“Ciò che noi siamo, ciò che noi vogliamo”

Quali sono le principali questioni con le quali il Sudafrica si sta confrontando attualmente?

La risposta a questa domanda ci porta al cuore della fase della rivoluzione democratica nazionale (NDR) che stiamo attraversando ed alle fondamenta strutturali del Sudafrica contemporaneo, nonché ai problemi attuali.
La rottura democratica dell’aprile 1994 ha costituito una disfatta strategica per il governo della minoranza bianca che aveva improntato una propria via di accumulazione capitalista specifica nel corso del secolo trascorso. Quella rottura rappresenta perciò una considerevole avanzata del blocco di forze progressiste diretto dal Congresso Nazionale Africano (ANC), avente per base la maggioranza nera storicamente oppressa e di cui la classe operaia costituisce la componente schiacciante.
Nel corso del breve periodo che va dal 1994 ad oggi, il governo dell’ANC ha adottato misure significative in favore della classe operaia, tra le quali possiamo citare la restaurazione ed il consolidamento di un quadro politico e costituzionale stabile, una legislazione del mercato del lavoro molto progressista ed alcune realizzazioni nel campo economico e sociale che hanno posto le basi per una estensione della protezione sociale alla maggioranza del popolo. Queste misure sociali comprendono alcuni programmi nel campo della sanità, dell’educazione, dell’elettricità, dell’acqua, dell’igiene pubblica, delle telecomunicazioni, degli alloggi e l’avvio della restituzione delle terre e della riforma agraria.
Queste conquiste sono notevoli se rapportate al breve periodo. Tuttavia, malgrado queste realizzazioni, le ineguaglianze e la crisi strutturale, che sono alla base del sistema ereditato dall’apartheid, si sono rivelate estremamente resistenti.
L’origine razziale, la collocazione di classe e la differenza di genere continuano a pesare in misura determinante. Per ciò che concerne il problema della povertà e dell’ineguaglianza, noi restiamo una delle società più inegualitarie del mondo e, malgrado la cancellazione formale della discriminazione razziale nel 1994, questo odioso fardello rimane una realtà dominante. Mentre l’ineguaglianza tra le razze diminuisce in modo marginale, l’ineguaglianza interrazziale aumenta e pertanto, nella fase attuale, il criterio di classe diviene il fattore determinante della povertà e delle ineguaglianze. Ciò significa che la separazione razziale dell’epoca dell’apartheid si è radicata maggiormente come profonda divisione di classe, dopo il 1994.
L’economia sudafricana è caratterizzata da una crescita debole , dalla continua cancellazione di posti di lavoro nei settori classici, dalla crescita della povertà di molti, in un contesto di ineguaglianze persistenti, da un livello di investimenti stranieri insufficienti, da fughe significative di capitali nazionali e internazionali e dalla nostra vulnerabilità di fronte ai movimenti speculativi sulla moneta e i mercati dei capitali.
I livelli di disoccupazione sono aumentati, quasi senza interruzione, lungo tutto il decennio trascorso. Nel 2001 il numero ufficiale dei disoccupati era di 6,96 milioni, ossia il 37% della popolazione potenzialmente attiva. La disoccupazione è aggravata dal fatto che la popolazione attiva cresce ogni anno di mezzo milione di unità, e colpisce i giovani con particolare durezza. Nel 1999 c’erano 2,5 milioni di giovani disoccupati. La perdita drammatica di posti di lavoro ha fatto crescere le soluzioni di lavoro nero individuale e di autosussistenza che, dal 1996 al 2001, sono aumentate da 1 a 2,7 milioni.
Il rapporto del comitato Taylor (comitato d’inchiesta sugli effetti del sistema generale di sicurezza sociale sudafricano creato dal governo), pubblicato nel marzo 2002, stima che il 45% della popolazione, ossia 18 milioni di persone, vive con meno di due dollari al giorno, che il 25% dei bambini di origine africana mostra un deficit di crescita, che il 10% degli africani è malnutrito e che il 60% dei poveri non riceve nessun aiuto dalla sicurezza sociale. Nel 1996, il 66% dei cittadini di origine africana viveva in povertà contro il solo 1% dei bianchi.
La pandemia AIDS ha avuto un impatto particolarmente devastante sulla povertà, l’ineguaglianza e la vulnerabilità di larghe porzioni del nostro popolo. La speranza di vita è regredita in Sudafrica dai 63 anni del 1996 ai 56 del 1999.
