Classe operaia e Partito Comunista

Quante pagine di considerazioni e riflessioni, quanti punti di vista sono stati espressi e scritti da sociologi, politologi, sindacalisti, politici ed intellettuali sugli operai e su ciò che sta avvenendo, nell’era della globalizzazione e della competizione planetaria, in questo mondo che produce ricchezza per i pochi che detengono i mezzi di produzione?
Non si riesce a contarli.
Diviene però spontaneo chiedersi e chiedermi: questo mondo si ritiene ancora una classe?
È ancora movimento? È ancora capace di riproporre la funzione autonoma della classe per invertire la tendenza alla sconfitta, che sembra sempre più ineluttabile, dagli effetti dei processi capitalistici dell’ultimo ventennio di fine secolo?
Sono interrogativi che ti assillano, che scavano profondi solchi nella tua coscienza e nella tua storia personale d’uomo che ha vissuto e che sta vivendo una fase che ha portato forti sconvolgimenti economici, sociali e politici.
Hai la sensazione di essere diventati una preda attaccata da tutti e sul punto di essere sbranata.
È questo il clima che si vive in fabbrica, dove ormai dominano divisioni e separazione tra i lavoratori di tipo contrattuale e salariale; perfino la proprietà è stata fittiziamente divisa e in pratica i lavoratori stanno nella stessa fabbrica, fanno lo stesso lavoro e percepiscono paghe da padroni diversi.
Quello che oggi è più grave, è che tanti giovani entrano in fabbrica e lavorano per lo stesso prodotto sugli stessi impianti ma ricevono il salario dal padrone tramite un’agenzia che trattiene per sé parte del loro salario. In questa situazione possono affermarsi, insieme con una diffusa rassegnazione, i valori dell’individualismo e dell’egoismo.
Questi valori che non sono mai appartenuti al movimento operaio, oggi possono diventare elementi primari.
Possono essere e sono delle affermazioni pesanti, che mettono in discussione molti ed autorevoli punti di vista e che fanno parte del mio vivere quotidiano in fabbrica.
Il mio punto di partenza è la fabbrica, una fabbrica del mezzogiorno: la Fiat-Avio allocata nel comprensorio industriale di Pomigliano d’Arco, il “fu” laboratorio politico e sindacale di primaria importanza per scelte di linee strategiche nazionali. Oggi, tra i vari processi di ristrutturazione e di concentrazione, tra privatizzazioni ed esternalizzazioni ed un’assenza totale di una linea sindacale autonoma sindacale dagli obiettivi dei padroni e dei burocrati del tecnicismo di governo del centrosinistra (dal governo regionale, provinciale e comunale), questo comprensorio industriale è una palestra per l’affermazione assoluta della filosofia e della prassi della competitività e della globalizzazione.
Ha poco valore e offre scarsi risultati la resistenza dei pochi compagni, che pure è viva e presente in ogni sito industriale.
La resistenza, che c’è e si manifesta, non riesce a fermare il diffondersi dell’impoverimento del mezzogiorno, lo stato di precarietà e la subalternità di donne ed uomini che non hanno nessuna prospettiva di futuro se non quello delle barbare condizioni dettate dai padroni e dagli pseudo-politici della teoria dell’alternanza.
Se vuoi fare parte del gioco, se vuoi stare nel mondo e nella storia, le regole da applicare sono quelle imposte dal mercato e dall’impresa. Non c’è spazio per una legittima lettura di classe della società e dell’intera storia umana. E, dunque, non c’è spazio per il conflitto e per il libero dispiegarsi delle lotte operaie finché non si mettono definitivamente in soffitta gli inganni degli anni ottanta e novanta, e cioè la politica dei redditi che in realtà era la politica dei profitti d’impresa, la concertazione meglio conosciuta come subordinazione, la partecipazione come autostrada per l’integrazione dei lavoratori negli obiettivi delle ristrutturazioni capitalistiche.
Non c’è spazio per l’espressione critica al sistema senza una legge sulla democrazia nei luoghi di lavoro, senza la denuncia degli accordi di luglio 92/93, e tutto questo non è possibile senza un nuovo sindacato. È naturale chiedersi se c’è una generalizzata consapevolezza nelle fabbriche di quale fase storica sia davanti ad ognuno di noi. La consapevolezza presuppone una capacità di analisi critica che, purtroppo, in questo ventennio è stata prima frantumata e poi estirpata.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: passivizzazione ed allontanamento dall’ideologia e dalla politica. Onestamente penso che il nostro Partito non sia esente da responsabilità.
Troppe volte all’interno del gruppo dirigente è prevalsa la pretesa della fedeltà al partito, che spesso nascondeva la cultura dell’obbedienza alla gerarchia, e sono state sacrificate le questioni di carattere politico e dialettico che i compagni, anche con umiltà, ponevano.
Ecco perché condivido la scelta di ricostruire il partito nel rapporto stretto con il movimento; questa strada la ritengo essenziale per radicare il partito nel sociale e nei luoghi di lavoro.
La nostra presenza è oggi, troppo spesso, irrilevante perché magari riesci a fare la tessera, ma ti accorgi che non significa più per il compagno nessun recupero del senso d’appartenenza e di condivisione di strategie ed obiettivi, militanza vera: è semplicemente quasi sempre come per il sindacato, un’ennesima delega.
La realtà del mezzogiorno acuisce ancora di più questo dato di fatto.
Il padrone in fabbrica chiede l’anima all’operaio, altro che post-fordismo e tecnologie avanzate, come affermano i cantori del modernismo. La storia è sempre quella: io possiedo i mezzi di produzione e tu mi vendi la tua forza lavoro. È il perdurare dello scontro di classe, solo che, in questo scontro, è mancata la classe operaia intesa come quella tradizionale.
È questa l’operazione che in questi anni è stata portata avanti e che ha distrutto coscienze e lo stesso concetto della classe.
C’è una nuova proletarizzazione del lavoro cosiddetto di concetto che deve essere al centro della nostra attenzione per avviare un vero processo di ricomposizione della classe.