Classi e “caste” nello Stato della crisi del capitale

*Economista; membro Comitato Centrale PdCI

La repubblica parlamentare, infine, si vide costretta a rafforzare nella sua lotta contro la rivoluzione, assieme alle misure di repressione, gli strumenti e la centralizzazione del potere dello Stato. Tutti i rivolgimenti politici non fecero che perfezionare questa macchina, invece di spezzarla. I partiti che successivamente lottarono per il potere considerarono il possesso di questo enorme edificio dello Stato come il bottino principale del vincitore.
M a rx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte

1. IL CASO TELECOM E LE DICHIARAZIONI DI TAVAROLI
Le dichiarazioni sul caso Telecom dell’ex capo della sua security, Tavaroli, riportate da D’Av a n z o sulla Repubblica sono una chiave di lettura per la comprensione del rapporto tra potere economico, statale e politico. I fatti principali, che emergono dalle parole di Tavaroli sono tre. Il primo è la creazione di una integrazione tra organizzazione dello Stato ed organizzazione aziendale, specificatamente tra servizi di informazione dell’azienda e servizi di informazione dello Stato. Tale integrazione avvenne prende avvio a Torino, tra gli anni ’70 e ’80. Qui Tavaroli, all’epoca sottufficiale dei carabinieri, entrò a far parte di un nucleo speciale, ideato dal generale Dalla Chiesa, che metteva su una stessa piattaforma organizzativa i carabinieri, la sicurezza di una grande impresa, la Fiat, e la magistratura. Il secondo fatto sta, negli anni ’90, nell’ascesa della security al rango di funzione decisiva delle grandi imprese e nell’impiego dell’elettronica e delle telecomunicazioni nell’intelligence. A quel tempo, ad esempio, Italtel aveva più uomini nelle repubbliche ex sovietiche dello stesso servizio segreto militare. E’ in tale contesto, dice Tavaroli, che “Comincia lo scambio delle figurine tra security private e servizi segreti. La parola convenuta è >. E’ una collaborazione che cresce, si allarga e si sviluppa senza uno straccio di protocollo…”. Il terzo fatto riguarda lo scontro tra gruppi di potere per il controllo della relazione aziende- Stato. E’ su questo punto che si incentrano le dichiarazioni di Tavaroli, che, nel frattempo aveva lasciato i carabinieri ed era entrato prima in Pirelli e poi in Telecom. Tavaroli oggi rifiuta di assumere il ruolo di capro espiatorio per l’uso improprio ed illegale della security di Telecom, rimarcando, invece, di aver sempre agito sotto la direzione di Tronchetti Provera. Quest’ultimo, però, avrebbe agito solo per difesa, perché minacciato da un network di potere che mal tollerava il suo controllo di una azienda tanto strategica per la raccolta delle informazioni: “Il fatto è che quando Tronchetti si insedia in Telecom è debole. Debole non per l’indebitamento (…), ma per il suo isolamento nel mondo politico, economico.” Dunque, la perdita del controllo di Telecom da parte di Tronchetti sarebbe imputabile ad un network al cui vertice ci sarebbe Berlusconi e che corrisponderebbe ad “un’area di potere che decide la nomine che contano, che in apparenza non chiede e, invece, ordina con messaggi traversi che è bene cogliere al volo per non dare l’idea che li si stia sfidando.” Sta di fatto, comunque, che la magistratura, indagando sul rapimento di Abu Omar, dovette bypassare il controllo sulle intercettazioni telefoniche esercitato da Tavaroli, per evitare che questi mettesse sull’avviso i suoi referenti nei servizi segreti. In primo luogo, Mancini, responsabile della sezione antiterrorismo del Sismi, che sarà arrestato nel luglio 2005, e Emanuele Cipriani, investigatore privato, amico di Tavaroli ed informatore del Sismi.