L’eredità dell’oppressione nazionale e dello sfruttamento di classe è profondamente intrecciata con l’oppressione di genere. Il modo di accumulazione capitalistico sudafricano si è basato su una triplice oppressione per la maggioranza delle donne. Le donne nere in generale e africane in particolare hanno svolto un ruolo centrale nella riproduzione della classe operaia, una merce a buon mercato per i capitalisti, non soltanto perché esse soffrono di una coercizione diretta, ma anche perché il pesante onere di questa riproduzione è tutto caricato sul lavoro non remunerato delle donne. Sono le donne sudafricane ad essere le prime vittime della precarietà e dei sottosalari, poiché esse tendono ad occupare posti di lavoro marginali, precari e sottopagati. Le donne non sono vulnerabili solo sul mercato del lavoro, ma devono sopportare il peso molto gravoso di un lavoro non remunerato, occuparsi dei malati, degli anziani e dei disoccupati. Ed è per queste ragioni che un programma di crescita e di sviluppo durevole deve farsi carico delle donne sudafricane.
In altre parole, malgrado la sconfitta dello Stato-apartheid e le numerose fondamentali conquiste realizzate dalle forze progressiste a partire dal 1994, il modello di crescita ed il processo di accumulazione dominante non sono in grado di risolvere il sistema di sottosviluppo che colpisce la nostra società. Questa crisi allarmante è, in parte, il risultato di un’eredità del passato, ma in parte notevole è il risultato delle dinamiche e dei problemi ad esse collegate: la ristrutturazione massiccia della classe operaia, l’esposizione all’instabilità della globalizzazione capitalista e la pandemia AIDS. Ciò significa che la classe operaia non è solamente colpita negativamente dal regime di accumulazione in atto, ma anche dall’assenza di meccanismi che garantiscano i mezzi di assistenza ai lavoratori. La struttura del settore finanziario del nostro paese – che è uno dei temi di maggiore impegno sul quale fa campagna il SACP – illustra questa realtà in modo molto chiaro.
Le sovvenzioni governative per gli alloggi sono destinate principalmente ai settori più popolari del mercato (il cui reddito sia inferiore ai 3000 rand mensili). Ora, una parte significativa della classe operaia organizzata guadagna tra i 2500 e 3000 rands, ma simultaneamente e paradossalmente le banche sono assai reticenti a concedere prestiti alle persone che appartengono a questa fascia di reddito. Questo significa che la classe operaia, ed in generale gli africani neri, ne sono esclusi e perdono entrambi i diritti: quello alle sovvenzioni governative e quello ai prestiti bancari.
Ma il settore più svantaggiato della classe operaia è costituito dal settore precario, che non ha accesso né ai servizi bancari né al credito. È stimato a 10 milioni il numero dei sudafricani privo di un conto bancario.
Di conseguenza, come mostra la suddetta analisi, sarebbe del tutto fuoriluogo sottovalutare il carattere contraddittorio e ineguale della realtà capitalistica predominante nel nostro paese. Per esempio, le riforme progressiste del mercato del lavoro entrano in contraddizione o minacciano di essere svuotate dai continui salassi di posti di lavoro che collocano un sempre maggior numero di lavoratori fuori dal mercato del lavoro e perciò nell’impossibilità di usufruire dei buoni servizi di questa riforma.
Tutto ciò rafforza il bisogno che noi abbiamo di affrontare questa realtà capitalistica e di analizzarla coscientemente per sapere come affrontarla. Il modello di accumulazione in atto nel nostro paese non solo minaccia di distruggere tutti i progressi che noi abbiamo realizzato, ma tende anche a minare, a medio e a lungo termine, le questioni nazionali e di genere, nonché a vanificare il nostro obbiettivo di una vita migliore per tutti.
Questa realtà allarmante ha suscitato, nel periodo più recente, lotte di classe generalizzate ed intense. Queste lotte riflettono l’evolversi delle contraddizioni di classe nel periodo della transizione. Questo dilagare della conflittualità e della collera di classe da parte dei lavoratori ha le sue radici (lo andiamo ripetendo da anni) nel fatto che la classe operaia, nonostante le conquiste importanti ottenute dopo il 1994, ha pagato le spese di ristrutturazione dei due settori, pubblico e privato, nel corso dell’ultimo decennio. Questa non è che una delle difficoltà con le quali ci stiamo confrontando, in un quadro capitalistico, per la trasformazione della nostra società. Ci rendiamo conto che come SACP, pur avendo prestato attenzione alla problematica del prolungamento della nostra rivoluzione in un contesto capitalistico, non abbiamo analizzato sufficientemente le contraddizioni del capitalismo contemporaneo. Abbiamo tuttavia segnalato costantemente che questo approccio presentava il rischio di un processo di ristrutturazione che lasciava intatte le ineguaglianze fondamentali della nostra società.

