Colombia, un destino da Iraq sudamericano?

UN PAESE E UNA STORIA FRA MILITARIZZAZIONE USA CONTINUA, BANDE PARAMILITARI, GOVERNI ASSERVITI E LA LUNGA LOTTA DI RESISTENZA DELLE FARC

I generale americano James T. Hill, reduce dall’incontro fra Bush e il colombiano Alvaro Uribe Velez, ha iniziato la sua attività in veste di direttore del “Comando sud” con una serie di riunioni a Santa Fe de Bogota. Hill si trova in una posizione molto simile a quella dei suoi colleghi degli anni sessanta e settanta nella guerra in Vietnam, investito di poteri superiori a quelli dei suoi interlocutori, ma che lo coinvolgono, se non vengono fermati, in azioni di natura criminosa. Qualche nome: il generale Carlos Ospina, nominato da Uribe comandante in capo delle forze di terra e legato alle bande paramilitari, il generale Faruk Yanez, corresponsabile di una strage di seicento contadini nel Magdalena Medio, il generale Jaime Alberto Uscategui, che si è macchiato di atrocità nel Meta. Altri nomi in un elenco reso pubblico dalle Farc-Ep sono quelli di Ramirez Quintero, Rito Alejo del Rio, Carreno Sandoval, Herrera Verdel, René Pedraza.
Un comunicato dello stato maggiore del Bloque Caribe della guerriglia definisce il paramilitarismo come “una strategia contro-insurrezionale dello Stato, il cui bersaglio principale è la popolazione civile. Una strategia spietata, eretta su un presupposto assurdo e crudele. I suoi promotori credono che promovendo lo spostamento dei contadini mediante carneficine, incendi e terrore otterranno il risultato di sconfiggere la guerriglia”.
Il Dipartimento di Stato americano ha trasmesso al Pentagono e al “Comando sud” dell’esercito la gestione e le decisioni riguardanti la presenza degli Stati Uniti in Colombia e la cooperazione nella lotta contro la guerriglia. La Colombia e l’America latina in generale hanno smesso così di essere un tema politico per diventare “un tema nettamente militare”, ha dichiarato Malcolm Seronal dell’Università di Miami. L’esercito colombiano ha raggiunto un livello di oltre duecentomila uomini. Anche gli Stati Uniti hanno elevato il tetto della loro presenza in Colombia: si parla anzi di un possibile raddoppio.
La militarizzazione della politica nordamericana nella regione viene presentata al pubblico come conseguenza di un calo di interesse nell’apparato di governo, ma in realtà rispecchia una riduzione della componente politica nelle decisioni proprio nel momento in cui la Casa Bianca alza il livello dello scontro. Nell’ultimo anno i militari nordamericani hanno addestrato ventitremila reclute colombiane, boliviane, panamensi, peruviane ed ecuadoriane, con un aumento del 52% della partecipazione militare. Un primo bilancio non ufficiale di quella che gli americani, l’esercito regolare e i mercenari al loro seguito chiamano “offensiva” nei dipartimenti del Guaviare, del Meta, del Caquetà e del Putumayo, ai margini della foresta amazzonica, è stato accolto senza entusiasmo dai comandi, che riconoscono ai combattenti delle Farc una “impressionante capacità strategica”.
Nella zona del Caquetà, che ha ospitato i dialoghi di pace, le truppe mercenarie non sono state capaci di impegnare i guerriglieri, che sembrano “una forza di battaglia praticamente invisibile”. I guerriglieri sono invece all’attacco nei dipartimenti più popolosi, come Antioquia, il Magdalena Medio e il Choco, Il bilancio ufficiale delle perdite inflitte al nemico è di 3500 tra morti e feriti nell’ultimo anno, 389 nel mese di gennaio.
