Comuniste e comunisti: giungere all’unità, costruire il partito

– Non si può non partire – mi pare ovvio – dalla disfatta elettorale della Sinistra Arcobaleno : che ne pensi ? Quali sono le ragioni di fondo di questa drammatica sconfitta ?

Mi pare di poter dire – traendo ciò anche da queste prime fasi di discussione congressuale nel Prc – che le due prime motivazioni della sconfitta ( la delusione di massa verso il governo Prodi e la messa in campo di un soggetto politico – l’Arcobaleno – senza nessuna “presa” popolare) si stiano facendo largo nel senso comune dei compagni e delle compagne e stiano entrando nelle coscienze di un’area del nostro partito ben più vasta di quell’area delle minoranze interne che ben prima delle elezioni andava denunciando sia le profonde carenze del governo Prodi che l’errore sociale e politico della costituzione dell’Arcobaleno. In effetti –è bene ricordarlo – il governo Prodi si è soprattutto caratterizzato per la profonda subordinazione agli Usa, alla Nato, all’Unione europea, alla Confindustria e al Vaticano. Da nessuno di questi centri di potere ha mai avuto momenti di autonomia; ed è chiaro che così ogni intento, seppur minimo, di redistribuzione del reddito e di conquista di diritti civili, si spegne. E non parlo nemmeno di un progetto di trasformazione sociale, che – pure – rispetto alle condizioni di vita delle masse e del movimento operaio complessivo – ormai drammatiche – dovrebbe essere l’obiettivo centrale dei comunisti e della sinistra d’alternativa. Ed è bene, anche, ricordare l’insensatezza con la quale si è voluto – soprattutto da parte di Bertinotti e i suoi – andare alle elezioni con l’Arcobaleno, un soggetto costruito attraverso una violenza politica inaudita, attraverso un giacobinismo meritevole di ben altre e migliori cause. L’Arcobaleno è nato, infatti, solo nelle teste di pochi liquidatori del Prc, nelle teste di Bertinotti e di Alfonso Gianni, di Giordano e Migliore, con il chiaro intento di anticipare il superamento di Rifondazione e mettere gli iscritti e i militanti comunisti di fronte al fatto compiuto, con le spalle al muro. Il Prc doveva morire sull’autostrada delle elezioni e qualsiasi incidente sarebbe stato funzionale alla proclamazione della sua morte: un risultato alto avrebbe fatto dire a Bertinotti e i suoi che quella dell’Arcobaleno era la strada giusta; un risultato mediocre avrebbe fatto dire loro che senza Arcobaleno non si poteva andare più avanti, e lo stesso – sconvolgente – azzeramento istituzionale avvenuto spinge comunque Bertinotti e compagni al superamento del Prc attraverso la proposta della costituente di sinistra… Questa stessa proposta, questa vera e propria coazione a ripetere di tipo anticomunista, ci dice chiaramente che, da una parte, i bertinottiani non capiscono o fingono di non capire una delle ragioni profonde della sconfitta ( il fatto, cioè, che il nostro popolo, il nostro elettorato, gli stessi compagni, hanno respinto da sé l’Arcobaleno, non lo hanno mai sentito, minimamene, proprio) e che, d’altra parte, essi sono così convinti e determinati a superare il Prc da rischiare la sconfitta definitiva ed irreversibile attraverso la riproposizione – sotto mentite spoglie – di un nuovo Arcobaleno…

– Governo Prodi e Arcobaleno: credi, dunque, di aver individuato in queste due questioni le basi della sconfitta ?