2. DALLA CONCORRENZA NEL MERCATO ALLE LOTTE DI POTERE NELLO STATO
A questo punto dobbiamo porci una domanda. Quanto avvenuto in Telecom è un fatto eccezionale e accidentale oppure è indicatore di che cosa è oggi lo Stato, della sua natura e dei suoi rapporti con la società civile? Andiamo con ordine. Un primo elemento che emerge è la trasformazione delle grandi aziende. Queste hanno sviluppato dimensioni abnormi e la mondializzazione le ha portate ad agire su una scala prima impensabile. Tra i primi 100 soggetti economici mondiali 51 sono aziende e 49 sono Stati. Ciò ha condotto le grandi aziende multinazionali a sviluppare capacità che tradizionalmente sarebbero proprie dello Stato, come l’intelligence. Ma c’è un elemento in più, evidente nel caso Telecom. Lo sviluppo dell’uso di sistemi di intelligence da parte aziendale risponde a specifiche caratteristiche che il movimento del capitale assume in questa fase storica. La crisi di sovrapproduzione assoluta del modo di produzione capitalistico e la caduta tendenziale del saggio di profitto che ne deriva portano molti capitali in difficoltà a fuoriuscire dalla concorrenza per rifugiarsi nei monopoli naturali, che garantiscono profitti alti e sicuri, e che sono resi disponibili grazie al massiccio processo di privatizzazione avvenuto sulla spinta dell’offensiva neoliberista( 1). E’ quello che è successo nel caso di Te l e c o m . Tronchetti si è appropriato del monopolio pubblico senza neanche avere a disposizione il capitale per acquisirlo e facendo leva su un forte indebitamento. Contrariamente a quanto sostiene Tavaroli la questione centrale sta proprio nel debito che grava su Tronchetti e che lo rende, questo sì, veramente debole. E’ per questa ragione che Tronchetti cerca di rafforzarsi attraverso gli strumenti dell’intelligence, raccogliendo informazioni e dossier sui vari attori della scena politica, economica e dell’informazione sui quali poter esercitare pressioni, come dimostra il caso Oak fund r elativo a presunti fondi esteri attribuiti ai Ds. Ma Tronchetti opera anche attraverso gli strumenti della pressione mediatica, come testimonia l’acquisizione dell’agenzia di stampa Apcom e i contatti stabiliti con importanti firme del giornalismo italiano. Anziché destinare investimenti all’innovazione tecnologica, che avrebbe sviluppato la produttività e permesso di conservare posti di lavoro, le risorse che rimanevano, a fronte del pesante vincolo debitorio iniziale, sono state utilizzate per altri scopi molto meno produttivi. Si tratta, come dice anche il giornalista del Corriere della Sera Mucchetti( 2) (non a caso oggetto delle illegali investigazioni della security di Telecom), di un capitalismo senza capitali che preferisce non rischiare nulla di suo e che si basa sul sistema delle “scatole cinesi”, che permette, con un minimo di investimento in una società, di controllarne una catena di altre ben più grandi. E’ questo capitalismo, basato sulla rendita e sullo sfruttamento dei monopoli naturali ex pubblici, che ha bisogno di puntellare il suo potere in modo extra-economico, non solo acquisendo indebiti strumenti di pressione ma anche stabilendo legami e rapporti con lo Stato. Ed è a questo punto che la natura dello Stato si allontana sempre di più dalla falsa immagine di un potere posto al di sopra della società e, in quanto tale, neutrale.

