Comunista comunista comunista

Un anno da coordinatore dei Giovani Comunisti di Torino

Nel febbraio 2001 i Giovani Comunisti di Torino dopo un lungo periodo di sterili contrapposizioni con una conferenza straordinaria si diedero un nuovo coordinamento e mi individuarono quale coordinatore. Io avevo fino ad allora lavorato nel mio circolo senza partecipare agli scontri senza aderire agli schieramenti che fra i giovani si erano costituiti. Speravo di costituire l’elemento di mediazione fra due gruppi che si erano fino ad allora, contrapposti su basi ideologiche.
Dopo la conferenza, il lavoro procedette unitario, discutendo, anche aspramente, sulle questioni che ci trovavamo ad attraversare, senza però rimanere invischiati in schieramenti precostituiti, senza bande e senza fronti. In alcuni casi ci trovammo in contrasto con la segreteria, ma sempre producendo molta iniziativa politica. È stato un periodo intenso e straordinario durante il quale i Giovani Comunisti sono cresciuti. Sarebbe lacunoso ripercorrerlo tutto: impossibile però non citare il “Comitato globalizzazione dei diritti” precursore di quasi un anno del Torino Social Forum e poi dopo la costruzione dei sociale forum locali, le mobilitazioni degli studenti medi contro i buoni scuola, l’esperienza fatta dal nostro gruppo in regione, nel presentare una proposta di legge regionale espressione del movimento studentesco, e poi gli universitari contro i periodici rincari delle tasse, l’antifascismo, le campagne elettorali e le feste del Partito. Le mobilitazioni hanno visto un’infinità di banchetti, volantinaggi, attacchinaggi, manifestazioni, presidi, picchetti, boicottaggi, occupazioni simboliche e non.

I Giovani Comunisti, pur avendo avuto la debolezza di una scarsa attività sulle tematiche del lavoro, hanno operato perché avvenisse la saldatura fra il movimento no-global ed il mondo del lavoro. Ad esempio, durante le manifestazioni dei metalmeccanici per il rinnovo del contratto la scorsa primavera, cercando di creare rapporti con i giovani operai, tra i quali si scorgevano elementi di forti radicalità. Ce li trovammo a fianco poi anche nelle manifestazioni del movimento, da Genova in poi.
L’esempio può essere un caso che ha dello straordinario: la mobilitazione dei Giovani Comunisti del circolo di Venaria, un importante comune della prima cintura di Torino, in cui una fabbrica, la Ficomirrors, stava per essere chiusa licenziando tutti e portando via i macchinari il 31 dicembre. La sera di capodanno iniziava l’occupazione ed il blocco dei cancelli, noi partecipammo giorno e notte per 17 giorni. La lotta in quel caso pagò e la multinazionale dovette cedere alle richieste dei lavoratori.
A Torino, nell’autunno scorso, abbiamo assistito ad un entusiasmante avvicinamento di tante e tanti Giovani Comunisti/e, al nostro Partito visto quale elemento interno al movimento, aperto ma forte di una proposta globale, di un disegno alternativo di società.

