Comuniste e comunisti a Congresso: la strada difficile della ricerca

Il quinto Congresso nazionale del PRC si è da poco concluso. E’ quindi giunto il momento di avviare un bilancio, sebbene provvisorio, di ciò che ha prodotto.
Il Comitato Politico Nazionale (CPN) ha varato nei mesi di Novembre e Dicembre i documenti congressuali. L’asse fondamentale del ragionamento poggiava su alcuni elementi di fondo che sono stati considerati centrali e condivisibili dalla maggioranza del partito: l’analisi della “globalizzazione neo-liberista” come fase attuale dell’organizzazione capitalistica, l’individuazione dei grandi movimenti di massa come elementi propulsivi di una rinnovata critica a questo modello di sviluppo, la necessità di adeguare il partito alla nuova fase. In questo quadro si inseriva un giudizio, riconfermato dalle elezioni politiche dello scorso anno, sul fallimento del centro-sinistra nel suo tentativo di “governare” i processi di globalizzazione attraverso politiche un po’ meno moderate rispetto alla destra.
Questo asse strategico, uscito largamente condiviso dal CPN e dal congresso, ha trovato in questi mesi conferme non marginali.
La costruzione di un congresso a tesi, voluto fortemente dal Segretario Nazionale, tendeva a sollecitare poi una discussione più approfondita e di merito, permettendo all’interno dei due documenti che sono stati presentati, una articolazione su singole tesi.
La discussione sui 4 emendamenti (su 63 tesi complessive) firmati da una sessantina di compagne e compagni del CPN, e le modalità attraverso cui si è andata sviluppando la discussione culminata con la dichiarazione del Segretario al Congresso Nazionale secondo cui, contraddicendo lo spirito del congresso a tesi, gli emendamenti avrebbero rappresentato un vero e proprio impianto alternativo al documento integrale, hanno mostrato che probabilmente oltre agli obiettivi esplicitati (la “destalinizzazione” per esempio), questa assise ne aveva altri meno evidenti, che sono stati frenati dal risultato delle votazioni. Ma andiamo per ordine.

I 4 emendamenti si ponevano l’obiettivo di correggere alcuni elementi di analisi e proposta che ci parevano fuori centro proprio rispetto ai capisaldi del documento. Non è un caso che gli elementi di maggiore debolezza e inadeguatezza delle tesi di maggioranza siano venuti esattamente sui punti individuati dagli emendamenti: E’ difficilmente contestabile il fatto che le grandi mobilitazioni dei lavoratori (i tre milioni di persone a Roma il 23 di Marzo, e lo sciopero generale di Aprile) ricollochino al centro la contraddizione capitale lavoro e la necessità che essa innervi, con le sue istanze ed i suoi contenuti, il movimento “no-global”, anche per contrastare una politica avvolgente, e moderata, sviluppata dal centro-sinistra e che sta producendo, anche in queste elezioni amministrative, collegamenti fra i partiti de l’ulivo e settori del movimento. E’ difficilmente opinabile, alla luce anche della grande manifestazione del 23 Marzo, che una solida organizzazione fatta di sedi, strutture, infrastrutture, presenza nei luoghi della produzione e dei nuovi lavori, sia un elemento indispensabile ed un presupposto fondamentale per un agire politico che non sia episodico e contingente, ma costante e di prospettiva. E’ difficilmente confutabile il fatto che, al di là delle suggestioni “negriane” sull’impero delle multinazionali contrastato dai nuovi “militanti francescani”, alla luce di quanto è avvenuto in Afghanistan, Palestina, Venezuela e di quanto sta per avvenire in Iraq, l’unica super potenza rimasta che conduca una politica imperialista, e che il ruolo delle nazioni, o di gruppi di stati, è tutt’altro che finito, così come le contraddizioni interimperialistiche. E’ infine innegabile che il mantenimento di una identità e di un profilo riconoscibili non siano un freno o un piombo nelle ali, bensì un presupposto fondamentale nella costruzione di un autonomo Partito Comunista di massa, nel quadro di una sinistra alternativa, anche per contrastare dinamiche revisionistiche che proprio in questi giorni stanno portando ad equiparare, in una logica di “pacificazione”, i carnefici e le vittime, gli aguzzini ed i liberatori.