3. LA FORZA DELLA BUROCRAZIA
Ma di quale Stato stiamo parlando? E’ soprattutto quello degli apparati tecnici, quello che si identifica nella burocrazia, che, grazie al possesso di conoscenze specifiche relative al suo ufficio, acquisisce superiorità anche nei confronti dello stesso potere politico, al quale per legge dovrebbe essere subalterna. La burocrazia, che sviluppa uno spirito di corpo che la distingue dal resto della società, non deve confrontarsi con l’incertezza delle elezioni e la sua caratteristica principale è la continuità, che ne aumenta la conoscenza dei meccanismi della macchina statale, rafforzandone il potere. Nel caso di Telecom si tratta della burocrazia dei servizi segreti, i cui vertici spesso nella storia repubblicana (ed anche nel trapasso tra fascismo e repubblica) sono sembrati passare indenni attraverso i cambiamenti di governo e delle maggioranze parlamentari. Un altro caso esemplificativo è quello della burocrazia militare. E’ lo Stato maggiore della Difesa, d’accordo con l’industria bellica, a determinare insieme politiche di armamento, di spesa e finanche di alleanza industriale/militare internazionale, fuoriuscendo dal controllo del Parlamento e imponendosi anche all’esecutivo, in forza delle sue capacità tecniche, apparentemente neutrali dal punto di vista politico. Il rafforzamento dello Stato moderno, a seguito dell’acuirsi dei conflitti sociali ed interstatuali, come aveva notato già Marx, porta all’accrescimento dei corpi dello Stato. Se lo Stato è in essenza, per Weber, monopolio della forza su un certo territorio, per Engels è “l’istituzione di una forza pubblica”, ma soprattutto di una forza “che non coincide più direttamente con la popolazione che organizza se stessa come potere armato”(3) , cioè una forza separata, che si estranea dalla maggioranza della popolazione. Una forza che quanto più è separata dalla massa delle classi subalterne tanto più è Stato. Questo processo subì una radicalizzazione nel periodo dell’imperialismo, cioè nella fase di fine del laissez faire e di affermazione del capitale monopolistico di Stato, a inizio 900. Fu allora che si affermarono burocrazia ed esercito permanente. E quanto più si sviluppava la democrazia nella sua forma delegata e parlamentare, basata sui partiti politici, tanto più fortemente si affermavano questi due pilastri dello Stato moderno. Fenomeno questo ampiamente sottolineato sia dal borghese Weber sia dal comunista Lenin, che però lo pose in collegamento con la necessità di stabilire un contraltare ad uno strumento, il suffragio universale, per le classi dominanti potenzialmente pericoloso(4) . Fu proprio Lenin che, riprendendo Engels, si chiese in cosa consistesse la forza dello Stato, rispondendo così: “Essa consiste anzitutto in distaccamenti speciali di uomini armati che dispongono di prigioni, ecc.” In tempi più recenti, Guy Debord, parafrasando Lenin, ne ha attualizzato le parole, adeguandole alla realtà della “società dello spettacolo”: “…un numero di uomini formati per agire nel segreto: istruiti ed esercitati a non far altro. Sono distaccamenti speciali di uomini armati di archivi segreti riservati, cioè di osservazioni ed analisi segrete. E altri sono armati di varie tecniche per lo sfruttamento e la manipolazione di questi affari segreti.” Sono parole che aderiscono perfettamente alla realtà che emerge dal caso Telecom, ed infatti vengono citate proprio da D’Avanzo in uno dei suoi articoli sul tema. Ma i contenuti di tali citazioni si confanno solo al caso Telecom? Oppure si attagliano ad una realtà più ampia, ad una generalizzata “fabbrica del falso”( 5) mediante quale viene combattuta una vera e propria guerra alla verità attraverso la distorsione e la manipolazione del linguaggio secondo tecniche mutuate (guarda il caso!) proprio dal mondo dell’impresa? Grandi aziende, apparati dello stato, mass media: un intreccio di potere che si situa al di sopra della stragrande maggioranza dei cittadini che si ritrovano senza strumenti di valutazione della realtà, o meglio con a disposizione solo quelli attentamente selezionati da chi ha l’accesso alle fonti dell’informazione e alle leve del potere, ormai anch’esso monopolistico, della diffusione della conoscenza(6) . E ciò è tanto più vero in quanto la competizione elettorale si gioca ormai essenzialmente attraverso il veicolo televisivo, costosissimo e soggetto a monopolio. A fine ‘800 Engels scriveva: “Lo Stato…è, per regola, lo Stato della classe più potente, economicamente dominante, che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tenere sottomessa e sfruttare la classe oppressa.”( 7) Oggi, in una fase neoimperialista e con preoccupanti analogie con l’inizio del secolo scorso, lo Stato è non solo un mezzo della classe dominante, è sempre meno distinto da questa e sempre più un organismo in varie forme intrecciato con l’impresa. Il monopolio della forza fisica, basato su distaccamenti speciali di uomini armati, si rafforza, come si vede anche nell’uso sempre più estensivo all’estero e all’interno (con il ritorno ad antichi compiti di ordine pubblico) delle Forze Armate, ora, inoltre, non più di leva ma di professione (e quindi più separate dalla società). Al contempo, al monopolio della forza fisica, si aggiunge il monopolio della forza di persuasione, mediante la comunicazione delle informazioni secondo uno specifico punto di vista, quello delle imprese.

