Cina-USA: lo scontro del XXI secolo – SECONDA PARTE

*Direttore di Correspondances internationales

Jugoslavia e Iraq: strategie alla prova

Le strategie, anche quelle di lungo respiro, le si valuta meglio nel crogiolo dei grandi avvenimenti internazionali, sia che le si subisca o le si provochi. È il caso delle due più grandi crisi del decennio: la jugoslava e l’irachena. In merito se ne conoscono meglio posizioni e strategia americane che cinesi. L’atteggiamento americano è stato relativamente semplice e leggibile, scomponibile in tre fasi d’offensiva pianificata, delle quali Jugoslavia ed Iraq hanno rappresentato due casi d’applicazione esemplari.
a) Una campagna mediatica rivolta all’opinione pubblica mondiale : l’istruzione del processo.
b) Una campagna politica d’isolamento diplomatico: la costruzione di un’alleanza politico-militare.
c) Un ultimatum seguito poi da un’aggressione militare senza riguardi per il diritto internazionale: la guerra.
Gli Stati Uniti si installano sempre volentieri al centro del dispositivo mediatico, politico e militare, assumendo senza complessi la propria posizione egemonista. La Cina è invece rimasta più appartata, ma per nulla assente. Essa ha difeso nel 1999 le posizioni della Jugoslavia, soprattutto in merito alla sua integrità territoriale e sulla questione del Kossovo. Nel corso della guerra, il bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado da parte della NATO è stato interpretato da tutti come un avvertimento americano alla Cina, al quale essa ha vivacemente reagito. Alla fine della guerra la Cina è stata poi in prima fila nell’iniziativa di ricostruzione economica al fianco del governo Milosevic.
Le relazioni della Cina con l’Iraq datano invece a partire dalla rivoluzione del 1958, che hanno inaugurato la “lunga amicizia” fra i due paesi, come ha tenuto a sottolineare il Primo ministro cinese durante la visita ufficiale effettuata Bagdad il 28 gennaio 2002.
Pur sollecitando l’Iraq ad un’applicazione onesta delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per togliere ogni pretesto agli Stati Uniti , la Cina si è fermamente opposta alla guerra insieme al fronte formato da Russia, Francia e Germania, avendo tuttavia cura nell’apparire soprattutto come un fedele sostenitore piuttosto che come un candidato alla leadership di questo fronte. “Mantenere un basso profilo e non assumere mai la leadership”, secondo l’indirizzo espresso da Deng Xiaoping. Alla Cina è apparso allora senza dubbio più utile rompere il campo capitalista, giocando sulle sue rivalità interne, piuttosto che favorirne l’omogeneità.
Giudicando la situazione successiva al conflitto convenzionale, la diplomazia cinese ne deplora in questi termini il degrado: “Tutte queste azioni violente vanno imputate alle forze anglo-americane. Gli Stati Uniti hanno ostinatamente voluto scatenare la guerra contro l’Iraq in disprezzo della volontà maggioritaria della comunità internazionale”