Tali questioni, come ti dicevo, si stanno facendo largo nel senso comune dei compagni. Tuttavia , siamo ancora di fronte a due grandi rimozioni, alla cancellazione di altre due problematiche, di tipo più strutturale e dal carattere più profondo, meno contingente. La prima delle due questioni, significativamente e pericolosamente rimossa, è quella relativa alla delineazione della fase, alla contestualizzazione in un ambito più generale dell’esperienza dei comunisti nel governo Prodi. In che fase viviamo e, politicamente, operiamo ? Basta dire che siamo nella fase della mondializzazione? A me pare di no; pare che, detto così, si rischi di non dire quasi nulla e non capire né il contesto né – dunque – i nostri compiti. Gli economisti marxisti più seri dicono che la fase internazionale, oggi , è più scientificamente definibile come quella della “ competizione globale” e cioè – recuperando la categoria leninista delle “contraddizioni interimperialistiche” – una fase contrassegnata innanzitutto da una violenta guerra economica tra poli imperialisti e capitalisti, da una concorrenza serrata volta alla conquista dei mercati mondiali. Una conquista che passa attraverso l’abbattimento del costo delle merci, obiettivo che, a sua volta, passa attraverso l’abbattimento dei salari, dei diritti e dello stato sociale. Voglio dire che, in questa fase, il capitale non ha nessuna volontà di addivenire ad un compromesso con il mondo del lavoro; voglio dire che non è affatto intenzionato a giungere ad una pur minima redistribuzione del reddito volta al rilancio pieno dei mercati interni, essendo il suo primo obiettivo la conquista dei più vasti – sterminati – mercati internazionali, con in testa quelli latinoamericani e asiatici. E’ questo contesto oggettivo che ci permette di dire che – oggi – una politica anche minimamente socialdemocratica, neokeynesiana, non è all’ordine del giorno, poiché è il capitale che non la vuole. D’altra parte era lo stesso Bertinotti, al V Congresso del Prc, a dire che “col centro sinistra nemmeno il caffé ”, per poi andare al VI Congresso, a Venezia, con una immotivata, improvvisa e insensata linea ultragovernista… Il governo Prodi, per poter davvero praticare una politica anche timidamente redistributiva, doveva essere un governo in forte controtendenza, rispetto allo stato presente delle cose e rispetto ai rapporti di forza sociali. Lo era? Era, nella sua natura, in controtendenza e cioè capace di imporre una politica economica redistributiva anche contro la volontà del capitale? Non lo era e non lo è stato. Questo dovevano capire i comunisti e le forze della sinistra. Se l’avessero capito probabilmente non s a r e b b e r o nemmeno entrati nel governo Prodi e, certamente, ne sarebbero usciti in tempo: o sulla questione delle guerre imperialiste o sulla questione del Protocollo su pensioni, welfare e legge 30…

– Parlavi però di un’altra questione di tipo strutturale…

Si: voglio dire che la disaffezione, la passivizzazione, l’abbandono della militanza, il disorientamento e infine la rottura politica con il partito, da parte dei compagni di base e degli elettori del Prc – rottura che si è vista tutta in questa ultima campagna elettorale, sin dentro le urne – è una rottura che si materializza con la scelta drammaticamente sbagliata dell’Arcobaleno ma che si forma nel lungo – decennale – processo di decomunistizzazione portato avanti nel Prc ( e fuori del Prc e cioè sugli elettori comunisti) da Bertinotti e dall’intero, vasto e diffuso gruppo dirigente a lui legato. Non sto qui a ricordare la lunga teoria di “ strappi “ e di rotture profonde – spesso insanabili – con la cultura comunista: la cancellazione della categoria dell’imperialismo, la non violenza, la cancellazione di tutta la storia comunista del ‘900, a volte – addirittura – la demonizzazione di tale storia, l’abbandono della categoria gramsciana di intellettuale collettivo, e ancora e ancora. Rotture profonde alle quali vanno aggiunte – per capire il disorientamento profondo prodotto su tanta parte di comunisti (militanti ed elettori) – le continue proposte di trasformazione/superamento del Prc ( nella Gad, nell’Unione, nella Sinistra Europea, nella sua Sezione Italiana, nell’ Arcobaleno, nei vari “nuovi soggetti” politici evocati ad ogni piè sospinto). Se una tale pressione fosse esercitata su di un individuo, esso ne uscirebbe fuori con una chiara patologia: la schizofrenia, alla quale non si regge.E il partito, i suoi iscritti, i suoi militanti, i suoi elettori, non hanno retto. Arrivati all’Arcobaleno, essi non sapevano più chi fossero, come chiamarsi, per chi votare… Il punto è che Bertinotti, in tutti questi anni, ha avviato scientemente una profonda spinta volta alla distruzione della cultura comunista in vigore senza essere in grado ( poiché certo non è Gramsci, né Longo, né Togliatti) di colmare quel vuoto prodotto – intellettualmente, teoricamente – con un rinnovato pensiero comunista, all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe. Ciò che è rimasto è il vuoto, ma poiché il vuoto tende a riempirsi, esso si va riempiendo di ci ciò che la cultura dominante propina alla sinistra indebolitasi: la vecchia via della mediazione subordinata con il capitale; quella, nell’essenza, socialdemocratica. Ciò era l’Arcobaleno, ciò è – sostanzialmente – l’odierna proposta di Bertinotti e Vendola della costituente di sinistra.

– Siamo giunti, dunque, al Congresso del Prc. Che ne pensi del dibattito apertosi, delle mozioni in campo?