4. PO L I T I C A E PA RTITI NELLO STATO DELLA CRISI DEL CAPITALE
Ma la politica, ed i partiti, che ruolo assumono in tutto questo? Nello scenario descritto sopra la politica è di fatto periferica rispetto al centro del potere reale. L’attacco alla “casta” si rivela così in tutt’altra luce, cioè come un attacco all’”anello debole” del blocco di potere dominante, mentre quelli forti, imprese e burocrazia, non vengono neanche sfiorati. Appare, pertanto, in primo luogo, come un attacco velleitario. Ma, in realtà, è soprattutto qualcosa di altro e di più. Infatti, l’attacco alla “casta politica” depotenzia ancora di più la politica, favorendo gli altri poteri, perché il suo arretramento lascia un vuoto subito occupato da chi è in grado di farlo. Ma quale politica viene depotenziata? Il Parlamento, in primo luogo, che è l’organo di rappresentanza popolare per definizione, e che viene delegittimato. E, soprattutto, viene delegittimata la politica intesa come idea di partecipazione, come espressione della critica democratica di massa all’esistente e come prospettiva di trasformazione. E’, inoltre, la politica fondata sui partiti di massa ad essere colpita. Anzi sono i partiti di sinistra a perdere il loro carattere di massa, incapaci, nelle nuove condizioni, a resistere alla manovra a tenaglia, tra “governabilità” e critica alla “casta”, del blocco dominante. Ma c’è un’altra politica che prospera e si rafforza, essendo inserita nella relazione dominante impresa- burocrazia-mass media. Ed è il partito- azienda, il cui tipo ideale è Forza Italia, che si afferma. Una forma partito tutt’altro che leggera, bensì molto pesante, modellata sulla struttura solida dell’azienda padronale, Mediaset (un gruppo con il core business nella televisione, non dimentichiamolo mai). Un partito, poi, internamente non democratico, caratterizzato da una gerarchia non eletta ma nominata dal capo, e soprattutto fortemente ideologizzato, attorno all’idea-forza della centralità dell’impresa(8) . Ben altro che il partito liquido, leggero, senza ideologia definita, che pure va tanto di moda oggi dalle parti del Pd. E ben altro che l’astratto nuovismo arcobalenista. Sono i partiti che, legati alle imprese, beneficiano maggiormente dei loro finanziamenti e trovano spazio su televisioni e giornali appartenenti a grandi gruppi, come l’Udc di Casini, il genero di Caltagirone, editore e palazzinaro romano, ad affermarsi in una competizione elettorale dove i costi “pubblicitari” sono lievitati a livelli parossistici. I risultati di questo processo si vedono molto chiaramente. Il depotenziamento del potere legislativo dello Stato, il Parlamento, a favore del potere esecutivo con la pratica massiccia dei decreti legge, che ha assorbito, per la prima volta in trenta anni, la stessa legge finanziaria. L’aumento della centralizzazione dei poteri dello Stato, attraverso le proposte bipartisan di rafforzamento dei poteri al premier, inclusa la nomina e la revoca dei ministri, di eliminazione del bicameralismo, e di modifica dei regolamenti parlamentari con l’attribuzione di una corsia preferenziale alle leggi del governo(9) . L’affermazione del localismo xenofobo della Lega, l’esatto contrario della politica intesa come intento dichiarato di perseguire l’interesse generale. La sinistra fatta fuori dal Parlamento mediante leggi elettorali di fatto maggioritarie, sull’altare dell’indiscutibile ed indiscusso comandamento della “governabilità”, ed anche grazie al “tanto sono tutti uguali”, caro ai propagandisti della critica alla “casta”. E intanto la casta, quella vera, non viene neanche scalfita. Si avvia, infatti, una nuova campagna di cessione di aziende statali (prima fra tutte Alitalia) e monopoli naturali pubblici, le utility, al capitale privato, e, mentre i dipendenti statali vengono indistintamente additati alla pubblica esecrazione, i previsti tetti agli stipendi dei grandi manager di Stato, che, sempre gli stessi, passano disinvoltamente ed indipendentemente dai risultati raggiunti da una azienda all’altra, sono stati sollevati. Lo Stato, come macchina estranea ai lavoratori ed opposta alla società, è sempre più forte, proprio perché è sempre di più il prodotto dell’intreccio tra apparati burocratici di stato e grandi imprese e sempre meno sottoposto all’influenza delle masse. La critica alla “casta” dei