Il clima politico e quello della stampa a Bogota sono pesanti. La riprova l’offrono quegli inviati che hanno raccolto le impressioni delle reclute, per le quali questa avventura relativamente ben pagata può finire – l’Iraq insegna – assai male, e molti di loro non capiscono perché un paese ricco e potente come gli Stati Uniti non possa tollerare la presenza di “populisti radicali” in una terra che non gli appartiene.

Il “nemico interno” si chiama Manuel Marulanda, un uomo anziano e paziente, che è stato abituato dal suo stesso ruolo a spiegare e a dialogare. Fino a pochi anni fa, la sua fisionomia era quasi sconosciuta. L’occasione di vederlo ed ascoltarlo è venuta, per i più, con i “dialoghi di pace” nella zona smilitarizzata di San Vicente del Caguan, aperti a tutti.
Figlio di contadini simpatizzanti con i liberali, Marulanda aveva diciotto anni quando le squadracce del partito conservatore attaccarono la cascina dei suoi, nei dintorni della capitale, e lo costrinsero a fuggire. Era un ottimo tiratore, soprannominato Tirofijo (“mira precisa”). In seguito si unì ad altri contadini comunisti nella regione di Tolima e fondò le Farc-Ep, destinate a diventare la più forte guerriglia del paese. È stato molto attivo nel dibattito pre-elettorale, cui ha partecipato con lettere aperte ai generali, ai colonnelli e ai funzionari scontenti del governo Uribe. I media colombiani lo presentano come un “marxista-leninista”, ma l’interessato, pur guardando con simpatia ai comunisti, non si è mai riconosciuto in questa etichetta. Il suo discorso, nota un biografo, fluisce con lucidità e precisione ed è quello di un uomo colto, che “vede la logica dei suoi atti in una organizzazione contadina fatta per sopravvivere nell’autonomia sociale e militare”. Nei momenti di riposo suona il violino.
Nell’argomentazione e nella polemica le Farc sono venute accentuando l’impronta ideale “bolivariana”, che in passato era sembrata a volte formale. Il dottor Alberto Pinchon Sanchez, un medico e antropologo che è anche analista politico, si è soffermato ripetutamente sul contrasto tra Bolivar e il suo ”vice”, il generale colombiano Francisco de Paula Santander. Incaricato dal Libertador di preparare la Conferenza di Panama, primo passo verso l’unità latinoamericana, Santander condusse su questo problema un gioco ambiguo, alterando o addirittura capovolgendo le direttive ricevute. e potando l’incontro al fallimento. In seguito si sarebbe spinto fino a promuovere attentati alla vita dell’eroe e a quella del maresciallo Sucre, sventato il primo dalla sua compagna e il secondo, sfortunatamente portato a termine. Sucre era il successore designato di Bolivar. Santander, ricorda Pinchon, incarnava la resistenza delle classi abbienti colombiane alle misure contro lo schiavismo previste dalla Costituzione di Ocana, laddove Bolivar, che era figlio di un piantatore, aveva capito che quel mondo era finito e che tutte le possibilità erano altrove.
L’attuale binomio colombiano Uribe-Mancuso, rappresentante dell’oligarchia latifondista e finanziaria, può essere visto, secondo l’articolista, come l’erede legittimo e diretto di Santander.

Nella sua “lettera dalla Giamaica” Bolivar parla della Colombia come del “cuore” dell’America; un’immagine che non evocava soltanto un sentimento di cameratismo con il suo popolo, ma altresì il suo ruolo nella rivoluzione repubblicana. Essa entrava perfettamente nel suo ordine di valori. Forse questo era vero anche per Santander, brillante ufficiale e uomo di legge. Ma i valori erano altri. La Colombia è splendida per chi la vuole visitare, ma anche per chi la vuol saccheggiare. È grande, il più grande e popoloso stato sudamericano di lingua spagnola (1.141.748 kmq, 44 milioni di abitanti), contende al Brasile il primato nella megadiversità, ha enormi riserve di acqua dolce, petrolio e gas naturale, esporta smeraldi, oro, pietre preziose. Ha una collocazione unica dal punto di vista strategico, come ponte tra l’America centrale e il sud, e chiave per la penetrazione nei paesi andini.
