Cofferati: elogio dell’ordine borghese

*capogruppo Prc Comune di Bologna

Il 2 novembre scorso il Sindaco Cofferati ha finalmente presentato il documento, da tempo preannunciato, sulla legalità. Un testo che non contiene alcuna risposta, concreta e positiva, ai problemi che abbiamo posto in questi mesi, un testo palesemente ambiguo e che legittima i recenti provvedimenti di sgombero, eseguiti senza offrire alcuna soluzione alternativa alle tante persone coinvolte.
L’equiparazione di fatto tra le situazioni di disagio e di sofferenza sociale ed i comportamenti di carattere criminale è, per noi, inaccettabile. Riteniamo, infatti, che un’azione di governo che muova da questi presupposti sia inevitabilmente destinata a colpire soltanto i più deboli. Altra è, evidentemente, la strada che noi proponiamo; misureremo la volontà di Cofferati anche dalla sua disponibilità ad avviare, su questi temi, un vero percorso di partecipazione, che coinvolga nella discussione i tanti soggetti sociali (i lavoratori delle fabbriche in crisi, i migranti, i giovani) fino ad ora ai margini delle scelte politiche ed amministrative della città.
Fino ad ora e ormai da mesi, sulla discussione pubblica intorno al tema legalità ha prevalso la proiezione distorta che, delle diverse posizioni in campo, è stata offerta dagli organi di stampa e televisivi.
Sembra, infatti, che da una parte vi sia il sindaco Cofferati difensore della legalità e dall’altra chi sostiene uno stato di illegalità. In realtà, va chiarito che è inconcepibile affrontare una discussione sulla legalità in termini astratti o ideologici, senza tenere conto del contesto materiale in cui si svolgono i fatti. Così, il blocco autostradale compiuto nell’ambito di una manifestazione operaia contro i licenziamenti o il blocco dei treni carichi di armi avvenuto durante le manifestazioni pacifiste degli ultimi anni non possono essere affrontati (almeno da chi si ritiene di sinistra) con il codice penale in mano, come un qualsiasi reato; vanno invece letti come forme di lotta sociale e politica che, in quanto tali, necessitano di ben altro approccio.
Se la sinistra non è capace o, peggio, non ritiene più necessario questo tipo di distinzione allora anche per la sinistra la legalità diventa uno strumento da brandire contro i soggetti più deboli. Così, in nome del rispetto della legge si giunge a vestire i panni di una finta imparzialità tesa in realtà a ratificare spaventose ingiustizie e disuguaglianze.
Come non leggere in questo modo la campagna contro i lavavetri o gli sgomberi sul Lungoreno avvenuti a Bologna? Stiamo parlando di centinaia di lavoratori migranti, in gran parte muratori, costretti alla clandestinità da una legge funzionale agli interessi padronali e sfruttati in nero da imprenditori bolognesi nei cantieri dove si costruiscono le nostre case e le nostre strade.
In nome della legalità, le uniche offerte che sono giunte a questi lavoratori da parte della pubblica amministrazione sono state ruspe e CPT. Una operazione sociale iniqua e reazionaria che noi riteniamo intollerabile. Sia chiaro: Rifondazione Comunista non si sogna di difendere le baracche, perché nessun essere umano dovrebbe vivere in condizioni così drammaticamente disagiate e precarie; tuttavia, se non viene offerta una soluzione abitativa dignitosa a coloro i quali sono stati fatti sgomberare si compie soltanto un’ingiustizia. Si compie un’azione repressiva senza risolvere il problema.
Se il nostro paese e le nostre città ricevono indubbi vantaggi dai processi migratori, come ci conferma l’ultimo rapporto della Caritas, diventa allora urgente e necessario realizzare politiche di reale accoglienza.
Inoltre, da chi invoca la legalità come strumento per difendere i più deboli, ci si aspetta non sgomberi ma, ad esempio, provvedimenti tesi a contrastare quegli imprenditori che sfruttano il lavoro nero o che non rispettano la legge 626 contro gli infortuni (entrambi fenomeni increscita nella nostra città), o misure contro il caro-affitti legato ad un mercato nero nel settore immobiliare che colpisce soprattutto studenti e lavoratori fuori sede.
Cofferati rivendica un forte consenso rispetto alle scelte che sta compiendo in nome della legalità. A parte l’indubbio appoggio ricevuto dalla Bologna bene e moderata, una riflessione più approfondita merita il suo rapporto con le classi popolari e lavoratrici. Una recente indagine compiuta sul nostro territorio dimostra che la sicurezza sociale e le difficoltà economiche sono le principale preoccupazioni dei cittadini bolognesi.