politici appare in tutta la sua debolezza, perché da essa è espunta la questione di classe e perché, di conseguenza, non permette di capire che la riduzione dello Stato a “bottino del vincitore” tra i partiti in competizione è esattamente il risultato dell’estranearsi e del contrapporsi della macchina statale alla società ed ai lavoratori che della società sono la parte maggioritaria. La critica alla casta è parte dell’ideologia dominante, come del resto il concetto di “governabilità”, in quanto le è sotteso il principio secondo cui la politica ed i politici sono largamente superflui. La politica ovviamente intesa come espressione, seppure mediata, del conflitto sociale. Del resto, se il conflitto sociale, per l’ideologia dominante, non esiste, non c’è neanche necessità di mediazione. Riecheggiano in tutto questo persino aspetti del movimento qualunquista postbellico, e dietro vi si nasconde l’accrescersi del potere delle burocrazie e l’estendersi del dominio dell’impresa capitalistica. Se la politica è inutile, sono inutili anche le spese ad essa relative. Del resto, per la borghesia, lo ricordava già Marx, le spese statali appaiono come faux frais, false spese, costi improduttivi, ma sono pure costi necessari per la propria organizzazione sociale e da ottenere al minor prezzo possibile(10) . E l’espansione continua, e sempre più improduttiva per la società dei costi dello Stato, diventa oggi sempre più “produttiva” per il capitale, perché quei costi sono sempre meno destinati al finanziamento del welfare e sempre più diretti al finanziamento dell’impresa. La borghesia entra così, nella sua fase di crisi e non concorrenziale, in contraddizione con la sua ideologia neoliberista e neoconservatrice. Si tratta, quindi, di una contraddizione irrisolvibile, entro questo modo di produzione, caratterizzato dalla divisione “in classi ostili, e per di più inconciliabilmente ostili”(11). L’obiettivo di Stato “leggero” e di small government neoconservatore si rivela come una pia illusione, buona tutt’al più sul piano propagandistico. Al punto che persino il liberista Tremonti veste gli inediti panni del fautore di un rinnovato interventismo statale in economia, il cui segno è facile da immaginare. Si tratta, infatti, della riedizione del protezionismo mercantilista e del classico sistema basato sulla priva- tizzazione dei profitti e sulla socializzazione delle perdite, che trovò perfetta realizzazione durante il fascismo e di cui ora anche gli Usa bushisti e l’Europa stanno fornendo un buon esempio dinanzi al crollo delle banche. Né il federalismo, propagandato dalla Lega come lo strumento del riavvicinamento dello Stato ai cittadini, può risolvere le contraddizioni tra Stato e società civile. Anzi l’attribuzione alle regioni di competenze aggiuntive, oltre a favorire nei partiti la riproduzione di un parassitario notabilato locale, distributore di favori ed appalti, condurrà anche su altri terreni, come l’assistenza e l’istruzione, agli stessi esiti riscontrati con la regionalizzazione della sanità. Questa, infatti, ha favorito l’ingresso massiccio dell’impresa privata nella sanità, conducendo non solo alla palese subordinazione del diritto alla salute agli obiettivi di profitto (come nello scandalo delle operazioni inutili in Lombardia), ma anche alla ripresa del sistema delle “tangenti” (come in Abruzzo), ed infine allo sforamento dei limiti di bilancio (come nel Lazio). La borghesia è così stretta tra la necessità di ridurre il debito pubblico e il suo necessario rigonfiarsi a causa dell’appoggio diretto ed indiretto richiesto dalle imprese e dalle banche allo Stato. La “casta” politica è, in realtà, ineliminabile, in quanto è il prodotto della corruzione esercitata da un sistema che ha bisogno di politici compiacenti per poter affermare i propri interessi, e godere così dell’appoggio dello Stato, la ricca mammella da cui succhiare instancabilmente. Allo stesso modo la proliferazione di apparati parassitari non è un fatto accidentale, ma una conseguenza necessaria del dominio che una minoranza della società esercita sulla maggioranza. E, conseguentemente, necessaria è la lotta per la conquista dello Stato e la spartizione dei suoi favori. E’, dunque, sia l’interesse materiale che l’interesse politico della classe dominante a mantenere una pletorica macchina statale.(12)