Si capisce perché l’impero del nord l’abbia scelta fin dal primo momento come pedina, in una strategia che non consentiva patteggiamenti con quella di Bolivar, sempre più convinto, col decantarsi della situazione, del valore irrinunciabile della sovranità dei popoli e degli Stati. Una scelta che comportava un prezzo schiacciante per le classi lavoratrici colombiane, condannate a subire la violenza congiunta dei loro sfruttatori locali e dei protettori di questi ultimi sul piano internazionale.
l “disordine” seguito alla liquidazione, per mano di Santander, della “grande Colombia”, è stato il miglior alleato di Washington . Sarebbe seguita, agli inizi del nuovo secolo, la secessione guidata di Panama. Tre anni dopo la vittoria della coalizione antifascista in Europa, ritroviamo il presidente Truman intento a coltivare una singolare unità di intenti con Laureano Gomez, amico dell’Asse e dei fascisti americani, riciclato come leader conservatore colombiano. Il 9 aprile 1948, mentre il segretario di Stato Marshall presiede a Bogota la nona Conferenza panamericana, un agente della Cia uccide il capo dell’opposizione liberale e provoca un’insurrezione. La Colombia sprofonda in un massacro decennale. Nel tentativo di annientare l’opposizione, l’oligarchia destabìlizza se stessa, e i suoi protettori non trovano di meglio che insediare una dittatura militare assistita da conservatori e liberali, rinnovabile e rinnovata per quasi trenta anni.
All’inizio degli anni sessanta l’ondata di violenze contro la popolazione delle campagne era venuta esaurendosi, e si poneva il problema di dare una casa e un lavoro a coloro che avevano perduto tutto. Era giunta notizia di un accordo tra il presidente colombiano Guillermo Leon Valencia Munoz e i dirigenti nordamericani sul “Piano Lasso”, per cinquecento milioni di dollari, che offriva un inizio di soluzione, ma quando la novità prese corpo, risultò essere un progetto prevalentemente militare, con una forza di sedicimila uomini, aerei, elicotteri e armi pesanti, nonché consiglieri americani, e con l’obbiettivo di “liquidare il banditismo”.
“Cercammo di chiarire quello che ci sembrava un equivoco”, racconta Marulanda, “e di coinvolgere personalità che garantissero per noi. Ricordo Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, don Camilo Torres, il prete che sarebbe poi diventato guerrigliero, ma non fu loro permesso neppure di avvicinarsi alla zona delimitata dalla polizia militare. Incredibile: il Parlamento stava preparando una dichiarazione di guerra contro una repubblica inesistente. Perdemmo tutto ciò che avevamo raccolto per sopravvivere. Bestiame, polli, maiali, viveri: tutto fu sequestrato per essere poi rivenduto o redistribuito a familiari e conoscenti della truppa.”
