“Come si diventa materialisti storici?”

*Coordinamento Giovani Comunisti di Bologna

In occasione del novantunesimo compleanno di Pietro Ingrao, in data 30 marzo 2006, il Centro Studi per la Riforma dello Stato ha offerto ad Edoardo Sanguineti l’opportunità di tenere una Lectio Magistralis. La sala, il Refettorio della Camera, è quella delle occasioni importanti; il pubblico, numeroso, anche: tra i presenti in sala Antonio Bassolino, Alfonso Gianni, Walter Tocci , Gianni Ferrara, per fare solo alcuni nomi. Introduce Mario Tronti . Sanguineti sceglie il tema: “Come si diventa materialisti storici?”. La Lectio, con questo titolo, verrà poi edita ad ampia tiratura in un opuscolo con – a detta dell’autore – “minimi ritocchi e restauri, anzi minimissimi”, uscito di recente per Manni Editori. Per intenderci, è oggi uno di quei libelli che si trovano impilati vicino alle casse in tutte le più grandi librerie. L’autore, Edoardo Sanguineti appunto, non ha bisogno di presentazioni dal momento che stiamo parlando di una delle più alte testimonianze viventi della cultura italiana del Novecento. Il testo in questione contiene, va detto subito a favore di chi legge, un primo riferimento a “l’odio di classe”, parolaccia che Sanguineti ha ripetuto ostinatamente in un’altra occasione (di cui parleremo in seguito), scatenando così gli appetiti della cronaca. Per noi può essere interessante leggere questo che possiamo considerare come un saggio breve, non solo perché Sanguineti mette qui in discussione alla radice il suo intero percorso intellettuale, ma anche perché lega a queste considerazioni temi estremamente importanti ed attuali che vale la pena valutare con attenzione. Nell’intenzione ironicamente declamata, quello che abbiamo davanti sarebbe “una specie di manualetto, un poco come si potrebbe scrivere un libro che avesse come tema: Come coltivare i fiori sopra le terrazze romane”. In realtà, ovviamente, siamo di fronte ad un intervento che è e vuol essere molto più di questo. Come si diventa materialisti storici? è un tentativo che Sanguineti fa di legare la storia anche privata del proprio sentire, il suo approdo personale al materialismo storico, ad uno dei temi classici del marxismo, ovvero quello del rapporto fra gli intellettuali e la classe operaia; segnatamente rispetto alla questione cruciale dello sviluppo della coscienza di classe. “Perché ho scelto questo tema? – si chiede l’autore –. Per tante ragioni, ma quello che mi ha interessato è il fatto che, in tutta la tradizione del materialismo storico, si afferma che la classe proletaria riceve la coscienza dall’esterno”. “L’idea – prosegue poco più avanti – che sono gli intellettuali che portano la coscienza di classe ad un gruppo sociale fondamentale ed essenziale come il proletariato”. Se questo è vero, allora “si potrebbe porre la seguente questione: ma come gli intellettuali acquistano coscienza di classe?”. E’ la questione intorno a cui ruota tutto l’intervento, sulla scia di questa semplice, quanto già irreversibilmente orientata, progressione concettuale. E’ subito da notare come sia indicativo che nel 2007 la domanda su come si diventa marxisti possa essere tradotta con quella, non proprio equivalente in verità, su come gli intellettuali acquistino coscienza di classe. Come si diventa materialisti storici? è ed esplicitamente vuole essere la lettera aperta che un intellettuale comunista, di estrazione borghese, rivolge ai suoi consimili per esporre, a mo’ di vademecum, il proprio percorso. Si capisce bene allora come, a partire da quest’impostazione, il problema dello sviluppo della coscienza di classe, questione oggi più che mai all’ordine del giorno per una qualsivoglia prospettiva comunista, si saldi con l’esperienza privata di chi, questa domanda, ha il privilegio di potersela porre. Se, per essere più chiari, è l’intellettuale che fornisce una coscienza alla classe operaia, allora le ragioni che spingono l’intellettuale ad essere marxista, la sua “storia esistenziale”, sono decisive. Del resto non erano Marx ed Engels stessi, il secondo soprattutto, di estrazione borghese? Inoltre, se è vero che per un marxista alla presa di posizione teorica è conseguente l’impegno pratico, ecco emergere allora il valore politico che Sanguineti sembra voler dare alla pubblicazione di questo testo. Non sarebbe qui difficile, da un punto di vista hegelo-marxista, suggerire l’idea secondo cui il teorico deve riuscire nel sommo compito di dar voce alle forze di cui la storia è già gravida. E’ come se uno “spirito interno”, – così si esprime Hegel – un motore nascosto (per noi la lotta di emancipazione delle classi sfruttate), volesse rompere il suo guscio e chiamare a sé una coscienza, una consapevolezza del proprio ruolo, per poter influire a viso aperto nel corso del mondo. L’intellettuale non deve far altro che rispondere a questa chiamata. Questo è il ruolo che Marx pensa di dare al proprio lavoro. In questa idea le storie private sono spazi bianchi sui libri di storia; che