Il SACP partecipa al governo del Sudafrica dal 1994. Come valutate la vostra partecipazione e la vostra influenza nel governo? Quali difficoltà incontrate?

Il SACP ha dato un contributo enorme, nel periodo della storia recente, alla formazione del quadro democratico esistente in Sudafrica, a partire dalla nostra riconquistata legalità nel 1990, con la mobilitazione di massa, i negoziati con il regime dell’apartheid e, nonostante il duro colpo dell’assassinio di Chris Hani1, con la mobilitazione per le elezioni del 1994 e l’elaborazione collettiva del programma di ricostruzione e di sviluppo. Questa partecipazione ha condotto ad un frequente errore di interpretazione, consistente nel considerare il SACP come una componente formale e costitutiva del governo sudafricano. Ora, noi siamo presenti in questo governo pur non facendone parte formalmente in quanto partito. Occorre innanzitutto sapere che i membri de SACP che sono nel governo, nei parlamenti provinciali e in quello nazionale nonché nei consigli municipali, sono designati ed eletti in questi posti a titolo personale, in quanto membri e dirigenti riconosciuti dell’ANC. È in coerenza con le nostre scelte strategiche che l’ANC, in quanto alleanza larga di classe, dalle radicate tradizioni rivoluzionarie e con forti legami con la classe operaia, è da noi considerata come la forza più titolata per dirigere la trasformazione della società sudafricana. Ciò significa che i membri del SACP al governo nazionale (e in quelli provinciali e locali) agiscono in quanto rappresentanti dell’ANC, nel quadro di un mandato dell’ANC. Questa situazione ha sollevato dei problemi concreti e strategici molto importanti per noi.
Mentre noi abbiamo, da un punto di vista generale, riaffermato che i comunisti devono rispettare fedelmente tutte le decisioni delle strutture alle quali essi appartengono, e che impegnano tutti noi a difendere l’operato di questi comunisti (anche se alcune delle politiche messe in opera nel quadro di un mandato dell’ANC sono in contraddizione con certe posizioni del partito), noi sosteniamo che il SACP deve esplicitare l’esistenza di queste differenze nelle sedi appropriate. D’altra parte noi ci aspettiamo che tutti i membri del nostro partito difendano la sua unità e la sua integrità e che abbiano sempre presente il suo programma. Il che significa, tra le altre cose, che essi informino il partito, siano in relazione permanente con esso, soprattutto negli ambiti in cui potrebbero emergere delle differenze di posizioni rispetto a quelle espresse dal partito. Ciò significa pertanto che i comunisti presenti nel governo devono essere in grado di elevarsi al di sopra dei loro obblighi governativi e ministeriali e di impegnarsi nel partito a partire dalle posizioni politiche del SACP.
In accordo con l’ANC, noi abbiamo anche creato in seno al Parlamento nazionale un Forum di discussione di partito (PDF) per i deputati membri del SACP, in modo che essi possano dibattere su tutti i problemi e sostenere il SACP quando ciò è utile e necessario. Ciò ha permesso ai deputati dell’ANC membri del SACP di svolgere il loro lavoro in quanto comunisti senza portare pregiudizio al loro mandato di rappresentanti dell’ANC.
Ma, soprattutto, tutti i membri del SACP sono membri attivi dell’ANC, ed in quanto membri dell’ANC contribuiscono allo sviluppo della politica e dei programmi del governo. L’esempio più recente è stato il processo molto ampio, aperto e democratico, che ha portato alle scelte politiche e alle decisioni prese all’epoca della 51° Conferenza nazionale dell’ANC nel dicembre 2002. Questo processo è stato caratterizzato da discussioni e da risoluzioni che sono state dibattute in oltre 3000 sezioni dei 53 consigli regionali dell’ANC, di 9 consigli provinciali e della Conferenza politica nazionale dell’ANC.
Oltre ai comunisti membri dell’ANC, hanno partecipato a questo dibattito i comunisti del SACP in quanto tali, la centrale sindacale COSATU e il movimento democratico di massa. Tutti questi rappresentanti sono stati invitati ed hanno partecipato ai consigli regionali, alle conferenze provinciali e alla 51° conferenza nazionale. È un esempio del modo con cui il SACP contribuisce indirettamente alle politiche ed ai programmi di governo.
Tutto ciò implica che, sotto un certo aspetto, il SACP è, a giusto titolo, direttamente coinvolto nel governo diretto dall’ANC.
Siamo convinti di aver partecipato in grande misura alle decisioni governative che, a partire dall’anno 2000, hanno finalmente assicurato a tutti i sudafricani un servizio minimo gratuito di acqua, di elettricità e di assistenza sanitaria. Secondo i rapporti governativi, il 50% di questi obiettivi è già stato raggiunto. Ma ciò non significa che i nostri punti di vista e le nostre posizioni siano appiattite totalmente su quelle del governo. Ad esempio, il SACP diverge sulle scelte di politica macroeconomica del governo, che comportano una liberalizzazione del commercio, una politica fiscale restrittiva e le privatizzazioni. Questo esempio particolare mostra che il SACP, su una serie di questioni, non si ritiene vincolato alla politica del governo.
Come voi potete constatare, la nostra partecipazione o no al governo comporta dei problemi difficili da gestire e concettualizzare. La nostra analisi, il nostro giudizio, è che noi abbiamo in ogni caso contribuito a far sì che l’impatto della nostra presenza pesi in misura consistente, senza peraltro nasconderci che questo effetto è stato limitato dalle differenze esistenti all’interno dell’alleanza ANC-SACP-COSATU.

Con la loro partecipazione al governo i comunisti, attraverso il loro partito ed i sindacati, hanno contribuito attivamente a lotte estremamente importanti contro le misure neoliberali, particolarmente contro le privatizzazioni. Ci possono essere contraddizioni tra questi due comportamenti?