Il congresso a Torino

A Torino il congresso non si è basato tanto sulle tesi quanto su lotte di potere intestine, che hanno visto il segretario regiona e quasi tutti i membri della segreteria provinciale che tentavano di fare le scarpe al segretario provinciale Gianni Favaro, prendendo a pretesto il fatto che aveva sottoscritto gli emendamenti. Lo scontro iniziò ben prima della pubblicazione delle tesi, nel momento in cui cominciarono a circolare voci di incontri tra dirigenti nazionali per concretizzare questa sostituzione.
Io ero entrato in segreteria quasi un anno prima perché coordinatore dei Giovani Comunisti, senza avere legami politici con nessuno, trovandomi a volte anche in disaccordo con il segretario, ad esempio sulla manifestazione di Genova, che a mio avviso tutta la segretaria stava sottovalutando.
Quando uscirono le bozze del documento congressuale vi scorsi alcuni elementi di preoccupazione, non comprendevo la critica allo stalinismo, che mi pareva totalmente scontata, completamente fuori tempo massimo. Anzi penso che si parlasse di stalinismo per condannare il togliattismo, e questo per liquidare la memoria storica del PCI, che veniva citato solo per rilevarne i limiti dell’eccessivo istituzionalismo. Mi preoccupava cancellare in blocco, tutte le esperienze di socialismo realizzato. Questo non per difendere l’indifendibile ma perché mi pareva che più utile sarebbe stata l’analisi degli errori e degli orrori, ma anche la valutazione delle speranze e dei successi. Trovavo preoccupante la decontestualizzazione della rivoluzione d’ottobre, scollegata da tutto ciò che era stato prima e da tutto quello che l’avrebbe seguita, quell’ennesimo ritorno a Marx, che nel saltare un secolo di marxismi mi pareva di nuovo semplificare all’eccesso, in una operazione quasi di marketing, di lifting, che salvasse ciò che fosse più presentabile.
Mi preoccupava quell’analisi storica che individuava, in un punto intitolato “bilancio del 900”, quale “essenziale” la lotta al patriarcato, la “rivoluzione femminile”, inserendola sullo stesso piano della lotta del movimento operaio, ponendola prima ancora delle lotte di decolonizzazione, delle lotte antifasciste. Scambiare i sogni per realtà. Questa fu l’impressione che ricavai dalla prima lettura di alcuni passi del documento.
I quattro emendamenti fugarono quasi totalmente queste perplessità, e per questo dopo averli letti decisi di sostenerli attivamente.
Tra i giovani, le scelte furono come al solito nette: alcuni scelsero leggendo le tesi altri appassionandosi ai dibattiti ed altri ancora seguendo i gruppi, le amicizie e i rapporti.
Così i percorsi furono spesso collettivi, i circoli in cui più forte è la presenza giovanile (> 15), che a Torino sono quelli della prima cintura, scelsero in maniera unanime un campo o l’altro, ed è il caso di Moncalieri che si schierò con il documento integrale, oppure Candiolo, Orbassano, Rivoli, Venaria che scelsero gli emendamenti.
In questo percorso ebbero un ruolo decisivo le manovre sottomarine per far fuori il segretario provinciale. Questo tentativo di epurazione non si basava su un giudizio circa il lavoro svolto da quest’ultimo, quanto sulla presunta infedeltà alla linea del segretario nazionale. Questo atteggiamento non fu assolutamente compreso dai militanti che li battezzarono “i sacerdoti della linea” e che portarono di conseguenza adesioni inattese agli emendamenti.
In questa fase cessò il lavoro unitario del Partito e cominciarono a scontrarsi le cordate, le aree e le correnti, a cominciare dalla segreteria provinciale. Ricordo di essere rimasto colpito, al funerale del compagno Elio Marchiaro, presidente del consiglio provinciale di Torino, stimatissimo da tutti e cui ero legato da profondo affetto, di trovare i compagni divisi in crocicchi riflettenti i rispettivi schieramenti.
Lo scontro fu feroce ma ebbe una connotazione interessante. Se le rappresentanze istituzionali si divisero in modo equilibrato: quasi tutti i dirigenti del Partito, tutti gli intellettuali, si schierarono con le tesi integrali (che dopo le minacce di epurazioni erano divenute integraliste), mentre i compagni più attivi nel lavoro pratico del Partito, i militanti di base, scelsero gli emendamenti. Il Partito del “dire” e il Partito del “fare” scelsero in modo diametralmente opposto.
Il congresso provinciale fu appassionante, si discusse molto, vennero a galla tutte le differenze e furono espresse alcune critiche e un buon numero di giuramenti di fedeltà al segretario nazionale. Ricordo a tal proposito l’intervento di Giorgio Cremaschi della segreteria nazionale FIOM, che sosteneva che chi oggi sceglie di non innovare, di basare tutto solo sull’orgoglio delle bandiere al vento poteva già uscire dal Partito con i cossuttiani.
A molti, suscitò ilarità il fatto che lui nel ’98 stava ancora nei DS. Mentre tenevo la presidenza del congresso, Cremaschi parlò per venticinque minuti, dovetti richiamarlo ben otto volte: fu l’unico a sbordare e anche per questo dovemmo sopprimere degli interventi. Si sarebbe poi comportato nello stesso modo a Rimini.
Al termine del dibattito il risultato del voto fu sostanzialmente un pareggio: otto delegati agli emendatori, nove agli integralisti e tre alla minoranza.
Fu il pareggio fra la squadretta dell’oratorio, quella dei militanti di base, e la squadra di serie A che aveva schierato in campo tutti i fuori classe.