Ripresero il cammino, e presto le strade si divisero. Il gruppo di cui Marulanda faceva parte contava quarantotto persone: 46 uomini e due donne. È un gruppo “storico”, che comprende i primi combattenti delle Farc, e tra questi Jacobo Arenas, un dirigente comunista amico di Marulanda, poi caduto in combattimento. La data di fondazione è il 27 maggio del ’64. Il “Programma agrario della guerriglia” è del 20 luglio. C

’è un terzo nodo, dopo il bogotazo e dopo Marquetalia, nel rapporto tra le Farc e l’istanza di governo, ed è la trattativa avvenuta a La Uribe. Si era allora nei primi anni ottanta e la scena era cambiata. La guerriglia era diventata una forza con cui si dovevano fare i conti. Una seconda organizzazione guerrigliera, l ‘Eln, si era consolidata nel nord e proponeva alle Farc l’unificazione. Vi erano poi gruppi minori, che si facevano notare. Alla presidenza siedeva Belisario Betancur Cuartas, conservatore, ma sensibile al rischio che il potere scappasse di mano al suo partito. L’idea di un’intesa che recuperasse le guerriglie alla politica tradizionale faceva qualche progresso. Si andò a una trattativa vera e propria che vide le parti, in tempi diversi, allo stesso tavolo a La Uribe. L’itinerario previsto era semplice: le parti firmano un documento che dispone la cessazione del fuoco, la tregua, un lungo periodo in cui i guerriglieri smobilitati tornano alla vita normale e, se lo desiderano, entrano in un partito e vanno alle elezioni. Le Farc optarono per un partito di sinistra, la Uniòn patriotica. A quel punto entrarono in scena le squadre dei paramilitari, a fare il tiro a segno. Morirono tremila quadri della sinistra, tra i quali Jaime Pardo Leal e Bernardo Jaramillo, candidati alla presidenza, membri del Parlamento e sindaci. Il massacro continuò, anche dopo che gli impegni presi per la pacificazione erano saltati e gli eserciti della guerriglia avevano ripreso la via dei monti. Le Farc- Ep sono state le più prudenti.

I fatti degli ultimi anni confermano le tendenze più negative. La pace di Cuartas non ha funzionato più di quella dei suoi predecessori. Il presidente successivo si comporta come se nulla fosse avvenuto. Nel bene e nel male, i presidenti “grandi”, quelli degli Stati Uniti, sono rimasti in silenzio. Eppure, gli uni e gli altri devono tornare a fare i conti con lo stesso risultato: se non funziona la pace, non funziona neppure la guerra. I politici si guardano bene dall’impegnarsi, neppure su ciò che considerano desiderabile. Qualcosa di nuovo e di palpabile avviene quando un presidente eletto con una maggioranza netta imbocca la via dei monti per parlare con Marulanda, e quando la fotografia che mostra i due in un abbraccio nella giungla esplode sui media. Quell’uomo si chiama Andres Pastrana, figlio di Misael Pastrana, un presidente di dubbia fama – ha giocato le sue carte negli anni tra il ’70 e il ’74, il momento del Fronte nazionale, il carrozzone liberal-conservatore – ed è, scrive un famoso giornalista, “l’uomo della destra e degli Stati uniti”; per l’elettore sarebbe dunque meglio “tirarsi un colpo in testa”. Ma, al dunque, l’elettorato ha fatto una scelta diversa: non soltanto ha stracciato l’astensionismo. ma ha anche portato via mezzo milione di voti al ministro degli interni Horacio Serpa, in urto con i nordamericani. Pastrana, dunque, è un uomo che “potrebbe fare” e, all’inizio, fa. Di fronte alla massa di voti che Pastrana ha messo insieme, il generale Harry Bedoya, che si credeva il candidato dell’America, esce dal gioco con il 2%. “Ha vinto il cambiamento” titolano i giornali.
Ha vinto, invece, l’ambiguità. Pure, per un periodo di tempo non breve la zona dei “dialoghi di pace” sarà un luogo interessante. Tenuti a distanza i paramilitari, aperte le porte a chiunque si interessi davvero alle sorti e ai problemi del paese, dibattiti aperti con uomini competenti. Poi, il gioco sì appiattisce, facce patibolari appaiono con sempre maggior insistenza ai margini della zona, si rinnovano gli ultimatum. Spunta, come successore di Pastrana, la destra della destra, il narco-mafioso Uribe. Per l’inizio del mandato del generale Hill al “Comando sud”, Santa Fè ha perso gran parte del suo charme. È una Parigi in decadenza, con gli ufficiali del Terzo Reich seduti al caffè e il maquis dietro l’angolo? Una Saigon dopo l’offensiva del Tet, con le trincee scavate nell’asfalto? O la capitale di un Iraq latinoamericano, prossima preda dei petrolieri della Casa bianca?