La nostra analisi, in quanto partito comunista, è stata mirata ad assicurare un elevato livello di vigilanza in seno all’Alleanza sulle ripercussioni di classe delle politiche economiche ma, soprattutto, a mantenere gli occhi ben aperti sulle intenzioni ed i comportamenti della borghesia nel periodo attuale. È essenziale sapere che noi dobbiamo far fronte alla realtà di un capitalismo e di un regime attuale di accumulazione che rappresenta un gravissimo ostacolo all’accelerazione dei cambiamenti necessari per migliorare la vita del nostro popolo. Da qui l’importanza di introdurre e di integrare con queste considerazioni di classe la fase della nostra NDR. L’indipendenza del SACP e del COSATU è stata essenziale a questo riguardo, in quanto ci hanno permesso di sollevare questi problemi e di presentare le nostre posizioni, senza reticenze, in seno all’Alleanza.
Sottolineare le contraddizioni di classe delle lotte attuali non significa affatto collocare l’ANC da un lato della barricata e il SACP ed il COSATU dal lato opposto. Questa sarebbe una posizione incontestabilmente irresponsabile e obiettivamente non conforme alla realtà. Ma, d’altra parte, questa situazione esige che l’Alleanza dibatta e valuti le proprie politiche per verificare in quale misura, intenzionalmente o meno, esse incoraggino una forma particolare del regime di accumulazione favorevole al capitalismo. Il SACP ha cercato di distinguere le intenzioni soggettive dalle conseguenze oggettive (non intenzionali) delle politiche di governo. È per questa ragione che il SACP ha, ad esempio, sollecitato un’analisi completa delle nostre politiche economiche che includano l’individuazione dei principali beneficiari di queste politiche.
Questo ha richiesto da parte nostra anche alcune franche riflessioni riguardanti alcune esperienze recenti, onde evitare che il governo diventi, senza saperlo, un tampone tra gli stretti ed esclusivi interessi di classe del capitale e le lotte legittime della classe operaia. La questione essenziale che noi abbiamo sollevato è di verificare se il governo non debba essere molto più prudente nei suoi rapporti, sia quelli che mantiene con il capitale ma anche con quelli che deve avere con la classe operaia del nostro paese.
Il SACP non ha mai cessato di sottolineare l’importanza per l’ANC, in quanto forza di governo, di mantenere un contatto dinamico con le masse popolari e le loro legittime forze sociali, onde conservarne la leadership. Secondo noi la mobilitazione di massa marcia di pari passo con il suo accesso all’esercizio del potere dello Stato. In quanto tale, il potere dello Stato è sempre soggetto alle pressioni permanenti del neoliberismo, della burocrazia ed altri. Pertanto, la mobilitazione del popolo per consolidare le sue posizioni e costruire il suo potere costituisce un valido sbarramento a queste pressioni ed un mezzo per aprire la strada alle trasformazioni.
Noi non vediamo alcuna contraddizione, bensì una complementarietà dialettica tra la lotta di massa (e di classe) e il potere dello Stato.

Come giudicate il ruolo svolto dal Sudafrica nella scena internazionale e particolarmente in Africa? Quale è il ruolo del Sudafrica in seno al SADC (Comunità per lo sviluppo dell’ Africa australe) e quale è il suo atteggiamento nei confronti del NEPAD (Nuovo partneriato per lo sviluppo dell’Africa)? Esistono le condizioni per creare un fronte antimperialista di Stati non allineati contro la politica USA?

La vittoria relativa delle forze democratiche in Sudafrica ha, in parte ma non totalmente, disarticolato l’interesse strategico dell’Occiden-te nella regione dell’Africa australe. La rottura del 1994 ha comunque consentito al capitale sudafricano di allargare la sua espansione in Africa. Ciò è dovuto alla storia dello sviluppo economico nella SADC entro la quale il Sudafrica ha trovato un serbatoio di mano d’opera a buon mercato e l’occasione per sviluppare un commercio iniquo con la maggio parte dei Paesi africani.
Recentemente, il ruolo internazionale del Sudafrica è stato influenzato dall’iniziativa del NEPAD, dalla trasformazione delle istituzioni multilaterali e dalla promozione della pace su scala mondiale.
Ciò ha contribuito all’emergere di un consenso nuovo, con comportamenti e fini diversi negli affari internazionali, il che costituisce una sfida potenziale al dominio imperialista.
Dal nostro punto di vista, l’iniziativa del NEPAD e la visione generale che ne scaturisce segna una svolta potenziale importante se rapportato al paradigma dominante le relazioni internazionali prevalse nel nostro governo dopo il 1994.
Potenzialmente il NEPAD permette un approccio ai problemi del nostro Paese e del nostro continente che riconosce il fatto che il mondo non funziona normalmente e che la marginalizzazione dell’Africa, caratterizzata dal suo disastroso sottosviluppo, è la conseguenza di una sua integrazione entro una forma particolare della globalizzazione capitalistica. Al centro del NEPAD ci sono le strategie iniziate dagli africani stessi per uscire dal sottosviluppo. Ma l’iniziativa del NEPAD contiene anche molte debolezze e pericoli potenzialmente molto gravi. Tra questi segnaliamo la mancanza di partecipazione e di coinvolgimento delle masse, il debole legame stabilito tra il sottosviluppo e la questione di genere, la sottovalutazione del ruolo essenziale che un settore progressista e strategico, statale e parastatale, può svolgere, il tentativo di egemonia neoliberista sul NEPAD concepito essenzialmente come partneriato con l’Occidente anziché tra i popoli dell’Africa ed i loro rispettivi governi nazionali.
Il NEPAD offre uno spazio per allargare ed intensificare la sfida al sottosviluppo. Il ruolo delle masse in tutta la politica dello sviluppo deve essere partecipativo. Le masse non devono essere trasformate in soggetto recettore passivo delle politiche decise dagli Stati benefattori. Il SACP appoggia un NEPAD che sia diretto dalle masse e orientato in difesa degli interessi dei contadini e dei lavoratori.

