Comunisti, a partire dalla società

Il compagno Paolo Ferrero mi accoglie con molta disponibilità, mi guardo intorno mentre si accende il sigaro e gli chiedo se ha cambiato qualcosa in questa stanza dove, da poco tempo, si è insediato come segretario nazionale di Rifondazione Comunista. “Solo qualche quadro” mi risponde, ma poi aggiunge “ Ho messo il computer, i miei predecessori non lo usavano…”.

– Bella la manifestazione dell’11 ottobre, no? Tante comuniste e comunisti, tanta società civile e un fiume di bandiere rosse. Avevamo visto giusto a Chianciano?

La manifestazione è stata molto importante e il fatto che sia stata una manifestazione grande è anche una dimostrazione di qualità : dopo la stagione dei congressi, non era infatti scontato che riuscissimo a mobilitare al di la della nostra gente, mentre qui c’era anche una grande presenza di popolo di sinistra e comunista al di fuori delle organizzazioni. La sconfitta elettorale non ha tirato su un muro tra noi e la società e quindi continuiamo ad essere un referente importante; inoltre si è chiaramente letto che l’unità all’interno di quella manifestazione è la stessa di chi vuole fare opposizione, per dire no a Berlusconi, no alla Confindustria e no ai dictat del Vaticano. Questa è la giustezza della linea di Chianciano, cioè che Rifondazione Comunista deve ripartire dall’ opposizione. Ancora, sempre in continuità con l’ispirazione di Chianciano, era identitaria nel modo giusto, cioè c’era un grande orgoglio comunista intrecciato con una forte radicalità sociale, e queste due cose stanno bene insieme. La lezione è che bisogna tirarsi via dal un terreno politicista e rimettere il lavoro politico nella società: mutualismo e costruzione delle lotte in primis.

– Come dici tu, è finita la ritirata? Come affrontiamo la questione del carovita e dei salari? Si esce collettivamente da tante sofferenze singole?

E’ finita la ritirata nel senso che la manifestazione è stata la chiusura della parentesi della sconfitta elettorale, che aveva lasciato comunque una sensazione di smarrimento. Infatti i compagni e le compagne, tantissimi, c’erano e sono andati via contenti e consapevoli di se.

– E’ vero, sono molto d’accordo, tutti noi siamo andati via molto più rinfrancati…

Assolutamente si. Rinfrancati, nella consapevolezza che – anche se i problemi rimangono grandi – ci siamo. E’ abbastanza vero, nonostante l’oscuramento pesante da parte dei media, che è stata la fine della ritirata anche nel mondo politico, in risposta a tutti quelli che scommettevano che, ormai, potevamo sparire. Infine, dopo il primo momento di annichilimento dovuto alla vittoria di Berlusconi, c’è la fine della ritirata anche sul versante sociale: per esempio la capacità di reazione di genitori, studenti e insegnanti che si organizzano contro la riforma Gelmini sulla scuola.

– Penso a Berlusconi che ci consiglia di non vendere le azioni ed alle stock options dei dirigenti d’azienda, anche quando fanno fallire le aziende.Che ti fa pensare?

Che ci sono stati 25 anni di neo liberismo, basato sui bassi salari, sulla finanziarizzazione della economia e sull’aumento delle gerarchie e delle divisioni sociali, di cui gli stipendi milionari dei manager sono un versante della economia finanziaria mentre l’idea che ogni cosa sia rapportata al rendimento a breve, è l’altro versante. Però tutto questo ora è andato in crisi e la battaglia che si è aperta è se da questa crisi se ne esce con un intervento statale che però socializza le perdite e privatizza i profitti oppure con un intervento statale che redistribuisce reddito e potere dall’alto verso il basso. Noi dobbiamo usare questa crisi per provare a spiegare prima di tutto cosa è successo e poi che è possibile una alternativa in termini di interventi statali, dalla ripresa di un ruolo della politica e della democrazia sulle scelte economiche. Secondo me si è aperto un terreno di lotta di classe vero e proprio, nel quale dobbiamo essere capaci di stare dentro in modo netto per intervenire sulla qualità dell’intervento pubblico, perché ora lo gestiscono scandalosamente con i soldi dei contribuenti, che verranno dirottati per il salvataggio delle banche. Per noi invece si tratta di intervenire aumentando salari e pensioni e diminuendo i mutui; se proprio bisogna intervenire con denaro pubblico sulle banche, allora nazionalizziamole!