5. DEMOCRATIZZAZIONE VERSUS OLIGARCHIZZAZIONE DELLO STATO
Anche con tutti i suoi difetti il parlamentarismo, basato sulla Costituzione uscita dalla Resistenza, per decenni aveva consentito alle classi subalterne di esercitare un minimo di controllo su quanto avveniva nell’ambito dello Stato. Ma ciò fu possibile solo per l’esistenza, grazie alle lotte economiche e soprattutto politiche dei lavoratori, di rapporti di forza nazionali ed internazionali più favorevoli, di cui era riflesso l’esistenza di un sistema di partiti, che, seppure in modo ideologicamente e praticamente differenziato, garantivano in qualche modo la partecipazione delle masse alla politica intesa come raggiungimento dell’interesse generale. Con la “degenerazione”, dovuta proprio alla crescente commistione “tangentista” tra impresa, partiti e Stato, ed il collasso per via giudiziaria di quel sistema di partiti (incentrato su Dc e Psi) e soprattutto con l’autodissolvimento dell’unico partito, quello comunista, rimasto al di fuori del processo degenerativo, la possibilità di tale controllo è venuto meno, aprendo la strada alla progressiva delegittimazione della politica. Per questo oggi è importante strappare la politica alla dimensione esclusiva degli interessi del profitto immediato e alle lotte di potere più o meno clandestine tra gruppi predatori, cui corrisponde una comunicazione politica ridotta a pubblicità commerciale rivolta alla massa dei salariati tenuta fuori dai giochi che contano e distratta dall’abile agitazione di paure irrazionali. E’ per questo che oggi è fondamentale la ricostruzione dello strumento principe per la partecipazione dei cittadini-lavoratori alla vita pubblica, il partito di classe e di massa, inteso come produttore di una conoscenza e di una coscienza di classe, che perforino l’involucro di apparenza che avvolge uno Stato solo nominalmente neutrale tra le classi della società. E’, infatti, di una nuova capacità di critica allo Stato, alle sue “relazioni pericolose”, basate sull’intreccio con un capitale in crisi strutturale e parassitario, quello di cui abbiamo bisogno. La lotta contro la proliferazione delle escrescenze burocratiche dello Stato e contro il corrispondente lievitare delle spese di queste non deve essere intesa come una battaglia “neutrale”, né la “questione morale” può essere ristretta alle aule dei tribunali, come avvenne all’epoca di “tangentopoli”(13) . Va, invece, strappata a chi per ragioni politiche e sociali non può condurla in modo conseguente e deve divenire una battaglia politica di classe, perché sono i salariati che, col loro lavoro, reggono il peso dello Stato e su di essi se ne scaricano gli oneri con l’aumento della tassazione e la diminuzione del salario indiretto erogato mediante i