pure, si badi, non possono non esserci. Consegue la questione dell’organizzazione, del partito inteso come intellettuale collettivo, come forma naturale e concreta dello strutturarsi di una matura coscienza di classe. Sanguineti sembra trascurare questi aspetti per privilegiare una lettura più marcatamente avanguardista, coerentemente del resto con la cornice culturale entro la quale si è formato ed ha lavorato. Proprio per articolare meglio, nella sua prospettiva, il piano personale e quello storico, Sanguineti evoca nel testo la figura di Lukàcs. Il riferimento a questo autore è qui assai calzante. In primo luogo perché il saggio Coscienza di classe, citato da Sanguineti e contenuto in Storia e co – scienza di classe, si muove proprio entro questi temi. Lukàcs ivi sostiene, per quel che ci interessa, che solo a partire da una concezione della storia come totalità dialettica, di matrice hegeliana, è possibile ricomprendere il sentire soggettivo degli uomini, la loro “coscienza psicologica”, nel processo di strutturazione di una coscienza oggettiva, storica e sociale: la coscienza di classe. In seconda istanza il riferimento è calzante perché a Storia e coscienza di classe, edito nel 1923, un Lukàcs ormai su diverse posizioni scrisse nel 1967 una Prefazione che sconfessava l’opera, che era stata considerata idealistica dall’Internazionale, ritenendola espressione di “un periodo di transizione e di crisi interiore”. Sanguineti considera questa prefazione come “il più grande documento elaborato da qualcuno che racconta, con grande penetrazione, gli anni del suo apprendistato al m a rxismo”. Lukàcs non si limita, infatti, ad affermare i propri errori, ma cerca in sostanza di giustificarli su un piano storico. In queste pagine si può vedere allora un tentativo di “collegare lo sviluppo personale a un cammino più generale”, tentativo che è anche un “ripensamento della propria esistenza”. E’ proprio questa doppia prospettiva che interessa Sanguineti. Il giovane Lukàcs si occupa di estetica da posizioni di pensiero che egli stesso definirà poi irrazionalistiche. Si tratta di una tradizione di pensiero che critica da destra il capitalismo e le sue miserie, una critica che ha uno sguardo rivolto al passato, uno sguardo nostalgico: una posizione insomma in ultima analisi reazionaria. A partire da qui il marxismo è per Lukàcs una conquista raggiunta al seguito di una travagliata storia personale. Ma questo percorso, dalla critica irrazionalista al materialismo storico, è del resto molto comune fra gli intellettuali marxisti; e non è un caso, sembra voler giustamente dire Sanguineti. Se si prende in esame, potremmo aggiungere, il terzo capitolo del Manifesto, si potrà ben vedere come questo sviluppo delle idee, che dai vari socialismi utopistici ed aleatori porta al marxismo, rispecchi precisamente l’avanzamento storico delle lotte proletarie. A noi rimane qui l’amara constatazione che, guardando l’odierna condizione, essendo la storia fatta di corsi e ricorsi, questa via purtroppo può essere anche imboccata in senso contrario; ed è poi una paradossale conferma se ad andare contromano è anche chi di questi temi si è più e meglio di altri occupato. Fedele invece alla sua impostazione, Sanguineti prosegue raccontando di sé, ricordando la sua infanzia con una prosa davvero da grande maestro. Le immagini che evoca sono di quelle che fanno breccia. Il poeta, di estrazione borghese, racconta il suo primo incontro da bambino – sono gli anni della guerra – con un ragazzo di estrazione proletaria. Così, giocando per le strade di Torino, un giovanissimo Edoardo Sanguineti prendeva atto dell’esistenza della classe proletaria “come fatto concreto, come fatto umano”: una presa d’atto che orienterà tutto il suo percorso intellettuale successivo. Prendendo le mosse da “irrazionalista anarchico”, Sanguineti con un filo di autoironia si dice poi convertito ad uno stalinismo “molto rigido”, passando successivamente per “filocinese”, fino a “l’eurocomunismo di Berlinguer”, negli anni del suo impegno parlamentare. Ciò che però egli considera essenziale, la chiave che adesso gli permette di rileggere il suo impegno passato, è la fedeltà al principio secondo cui gli intellettuali sono chiamati a “diffondere o consolidare, per quel tanto o pochissimo di cui sono capaci, la coscienza di classe”. Ecco chiudersi con coerenza il cerchio dell’argomentazione. A questo punto, nei passaggi finali, Sanguineti chiama in causa l’autore che forse più di tutti fornisce il respiro teorico a questo suo discorso, e cioè Walter Benjamin. E’ un autore al quale anche il Sanguineti poeta ha dato uno sguardo profondo. Benjamin, attivo nella prima metà del secolo, era interessato ad una critica del progresso inteso in senso “positivistico”, come fluire lineare e quantificabile del tempo verso qualcosa di migliore; una critica classica nella filosofia del Novecento, che ha saputo farsi strada anche fra gli intellettuali marxisti. A questa concezione progressiva, nelle Tesi