– Recentemente hai definito “patetica” la posizione del PD di correggere il liberismo.

Sul Partito Democratico: penso che loro sono cresciuti nell’idea che il mercato sia la cosa migliore possibile e si comportano come se non si rendessero conto di che cosa sta succedendo. Da questo punto di vista è molto più sveglia la destra, in particolare Tremonti che su questi temi è molto più disinvolto e usa il potere dello stato al 110% non al 100% e quindi la partita per certi versi è direttamente tra noi e la destra populista.

– E’ uno scontro diretto?

Per certi versi si, perché la posizione del PD non è intermedia tra noi e Tremonti, in realtà è sfasata, secondo me.

– Parliamo della crisi del capitalismo. Quando si è smesso di produrre e di investire in nuove tecnologie ed invece si è deciso di dirottare i capitali, a livello globale, solo su speculazioni immobiliari e finanziarie?

C’è stata una fase di accumulazione capitalistica in cui lo sviluppo è stato trainato dalle politiche di bilancio statale, dal welfare e con un regime di alti salari. Questo meccanismo è stato fatto saltare perché gli operai si erano troppo rafforzati con quel sistema e negli anni settanta hanno chiesto un cambiamento radicale. Il capitale ha risposto “batocchiando” pesantemente il movimento operaio, dapprima diminuendo i salari e poi, nella finanziarizzazione della economia e nelle speculazioni successive, ha imposto un metodo di comprare a credito non più gestito dallo stato, ma dal privato. Per dirla meglio, in questi anni negli Stati Uniti d’America la gente viveva al di sopra delle proprie possibilità; è come se avessero messo in giro del denaro in più con le carte di credito, una forma di “keynesismo privato”, funzionale alla speculazione.

– Gli americani, oltre che con i mutui per l’acquisto delle case, si sono fortemente indebitati per ogni cosa, anche per i corsi di formazione per la ricerca affannosa di un posto di lavoro.

Appunto. C’è stato un vivere al di sopra di quello che producevano e questo ha determinato una domanda mondiale per cui per esempio l’Italia, la Germania, la Cina hanno avuto uno sviluppo tirato dalle esportazioni statunitensi. Questa roba qui adesso è saltata per aria ed il capitalismo è entrato in recessione. Se non sono più gli USA a fare da locomotiva e non è più la speculazione fondiaria o finanziaria a creare una domanda aggiuntiva, chi è ora che lo fa? Questo quesito non è risolto tant’è che ora possono anche tamponare, in parte, il crollo delle borse, ma non riescono a evitare la recessione. Per questo noi dobbiamo insistere particolarmente sul fatto che il centro dell’intervento pubblico deve essere innanzitutto la distribuzione del reddito perché questo è un meccanismo che, contemporaneamente, da un lato aumenta la giustizia sociale, ma dall’altro è un meccanismo che è antirecessivo, perché la gente se ha un po’ più di soldi consuma un po’ di più ed inoltre è anche il meccanismo con cui metti al centro l’economia reale piuttosto che quella finanziaria.

– Non è più virtuale.