servizi pubblici. Nessuna crescita della coscienza di classe può verificarsi, infatti, se non attraverso la comprensione della natura non neutrale dello Stato ed il disvelamento, come conseguenze dell’aumento delle contraddizioni di classe, di quelle che solo in apparenza sono “deviazioni” dello Stato. E questo è possibile ottenerlo facendo emergere la contraddizione tra realtà dell’interesse materiale e politico della borghesia al mantenimento della abnorme macchina statale e la propaganda della “critica alla casta”. Va sviluppata, quindi, una strategia che, selezionando le spese statali in base alla loro funzione sociale, abbia il suo nucleo centrale nella lotta per la riduzione della pressione fiscale sui lavoratori e contro le spese improduttive, il parassitismo e gli sprechi e per l’affermazione di una spesa che sia realmente produttiva per la maggioranza della società, ovvero una spesa tesa allo sviluppo della ricchezza sociale e alla soddisfazione dei bisogni fondamentali dei lavoratori. Secondo il principio che l’aumento della produttività avvenga attraverso investimenti che sviluppino le forze produttive della società e non mediante la riduzione del salario e del welfare, e l’aumento dell’orario di lavoro. Ma, dal momento che nello Stato la questione materiale e la questione politica, cioè quella del potere, sono intrecciate, bisogna anche entrare nel merito del funzionamento dei vari corpi statuali, denunciando e lottando contro il loro sempre maggiore carattere di separatezza dalla società e di identificazione con gli interessi privati. Infine, visto che la burocratizzazione del potere politico si intreccia con la sua centralizzazione bisogna porre l’accento sulla lotta contro le nuove leggi elettorali e di funzionamento dello Stato. Dopo la seconda guerra mondiale e la Resistenza e nel corso delle ampie lotte degli anni ’60 e ’70 il movimento operaio e la sinistra, con il ruolo prioritario dei comunisti, avevano condotto un processo, sebbene ostacolato e frenato in mille modi, di democratizzazione dello Stato. Ora, invece, si avvia alla conclusione, con successo, la fase di reazione, partita all’inizio degli anni ’80 e fondata sull’oligarchizzazione dello Stato, a cui, non casualmente, ha corrisposto la sconfitta peggiore mai subita dalla sinistra, dall’avvento del fascismo. Dunque, se vogliamo rifondare una strategia adeguata ai tempi e porre modernamente la battaglia per l’egemonia vanno ricollocati lo Stato e la lotta per la sua democratizzazione al centro del terreno di scontro. Una lotta per la democratizzazione che significhi, in primo luogo, rinnovata partecipazione di massa alla politica in quanto lotta per la modifica dei rapporti di potere nello Stato e per il controllo delle sue articolazioni.