L’unitarietà di Cina e Taiwan

La Cina rimane segnata dal ricordo dell’umiliazione nazionale del passato , riflesso questo di un rapporto con il tempo diverso da quello corrente in Occidente. Tale aspetto, in apparenza strettamente nazionale, ha un impatto diretto sulle relazioni internazionali. Il modo in cui questo evolverà, rappresenterà il riflesso dell’esatto stato dei rapporti di forza internazionali.
Le tracce del passato coloniale, che rappresentano altrettante ferite pregresse nell’iniziativa della diplomazia cinese, hanno nome Taiwan, Hong Kong , Macao … La guerra fredda aveva cristallizzato la situazione… Con l’avvio della politica “Un paese, due sistemi”, destinato ad assicurare l’integrazione dei nuovi venuti nella Cina popolare con il mantenimento delle loro abitudini economiche e politiche, Hong Kong è infine stata restituita dalla Gran Bretagna il 1° luglio 1997 e Macao dal Portogallo il 20 dicembre 1999. L’evoluzione della Repubblica popolare cinese rende oggi i due sistemi meno incompatibili. Le differenze economiche sfumano, fino ad apparire piuttosto come una differenza sul tipo “centro-periferia”, con una periferia – come nel resto del mondo – che può sempre contare su un potenziale alleato straniero, interessato a conservare la divisione della Cina per meglio contenerla.
Ma il territorio più importante della Cina al di fuori dalla Cina popolare, Taiwan, con i suoi 23 milioni d’abitanti , non fa parte di questo processo d’integrazione. Se, come a Hong Kong, la Cina popolare può qui appoggiarsi alle forze della sinistra locali, queste tuttavia a Taiwan sembrano essere più modeste . Più recentemente è invece l’ex rivale, il partito Guomintang, ad essere favorevole all’unità della Cina ; ed esso, come a Hong kong, riflettendo i particolari interessi di una borghesia ormai meglio integrata con la Cina continentale, rappresenta il potenziale ma prudente maggior alleato. All’opposto, la Cina deve far fronte ad una potente corrente indipendentista taiwanese, protetta più o meno apertamente dal Giappone e dagli USA .
In proposito gli Stati Uniti sono, in effetti, imbarazzati. Obbligati a riconoscere la legittimità della posizione cinese, soprattutto dopo il successo – sino ad ora – dell’applicazione del principio “un paese due sistemi” , essi non possono sostenere ufficialmente le mire indipendentiste né, al tempo stesso, abbandonare una posizione strategica tanto vicina alla Cina continentale. Con il Taiwan relations act del 1979 gli Stati Uniti hanno garantito a Taiwan lo status quo, contro l’abbandono del suo riconoscimento internazionale. Oggi qualsiasi dichiarazione d’indipendenza da parte di Taiwan sarebbe interpretata a Pechino come una dichiarazione di guerra, e come tale probabilmente verrebbe trattata , coinvolgendo nel conflitto gli Stati Uniti. Lo stato d’allerta è permanente, come ha mostrato la crisi dei missili nello stretto di Taiwan del marzo 1996 e le diverse situazioni di tensione durante tutto il 2004.
Nel suo bilancio diplomatico annuale, fra le difficoltà nelle relazioni con gli Stati Uniti la Cina ritiene che: “la questione di Taiwan ha assunto maggior rilevanza nelle relazioni Cina-USA. Ignorando la forte opposizione cinese, il governo USA continua ad incrementare i legami USA-Taiwan e nel 2003 ha incrementato la vendita di armi a Taiwan, creando ostacoli supplementari alle relazioni Cina-USA. (…)”.

I diritti dell’uomo

Nel medesimo documento, inoltre, la Cina deplora come “nel 2003 gli USA hanno continuato ad utilizzare il problema dei diritti dell’uomo e della religione per ingerirsi negli affari interni della Cina.”
In effetti, la pressione diplomatica statunitense sui diritti dell’uomo in Cina costituisce uno degli argomenti forti miranti al contenimento della sua influenza. Anche se la campagna è diminuita d’intensità dopo gli avvenimenti di Tian An Men, gli Stati Uniti cercano sempre di far condannare la Cina nelle varie istanze internazionali. La Cina sottolinea dunque con enfasi i paesi che. sostenendola su questa questione, le offrono un un forte segnale d’amicizia, al medesimo livello del sostegno dell’unicità della Cina. Ma la Cina intende anche agire in altri modi, cercando di far venir meno agli Stati Uniti il diritto di parlare senza complessi in nome dei diritti dell’uomo. La Cina pubblica infatti lunghi rapporti sullo stato dei diritti dell’uomo negli USA, che rivelano tutte le discriminazioni, soprattutto sociali e razziali, presenti in questo paese.

Senza rischio di scontro militare?