La lotta di liberazione in Sudafrica e in tutta l’Africa australe è stata per lungo tempo legata all’Unione Sovietica. Come giudicate oggi questi legami?

È lo stesso compagno Nelson Mandela a ricordarci spesso come sia stato il campo socialista il primo soggetto politico al mondo, e con maggior vigore, a manifestare concretamente la sua solidarietà e ad appoggiare la nostra giusta lotta contro l’apartheid.
Questo appoggio è stato espresso in modo del tutto disinteressato da parte dell’Unione Sovietica e dagli altri Paesi del blocco socialista. Questo sostegno si è tradotto in aiuto finanziario, educazione politica, borse di studio, assistenza militare ed altre forme di aiuto. Noi non possiamo né dimenticare né sottovalutare questo contributo e questo esempio di solidarietà internazionale. Esso ha ugualmente contribuito a radicalizzare l’ANC e molti altri movimenti di liberazione del terzo mondo.
Noi però riconosciamo ugualmente le dimensioni massicce dello scacco subito dall’esperienza socialista in Unione Sovietica e in Europa orientale, e come quell’esperienza abbia influenzato molti degli errori commessi dai partiti comunisti. Ciò ha portato alla caduta dei governi diretti dai partiti comunisti ed al rigetto della prospettiva socialista da parte di quelle società e provocato un drammatico riflusso del movimento comunista mondiale.
Molte delle pratiche negative del modello sovietico sono state introdotte da molti altri partiti comunisti, compreso il nostro. La lezione è stata severa, ma ci ha indotto, forti dell’esperienza sovietica, a riprenderci la responsabilità di ricostruire il nostro partito. Ma, siccome la lotta per il socialismo è il prodotto dell’esistenza del capitalismo, questa esperienza negativa è stata rimpiazzata nel nostro vissuto quotidiano dalla fiducia crescente e dalle lotte contro gli effetti della globalizzazione capitalista. Noi osserviamo con interesse i tentativi di ricomporre un movimento internazionale. Tutte le iniziative finalizzate a questo scopo sono essenziali per riproporre un progetto socialista che sappia superare l’esperienza dell’Unione Sovietica.

Qual è stata l’evoluzione numerica degli iscritti e dell’organizzazione del SACP da quando è ritornato legale?

Al momento della nostra legalizzazione non avevamo più di 3000 iscritti. La nostra prima assemblea legale ha riunito a Johannesburg più di 50.000 persone nel luglio 1991. Poi, nei primi 18 mesi di vita legale, abbiamo ricevuto più di 80.000 domande di adesione.
All’epoca del nostro 7° congresso del dicembre 1991 (il primo dopo il ritorno alla legalità) avevamo più di 7.000 membri. Questo numero si è costantemente accresciuto: all’8° congresso nel 1995 ne avevamo 16.000 ed ora, dopo l’11° congresso tenutosi nel luglio 2002, ne abbiamo 23.000.
È una notevole base di militanti per il presente ed il futuro del nostro partito. Ma ancora più importante è che la maggioranza dei nostri iscritti sono attivi in seno all’ANC, nell’amministrazione, nel governo nazionale, nei parlamenti provinciali e in quello nazionale, nelle municipalità, nei sindacati, nelle organizzazioni civiche, nei forum delle politiche comunitarie, nei comitati sanitari, nelle organizzazioni giovanili e studentesche, nelle chiese, nelle ONG e nelle università.
La decisione del nostro 2° congresso di ricostruire la Lega della gioventù comunista contribuirà sicuramente alla crescita, allo sviluppo ed al consolidamento della nostra presenza in tutti i settori della società sudafricana.
(I dati degli iscritti al SACP, di insolita, modesta entità, vanno letti tenendo presente le regole notevolmente selettive e gli obblighi richiesti ai suoi militanti. Nota del traduttore).

Tutti i militanti comunisti sono membri dell’ANC. Nel contempo l’ANC in quanto tale è leader e membro di una alleanza comprendente il SACP e i sindacati (COSATU), entro i quali i comunisti esercitano un ruolo altrettanto essenziale. Queste relazioni sono praticamente uniche al mondo. Come è concretamente possibile gestirle? Qual è il grado di indipendenza del SACP in questo contesto?