Infatti, ridiventa materiale. In questo senso quando loro dicono che bisogna salvare le banche noi diciamo che bisogna salvare la borsa della spesa e non la Borsa di Milano; non facciamo propaganda demagogica, ma esprimiamo la necessità di ricomporre un rapporto con l’economia reale e rivendichiamo alti salari. Nel ’29 il New Deal e il nazismo furono due forme diverse di intervento dello stato. Uno con alti salari, aumento della democrazia e maggior potere addirittura per legge al Sindacato, e l’altro invece con bassi salari e restringimento della democrazia. Non dico che quel periodo e questo siano identici, del resto la Storia non si ripete mai nello stesso modo, però noi da questa crisi possiamo uscirne o con un modello più regressivo (il razzismo, l’Europa che diventa una fortezza e altri argomenti tipici della destra) insieme alla socializzazione delle perdite mentre la gente vive in condizioni economiche disperate; oppure con la riapertura di una fase di redistribuzione del reddito molto forte e di qualificazione della spesa pubblica. Secondo me noi dovremmo essere un po’ rapidi nell’inserirci in questo bivio, perché è evi- dente che quando il sistema entra in crisi, come è entrato, non è che il capitalismo crolla, ma c’è una crisi della credibilità delle classi dirigenti e del sistema.

– Perché il capitalismo non cade?

Non cade perché come dice Marx nel Manifesto del Partito Comunista il sistema di produzione capitalistico è a base rivoluzionaria e non conservatrice, cioè il quadro si trasforma di continuo e fa anche delle rivoluzioni/transizioni al suo interno. Oggi cosa accade? Che milioni di persone vivono peggio di prima e nello stesso tempo si rompe il velo ideologico che dipingeva il neoliberismo come la condizione migliore possibile. Allora noi oggi dobbiamo essere capaci di utilizzare questa finestra che si è aperta per iniziare una critica al capitalismo, per una alternativa. Oggi quegli stessi milioni di persone sono in grado di capire che cosa dici perché lo provano sulla loro pelle e sono le elites a non essere più credibili, come lo erano solo poco tempo fa. Dobbiamo essere davvero molto veloci a fare capire questi ragionamenti perché qualche meccanismo di riparazione può anche funzionare o dare l’illusione che funzioni; allora riescono nuovamente a chiudere quella finestra di cui parlavo prima, e la gente ritorna disponibile ad accettare anche brutte soluzioni perché non vede altre prospettive. Dobbiamo concentrarci su questa crisi di credibilità del sistema che è reale ed essere in grado di avanzare una nostra lettura della crisi.

– Questa velocità però è necessaria anche per anticipare rischi di involuzione della democrazia, perché si può anche aprire quella finestra, ma bisogna avere l’agibilità di passarci…

E’ così, è proprio così…

– Questa prima fase post congressuale è come te la immaginavi, compresa la non disponibilità del secondo documento alla gestione unitaria?

Per quanto riguarda i rapporti con i compagni della due va un po’ peggio di come la immaginavo perché un pezzo significativo del loro gruppo dirigente non accetta l’esito politico del congresso e mi sembra che stia mettendo in campo una modalità di iniziativa politica in cui l’elemento della distruzione viene prima di quello della costruzione. Mi sembra di vedere un tentativo di costruire artificialmente uno spazio politico che oggi non c’è, anche facendo una caricatura del PRC, descrivendo una Rifondazione Comunista diversa da quella che realmente è. Per il resto ho trovato un Partito con energie maggiori di quelle che si potevano immaginare e cioè in qualche modo, nonostante tutta la fase difficile, c’è un corpo militante disponibile e che ha voglia di fare politica; mi pare un elemento molto importante ed è trasversale alle mozioni. Da questo punto di vista la base è stata più reattiva dei vertici.

– Ce la aspettavamo questa voglia di ricominciare a lavorare, a lottare.

Sta accadendo in larga misura così.

Si, a fronte di gruppi dirigenti dai rapporti molto duri, tra compagni e compagne prevale il concetto “il congresso è finito, si va avanti”. Questo conferma anche la grande distanza che avevamo spesso denunciato tra la base e il vertice.