È in un simile contesto generale che il 19 settembre 2004 il mondo ha appreso che Hu Jintao, che già da due anni esercitava le funzioni di segretario generale del Partito comunista cinese e di capo dello Stato, è stato nominato al posto che gli attribuisce incontestabilmente la posizione di numero uno: quello di Presidente della Commissione militare del Comitato centrale del Partito comunista cinese … ovvero un ruolo politico-militare che richiama certamente le origini rivoluzionarie del PCC, ma che significa anche che il PCC non s’immagina di operare in un mondo privo di pericoli.
Del resto, forse che Georges Bush, dall’altra parte del Pacifico, non ama farsi chiamare “Comandante in capo”… e di mostrare, in Afghanistan come in Iraq, che non si tratta affatto di un semplice titolo onorifico, trattandosi di due aree d’iniziativa che sono molto chiaramente prossime alla Cina e alle sue fonti d’approvvigionamento energetico. Certo, contrariamente agli USA la Cina non è più intervenuta militarmente dopo il 1979 (contro il Vietnam), e non ha disseminato il pianeta di basi militari. Pacifica, la Cina ha conosciuto un quarto di secolo senza conflitti esterni, mentre durante il primo quarto di secolo della propria esistenza le sue truppe si sono battute alle sue frontiere con la Corea (52-53), l’India (62-63) e l’URSS (69-70)… In precedenza il Partito comunista cinese era stato in armi ininterrottamente per più di vent’anni, subendo la repressione a Shanghai e la sconfitta del 1927, e poi effettuando la faticosa lunga marcia (34-35) prima di riuscire a sconfiggere, in successione, prima l’invasore giapponese (1937-45) e poi il Guomintang (1945-49).
Se pure oggi, essendo ufficialmente scartati da entrambe le parti i rischi di guerra a breve termine, Stati Uniti e Cina si scambiano dichiarazioni assolutamente pacifiche, tuttavia entrambi stanno in guardia.
Il rapporto all’ultimo Congresso del Partito comunista cinese cela in proposito, per esempio, una valutazione velata e priva di illusioni: “Una Maggio – Giugno 2005 nuova guerra mondiale non potrebbe scoppiare in un prevedibile futuro. È quindi possibile mantenere per un tempo assai lungo un contesto internazionale di pace e di rapporti di buon vicinato. Tuttavia, il vecchio ordine politico-economico internazionale, ingiusto e irrazionale, non ha avuto mutamenti di fondo. I fattori d’incertezza, che possono minacciare la pace e lo sviluppo, diventano sempre più numerosi. I fattori di minaccia per la sicurezza, sia di tipo tradizionale che non tradizionale, s’intrecciano, mentre il pericolo del terrorismo s’aggrava. L’egemonismo e la politica del più forte si manifestano oggi sotto nuove forme.”
Se l’espressione di un “emergere pacificamente” della Cina lanciata da Hu Jintao in occasione del 110° anniversario della nascita di Mao Zedong e ripresa dal Primo ministro cinese durante un suo discorso ad Harvard è stata percepita in quelle occasioni come destinata a rassicurare gli americani inquieti per i suoi successi, essa in Cina ha invece suscitato un dibattito. In questo dibattito sono stati espressi alcuni distinguo, che sono stati interpretati all’estero come l’espressione della preoccupazione cinese a non smobilitare troppo scartando totalmente ogni ipotesi militare.
Un clima di pace è sicuramente il più propizio allo sviluppo economico cinese, mentre il carattere rapace del capitalismo americano favorisce piuttosto l’espansionismo di quest’ultimo. Tuttavia, in Cina come altrove, il contesto pacifico non ha unicamente ricadute civili, ma ha pure una sua dimensione strategica. La pace infatti rappresenta la condizione anche per lo sviluppo tecnologico e militare cinese. Essa solamente garantisce i tempi per colmare il ritardo cinese e per ristabilire uno stabile equilibrio di pace . Del resto il bilancio militare cinese aumenta ai giorni nostri al ritmo del 18% annuo , ossia due volte più velocemente del suo PIL. Nessuno ha dimenticato che l’URSS è andata soccombendo in una corsa sfrenata alla ricerca di una parità militare (reale o supposta) imposta dai ben più potenti Stati Uniti d’America. Il peso di questa competizione militare è costato proporzionalmente due o tre volte più caro all’URSS (a detrimento di un utilizzo interno alternativo) che ai suoi avversari.
La capacità militare, quantitativamente e qualitativamente, resta un portato della potenza economica e tecnologica. Essa è pure il risultato di un fattore soggettivo. L’esercito cinese è comunque estremamente politicizzato. Negli Stati Uniti tale caratteristica non viene percepita che come un handicap , pur non dimenticano affatto di condurre in proposito una lotta ideologica. Si è soliti sottolineare la grande tradizione cinese in materia di strategia, la più antica che si conosca attraverso i celebri scritti di Sun Tzu, datanti probabilmente al IV secolo prima di Cristo. In proposito molte cose sono state scritte ed insegnate a generazioni di cinesi, e i nordamericani sono ben lungi dall’ignorarlo, poiché esse s’inspirano ad esperienze generabilizzabili. “Se il nemico è forte ed io debole, io mi ritiro momentaneamente e mi guardo da qualsiasi scontro” spiega Sun Tzu, il quale scriveva pure che “Se un nemico ha degli alleati, il problema è grave e la posizione del nemico è forte. Se egli non ne ha, il problema è minore e la sua posizione debole” . Vi sono pure secondo Sun Tzu “cinque casi nei quali la vittoria è prevedibile”, e almeno tre di essi ricordano singolarmente i nostri tempi: “quello in cui si sa quando bisogna combattere e quando non bisogna farlo”, “quello in cui le truppe sono unite attorno ad un obiettivo comune§”, “quello in cui si è prudenti e si attende un nemico che invece non lo è” . La pace e la guerra rappresentano sempre due fasi di un medesimo conflitto.