di filosofia della storia che Sanguineti cita, Benjamin oppone una visione messianica del tempo, secondo la quale “l’origine è la meta”. Egli salda questa visione con il marxismo, affidando alla rivoluzione il compito “retrospettivo” di redimere e riscrivere la storia dal punto di vista dei vinti. Il passato non è mai scritto una volta per tutte ed anzi nell’odio che gli sfruttati rivolgono alle classi dominanti, in questo desiderio di vendicare i torti subiti dai padri, il passato diviene motore. Il discorso intreccia profondamente memoria storica e ricordo personale, cioè esattamente quello che vuole fare Sanguineti. Benjamin, nella nona delle diciotto Tesi, riporta un’immagine molto celebre quanto affascinante per esprimere la sua concezione della storia. E’ l’immagine, ispirata al quadro di Klee Angelus Novus, dell’angelo della storia che, rivolto verso il passato, è tuttavia impigliato nella tempesta del progresso. “Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine [del passato NdA] sale davanti a lui nel cielo”. Passando, per così dire, dal sacro al profano, questa immagine l’aveva più volte utilizzata l’ex segretario del Prc, attuale presidente della camera, per indicare in ultima analisi che solo attraverso una profonda autocritica nei riguardi dei propri metodi passati, il movimento operaio poteva guardare al futuro con rinnovato vigore. Senza voler entrare nel merito di questa lettura bertinottiana, può essere qui stimolante notare che Sanguineti, riferendosi al Benjamin dell’odio di classe, non solo riporta l’immagine dell’angelo della storia nella sua cornice concettuale originale, ma rilancia anche al grande pubblico temi classici del marxismo che la sinistra italiana sperava di poter lasciare in cantina; l’effetto contrario, quindi, che l’ex segretario sperava di ottenere tirando per la giacchetta lo stesso autore. Parlando di “odio di classe” ci riferiamo, infatti, al polverone alzatosi intorno alle affermazioni di Sanguineti del 5 gennaio di quest’anno. Intervenendo a Genova alla conferenza stampa di presentazione del programma della lista «Unione a sinistra », che sostenne la candidatura di Sanguineti a sindaco della città, egli ripeté questa tesi sull’odio di classe già esposta nella Lectio che stiamo commentando. Naturalmente, come al solito, la frase è stata del tutto decontestualizzata. Nella dodicesima Tesi, Benjamin accusa la socialdemocrazia che, portando nella classe operaia la fede nel progresso, le avrebbe spezzato il “nerbo migliore” rappresentato appunto dall’odio di classe, inteso nel senso in cui lo declinavamo prima. Non c’è nulla di questo nel dibattito che è scaturito dalla provocazione di Sanguineti, eppure gli effetti, come già detto e come spesso succede, sono stati interessanti. In fondo non è così evidente l’odio con cui i padroni ed i potenti, si rivolgono agli sfruttati ed agli oppressi? Belgrado, Falluja, Beirut: non è questa la forma più alta di odio, cioè la completa indifferenza per la vita e per la dignità umana? Com’è squallido di fronte a tutto ciò il perbenismo dei media e delle istituzioni che arrossiscono, come una vecchia signora borghese benpensante nell’udire qualcosa di sconveniente, di fronte a parole come “odio di classe”! Il compagno Sansonetti aveva davvero torto quando, dalle colonne di Liberazione il 7 gennaio, a questo sguardo forte di Sanguineti contrapponeva, per così dire, una vaga e conciliatoria etica del conflitto. Il tema dell’odio di classe non è però l’unico che Sanguineti ricava da Benjamin. Come già accennato c’è un altro aspetto che, stranamente, ha fatto meno scalpore e che tuttavia non è meno forte. Un punto fermo che il poeta si sente di poter assumere dalle parole di Benjamin è “la deplorazione […] – cito da Come si diventa materialisti storici? – della socialdemocrazia, con l’accusa che è la socialdemocrazia che ha distrutto lo spirito di classe, la voglia di combattimento alla classe operaia, ed è responsabile della sua rovina. Questo mi pare un tratto da acquisire storicamente e non ha niente a che vedere con il compromesso”. E continua: “Il compromesso è una cosa che si può fare solo da una posizione netta e forte di classe; soltanto allora ogni compromesso storico è un grande compromesso”. Sono parole, vere, dure e di straordinaria attualità. Letto oggi alla vigilia della costituente del Partito Democratico, questo discorso che deplora le socialdemocrazie come le responsabili principali dell’arretramento delle conquiste proletarie, non è privo di radicalità. Non solo, ma se a ciò si associa l’idea che un “compromesso” (leggi “governo”) possa esser possibile solo a partire da una “posizione netta e forte di classe”, non va allora da sé una critica all’attuale posizione istituzionale del Partito della Rifondazione Comunista, nonché un monito nello stringere possibili alleanze future? Come interpretare al lora le aper ture più volte espresse da Sanguineti a favore della Sinistra Europea? Ci piacerebbe di questo discutere con l’autore.