Cinque giorni a Praga

Affidando completamente alla Nato le sorti del proprio paese, il presidente ceco Havel, certamente il più servile tra i capi di Stato dell’Alleanza nei confronti del padrone statunitense, ha affermato che “le necessità della lotta al terrorismo e in difesa della civiltà euroatlantica devono avere la precendenza anche rispetto al principio della sovranità nazionale”. Le inquietanti dichiarazioni di Havel sono state spalleggiate dall’intervista concessa dall’ex-segretaria di Stato Usa, Madeleine Albright al quotidiano Pravo, nella quale si sostiene che è giunta l’ora della fine delle sovranità nazionali. E, tanto per mettere subito in pratica il nuovo principio dettato al mondo dai padroni d’oltre oceano, in quattro e quattr’otto il premier Spidla ha convocato il Parlamento e ha fatto approvare, con l’opposizione dei soli comunisti, una legge speciale, a scadenza, con la quale si è ceduta, per tutta la durata del Summit della Nato, la sovranità dello spazio aereo ceco al governo Usa. E chi è stato a Praga nella settimana del vertice, ha potuto godersi lo spettacolo degli elicotteri americani che, col pretesto di prevenire eventuali attacchi terroristici (ormai è un pretesto valido per ogni cosa e per ogni dove), si esibivano per i cieli della città.
Interpellato sull’eventualità dell’allargamento della Nato fino alla Russia, Havel ha, poi, anche dato sfoggio del suo razzismo, definendo la Russia un paese non completamente europeo, poichè si estende fino all’Asia e, come tale, influenzato non solo dalla “purezza” della nostra civiltà, ma anche dalle impurità della civiltà cino-asiatica!

Al di là comunque delle vergognose affermazioni di questo grande “umanista”, il servilismo atlantico dei governi e delle classi dominanti neoliberiste dell’Europa orientale ha una spiegazione razionale: essi chiedono agli Usa e alla Nato protezione interna, cioè sostegno nella repressione del conflitto sociale, che prima o poi sarà generato dal malcontento sociale che da tempo cova sotto la cenere in questa parte del continente e che potrebbe esplodere in modo possente e generalizzato e magari ridare vigore e sostegno ai partiti comunisti (uno scenario che gli strateghi del Pentagono vedono come fumo negli occhi). E qui si evidenzia l’altro aspetto del ruolo Usa e Nato, oltre a quello di aggressione verso l’esterno: il mantenimento, con ogni mezzo, dell’ordine politico e sociale esistente contro qualsiasi tentativo di cambiamento. I regimi di questi paesi rischiano sempre più di “fascistizzarsi” (il processo è già in corso, da tempo, anche se i supervisori nostrani sul rispetto della democrazia, che una volta guardavano con la lente di ingrandimento tutto quello che avveniva al di là del muro, oggi fingono di non accorgersi di nulla), giungendo ben oltre i pur pesanti restrigimenti dei diritti civili e sociali in atto in Occidente. Lo stato di guerra attiva e permanente in cui verranno a trovarsi costituirà un corposo pretesto per lo scatenamento della repressione interna.

Cosa tutto questo significhi, lo si è già potuto sperimentare nei giorni del vertice Nato a Praga. Il governo ceco, anche in questa occasione, ha fatto da battistrada, l’anticipatore di una politica sempre più repressiva da indicare a modello immediato per gli altri paesi dell’Est europeo e, in prospettiva, per tutta l’Europa.
Non va dimenticato che la stagione della repressione violenta e brutale del movimento antiglobalizzazione, con l’uso più spregiudicato di tutti gli strumenti leciti e illeciti di detenzione e anche della tortura, fu avviata proprio a Praga in occasione della riunione del Fondo monetario internazionle. E lì, per la prima volta, si creo’ la prima grande “zona rossa”, inaccessibile a chiunque, delimitata e protetta dai carri armati. E lì che per la prima volta vennero blindate e chiuse le frontiere a molti di coloro che venivano a manifestare dall’estero (particolare clamore destò la vicenda del treno dei manifestanti italiani tenuto per 18 ore fermo alla frontiera). Genova, Goteborg e Nizza vennero dopo.