UNA POSTA IN GIOCO DI NATURA IDEOLOGICA?

Il mondo resta ancora segnato dal ricordo se non dalle tracce del vecchio conflitto USA-URSS. La guerra fredda rivestiva una dimensione ideologica praticamente sistematizzata. Vi è forse qualche particolare elemento del conflitto cino-americano tale da farlo apparire, rispetto al precedente, così civile e così de-ideologizzato?

Relazioni da partito a partito

In primo luogo non è possibile fare astrazione dal fatto che alla testa della Cina vi è sì un Partito comunista di certo totalmente implicato con lo Stato, ma si è pure obbligati ad osservare quella che è unì azione e una capacità sua propria di diplomazia. Se infatti non si può dire che questa contraddica la diplomazia dello Stato, tuttavia essa non si confonde nemmeno con quella e, diversamente, offre alcune ulteriori chiavi di comprensione della politica estera cinese.
Contrariamente all’ex PC sovietico o al Partito del lavoro albanese, non vi è alcuna traccia in Cina di un tentativo per creare un proprio polo internazionale, e nemmeno di conferimento di un proprio marchio. Si tratta del resto di una vecchia tradizione, poiché anche ai bei tempi del maoismo e della lotta contro il rivale sovietico il PCC non ha mai veramente intrapreso la via della creazione di un raggruppamento dei propri partigiani nel mondo. Il congresso del PCC, per esempio, non era solito ricevere delegazioni straniere.
L’ultimo decennio tuttavia è stato caratterizzato da una notevole apertura, che ha messo fine a una situazione di quasi isolamento. Le relazioni internazionali conoscono oggi una crescita esponenziale. Alla fine del 2004 il PCC ha affermato d’intrattenere relazioni con 400 partiti di 140 paesi, dei quali 100 partiti di 34 paesi sono asiatici. Esaminando la lista vi si trovano sicuramente numerosi partiti comunisti, ma pure socialisti e molti altri di tendenze assai diverse.
Dietro questo elenco è sempre possibile leggere il calco dei rapporti storicamente intessuti con gli stati e la preoccupazione di non dimenticare fra essi nessuna grande formazione votata all’esercizio del potere. Paradossalmente, dunque, è significativo come fra i partiti comunisti con i quali i dirigenti cinesi intrattengano relazioni non vi sono solo quelli al potere o che detengono posizioni rilevanti (Sud Africa, Russia, India, Giappone …), ma come essi non ignorino affatto formazioni modeste, come ad esempio il Partito comunista degli Stati Uniti o il Partito del Lavoro del Belgio .
Rispetto ai partiti socialisti, il PCC sembra dare una particolare importanza al fatto che essi siano riuniti in un’Internazionale. Il 17 febbraio 2004 un alto dirigente del PCC, Huang Ju, ha incontrato il presidente dell’Internazionale socialista Guterres per proporgli – con successo – l’intensificazione dei rapporti bilaterali . Ma questa corrente politica è pure percepita in Cina come espressione di una certa Europa con la quale le relazioni dovrebbero strategicamente essere rafforzate.
La più significativa fra le recenti iniziative assunte dal Partito comunista cinese è senza dubbio la 3a Conferenza dei partiti asiatici, tenutasi dal 3 al 5 settembre 2004 a Pechino (dopo quelle di Manila nel 2000 e di Bangkok nel 2002), riunendo 80 partiti politici di tutte le tendenze. Un documento cinese che giudicato da alcuni senza precedenti ha esposto una tipologia dei partiti politici asiatici che ne rivela la griglia d’analisi. I partiti vi sono suddivisi in cinque grandi famiglie, presentate in un ordine probabilmente rivelatore di un concentrico rapporto di prossimità.
1) “I partiti che continuano a richiamarsi al socialismo e al comunismo” e fra i quali alcuni sono “al potere in Cina, Vietnam, Repubblica democratica e popolare di Corea e Laos”, mentre altri “godono di una certa influenza sulla vita politica del loro paese”, fra cui vanno citati i PC indiani, il PC UML nepalese, quello tagiko, del Bangladesh, Sri-Lanka e Giappone.
2) “I partiti socialdemocratici”, come il Partito rivoluzionario del popolo mongolo, il Partito socialdemocratico del Giappone e il Partito Laburista israeliano. Questi partiti, scrive il documento, sono “prossimi ai partiti socialisti europei” ma “i loro riferimenti teorici sono tuttavia fortemente influenzati dalle rispettive identità etniche e dalla loro terra natale”.
3) “I più numerosi partiti nazional-democratici”, fra i quali vengono citati Il Partito del Congresso nazionale indiano, il Partito popolare pachistano, il Baath siriano, l’UMNO della Malaysia, il Partito della madre patria turco e il Thai Rak della Thaïlandia. Questi partiti “in politica interna sono impegnati in uno sforzo teso allo sviluppo economico nazionale, in modo da rafforzare il loro paese. In politica estera si oppongono all’egemonia e alla politica di forza ed operano per un nuovo ordine economico e politico più giusto ed equo”.
4) “I partiti conservatori, come il Partito liberal-democratico del Giappone, il Partito della grande nazione coreana, il Partito dell’unione nazionale dello Sri Lanka”, che hanno “un profumo di tradizioni liberali frammisto a influenze nazionaliste”.
5) “I partiti determinati da un punto di vista chiaramente religioso”, come il BJP indiano o il Partito della giustizia e dello sviluppo turco.