Note:

(1) Massimo Gattamelata, Il leverage boy out, “la Contraddizione”, n.119, giugno 2007.

( 2 ) M. Mucchetti, L i c e n z i a re i padro n i ?, Feltrinelli, Milano 2004.

(3) F. Engels, L’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Editori Riuniti, Roma

(4) “Si può ammettere che l’erudito Kautsky non abbia mai sentito che la Borsa ed i banchieri tanto più si sottomettono i Parlamenti borghesi quanto più fortemente è sviluppata la democrazia?”. Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, Newton Compton Editori, Roma 1978, p.49.

(5) vedi di V. Giacché, La fabbrica del falso, Derive approdi, Roma, 2008.

(6) Del resto, negli ultimi tre/quattro anni la lotta per il controllo dei mass media è apparsa centrale, come provano i vari tentativi di scalate e le mire rivolte, anche da Tronchetti stesso, al principale gruppo editoriale italiano, Rcs, considerato con il Corriere della Sera il “salotto buono” della borghesia italiana. Ma non sono solo i grandi gruppi a rivolgersi ai media. Nell’ultimo periodo, varie famiglie imprenditoriali, attive in settori lontani dall’editoria ma vicine al mondo politico, come ad esempio la sanità, hanno ritenuto di dover entrare nella proprietà di quotidiani di media e piccola importanza.

(7) F. Engels, Op. cit., p.202.

(8) Il Sole24ore riporta i contenuti del discorso tenuto da Berlusconi al Tempio di Adriano davanti al Comitato dei cento costituenti del Pdl: “Il partito che ha in mente [Berlusconi] – come aveva già spiegato poco prima il coordinatore azzurro Denis Verdini – è più simile a Fi che ad An. Un partito in stile americano, senza tessere e compatto attorno al proprio leader perché quel che contano non sono gli iscritti ma gli elettori.” (il Sole24ore, 18 settembre 2008). Una concezione della democrazia interna ad un partito un po’ particolare, ed in realtà molto vicina al bonapartismo.

(9) La proposta del Pdl di rafforzamento dei poteri del premier recepisce i contenuti della proposta di legge costituzionale della scorsa legislatura presentata dal Pd a firma di Zaccaria-Violante-Boato. Secondo Italo Bocchino, capogruppo Pdl alla Camera, “Abbiamo ripresentato la bozza Violante nell’identico testo, e lo stesso ha fatto il Pd, come base. Ma l’intenzione, condivisa, è quella di rafforzare ulteriormente i poteri del premier. “ (Il Sole24ore, 19 agosto 2008).

(10) “L’economia politica, nella sua epoca classica, al pari della borghesia stessa nel suo periodo di parvenu, si mostra severa e critica verso l’apparato statale, ecc. Più tardi intuisce – e ciò si mostra anche in pratica – e impara per esperienza che la necessità di tutte queste classi, in parte del tutto improduttive, scaturisce dalla sua propria organizzazione. (…) essi appaiono allo Smith, come allo stesso capitalista industriale e alla classe lavoratrice come faux frais della produzione, da ridurre al minimo indispensabile e da ottenere al minor prezzo possibile.” K. Marx, Storia delle Teorie economiche, vol.I, Giulio Einaudi Editore, Torino 1977, p.276.

(11) Lenin, Stato e rivoluzione, Editori Riuniti, Roma 1981, p.65.

(12) “Ma l’interesse materiale della borghesia francese è precisamente legato nel modo più stretto al mantenimento di quella grande e ramificata macchina statale. (…) D’altra parte, il suo interesse politico la spingeva ad aumentare di giorno in giorno la repressione, cioè i mezzi ed il personale politico del potere dello Stato.” K. Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, Editori Riuniti, Roma 1977, p.114.

( 13) Del resto allora, come accade anche oggi, il rimedio alla “questione morale” ed all’intreccio tra affari e politica è stato apportato su un altro piano, quello della centralizzazione ed oligarchizzazione del potere mediante l’applicazione di sistemi elettorali sempre più maggioritari. “La bravura di chi ha approfittato del diffuso disgusto e sdegno contro > comprati (ma un po’ meno verso i capitalisti >) per gabellare come rimedio a siffatti mali un meccanismo elettorale presentato come propizio appunto perché aveva l’aria di penalizzare i politici, è stato ammirevole. Perfetta anche nella sua carica demagogica, capace di deviare lo sdegno popolare sul falso obiettivo.” L. Canfora, La democrazia storia di una ideologia, Laterza, Roma-Bari 2006, p.316.