– Questo è possibile, vediamo se riusciremo a colmarla. Ancora sul congresso, così appassionato da meritare il buon documento finale. Ti chiedo una opinione su alcuni passaggi a noi molto cari: questione etica e morale. Perché è stata disattesa la conferenza di Carrara? Mi riferisco alla distanza con gli istituzionali, al cumulo degli incarichi, ecc..

Io direi che ci sono stati degli errori politici che hanno rischiato di essere distruttivi del tessuto militante. Dobbiamo provare a rovesciare la situazione e fare si che quella voglia di partecipazione, di “contare”, che nel congresso è emersa molto forte, non venga frustrata ma si riesca a darle corpo. Ragioniamo anche su come dovrebbe essere organizzato un partito e proviamo ad essere rigidi nella non sommatoria di incarichi e tendenzialmente disponibili alle rotazioni ed alle incompatibilità perché nessuno sembri insostituibile. Sono in difficoltà a dare una risposta sui motivi di questa situazione perché anch’io ho la mia parte di responsabilità in merito. A me pare evidente che dobbiamo provare sul serio a rovesciare la piramide. Utilizziamo anche la nuova situazione: in questa fase extraparlamentare siamo diventati tutti un po’ più uguali e questo facilita comportamenti migliori; proviamo a sedimentarli, torneranno utili anche quando, come ci auguriamo, rientreremo nelle istituzioni nazionali.

– Questione sindacale. Non pensi che sia necessario rifondare anche il sindacato per togliere ai padroni la gestione della lotta di classe che oggi hanno stravinto per sé?

Su questa questione del sindacato non ho certezze enormi perché penso che intanto bisogna organizzare la sinistra sindacale dentro la CGIL, con la sua capacità di autonomia di lavoro come peraltro si sta già facendo ma anche, laddove è possibile, organizzare il sindacalismo di base in forme democratiche. Continuo a pensare che il nodo della CGIL sia decisivo e che riuscire a spostarla su posizioni di classe costituirebbe un salto di qualità enorme dentro la vicenda sociale italiana. Però noi come Partito abbiamo il problema di riuscire a fare discutere i nostri compagni che stanno nel sindacato, che spesso restano chiusi nella propria esperienza, aldilà di dove siano collocati e questo oggi riusciamo a farlo molto poco.

– Nel documento congressuale si parla di favorire aggregazioni di sinistra, comuniste e anticapitaliste. Cosa si intende realmente?

Noi abbiamo detto di no alla Sinistra Arcobaleno ed era un no a due cose: da un lato al superamento di Rifondazione Comunista e dall’altro ad una svolta moderata, perché le due cose sono intrecciate. Questo non vuol dire che ci chiudiamo dentro una solitudine comunista, bensì che teniamo assieme l’identità e l’autonomia comunista con il tentativo di allargare alle forze anticapitaliste di questo Paese. Questa cosa può avere sbocchi anche su altri terreni, ma sarebbe sbagliato mettere su, adesso, in questa fase, una discussione sugli esiti politici perché penso che ripeteremmo a ruoli rovesciati la discussione che abbiamo fatto sull’Arcobaleno. Noi invece dobbiamo usare questa crisi finanziaria che si è aperta per provare a ricollocare i comunisti nella società in modo molto forte, a partire da un lavoro comune che si può fare anche con altri fuori di noi, di altri partiti o senza tessera. Non è un caso che ci siano fette enormi di disagio sociale che magari hanno nella testa altri referenti; vuol dire che non ci siamo noi, che non siamo riusciti a farci riconoscere o siamo rimasti imbrigliati dentro un politicismo esasperato senza rapporti con la società. La riaggregazione va fatta in basso a sinistra, non in alto e magari a destra!

– Rilancio del nostro Partito e unità dei comunisti. Se parte dal basso, come spesso già accade, non è una buona strada per accumulare forze di classe contro le destre e per il cambiamento dei rapporti di forza sociali ?