Anche se in questo ambito non vi è una reale simmetria con la situazione nordamericana, è qui opportuno ricordare che il Partito repubblicano sia membro dell’internazionale conservatrice (l’Unione democratica internazionale), mentre per quanto riguarda il Partito Democratico esso con Bill Clinton ha completato la strategia della Terza via di Tony Blair penetrata in seno all’Internazionale socialista.

E il capitalismo? E il socialismo?

Il conflitto cino-sovietico è forse stato sovraideologizzato, come si può pure avere la tendenza a banalizzare sia il confronto che lo spirito di cooperazione attuali fra la Cina e gli Stati Uniti. Tale rapporto è centrale per gli equilibri mondiali, per la pace, e quindi per la stessa sopravvivenza dell’umanità. Esso è essenziale per il rispetto o meno fra gli stati, per il diritto o meno del mondo ad essere plurale. Può quindi esso esercitare un’influenza nella classica lotta fra il socialismo e il capitalismo? E in quali direzioni, e sotto quali forme?
Se sì, evidentemente non si tratta più di una lotta di opposti a tutto campo, né di una contrapposizione fra due sistemi che si vogliono il più possibile impermeabili.
Con una Cina che si apre al mondo e con il resto del mondo che si apre alla Cina, la questione della nuova società come si poneva fino agli anni ’20 è ben quella del mondo intero e non di una parte soltanto, e ancor meno della sua parte più periferica e povera. La questione è riproposta al centro dello sviluppo umano, non foss’altro che la Cina, uscendo dall’isolamento, pesa da sola per quasi un quarto di un’umanità sempre più interdipendente.
I rapporti sociali e nazionali così riconfigurati e in divenire, con uno sviluppo inevitabile delle loro contraddizioni, rivelano non tanto dei modelli di modi di produzione “puri e perfetti”, quanto piuttosto delle formazioni sociali complesse, storicamente definite e internazionalmente determinate, espressioni di differenti modi d’imprimere nella realtà obiettivi simili o frutto di compromessi nella lotta fra contrari.
Dal rafforzamento dei rapporti fra i due sistemi, dal ritmo e dal grado del confronto e della reciproca penetrazione forgiata da un’esperienza mondiale non predeterminata, ne risulterà – con punti di rottura e forme senza precedenti – il mix economico, sociale e nazionale di una umanità futura, la scommessa più grande del nostro tempo, nella quale alla fine emergeranno le contraddizioni antagonistiche fra capitalismo e socialismo.
Questa intimità nei legami vitali come nelle non meno vitali contraddizioni accentua da una parte e dall’altra il carattere soggettivo delle scelte strategiche. In questo senso l’economia aperta spinge oggettivamente le funzioni di guida delle direzioni politiche (partiti, espressioni dell’aggregazione d’interessi economici e sociali reali), come d’altro canto la mondializzazione rafforza il peso e il ruolo delle nazioni come soggetti attori d’iniziative e reazioni.
Di fronte, da una parte e dall’altra del pianeta, emergono in tal modo poco a poco, internazionalmente, un nuovo “m o d e rno principe” alla Gramsci e il cervello dell’élite del nuovo esercito “crociato”, parimenti animati dalla fiducia di poter alla fine sottomettere l’altro.