Il risultato assolutamente inaspettato che hanno avuto gli emendamenti proposti su quei temi, è figlio soprattutto della loro maggiore coerenza rispetto alla realtà, e ad un maggiore rigore analitico rispetto alle proposte originarie. Se si pensa poi che tale risultato è stato ottenuto senza che essi venissero presentati e discussi in tutti i congressi di circolo e senza che in alcune realtà fossero neppure messi in votazione, il consenso ricevuto risulta addirittura straordinario. Alcuni dati in tal senso sono necessari per meglio comprendere l’esito del congresso. Il CPN del 16 Dicembre 2001 ha licenziato le tesi con i seguenti risultati all’interno del documento di maggioranza: tesi 14/15 sull’imperialismo: 81% per le tesi integrali e 19% per l’emendamento; tesi 39 sulla centralità del conflitto capitale lavoro: 78,9% alle tesi integrali e 21,1% all’emendamento; tesi 51/52 sulla storia dei comunisti: 81,3% per le tesi integrali e 18,7% per l’emendamento; tesi 56 sul partito: 79,7% alle tesi integrali e 20,3% all’emendamento, con una media ponderata su tutti e quattro i contributi che vede le tesi integrali votate dall’80,3% del CPN e gli emendamenti dal 19,7%.
Il congresso nazionale del 4-7 Aprile, al termine di un percorso ampio e articolato ha invece “regalato” i seguenti risultati nell’ordine: tesi 14/15: 69,1% alle tesi integrali e 30,9% all’emendamento (+ 11,9% rispetto al CPN); tesi 39: 66,2% alle tesi integrali e 33,8% all’emendamento (+12,7%); tesi 51/52: 67,6% alle tesi integrali e 32,4% all’emendamento (+13,8%); tesi 56: 66% alle tesi integrali e 34% all’emendamento, con una media ponderata che colloca le tesi integrali al 67,2% e gli emendamenti al 32,8% (+13,1%).
Se poi inseriamo in questo conteggio anche i voti ottenuti dal documento Ferrando seguendo la logica di chi, come ho detto arbitrariamente, attribuisce ai 4 emendamenti un impianto alternativo al documento 1, il risultato è ancora più eclatante con le tesi integrali al 59,2% (- 8,2% rispetto al CPN), il documento Ferrando all’11,9% (- 4,1%) e i 4 emendamenti al 28,9% (+12,3%). Il dato relativo poi alla proposta di inserire un riferimento positivo a Lenin e Gramsci nel preambolo ha ottenuto dal 35% al 40% tanto che, se la componente di Ferrando, come aveva fatto in numerosi congressi provinciali e di circolo, la avesse sostenuta, sarebbe addirittura passata.
Al dato nazionale sono da aggiungere i risultati conseguiti in congressi provinciali particolarmente significativi con gli emendamenti che ottengono percentuali superiori al 40% in realtà come Milano e Torino, sopra il 50% a Bologna o Brescia, e dall’80% a più del 90% a La Spezia, Pistoia o Cosenza, ed in regioni importanti come Lombardia, Emilia Romagna, Marche e Toscana (oltre il 30%), Calabria (oltre il 40%) e Sardegna dove addirittura superano il 50% dei consensi.

Questi dati certamente eloquenti, spingono ad alcune riflessioni più analitiche.

1) I numeri sono abbastanza espliciti rispetto all’esito complessivo del congresso soprattutto in relazione alle “forze” messe in campo. Nonostante lo schieramento “bulgaro” a favore delle tesi integrali di tutti i parlamentari, nazionali e non, di gran parte dei consiglieri regionali (ci sarebbe qui da ragionare su quale “tendenza” esprima le maggiori pulsioni elettoralistiche, e dove risieda la vera “pancia istituzionale” del partito), di tutta la segreteria nazionale (tranne Grassi e Pegolo), e dell’80% del Comitato Politico Nazionale, il congresso nazionale ribalta, clamorosamente, i valori del CPN dimostrando anche la vitalità della nostra forza politica.
