Ciò che chiediamo per il nostro popolo

Il popolo palestinese ormai da più di 50 anni lotta per la propria indipendenza, e da più di 35 anni vive sotto un’occupazione militare.
Vecchi, donne, giovani e bambini si svegliano, “quando riescono a dormire”, e non vedono altro che il tallone dell’esercito di occupazione; lo trovano davanti alle loro scuole, nei posti di lavoro, ai posti di blocco,
alle frontiere, per la strade; non vedono altro che una vita piena di paura, di disperazione, di continua umiliazione della loro dignità e dei
loro diritti di vivere liberi come tutti gli altri popoli di questo pianeta.
Oggi la mia Palestina -Jenin, Nablus, Ramallah, come Betlemme o Betjala e tante altre località sta vivendo atrocità e violenze raramente viste nella storia.
Da una parte, i carri armati, gli F16 e gli elicotteri Apache dell’esercito di occupazione; dall’altra una popolazione civile quasi del tutto disarmata. Tuttavia, questo non ha prodotto l’effetto voluto dal governo del generale Sharon e dal suo Stato Maggiore: i palestinesi non si sono arresi, le loro lotte continuano e Israele non è mai stata, come oggi, così insicura e così lontana dalla vittoria totale che insegue.
I crimini commessi dall’esercito durante la rioccupazione delle città della Cisgiordania hanno fortemente degradato l’immagine di Israele sul piano internazionale e nauseato gli stessi cittadini israeliani. Basti pensare ai tanti ufficiali e riservisti coraggiosi, che hanno preferito il carcere militare all’ordine di prestare servizio nei territori occupati, ed a loro esprimiamo il nostro apprezzamento e la nostra solidarietà.
La testimonianza dell’Organizza- zione Be Teslem per i diritti umani del 12 marzo scorso, cioè ancora prima dell’ultima occupazione, cita testualmente quanto segue:
“in ogni città o campo profughi in cui sono entrati, i soldati israeliani hanno ripetuto gli stessi atti, hanno sparato senza ritegno, ucciso civili innocenti, distrutto intenzionalmente le condutture dell’acqua potabile e le linee elettriche e telefoniche. Hanno invaso e danneggiato case private, hanno sparato sulle ambulanze e impedito di prestare assistenza ai feriti”.
Tutto ciò avviene con il silenzio e un senso di impotenza, a dir poco complice, della comunità internazionale, incapace di imporre la sua volontà e applicare le risoluzioni delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza, che sono state adottate nell’arco di questi lunghi anni. Credo che occorra ricordare in particolare le risoluzioni 242 del 1967 e 338 del 1993, con le quali si chiede il ritiro delle truppe di occupazione di tutti i territori occupati con laforza militare e con la guerra, e si chiede di applicare il principio di scambio pace contro terra, principio che fu alla base degli accordi di Oslo: e vanno ricordate anche le ultime risoluzioni adottate dal C.S. 1042 e 1043 approvate anche con il voto degli Stati Uniti d’America, con le quali si chiede al governo israeliano il ritiro immediato e la fine dell’assedio alle città palestinesi occupate con l’ultima offensiva israeliana.
Tante sono le domande che ci vengono spontanee: perché questo silenzio, questa incapacità e questa impotenza quando si tratta del conflitto fra israeliani e palestinesi?
Perchè si è voluto internazionalizzare tutti gli altri conflitti, mentre per questo, tragico, si continua a rifiutare perfino la presenza di unaforza internazionale di interposizione e di protezione ai civili?
Perché si continua a usare la politica dei due pesi e delle due misure?
Questo non l’abbiamo visto nella crisi dell’Iraq, Kuwait, non l’abbiamo visto nei Balcani.
La mancata risposta a questi interrogativi ha incoraggiato il governo
Sharon, con il consenso americano, a spezzare ogni speranza di pace, a
gettare il proprio Paese e la Palestina in un ingranaggio micidiale e a trascinare la regione del Medio Oriente sull’orlo della guerra. Oggi Sharon può vantare di aver distrutto tutte le infrastrutture del futuro Stato di Palestina, di aver ucciso il processo di pace, di aver stracciato gli accordi di Oslo.