Alcuni elementi di risposta a questa questione sono presenti nella mia risposta alla vostra terza domanda. Devo però aggiungere qualche altro punto. Ciascun membro del SACP è anche membro dell’ANC. Non è possibile essere militante del partito comunista senza essere membro dell’ANC. Ma nello stesso tempo tutti i membri dell’ANC non sono membri del SACP. Per molti aspetti ed in molti ambiti il partito resta una scuola politica per l’Alleanza, una fonte continua di proposte politiche e di analisi teoriche delle lotte nazionali e sociali.
Il segretario generale dell’ANC, Kgalema Motlhanthe, definisce questo rapporto nel modo seguente:”l’ANC è un’organizzazione nazionale rivoluzionaria che utilizza gli strumenti di analisi del marxismo-leninismo”. Si tratta di un riconoscimento ben meritato del contributo dato dal SACP all’ANC e a tutta l’Alleanza nel suo insieme.
Noi abbiamo sempre concepito l’ANC come un’organizzazione multiclassista, nazionale, democratica e radicale. Il fatto che questo carattere multiclassista sia, in maniera crescente, sostanziale e che altre forze, oltre a quelle della classe operaia, siano sempre più organizzate ed influenti, non costituiscono motivo perché il SACP divenga nel presente timido o scettico nei confronti dell’ANC. Ma ciò significa che noi comunisti ci siamo coscientemente impegnati con e nell’ANC con l’obbiettivo proclamato di assemblare, in questa fase della NDR, un arco di forze di classe diverse ma potenzialmente progressiste, relazionate direttamente con l’ANC, con alla testa la classe operaia.
Noi non abbiamo affatto cercato di sopprimere o di emarginare i differenti orientamenti di classe in seno all’ANC, ma l’abbiamo aiutato a mettere in evidenza le differenze, spiegando perché una rivoluzione democratica nazionale orientata e diretta dalla classe operaia sia la sola prospettiva strategica durevole per il nostro Paese e dunque coincidente con gli interessi di altre classi sociali.
Concretamente questo significa che:
– le relazioni informali ed interpersonali in seno all’Alleanza, la reciproca mutua comprensione devono essere sempre incoraggiate e che il progetto socialista in Sudafrica non può essere posto prioritariamente ma appartiene ad una fase successiva;
– i partners dell’Alleanza devono agire gli uni insieme agli altri, senza scuse e a tutti i livelli, in prima istanza, basandosi sulle nostre strutture formali e sui nostri mandati programmatici;
– l’affermazione non apologetica dei nostri obiettivi socialisti, del nostro orientamento di classe e dell’indipendenza del nostro partito sono sovente presentati come una deriva verso la rottura dell’Alleanza. Si tratta in realtà del contrario. Nella situazione attuale le condizioni per mantenere in buona salute l’alleanza sono, per il SACP, di essere disposto ad esprimere con fiducia, in modo coerente e costruttivo, il proprio punto di vista indipendente, socialista e della classe operaia. La sfida per il SACP è di legare le nostre prospettive rendendole interamente compatibili con il progetto multiclassista della NDR, piuttosto che correre il rischio di isolare noi stessi.
Il processo di preparazione della 51° Conferenza nazionale dell’ANC, menzionata prima, è un e-sempio dei risultati che può produrre un impegno intenso nell’ambito dell’Alleanza.
Attualmente siamo impegnati in un processo similare per la preparazione del Vertice per la crescita nazionale e lo sviluppo che dovrà avere come sbocco, noi lo speriamo, accordi strategici tra il governo, il lavoro, il capitale e la popolazione sulla crisi economica sistemica con la quale ci stiamo confrontando. Questo processo può porre le basi per cementare l’unità e la forza dell’Alleanza.

Sul piano internazionale l’ANC è membro dell’Internazionale socialista e dunque, sebbene indirettamente, anche i comunisti sudafricani vi partecipano. Qual è la vostra opinione?

Prima che l’ANC aderisse all’Inter-nazionale socialista non esistevano relazioni formali ma una cooperazione e una solidarietà tramite i paesi scandinavi ed altri stati sostenitori dell’ANC. Dunque l’IS ed i suoi partiti affiliati, nonostante l’egemonia socialdemocratica, hanno avuto un ruolo importante nelle lotte contro l’apartheid.
Tuttavia, l’ideologia della cosiddetta “terza via” che domina i partiti dirigenti dell’IS non è affatto in grado di far fronte alle sfide poste dalla globalizzazione capitalista. L’ANC deve perciò, in legame con gli altri partiti progressisti del terzo mondo, lavorare per un programma progressista nell’IS e costruire degli spazi e dei forum per l’azione comune dentro e fuori l’IS.

Alla fine dell’ultimo secolo, in particolare dopo il crollo dell’URSS, numerosi partiti comunisti sono stati trascinati dal revisionismo ideologico ed hanno subito perdite importanti durante questi dibattiti. Qual è stata l’esperienza del vostro partito?