2) Chi ha sottoscritto gli emendamenti ha risposto, in modo serio e responsabile, ad una sollecitazione utile e indispensabile per una forza comunista, tendente ad aprire una riflessione collettiva e di merito sui problemi. Se tutti avessero risposto in modo altrettanto sereno a tale sollecitazione ne sarebbe venuto fuori certamente un congresso ancora più interessante e approfondito. La sensazione che invece si è avuta è stata quella di un tentativo di “fare i conti” all’interno dei gruppi dirigenti con una area politica e culturale più volte definita un freno per le potenzialità del partito. Questo risulta evidente sia da un confronto congressuale che è stato condotto più nell’ottica di ridimensionare il peso degli emendamenti, che contrastando il documento alternativo, sia dal fatto che quasi immediatamente è stata data vita ad una sorta di “maggioranza della maggioranza”, la cui prima riunione è stata addirittura presieduta dal Segretario Nazionale, formata dai sostenitori del documento nella sua stesura integrale, arrivando al paradosso per cui in un congresso a tesi chiunque avesse sostenuto anche solo un emendamento, si sarebbe trovato escluso dalla “maggioranza” come se avesse sottoscritto un documento alternativo. Ma un altro dato è altrettanto, se non più, significativo, ovvero il fatto che la cosiddetta “maggioranza della maggioranza” è tutto fuorché un blocco omogeneo. Al suo interno convivono sensibilità come quella ex PCI (Crippa e Mascia), o quella definibile come “negriana” (Mantovani, pezzi dei “Giovani Comunisti” e forum delle donne), a vere e proprie aree articolate attorno a riviste politico-culturali come gli ex DP (Ferrero, Russo Spena, Vinci), i trotzkisti della quarta internazionale (Maitan, Turigliatto), per arrivare naturalmente alla componente più organicamente legata al Segretario Nazionale (Giordano, Gianni ecc.). Cosa ha tenuto insieme sotto l’ala carismatica di Fausto Bertinotti culture, tendenze ma anche impostazioni politiche così differenti? Perché nessuno ha raccolto la sfida di misurarsi con coraggio e onestà intellettuale nella costruzione di una linea politica per il nostro partito? Perché l’obiettivo non dichiarato, ma praticato, era il drastico ridimensionamento non tanto e non solo dell’”area de L’Ernesto”, ma di una cultura politica, quella gramsciana e leninista, ritenute un freno rispetto alle potenzialità del partito. In questo contesto teso non a costruire una linea, ma a marginalizzare una cultura politica, convinzioni, e convenienze si sono intrecciate nel “correntone”. Non c’è poi da stupirsi che al momento della definizione degli organismi dirigenti tali contraddizioni siano esplose. Perché se è vero che al momento di fare nomi sempre si evidenziano problemi assolutamente fisiologici, è altrettanto vero che questi vengono superati solo se vi è una convinta condivisione di un progetto o di una impostazione politica, e che divengono invece laceranti e dirompenti quando quella “solidarietà” rispetto all’obiettivo non c’è. Questo, unito alla drastica riduzione del numero dei membri degli organismi di direzione politica del partito, ha prodotto un esito alquanto indicativo della “solidità” della cosiddetta maggioranza della maggioranza. Alla votazione per l’elezione del nuovo CPN infatti hanno votato a favore 350 delegati, (il 69,5% dei 504 presenti), contro 112 (22,2%) e astenuti 42 (8,3%), e questo dato è tanto più significativo se si considera che hanno votato a favore sia i sostenitori degli emendamenti che la 2° mozione, mentre contro la proposta si sono espressi, dalla tribuna congressuale, membri della segreteria uscente con motivazioni pesantissime dalla sottolineatura di una eccessiva tenerezza del Segretario rispetto dissenso espressa da Mantovani, alla scarsa attenzione ad esperienze esaltate come fondamentali (la FIOM) nella composizione del gruppo dirigente, denunciata da Zuccherini, fino addirittura all’accusa di una “gestione familistica del partito” avanzata dalla compagna Mascia.