Si parla spesso della guerra al terrorismo, specialmente dopo gli attentati criminali dell’11 settembre scorso, e si cerca di legare e inquadrare la lotta e la resistenza del popolo palestinese nell’ambito di questa guerra, di spacciare le sacrosante lotte dei palestinesi al terrorismo, negando e mistificando il diritto di un popolo alla resistenza contro un esercito di occupazione militare che dura ormai da più di 35 anni. Noi distinguiamo fra il diritto alla resistenza e alla lotta di un popolo contro l’occupante e gli atti di terrorismo contro i civili, sia palestinesi che israeliani. E qui vorrei essere chiaro: Israele non può pretendere di continuare la sua occupazione e contemporaneamente pretendere la sua assoluta sicurezza. Occupazione e sicurezza non possono stare insieme, e deve scegliere tra la propria incolumità e la repressione contro il nostro popolo
Noi crediamo che la nascita di uno Stato Palestinese entro i confini del 4 giugno del 1967, cioè su Cisgiordania e Gaza, sia l’unica garanzia per la sicurezza dello Stato di Israele e del futuro Stato della Palestina, per una pace giusta e durevole in Medio Oriente. Il governo di Alleanza Nazionale del generale Sharon, nella sua aggressione contro l’Autorità Nazionale Palestinese, e contro la popolazione palestinese, ha usato ogni forma di terrorismo: gli assassini mirati dei leader di varie organizzazioni, l’assedio e la prigionia del presidente Arafat, l’assedio della chiesa della Natività, e di
tante altre città e villaggi palestinesi.
Basti pensare a quel che è successo a Jenin nelle ultime due settimane: il governo Sharon/Peres dichiara di voler collaborare con una commissione incaricata dall’ONU di “raccogliere informazioni accurate sui recenti fatti accaduti a Jenin” ma rifiuta e pone il veto alla presenza dell’Alto Commissario ONU sui diritti umani a persone come Mary Robinson , all’inviato Onu per il Medio Oriente Terj Roed Larsen e al direttore generale del UNRWA Peter Hansen. Il popolo palestinese, come tutti gli altri popoli, ama la vita e la pace e si chiede fino a quando durerà questo silenzio. Perché l’Unione Europea così vicina alle problematiche della regione del Medio Oriente è rimasta
così silenziosa e impotente, davanti a tutte le violazioni israeliane dei diritti umani in Palestina e alla mancanza di rispetto diplomatico nei confronti delle delegazioni europee, vietando loro sia l’ingresso in Israele sia la possibilità di incontrare Arafat?
Il popolo palestinese, unito alla sua leadership sotto la guida del presidente Arafat, è convinto che la soluzione del problema palestinese
debba essere di tipo politico, basata sul dialogo e sulla pari dignità. Per
raggiungere questo obiettivo dobbiamo adoperarci insieme a coloro che amano la pace e la giustizia. E questi debbono essere gli obiettivi:
mettere fine allo stato d’assedio in cui vivono i palestinesi in Cisgiordania e Gaza; mettere fine a ogni forma di violenza da entrambe le parti; mettere fine all’occupazione israeliana dei territori palestinesi e ritornare ai confini del 4 giugno 1967, creando inoltre uno Stato palestinese con Gerusalemme Est capitale, che possa vivere in pace e con confini sicuri insieme a tutti gli altri stati della regione, secondo le risoluzioni dell’ONU; avviare un negoziato fra i due Stati per trovare:
a) una soluzione equa e giusta del problema dei profughi palestinesi;
b) una soluzione per la continuità territoriale dello Stato di Palestina;
c) una soluzione al problema dell’acqua.
La comunità palestinese in Italia considera questi punti una propria piattaforma, sulla quale chiede la collaborazione di tutte le forze politiche e sociali, per una pace giusta e durevole in Medio Oriente, basata su due popoli e due stati.