Ormai da anni assistiamo, anche nella nostra città, ad un peggioramento delle condizioni materiali di vita, soprattutto di lavoratori e pensionati, come conseguenza delle politiche liberiste imperanti. Aumentano i poveri, diminuiscono i servizi sociali e la stragrande maggioranza delle nuove assunzioni è con contratti atipici. Da questa precarietà quotidiana e da questa incertezza per il futuro prende corpo, in primo luogo nelle fasce disagiate, marginali, precarie, un crescente senso di insicurezza che purtroppo, in certe circostanze, si traduce anche in sofferenza e ostilità verso i migranti, percepiti come minaccia e come fattore ulteriormente precarizzante della propria esistenza.
Una amministrazione di sinistra o progressista dovrebbe rispondere a questa situazione attraverso provvedimenti di solidarietà e redistribuzione sociale che garantiscano prioritariamente le istanze delle classi lavoratrici e popolari; non certo colpendo i più deboli e i più ricattabili, offrendoli su un piatto d’argento come capro espiatorio di tutti i problemi e relegando in un angolo valori come l’accoglienza, la giustizia sociale e la multiculturalità!
È a partire da queste considerazioni che va letta la proiezione nazionale assunta dalla vicenda Cofferati.
Se tra qualche mese l’Unione sarà al governo nazionale le forti differenze di natura politica tra la componente moderata del centrosinistra e la sinistra d’alternativa, in primo luogo Rifondazione Comunista, non potranno che essere affrontate. Ci troveremo allora, anche a causa di un confronto programmatico precedente l’accordo di governo che stenta a prendere corpo, al momento della chiarezza. Quello sarà il tempo delle scelte. Si dovrà scegliere se il concetto astratto dell’illegalità abbia più valore della giustizia sociale e della solidarietà e se, in nome della sicurezza, si possa sacrificare il destino di chi non vota. Si dovrà decidere se l’impianto della politica estera dell’Unione somiglierà di più alla solidarietà al popolo palestinese espressa in Consiglio Comunale da Rifondazione Comunista e dalle altre forze della sinistra d’alternativa oppure alla subalternità alle pratiche colonialiste del governo Sharon, come il voto di adesione di larga parte del centrosinistra bolognese alla fiaccolata anti-iraniana sembra disegnare. Si capirà, si sarà costretti a capire, insomma, se il governo nazionale di centro-sinistra avrà la forma ed i contenuti del laboratorio bolognese del riformismo di governo oppure costituirà una vera alternativa, politica, sociale, culturale, al governo Berlusconi.
Sempre più spesso, infatti, i settori moderati del centrosinistra, una volta al governo, assumono posizioni politiche, sociali, culturali subalterne ai dettami liberisti. Vi è, con ciò, il tentativo di esponenti dell’ Ulivo di accreditarsi come i nuovi riferimenti politici per quei poteri forti che non riconoscono più nel centrodestra un affidabile interlocutore.
Anche l’ultima crociata di Cofferati contro un centro sociale bolognese è interna a questa logica. Una logica che allude ad un modello ben preciso: libero dal retaggio socialdemocratico, accomodante nei confronti delle spinte di intolleranza, compiacente rispetto ad i poteri forti del Paese e della città, come dimostrano i plateali apprezzamenti a Cofferati da parte del presidente di Confindustria Montezemolo e del presidente dell’Associazione dei Commercianti Filetti. Un modello che costruisce sponde politiche e raccoglie il plauso dei settori più moderati del centrodestra, come Casini e l’UDC.
Penso che questi passaggi vadano tenuti in seria considerazione e che sia compito del Partito porre al centro della discussione pubblica, come abbiamo fatto negli ultimi mesi, quelli che oggettivamente sono i problemi più gravi ed urgenti della città di Bologna.
Penso alle centinaia di lavoratrici e lavoratori che rischiano di perdere il proprio posto di lavoro all’interno di fabbriche in crisi, alle centinaia di cittadini che rivendicano il diritto alla casa, alle migliaia di studenti che reclamano il rilancio della scuola pubblica, alla tutela e all’ampliamento degli spazi giovanili di aggregazione.
Queste sono le priorità, questa è la base del nostro agire. Insieme alle tante forze sociali, politiche e sindacali che condividono il nostro percorso.