Il copione si è ripetuto, ma con un ulteriore insaprimento delle misure antidemocratiche, in occasione del summit Nato. Già almeno sei mesi prima del vertice, il governo (socialdemocratico!) ceco aveva cominciato a instaurare un clima di terrore e di psicosi di massa, annunciando che bande di estremisti criminali, mischiati a rapinatori, vandali e delinquenti si sarebbero riversati a Praga, devastandola. Nel frattempo si dava avvio a una vera e propria campagna di indottrinamento sulle virtù democratiche della Nato, sui pericoli del terrorismo isalamico, sulla necessità della difesa della civiltà occidentale, oltre che sulla pericolosità sociale e, quindi, sulla necessità di togliere ogni spazio di espressione agli “estremisti” che osano dissentire da queste impostazioni (nelle scuole sono stati organizzati veri e propri corsi, tenuti da cosiddetti specialisti inviati dal ministero degli Interni, per spiegare, senza alcuna possibilità di contraddittorio, la paradisiache realtà dell’Alleanza atlantica). Chiunque avesse una posizione anche solo moderatamente critica verso quest’istituzione non ha mai avuto modo in Cechia di poterla esprimere sui giornali, in tv, in radio o in una scuola o altro spazio pubblico. Semplicemente egli viene diffamato, calunniato, criminalizzato, senza che gli venga offerta la minima possibilità di difendere le proprie ragioni. Insomma, è un nemico pubblico, uno da mettere all’indice.
Mlada Fronta, il quotidiano ceco più diffuso, ha pubblicato nei giorni del summit un paginone dedicato all’elencazione di tutti questi pericolosi gruppi di estremisti, accusandoli addirittura di “preparare la rivoluzione mondiale”. Nell’elenco, grossolanamente stilato, figurano- presentati tra i più violenti- “Ya Basta” e le “Tute bianche” (senza sapere che da tempo non si chiamano più così), Attac, Mani tese e gli anarco-comunisti, tutti messi nello stesso calderone. Fino al giorno prima della manifestazione del 21 novembre i giornali titolavano sul temuto sbarco di Ya Basta sul suolo praghese, annunciando l’arrivo di un treno speciale dall’Italia, quantunque fosse ben noto che nessuna partecipazione di massa (purtroppo) dall’Italia fosse stata organizzata e che solo dei singoli si fossero messi in viaggio per la Cechia, la maggioranza dei quali, tra l’altro, sarebbe stata immotivatamente respinta alla frontiera.

Un decalogo allucinante

D’altra parte, il ministro dell’Interno, Gross, già un mese prima del summit aveva solennemente affermato che a nessun dimostrante dall’Italia sarebbe stato concesso di varcare le frontiere ceche. Ha poi fatto stampare e distribuire ai praghesi un “decalogo di consigli e raccomandazioni” sul come comportarsi nei giorni del vertice: non fermatevi a parlare per strada con i pericolosi estremisti che invaderanno la nostra città, la strada “non è il luogo più indicato per discutere di politica; prendetevi una settiamana di vacanza e andatevene lontano da Praga, ma “non prima di avere messo al sicuro le vostre proprietà magari stipulando un contratto ad hoc con un agenzia assicurativa” (ahi ahi! chi avrà mai pagato, e quanto, questi tipi di consigli?) o perlomeno “dite una buona parola al vostro vicino di casa, perchè dia ogni tanto un’occhiata alle vostre finestre. I dimostranti, oltre che estremisti, sono ladri, borseggiatori e vandali”; e via via ancora su questo tono. Le scuole sono state tenute chiuse per tutta la durata di summit e controsummit.

La linea dura serviva, in realtà, a bloccare l’accesso ai dimostranti pacifici, in particolare ai comunisti (al fine anche di limitare al massimo la riuscita della manifestazione indetta per il 20 novembre dal partito comunista ceco), e spalancare le porte al Black block, facilmente infliltrabile da parte di polizia e agenti Nato e americani. Avevano bisogno di manifestanti screditati, manovrabili, all’occorrenza violenti, mascherati, bardati di nero e privi di propositività. Così sarebbe stato facile gioco dire all’opinione pubblica: ecco chi sono gli oppositori della Nato, i No global, gli amici dei terroristi. E avrebbero, così, tolto ogni credibilità a chi davvero vuole rappresentare una critica e un’alternativa reale al neoliberismo e alle politiche di guerra.
Non è da oggi. E’ dal 1989, dal crollo del vecchio regime, che l’attuale apparato al potere foraggia e incoraggia questo tipo di opposizione, quella di un certo tipo di anarchismo anticomunista, settario, sterile e genericamente ribellista. E’ l’opposizione che fa comodo al potere, un opposizione che non ha alcuna chance di avere radici di massa, e pertanto non rappresenta un reale pericolo per l’establishment. Non a caso si dà molto più spazio sui mass media alle manifestazioni di questi gruppi, quantunque poco partecipate, che alle manifestazioni di massa organizzate dal partito comunista e da altre forze della sinistra d’opposizione. Gli strani anarchici di questo paese rifiutano a priori qualsiasi iniziativa unitaria o semplicemente un confronto o un dialogo con chiunque abbia come simbolo la bandiera rossa. Non vogliono nei loro cortei nè socialisti, nè comunisti (stalinisti, guevaristi o trockisti che siano), nè aderenti a qualsisi altro gruppo di sinistra. Più volte si sono resi protagonisti di aggressioni, anche sanguinose, nei confronti di militanti della sinistra. Nei giorni del summit, questi individui si sono mossi a loro piacimento per tutta Praga, incappucciati e baldanzosi, senza mai essere fermati o controllati dalla polizia. Fermi, controlli ed espulsioni hanno, al contrario, riguardato tutti coloro che venivano a Praga per partecipare alla manifestazione indetta dai comunisti.