Come affermano due dei più fervidi sostenitori del presidente americano, “Si sbagliano coloro che criticano Bush pensando che il nostro posto nel mondo consista in qualcosa di diverso dal dominio mondiale. L’America possiede una potenza e un’influenza senza precedenti (…) essa detiene una posizione senza equivalenti dall’epoca in cui Roma dominava il mondo mediterraneo. Il suo esercito fa apparire ridicolo quello di qualsiasi altra nazione, sia per potenza di fuoco che per capacità di subitaneo intervento in qualsiasi parte del mondo. Al tempo stesso, i suoi principi economici ispirati al capitalismo liberale e al libero scambio sono stato quasi universalmente accettati come il miglior modello possibile per creare ricchezza, e l’America stessa si mantiene al centro dell’ordine economico internazionale. Il suo sistema politico, quello della democrazia liberale, si diffonde in tutti i continenti e in tutte le culture.”
Per il quotidiano dell’Esercito popolare di liberazione cinese: “La realizzazione del comunismo è un processo storico che si sviluppa in modo non lineare. Lo sviluppo della società umana è sempre progredito con un andamento a spirale e a ondate.
Noi dobbiamo realizzare l’ideale di una lotta di lunga lena, e garantire una buona preparazione ideologica che permetta di poter affrontare qualsiasi difficoltà e sconfitta. Continuando la causa comunista internazionale a soffrire a causa delle sue sconfitte, noi dobbiamo essere prudenti nei momenti di pericolo e conservare sempre con fermezza la convinzione che il socialismo trionferà e che il comunismo prevarrà con certezza.”

Note

1 Xiao Ding, “Riuscirà l’Iraq ad evitare la guerra”, Beijing information, n° 51, 2002.

2 Zhu Feng, “L’esplosione a Bagdad pone gli Stati Uniti e l’ONU di fronte a un dilemma”, in Beijing information, n° 37, 2003

3 La Guerra dell’oppio e i successivi trattati ineguali (1842-1860) hanno posto fine alla vecchia potenza cinese, obbligandola a cedere alle potenze straniere parti del proprio territorio e a rimanere un’economia disarmata.

4 Colonia britannica dal 1842.

5 Colonia portoghese dal 1557.

6 Hong Kong (7 milioni), Macao (0,5 milioni), diaspora cinese (da 25 a 30 milioni), di cui 8 milioni in Malaysia e 6 milioni in Indonesia. I 23 milioni di abitanti di Taiwan sono 57 volte meno di quelli della Repubblica popolare cinese.

7 Un Partito comunista di Taiwan illegale (sorto durante la lotta contro l’occupazione giapponese, 20.000 membri secondo alcune fonti), un Partito democratico del lavoro e un’Associazione dei lavoratori difendono posizioni vicine a quelle del Partito comunista cinese. Un Partito comunista clandestino a Hong Kong è assai influente, e secondo alcuni osservatori conterebbe 3.000 militanti, orientati da una linea politica iniziata da Chou Enlai, privilegiando il lavoro nei fronti e coltivando alleanze con i capitalisti patriottici. “Our red shadows”, in The Hong Kong Standart, 5.06.2004.

8 Dopo una vittoria (controversa) alle elezioni presidenziali, le forze indipendentiste hanno conosciuto nelle elezioni legislative dell’11 dicembre 2004 una sconfitta, con 101 seggi contro i 113 dei loro avversari del Guomindang e loro alleati, più favorevoli a una riunificazione.