Io su una parola d’ordine stretta così, unità dei comunisti, non sarei d’accordo perché penso che il progetto della rifondazione comunista non sia solo il nome di un partito, ma un progetto politico e quelle due parole si qualificano a vicenda. Noi oggi dobbiamo essere comunisti, cioè che stiamo dentro la storia dell’anticapitalismo e della lotta per la trasformazione sociale radicale, che si qualifica come comunista a partire dalla rivoluzione russa ed è condizione fondamentale per l’agire politico; ma anche rifondazione perché dobbiamo fare i conti con realizzazioni che ha fatto il movimento comunista e che ha prodotto anche dei bei disastri! Io non penso che ci siamo chiamati Rifondazione Comunista perché si prevedeva una fase organizzativa al termine della quale noi potevamo chiamarci nuovamente Partito Comunista; penso che la rifondazione di un pensiero, di una pratica, di una politica comunista sia il nostro progetto politico di fase. Politico, non puramente organizzativo. Aggiungo che il marxismo è scienza e non ideologia e allora la scienza impara dagli errori fatti per non farli più. Dobbiamo analizzare gli errori fatti nella nostra storia non perché siamo masochisti ma per non ripeterli. Secondo me bisognerebbe fare anche una rivista di partito, perché in questi anni ognuno di noi ha discusso con chi la pensava come lui e non c’è stato più un luogo di elaborazione che ci obbligasse ad un confronto serio e a misurarsi criticamente tra noi.

– Come si inseriscono questi temi con le imminenti elezioni europee?

Noi abbiamo la necessità di rimettere a tema la rifondazione comunista su basi nuove, soprattutto perché abbiamo un bisogno disperato di rimettere al centro il lavoro politico nella società. Lo voglio dire anche per le elezioni europee, che saranno a giugno 2009: io sono per discutere come andare a queste elezioni non prima di marzo, perché prima dobbiamo concentrarci nella costruzione delle lotte, dell’opposizione. Il nostro progetto politico è finito fuori dalla società; ci dobbiamo rientrare.

– Bertinotti dice “il comunismo è una parola indicibile”…

Non c’è nessuna parola che vada bene al 100% perché ognuna è segnata da tante cose; io continuo a scegliere la parola comunismo perché dice più di altre della necessità della rivoluzione, della lotta per la giustizia e la libertà, della nostra autonomia da tutto questo centrismo e centrosinistra che non va da nessuna parte. E’ evidente che c’è una quota di logoramento della parola comunismo, proprio per questo ci chiamiamo rifondazione comunista, ma ci sono forse parole della politica meno logorate? E’ forse meglio la parola socialismo? Non sono mai stato nel PCI ma non ho dubbi tra la “Milano da bere” e il Berlinguer della questione morale. Anche la parola sinistra è utilizzabile fino ad un certo punto perché è molto difficile riuscire a far distinguere chiaramente tra la sinistra moderata, che in realtà è una sinistra liberale, e la sinistra “nostra”. Ecco allora che la parola comunismo è ancora quella più utilizzabile di tutte, che corrisponde meglio a quello che dobbiamo essere. Rifondazione Comunista appunto.

– Conflitto capitale/lavoro. Per noi è la battaglia centrale, lo era anche quando nella precedente gestione bertinottiana era un tema tiepido e marginale. Oggi si cambia. Sostegno ai referendum contro le leggi sulla precarietà, proposta per una nuova scala mobile, difesa del TFR, difesa del CCNL. Ci spingiamo fino a parlare di democrazia sindacale?