La mozione Vendola ha un pregio: quello della chiarezza. I compagni parlano sinceramente di costituente di sinistra. Noi siamo frontalmente contrari, poichè è chiaro che sarebbe la fine del partito e del- invece ambigua la mozione Ferrero: in essa, nell’essenza, emerge la proposta di una sorta di Izquierda Unida italiana, di una “rete” di soggetti – a partire dal recupero pieno del progetto bertinottiano della Sinistra Europea – che si fa partito “orizzontale”, a “rete”. Ferrero aveva già, a lungo e recentemente, proposto per il Prc la via di una Federazione, simile a quella della vecchia Flm. Nell’insieme, il progetto della mozione Ferrero non può lasciarci tranquilli, poiché la questione del rilancio di un partito comunista pienamente autonomo è – attraverso oscure formule – eluso. Ritengo invece che la questione della piena autonomia comunista – di tipo culturale, politico, organizzativo, economico – sia quella centrale. Lo è sempre stata ma, se possiamo così dire, oggi lo è più che mai. E lo è più che mai proprio perché oggi i comunisti sono (ancora) segnati dalla sconfitta di fase e, per rilanciarsi, hanno bisogno come il pane di giungere alla rielaborazione di una prassi e di un apparato politico e teorico adatto alle odierne – spesso inedite – contraddizioni sociali. E per giungere a tale, alto obiettivo non hanno certo bisogno di “ cessioni di sovranità “ ( inevitabili sia nella forma vendoliana della costituente di sinistra, che nella forma ferreriana della Federazione) , ma di un partito che nella lotta anticapitalista e antimperialista e sulla base delle grandi lezioni pratiche e teoriche che la storia del movimento comunista ci ha lasciato, trovi la sua fucina per la rielaborazione di un progetto comunista – tattico e strategico – all’altezza dei tempi. Debbo chiaramente dire che solo nella nostra mozione, quella dei 100 Circoli, è posta come questione centrale quella del rilancio del partito comunista: di lotta, non governista, autonomo, radicato nei luoghi di lavoro e nei territori, antimperialista e internazionalista.

– Lo scorso 17 aprile è uscito, sulla stampa nazionale, un Appello di 100 grandi personalità del mondo operaio, intellettuale, artistico e scientifico. In esso si propone di dar vita ad un processo di unità dei comunisti, iniziando dall’unità tra Prc e Pdci. Cosa ne pensi?

Condivido totalmente lo spirito e la lettera di quell’Appello. Non ha più nessun senso la separazione dei due maggiori partiti comunisti italiani. Credo, anche, che se non fossimo in grado, in tempi non biblici, di unire i comunisti e le comuniste in un’ unica organizzazione, la diaspora comunista subirebbe una ulteriore accelerazione, sino alla polverizzazione finale. Contemporaneamente, la mancata unità dei comunisti favorirebbe e fornirebbe più “senso” al processo, già fortemente in campo, di costituente di sinistra, e cioè alla trasformazione finale dei comunisti in socialisti e in socialdemocratici. Positivamente, il Pdci si è gia reso disponibile al processo unitario, volto alla costruzione di un nuovo e più forte partito comunista Un obiettivo importante, per il quale occorrerà lavorare assiduamente su due fronti: da una parte convincere tutto il Prc (o almeno la sua parte più avanzata , dato che gran parte dei “vendoliani” e dei “bertinottiani” sembrano già aver scelto la loro strada “ di sinistra”) ad aderire al progetto unitario. D’altra parte, impegnarsi per costruire un nuovo partito comunista che non ricada negli errori, spesso drammatici, dei due partiti già in campo : l’errore di confondere il giusto e necessario spirito rifondativo con il superamento e la cancellazione della cultura comunista, o l’errore di cadere nel più bieco istituzionalismo e governismo. Poiché è tutt’altro ciò che occorre : occorre rimettersi alla testa di un nuovo – e forse lungo – ciclo di lotte sociali; occorre non cadere mai più nel rischio del cretinismo parlamentare; occorre dar vita ad una ricerca alta, libera, tendente alla costituzione di un corredo politico e teorico rivoluzionario, che sappia essere attraente per “la classe” e per le nuove generazioni; occorre riprendere la lotta antimperialista e rilanciare l’internazionalismo; occorre un partito comunista fortemente democratico al suo interno e privo di monarchie, che si impegni a costruire la propria organizzazione sui territori, nelle periferie e soprattutto ( recuperando Lenin e Gramsci) nei punti alti del conflitto capitale – lavoro : nei luoghi della produzione. O il partito comunista lo costruiremo così o rischieremo di costruire un’altra finzione, un ulteriore feticcio. L’autunno che verrà, dopo i due Congressi del Prc e del Pdci, può essere un terreno favorevole per la costruzione dell’unità, sul campo, dei comunisti : le lotte contro il governo Berlusconi, contro l’ulteriore rafforzamento delle missioni di guerra sui fronti internazionali, contro le leggi razziali, in difesa del contratto nazionale del lavoro, contro le misure antioperaie, contro il fascismo riemergente, potranno vedere i comunisti uniti, con le loro diverse bandiere; Prc e Pdci, ma anche compagne e compagni che si organizzano attorno ad altre esperienze, o compagne/i della diaspora, potranno, se vorranno, se saranno lungimiranti, iniziare ad unirsi così, nelle piazze, nel conflitto, per un progetto strategico di un partito comunista unito, di classe, di lotta.