L’esperienza del nostro partito su questo argomento è stata espressa dal nostro 11° Congresso nel luglio 2002. Il suo significato è individuabile nella traiettoria percorsa dal SACP negli ultimi 12 anni. L’8°(1991) ed il 9° (1995) Congresso si sono svolti in un clima di fluidità e di incertezze, e con un certo grado di instabilità nel gruppo dirigente del partito (parecchi compagni dirigenti del partito nel 1991 e nel 1995 si sono allontanati o si sono collocati altrove).
Noi eravamo internazionalmente (e per conseguenza nazionalmente) sulla difensiva dopo il crollo dell’URSS. Esisteva una considerevole fluidità ideologica all’interno del partito e c’erano divisioni sul tipo di partito che dovevamo costruire (di massa o d’avanguardia?). Non avevamo ancora formulato un programma d’azione del SACP, anche se periodicamente lanciavamo delle campagne.
Per mantenere insieme il partito abbiamo probabilmente fatto leva sulla popolarità e la personalità di compagni chiave della direzione, in particolare del compagno Chris Hani. In breve, avevamo un accordo piuttosto limitato sul partito da ricostruire, sul suo ruolo e la sua funzione e sul grado di indipendenza del partito più rispondente ai suoi interessi.
Il 10° Congresso (1998) ha cominciato ad annunciare alcuni cambiamenti, riempiendo di contenuti lo slogan strategico già annunciato per la prima volta nel 1995: “Il socialismo è l’avvenire, costruiamolo fin da ora!”.
Dopo il 1998, le potenzialità di questo slogan strategico sono diventate oggetto di ricerca dell’azione programmatica. Questo ci ha permesso di impegnarci attivamente e con fiducia sul terreno del NDR in quanto socialisti dotati di una strategia unificatrice di quelle che sono state (e ancora potrebbero essere) le differenti e legittime correnti di opinioni all’interno del SACP.
Il rafforzamento dei mezzi e delle risorse disponibili per la sede centrale e le provincie, una maggiore attenzione accordata alla formazione dei quadri, le iniziative in preparazione di due conferenze strategiche nazionali, l’approfondimento dei legami organici con il movimento sindacale, la capitalizzazione dell’esperienza di governo da parte di centinaia di quadri dirigenti del partito eletti nei consigli locali, legislativi, esecutivi e negli apparati dello Stato, garantisce il flusso di queste problematiche nel partito, ed i programmi d’azione molto più coerenti rispetto al passato (particolarmente la campagna nel settore finanziario), sono stati e sono passaggi che hanno esercitato un impatto qualitativo tangibile nel partito.
La conferma manifesta di questi progressi accumulati costituisce senza dubbio la principale caratteristica dell’11° Congresso. Una delle prove è stata fornita dall’alto livello di partecipazione effettiva dei delegati all’11° Congresso, un livello relativamente elevato di unità, particolarmente su punti strategici e ideologici – anche se qualche compagno ha espresso qualche contestazione – ed una più grande fiducia nel partito, una predisposizione ad affermare con fermezza l’identità ed il ruolo indipendente del SACP nel quadro di un’alleanza più ampia.
In breve, l’11° Congresso è stato un momento nella storia del partito nel quale, anziché indugiare a guardare nel retrovisore, abbiamo cominciato ad affermare più positivamente ed in modo più coerente che noi esistiamo, spiegando ciò che noi oggi non siamo (senza porci sulla difensiva rispetto al crollo del sistema sovietico), e senza definire noi stessi sulla base dei contrasti marginali con l’ANC, ossia domandandoci ciò che gli altri pensano di noi.
Questi nostri comportamenti hanno avuto una risonanza nazionale ben oltre il Congresso, ben oltre i nostri iscritti e ben oltre i militanti del nostro ampio movimento. I giudizi che seguono sono stati scritti sul Sunday Times il più importante giornale del capitalismo sudafricano), nel suo principale editoriale del 28 luglio 2002, intitolato “Una voce cosciente”. “Circa mille persone hanno assistito questa settimana a Rustemburg, Nord-Est, al congresso del SACP. Erano presenti diversi gruppi comprendenti ministri, parlamentari, consiglieri, sindacalisti e militanti contadini. Ciò che li ha uniti è stato il comune credere in una certa cosa chiamata socialismo, una filosofia che è stata provata, sperimentata e rigettata da milioni di persone al mondo nel secolo scorso. Ciò ha creato la convinzione secondo cui se noi ignoriamo i nostri comunisti per lungo tempo, la storia riserverà loro lo stesso trattamento subito da coloro che hanno diretto l’Unione Sovietica (…). Ma qui in Sudafrica le cose non sono così semplici. Il SACP è stato parte integrante del movimento antiapartheid e da quella lotta sono usciti alcuni dei suoi leaders più rispettati. Il partito, di conseguenza, gode di un grande seguito nelle comunità popolari ed è parte essenziale dell’Alleanza tripartita diretta dall’ANC.
(…)Esso ha dimostrato di essere una voce critica indipendente quando molti invece hanno scelto di seguire l’ortodossia. Quando nel 1996 il presidente Nelson Mandela dichiarò che il dibattito economico era chiuso e che tutti dovevano adeguarsi alla strategia GEAR (Crescita, impiego e ridistribuzione, sigla del programma economico del governo ), esisteva un consenso sufficientemente generalizzato, e coloro che sollevavano obiezioni erano considerati dei ritardatari.Le evoluzioni successive hanno invece dimostrato che un dibattito più aperto avrebbe potuto produrre migliori opzioni politiche.
Il GEAR ha ottenuto in effetti alcuni risultati, soprattutto la stabilità economica e la protezione del Sudafrica dagli scossoni del mercato internazionale. Non è comunque riuscito a realizzare tutti i suoi obbiettivi. La crescita è sempre debole, la disoccupazione non è diminuita e la ridistribuzione della ricchezza ha prodotto come risultato un fossato sempre più largo tra ricchi e poveri (…).
Per molti dell’ANC è stato agevole far fronte all’opposizione di destra. I partiti bianchi tradizionali sono dipinti come reazionari e accusati di resistere alle trasformazioni. Ma è stato molto più difficile far fronte all’opposizione che parla a nome dei poveri e critica le politiche che possono avere un impatto negativo rispetto agli impegni presi. Insieme al COSATU, il SACP ha tentato di richiamare l’ANC e il governo al rispetto degli obbiettivi dichiarati per migliorare la vita dei sudafricani. Questi richiami non sempre sono stati ascoltati, ma se il SACP è il partito che ricorda all’elite al potere i suoi obblighi verso i poveri, allora si tratta di una voce che deve essere ascoltata e presa sul serio”.
Beninteso che questo editoriale non nasconde il suo scetticismo riguardo al socialismo e non è privo di una certa ipocrisia nel sottolineare i punti negativi del governo dell’ANC, ma è comunque qualcosa di più di una semplice stoccata contro l’ANC. Abbiamo citato l’editoriale del Sunday Times ampiamente, ma dobbiamo aggiungere che giudizi similari sono stati espressi da un largo ventaglio di media sudafricani, sia quelli che sono destinati ai bianchi (in inglese e in afrikaner), sia quelli che sono essenzialmente letti, visti o ascoltati da neri.
Le ragioni di questo interesse sono molteplici:
– l’impegno più che evidente del partito a non indulgere in una sorta di razzismo rovesciato, ed il nostro rifiuto di giocare demagogicamente la “carta razziale”. La serietà teorica del partito, i sostanziali documenti politici approvati al congresso, il rapporto politico presentato e l’evidente incoraggiamento al dibattito aperto;
– una preoccupazione crescente, bene espressa nell’editoriale del Sunday Times ma ugualmente ripresa da molte altre pubblicazioni (Business Day e Financial Mail), che le politiche economiche prevalse, ispirate dal GEAR, non funzionano e che i poveri in particolare sono marginalizzati in misura crescente e separati dai ricchi da un fossato sempre più largo;
– questa preoccupazione viene consolidata da due importanti sondaggi che segnalano che, mentre le “classi medie” (bianche e nere) apprezzano in misura crescente la politica del governo, si registra un significativo declino del consenso da parte dei poveri. Questo mutato atteggiamento verso il governo, sebbene non si traduca automaticamente in intenzioni di voto negative, segnala un malcontento significativo (e conferma gli argomenti sostenuti dal partito in questi ultimi anni);
– una preoccupazione crescente che la strategia capitalista di cooptazione (mirata ad accogliere e favorire una nuova elite con lo scopo di smussare ed eludere le aspirazioni popolari) apertamente perseguita dai giornali come il Sunday Times, rischi di non funzionare e possa invece aprire la via ad un regime di accumulazione assai problematico.