Rimini

Su quella macchina di giovani sulla quale viaggiavamo Ilaria, Romina, Nadia, Roberto ed io, era un po’ come fossimo in gita scolastica, cantando a squarciagola la Locomotiva di Guccini. Per tutti era la prima volta al congresso nazionale, ci saremmo appassionati al dibattito, arrivammo emozionandoci in quel lungo abbraccio in cui il Partito strinse Nemer Hammad ed il suo popolo.
Ci colpì, nell’arco dei quattro giorni, la qualità degli interventi e i contatti che tessemmo con tanti compagni e compagne di realtà diverse; le riunioni seduti per terra o sull’erba, la sera in spiaggia a parlare di politica.
Vedemmo la splendida scenografia che faceva molto uso delle immagini ma che dimenticava la parola comunista, proprio come avevamo letto pochi giorni prima nell’intervista di Fuskas, l’architetto che aveva curato l’allestimento del congresso, e che riteneva bisognasse liberarsi di questo orpello del secolo passato. “Rifondazione rifondazione rifondazione” era lo slogan del congresso, e dopo aver letto un questionario anonimo1 distribuito ai delegati, che chiedeva se trovavamo giusto rinunciare al nome “comunista” se questo avesse consentito di accelerare la costruzione di una grande organizzazione di sinistra radicale, ci preoccupammo davvero. L’aggettivo comunista non è solo un’icona del passato è anche il programma di cambiamento futuro, un progetto di società.
Dal palco ci rinfrancarono le parole del nostro capogruppo alla regione Piemonte, Mario Contu, che ci spiegò che l’accusa di essere il “piombo nelle ali del Partito” doveva essere per noi un vanto, visto che il piombo in aeronautica si mette nelle ali proprio per stabilizzare il volo.
Decidemmo così di rimediare alla dimenticanza nella scenografia del congresso, andando ad aggiungere le parole che mancavano, e lo facemmo con lo stesso spirito con cui votammo gli emendamenti, non per differenziarci, ma per completare una parte che ci pareva carente.
La sera sulla spiaggia, tra due bottiglie di birra, disegnammo su un lenzuolo il motivo per il quale facciamo politica, per il quale lottiamo e ci scaldiamo tanto: “Comunista, comunista, comunista”.
Il giorno dopo, nonostante qualche perplessità dovuta al rispetto che abbiamo per la struttura del Partito, andammo a riempire quel vuoto attaccando sul palco della presidenza, lo striscione. Il servizio d’ordine fu un po’ lento ed arrivò quasi contemporaneamente ai fotografi, qualche strattone ma poi dovette lasciarcelo su.

Non faremo prigionieri

Il congresso a Torino ha lasciato profondi strascichi, “non faremo prigionieri” la battuta che scherzosamente ci veniva rivolta, pare essere divenuta la linea di condotta dei molti.
Le stesse condizioni in cui è stato eletto il nuovo segretario provinciale Stefano Alberione, con soli 47 voti su 112, prefigurano uno scenario di assoluta debolezza, ma soprattutto prefigurano la prosecuzione degli scontri interni, dati da una maggioranza relativa che intende governare il Partito a colpi di maggioranza, dimenticando il valore dell’unità del Partito.

Note

1 Venimmo a sapere da Liberazione il giorno dopo che si trattava di una ricerca di studiosi francesi.