Democratico Giapponese ha surclassato il PLD conquistando più di 300 seggi. La coalizione al governo ha subito un’umiliante sconfitta passando da 331 seggi ad appena 140. A seguito della sconfitta, Aso Taro ha annunciato la sua intenzione di dimettersi da presidente del Jiminto (PLD) ed ha imputato il fallimento del suo partito all’incapacità di sottolineare maggiormente i problemi sociali del Giappone, a partire dalla crescente disparità sociale ed alle critiche mosse contro il suo operato. Lo scrutinio dei 51.000 seggi elettorali ha dato questo esito: Minshuto (Partito Democratico): 308 seggi (elezioni precedenti 113); Jiminto (Partito Liberal-Democratico): 119 (precedenti 296); New Komeito: 21 (precedenti 31); Nihon Kyosanto (Partito Comunista Giapponese): 9 (precedenti 9); Shakai Minshuto (Partito Social-Democratico): 7 (precedenti 7); Kokumin Shinto ( Nuovo Partito del Popolo): 3 (precedenti 4); Minna no To (il Tuo Partito): 5; Shinto Nippon (Nuovo Partito Giapponese): 1 (precedenti 1); Shinto Daichi (Nuovo Partito Daichi): 1. Sono stati eletti alla Camera Bassa anche 6 indipendenti. Rispetto alle precedenti elezioni il PD ha rafforzato la sua presenza nelle aree urbane, conquistando ben 21 seggi su 25 nel distretto elettorale di Tokyo (nel 2005 riuscì a conquistarne solo uno). Si è inoltre registrata un’alta affluenza alle urne: il 69,27% degli elettori ha espresso il proprio voto. Si tratta della più alta percentuale di partecipazione elettorale da quando (1996) è stato introdotto il sistema misto di assegnazione dei seggi.

4 Oltre al caso dell’autore del già citato Kanikosen, diversi furono gli intellettuali che abbracciarono le idee comuniste ed in particolare il metodo marxista, sin dai primi anni ‘20, dando impulso a un tipo di studi inusuali in Giappone e nel mondo asiatico. Bisogna tuttavia ricordare che per una lunga fase gli intellettuali marxisti giapponesi furono scettici sulle possibilità di una rivoluzione nell’arcipelago nipponico ed erano orientati a forme di lotta pacifiche come la propaganda e la diffusione degli studi. Nel dopoguerra divenne famosa la caratterizzazione tranquillizzante che l’intellettuale Nonaka Sanzou volle dare al movimento comunista giapponese attraverso gli slogan “rivoluzione pacifica” e “comunismo simpatico”. Pur nella loro debolezza, questi intellettuali espressero idee brillanti e critiche pungenti e riproposero, in diverse fasi, studi sulla storia del loro paese e sulla condizione operaia. C’è da dire che qui si nota, con tutta la sua evidenza, la separatezza tra gli intellettuali e la classe operaia: l’influenza del pensiero di Gramsci è lontana, a differenza di quanto accadrà, per esempio, nella storia di un altro paese asiatico come il Vietnam, dove l’emigrazione dei suoi dirigenti all’estero permetterà al movimento comunista di quel Paese l’incontro e la fusione della cultura asiatica col pensiero occidentale (filosofia della prassi di Gramsci).