Il SACP fa appello alla costruzione di un socialismo del futuro a partire da subito. Che significa?

Il SACP pensa che gli obiettivi strategici della NDR abbiano una valenza cruciale in quanto tali, ma che, nelle condizioni del Sudafrica e a partire dalle nostre prospettive strategiche, il nostro slogan “il socialismo è l’avvenire, costruiamolo fin da ora” sottolinea il fatto che la rottura del 1994 ha creato una situazione di rilancio della militanza e la convinzione che anche elementi di socialismo possano essere realizzati dalle lotte del presente e costituire parte integrante dell’avanzata, dell’approfondimento e della difesa del NRD. Si consolida sempre più l’idea dell’impossibilità di proseguire la NDR sul terreno del capitalismo, come ho cercato di spiegare nella risposta alla vostra prima domanda.
Nelle nostre specifiche condizioni, la rottura del 1994 ha fornito uno spazio per lanciare un’educazione socialista di massa e una propaganda tra la classe operaia e l’immensa maggioranza del nostro popolo. Il nostro compito è di costruire la coscienza politica e la fiducia della classe operaia non in termini astratti, ma facendo leva sulle lotte concrete e sulle questioni legate alla vita quotidiana della classe operaia. Tutte le nostre campagne mirano a far crescere la critica al capitalismo e ad evidenziarne i limiti. La preoccupazione immediata del SACP poggia sulle trasformazioni socio-economiche, la costruzione di cooperative, una sicurezza sociale completa, una crescita ed una strategia di sviluppo diretta dallo Stato, la trasformazione e la diversificazione del settore finanziario, una attenzione sistematica alla trasformazione dei governi locali e delle loro competenze economiche.
È un percorso che implica la ricerca e il consolidamento del potere popolare gestito dai lavoratori, con l’obbiettivo di restringere il carattere capitalista del mercato ed una sua trasformazione socialista, nonché un rinnovamento morale della nostra società basato sulla solidarietà per e con i lavoratori ed i poveri.

* L’intervista è stata rilasciata a Corrispondances Internationales nel febbraio 2003. Ringraziamo la redazione di CI per averci concesso la pubblicazione

Note

1 Chris Hani è stato segretario generale del SACP dal dicembre 1991 fino al giorno del suo assassinio da parte di un commando fascista, il 10 aprile 1993. È stato membro dell’esecutivo dell’ANC dal 1974 e capo di stato maggiore del suo settore militare (MK) dal 1987.