Dei comunisti e pacifisti provenienti dall’estero solo poche decine hanno potuto raggiungere Praga, gli altri sono stati respinti alla frontiera, senza che fosse loro data una qualunque motivazione. Un gruppo di cinque compagni partiti da Roma, dopo essere stati restinti alla frontiera, ha opportunamente improvvisato una piccola azione di protesta, srotolando lo striscione su cui era scritto “No alla guerra imperialista” e gridando slogan. Purtroppo, la loro protesta non è durata a lungo; i solerti agenti di frontiera li hanno costretti a riporre lo striscione e a rimettersi in viaggio per l’Italia. Ancora più pesante il trattamento riservato all’inviato di Liberazione, Ivan Bonfanti, che doveva partecipare come giornalista al controsummit del 19 novembre indetto dal partito comunista ceco (Kscm – Partito comunista di Boemia e Moravia). Appena atterrato a Praga, è stato prelevato dalla polizia e caricato direttamente sul primo aereo in partenza per l’Italia. Era nell’elenco delle persone indesiderabili, cioè dei comunisti.

Per la legislazione di questo paese, per essere indesiderabile basta essere comunisti. Certo, quelli interni non possono mandarli via (e come potrebbero farlo, visto che, nonostanto gli ostracismi e le persecuzioni, i comunisti hanno qui quasi il 20% dei voti?); però non hanno vita facile. Da ben 12 anni sono in vigore (e non c’è, purtroppo, ancora speranza che vengano abrogate) le famigerate leggi epurative (“lustrace”), che vietano a chi sia stato membro, nel passato regime, del partito comunista, di ricoprire cariche pubbliche. A subire le tremende conseguenze delle epurazioni sono, dunque, quei comunisti che sono sempre rimasti tali, per la loro coerenza e onestà, e a volte hanno pagato di persona per le loro posizioni critiche durante lo scorso regime. E’ questa gente sana e intellettualmente onesta che, a costo di incalcolabili costi umani e sofferenze, ha tenuto in questi anni in vita il partito comunista, tra mille ostacoli e difficoltà, persistendo tenacemente in un’ impresa che a molti sembrava impossibile.
Il Kscm ha oggi il 18,7% dei voti (aveva l’11% alle elezioni scorse). Un partito, sulla cui sopravvivenza in pochi avrebbero scommesso, è oggi la terza forza politica del paese, è considerato in ulteriore crescita e comincia ad avere un notevole seguito anche nelle nuove generazioni (forse anche alcuni esponenti di Rifondazione dovrebbero, a questo proposito, informarsi meglio, prima di affermare che qui i giovani balzano sulla sedia a sentire la parola “comunista”; le cose non stanno esattamente così, e comunque l’odierna generazione dei 18/20enni è tutt’altra cosa rispetto ai giovani dell’ ’89). A differenza di altri paesi dell’Est, in Cechia il partito comunista ha una lunga storia e radici di massa che datano a molto prima della costituzione del cosiddetto blocco sovietico nell’ultimo dopoguerra. E chi non conosce la storia e la realtà politica di questo paese si fa spesso l’errata idea che oggi esso sia un partito di pensionati, e pertanto senza alcun futuro. Ma non è così.