Io credo che dovremo fare una discussione sulle prossime settimane su cosa facciamo su questi referendum, penso che il nodo della lotta allo sfruttamento caratterizzante per il nostro essere comunisti, è quello della liberazione dello sfruttamento del lavoro. Soprattutto mi viene da dire che noi dobbiamo riprendere questo tema del conflitto capitale/lavoro in termini non economicisti e non sindacali perché sul piano politico comunista, il nostro è il no allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, noi mettiamo in discussione la mercificazione dell’uomo, del lavoratore, dei corpi e della natura, delle relazioni sociali. Dobbiamo uscire da un paradigma sindacale, che legge la contraddizione capitale/lavoro quasi come corporativa, come la rappresentanza di un pezzo di società; dobbiamo leggere la contraddizione capitale lavoro nella sua valenza politica: presupposto di una battaglia di libertà contro la mercificazione delle persone, delle relazioni e della natura. In questo senso dobbiamo riprendere questo concetto non nei suoi termini socialdemocratici (redistribuzione e quant’altro, che pure ci sta tutto) ma dobbiamo mettere in discussione nei processi di lavoro tutti quegli elementi che producono gerarchia e sfruttamento. Una pratica comunista mette in discussione le gerarchie, lo sfruttamento, la divisione rigida del lavoro: alla Fiat così come nel lavoro politico. Oggi la gente vede immutabile il modo come si lavora, mentre per noi dalla contestazione del modo capitalistico di produzione deve ripartire un processo di liberazione, di contestazione del rapporto di dominio, del potere, della gerarchia. In questo senso per noi esiste la centralità del lavoro. Personalmente ho cominciato a fare politica in fabbrica, proprio da qui.

Certo il sindacato concertativo, da questo punto di vista, è stato devastante ed ha fortemente pregiudicato la liberazione del mondo del lavoro. Esatto, perché accetta il fatto che il lavoratore sia merce ed in più contratta malamente il prezzo di quella merce. In questo senso però noi dobbiamo avere un passo doppio, fare cioè in modo che la forza lavoro venga venduta al prezzo più alto, e riuscire a mettere in discussione, nel senso della logica comunista e non socialdemocratica, il fatto che sia forza lavoro.

– Come prevedere il coinvolgimento del Partito su questi temi senza pregiudicare l’autonomia sindacale?

Noi dovremo avere un intervento verso i lavoratori e tra i lavoratori che non sia solo di tipo sindacale, lo dico perché il sindacato è solo una parte della questione. Invece bisogna riuscire a mettere in discussione il rapporto di sfruttamento nella sua interezza, collegare questa lotta contro questo sfruttamento con le lotte contro tutti gli altri sfruttamenti, che avvengono in forme diverse perché il dominio del capitale tende ad allargarsi ad ogni aspetto della società.

– Mi viene in mente di parlare proprio del capitalismo che sfrutta i lavoratori così come aggredisce i territori minacciati dalle grandi opere inutili. Come possiamo sostenere le difficili lotte delle comunità locali?

Possiamo dargli una mano intanto a lottare concretamente sul territorio ed a mettersi in rete con le altre. In realtà in larga parte possiamo dare una mano, come spesso già facciamo, ma anche porci come organizzatori capaci di creare delle connessioni, proponendo una lettura di quello che sta loro accadendo inserendo elementi di critica al sistema capitalistico per far comprendere che la lotta contro il nucleare o contro una bretella autostradale c’entra qualcosa anche con la pace e la guerra.

– Liberazione. Possiamo parlare sinceramente di come è la situazione sia dal punto di vista economico che della richiesta di autonomia politica che reclama Sansonetti? Ma non è il nostro giornale?

Su Liberazione c’è un deficit di bilancio che sta tra i due e i quattro milioni di euro, che è un problema enorme per le finanze del Partito; la prima cosa da fare è quanto abbiamo deciso in Direzione e cioè che il Partito rilanci il giornale, ma che l’anno prossimo ci sia un bilancio in pareggio, perché noi non siamo in condizioni di avere quel tipo di deficit, anno dopo anno. Per il resto penso che sia assolutamente sacrosanta l’autonomia del giornalista, ma anche di una redazione che deve avere idee, lanciare una campagna, ecc…e questo è da salvaguardare. Il punto è se da parte di chi dirige il giornale c’è la condivisione – la sintonia – col progetto politico del Partito, oppure se si sostiene un altro progetto politico in antagonismo ed in concorrenza con quello del Partito. Questo è il problema che segna il confine, cioè se un giornale di Partito possa perseguire un’altra linea politica dal Partito stesso. Questo, secondo me, non si può fare.