3) Il processo di destrutturazione di quella cultura politica ritenuta come pesante fardello per il partito è poi passata dai princìpi filosofici alla prassi concreta, tanto che, ad oggi, il PRC non ha più un tesoriere, inteso come dirigente politico, ma un tecnico più simile ad un amministratore, non ha ancora individuato un responsabile organizzativo il quale, comunque, non farà più parte della nuova segreteria, così come non ne farà più parte il responsabile lavoro, non ha ancora definito l’organizzazione dei suoi dipartimenti e settori di lavoro.
4) In questo quadro di assoluta liquefazione di una struttura ritenuta evidentemente un intralcio nell’ottica di costruire un partito “leggero” sia rispetto ai propri riferimenti culturali, sia rispetto al proprio “assetto organizzativo”, il nostro ruolo rivestirà un’importanza fondamentale per tutta una serie di ragioni:
a) La tendenza, che mi pare emergere è quella di costruire una organizzazione che si muova per “grandi campagne”, da qui il ridimensionamento o la sottovalutazione del ruolo e delle funzioni dei dipartimenti di lavoro, fortemente identificata con il carisma del proprio gruppo dirigente più che con la solidità delle proprie strutture, da qui l’indebolimento di figure non solo tecnicamente ma politicamente fondamentali come il tesoriere e il responsabile organizzativo. Tutto ciò rischia di rappresentare un freno rispetto alle grandi potenzialità che la fase e la ripresa dei movimenti ci offrono. Per fare un esempio: il Partito si appresta a lanciare una campagna referendaria su 8 quesiti. A parte il giudizio politico sull’iniziativa, o sulla “usura” dello strumento referendario più volte anche da noi denunciata, ci accingiamo a farlo nel pieno di un congresso ancora in corso (ci sono le assisi regionali), con intere federazioni impegnate in campagna elettorale, con le feste da organizzare, dovendo raccogliere, per essere tranquilli, 3.900.000 firme (650.000 per 6 quesiti), nei mesi di Giugno, Luglio, e Agosto: quale partito è necessario per fare ciò? Un partito burocraticamente sbilanciato sui vertici e con un’organizzazione ridimensionata, o un partito radicato e presente sul territorio, nelle grandi strutture di massa, nei luoghi di lavoro, e con una forte organizzazione congiunta ad un senso di appartenenza e della militanza non frustrati dai giudizi “liquidatori” sul novecento, o sulla “vetustà” della propria strutturazione?
b) Per questo gli assi di lavoro individuati con gli emendamenti devono essere consolidati e sviluppati: la formazione dei quadri che permetta una maggiore attenzione alla nostra storia e alla costruzione di una critica marxista e comunista dell’esistente; l’assunzione della centralità del lavoro; il rafforzamento del partito e delle sue strutture, devono continuare a rappresentare gli elementi qualificanti della nostra iniziativa in un quadro analitico, strategico e politico largamente condivisibile.
c) Il consenso ottenuto dagli emendamenti va ben al di là di un’area rigidamente identificabile con questa rivista. Il 30% dei consensi che abbiamo ottenuto sugli emendamenti è un investimento politico che una grandissima fetta di questo partito (potenzialmente maggioritaria) ha voluto fare individuando in questa iniziativa, e nei compagni che la hanno condotta, non una propensione correntizia, ma una garanzia per il rafforzamento del partito in un quadro di grandi potenzialità.
Per dirla con una battuta i sommergibili sono emersi ed oggi possono rappresentare un elemento di solidità, rigore e serietà fondamentali per tutto il partito della Rifondazione Comunista.