Votare comunista nella Repubblica ceca è relativamente facile; molto più difficile è, soprattutto per un giovane, uno studente, dichiararlo apertamente, o addirittura fare un scelta di militanza. Qui, chi è iscritto al partito comunista rischia il licenziamento, di non accedere all’università (dove l’accesso è a numero chiuso in tutte le facoltà), di non trovare un posto di lavoro. E’ evidente che, in tale contesto, sono prevalentemente i pensionati a esporsi in prima persona nell’attività politica: gli unici a non subire questo genere di ricatti. Il pc ceco ha intrapreso con decisione un processo di analisi critica del passato e di revisone del suo rapporto con la società, pur senza rinunciare al suo carattere comunista. In questo suo sforzo va sostenuto, ed evitando di assumere verso di esso atteggiamenti preconcetti di presuntuoso distacco

Sul piano internazionale, il Kscm è uno dei partiti comunisti più attivi nello sforzo di costruire un nuovo internazionalismo. Si muove a 360 gradi, cercando di stabilire relazioni e contatti con tutte le forze comuniste e anticapitalistiche operanti sia a Est che a Ovest, a Sud come a Nord del mondo. E in occasione del summit Nato di Praga, si è fatto promotore di un controvertice, a cui hanno aderito una trentina di partiti comunisti e di sinistra europei, con l’obiettivo di porre le basi per la costruzione di un movimento unitario in tutto il continente contro la guerra e contro la Nato. Controvertice che si è tenuto il 19 novembre presso l’hotel Olimpik e si è concluso con un orientamento comune.

Una manifestazione rappresentativa

Il giorno dopo, il 20 novembre, si è tenuta in piazza della Città vecchia (Starosmestske namesti) la manifestazione indetta dal Kscm. Vi hanno preso parte circa 10.000 persone: dato il clima politico esistente in questo paese, una manifestazione con 3, 4 o 5 mila persone viene già considerata qui una grossa manifestazione. Anche in questo caso va evitato di guardare a quella realtà con criteri di casa nostra. Erano presenti le diverse rappresentanze estere del controvertice. I più numerosi erano i comunisti greci del Kke, venuti con un pullmann “protetto” da un loro parlamentare europeo. Dal palco hanno preso la parola il presidente del Kscm, Miroslav Grebenicek, Gennaro Migliore per il Prc, Nikolay Benediktov del Partito comunista della Federazione russa, I. Langeris del Kke, e rappresentanti di movimenti di sinistra cechi che hanno aderito alla manifestazione, tra cui i trotzkisti di “Revo” e una ragazza del movimento cristiano “Iniziativa contro la guerra in Irak”. Per l’Unione comunista della gioventù ceca ha parlato il suo presidente Zdenek Stefek. Di particolare importanza l’intervento dell’indiano Harchand Singh, segretario generale della più grande organizzazione mondiale dei giovani, la Federazione mondiale della gioventù democratica. Il cantante ceco di origine greca Statis Prussalis ha cantato le sue canzoni popolari. Al termine, i partecipanti hanno dato avvio a un corteo, che si è concluso davanti alla sede del governo, presso la quale è stata recapitato l’appello contro la guerra a nome di tutti i dimostranti.

Il giorno dopo, il 21, c’è stata la manifestazione indetta dagli anarchici, alla quale sia noi di Rifondazione, sia altri compagni cechi e di altre nazionalità, abbiamo voluto partecipare per contribuire ad imprimere una tensione unitaria a tutto il movimento. Putroppo, come ho già detto, la manifestazione era caratterizzatata da un certo tipo di presenza pseudo-anarchica, poco dissimile da quella vista un anno e mezzo fa a Genova: una larga parte dei circa duemila manifestanti era composta da “black-block”, quasi tutti col volto coperto. Molti di loro facevano la spola tra la manifestazione e i cordoni di polizia, coi quali si trattenevano spesso in amichevole colloquio. Lo spezzone di pacifisti e comunisti è stato fatto oggetto di ogni tipo di attenzione: mucchi di strani fotografi e reporter che facevano scatti a piperché non posso ai nostri volti e ai nostri striscioni, curiosi che si avvicinavano, scrutavano e si allontanavano, dando il cambio ad altri curiosi. Infine, le provocazioni e le manganellate sempre da parte di individui nascosti sotto lugubri passamontagna.
A quel punto non aveva senso continuare a stare in una manifestazione che non aveva nulla a che vedere con la lotta contro la Nato e si è deciso di abbandonare il corteo. Anche se c’è da dire che le cose sarebbero potute andare in modo assai diverso se tutto il movimento si fosse fatto carico della necessità di essere a Praga. L’Europa non è solo la sua parte occidentale. C’è un’altra metà dell’Europa, con cui è imprescindibile stabilire un rapporto. Ed è fuori dalla realtà chi pensa che sia possibile costruire “un’altra Europa” ignorando ciò che si muove e le contraddizioni esplosive che vanno accumulandosi nella sua regione orientale.