– Il Comitato No Dal Molin ha posto all’attenzione il problema delle servitù militari e della sovranità nazionale. E’ all’ordine del giorno l’uscita dalla NATO?

E’ al nostro ordine del giorno sia l’impegno per il disarmo che l’uscita dalla NATO. La Direzione Nazionale ha sottoscritto un documento sulla questione internazionale, che noi app rezziamo. Contro l’imperialismo nordamericano e la guerra permanente, transitando dalla crisi Russia- Georgia alla questione palestinese, come si torna ad una politica di pace e di autodeterminazione dei popoli? Come ridare forza al movimento per la pace?

Intanto questa battaglia contro la NATO mi sembra un punto importante, ci sarà una scadenza europea in primavera per l’anniversario “60 anni bastano”, credo che si possa rilanciare una battaglia molto forte con un NO alla NATO che significa anche NO all’allargamento della NATO ad est; poi l’impegno per il disarmo anche unilaterale perché sta diventando un problema pazzesco che si riarmino da tutte le parti; e per finire la ricostruzione del diritto internazionale perché la vicenda del Kosovo prima e della Georgia poi ci hanno dimostrato cosa non bisognerebbe fare.

In America Latina si aprono nuove speranze per i popoli oppressi (Chavez, Morales, Correa) . In più con l’elezione di Fernando Lugo, il vescovo dei poveri sospeso a divinis, alla Presidenza del Paraguay, vedi anche una integrazione a questo processo positivo con un nuovo binomio tra Chiesa di Liberazione e politica? Si. Penso che l’America Latina sia il laboratorio senza dubbio più avanzato che c’è oggi nel mondo, in qualche modo possiamo dire che il movimento NoGlobal in Europa ha perso ed in America Latina ha vinto. E parte costitutiva di questa vittoria è indubbiamente un intreccio tra la Teologia della Liberazione e pratiche politiche di lotta e quindi, pur con contraddizioni (penso ai diritti delle donne ancora trascurati per esempio), ci dice che non sempre la religione è l’oppio dei popoli, ma può anche essere un principio di speranza che ti fa lottare.

– Lodo Alfano. Abbiamo deciso – giustamente – di sostenerlo, ma i vendoliani hanno duramente attaccato questa scelta per nostre presunte affinità con Di Pietro. Il tuo parere.

A me pare che questa polemica nasca in realtà da un eccesso di subalternità al Partito Democratico. Io penso che noi dobbiamo avere una politica antiberlusconiana molto forte e questo ci porta, a volte, ad avere superfici di contatto con Di Pietro, ma lo facciamo con posizioni di totale autonomia, banalmente perché noi siamo di sinistra e il nostro progetto è totalmente diverso. Il punto è che non si può regalare l’antiberlusconismo a Di Pietro. Penso che l’antiberlusconismo sia una cosa importante in questo Paese, non è sufficiente per costruire l’alternativa, ma è un sentimento significativo che esprime opposizione all’arroganza e alle politiche di destra. Noi dobbiamo in primo luogo essere antiberlusconiani di sinistra e contendere sul terreno dell’antiberlusconismo l’egemonia a chi è antiberlusconiano centrista e confindustriale. Questo referendum contro una legge vergogna come quella del lodo Alfano non risolve tutti i problemi ma è un punto importante di lavoro politico, perché permette di provare a vedere se riesci a smontare una legge che è vergognosa nella sua concezione castale (nel senso di casta) della giustizia.