9 Rapporto al XVI Congresso: “Conformemente al fondamentale principio della pacifica riunificazione ‘un paese, due sistemi’, (…) noi ci impegneremo, di concerto con i nostri compatrioti di Taiwan, a moltiplicare le visite personali, come pure gli scambi culturali ed economici o di altro tipo, opponendoci con fermezza alle forze secessioniste di Taiwan. (…) Persistere nel principio di una sola Cina costituisce la base dello sviluppo delle relazioni fra le due rive dello stretto e della pacifica riunificazione della patria. Non esiste che una sola Cina nel mondo; la parte continentale e Taiwan fanno parte l’una e l’altra della Cina, la cui sovranità e integrità territoriale non si possono suddividere. Noi ci opponiamo a qualsiasi proposito come a qualsiasi atto mirante a suscitare l”indipendenza di Taiwan’, o a creare ‘due Cine’, o ‘una Cina e una Taiwan’. Essendo il futuro di Taiwan nella riunificazione alla patria, noi abbiamo sempre preconizzato il dialogo e i negoziati in vista della riunificazione pacifica. Chiamiamo una volta di più a mettere da parte alcune divergenze politiche e a riprendere al più presto, sulla base del principio di una sola Cina, il dialogo e i negoziati fra le due rive dello stretto. A condizione del riconoscimento dell’unicità della Cina, non vi è alcun tema che non possa essere affrontato dalle due parti; si potrà parlare, soprattutto, di porre fine allo stato di ostilità fra le die rive dello stretto, della possibilità per la regione di Taiwan di disporre sul piano internazionale di uno spazio d’attività economica, culturale e sociale corrispondente al proprio statuto, o ancora del fut u ro statuto politico delle autorità di Taiwan”.

10 È in questo modo, per esempio, che è stata interpretata la dichiarazione di Jiang Zemin: “Per la soluzione del problema di Taiwan noi lavoreremo con la più grande sincerità e faremo i più grandi sforzi per realizzare una pacifica riunificazione, ma non potremo certamente rinunciare all’uso della forza. Si tratta di un principio politico essenziale“. “The Wise Counsel Left by Jiang Zemin on Taiwan Policy – Make the Greatest Effort to Achieve Peaceful Reunification but Do Not Undertake to Abandon the Use of Force”, in Hong Kong Zhongguo Tongxun She 21.09.2004

11 China’s foreign affairs, 2004. pp. 315- 318.

12 Fonte: http:english.peopledaily.com.cn/.- 200403/ 01/ Eng200403/ 01_ 136190. sht ml .

13 Si può ricordare che l’ultimo cambiamento paragonabile a questo è avvenuto 17 anni fa, quando Jiang Zemin è succeduto a Deng Xiaoping esattamente nello stesso modo.

14Organismo estremamente ristretto, in quanto contava di 8 membri sino agli ultimi cambiamenti, con i quali è passato a 11 membri.

15 Rapporto di Jiang Zemin del 8.11.2002 al XVI Congresso.

16 Deng Xiaping: “La nostra politica estera si fonda sulla ricerca di un clima di pace, con il fine di poter realizzare le quattro modernizzazioni”, vale a dire in agricoltura, industria, scienza e difesa nazionale.

17 “Fra il 1998 e il 2002 la Cina è stata il più importante importatore mondiale di armamenti. Dal 2000, il 90% delle sue importazioni d’armi convenzionali provengono dalla Russia”. Lucia Montanaro-Jankovski, op. Cit, p.73

18 “Gli sforzi della modernizzazione sono frenati da una sovrastima politica, affermano gli analisti. Alcuni ufficiali occidentali ritengono che alcune unità utilizzano il 30% del loro tempo d’addestramento allo studio della politica”. The Washington Post, 10.06.2003.

19 Sun Tzu, L’arte della guerra.

20 Sun Tzu, op cit.

21 Ibid. p. 114-115

22 Le relazioni con il PC giapponese hanno dato luogo nel giugno 1998 ad una spettacolare riconciliazione, punto di partenza di una rinnovata cooperazione.

23 La questione non è aneddotica, poiché nel l o ro documento strategico denominato Documento di Santa Fe IV gli Stati Uniti enumerano i pericoli che li minacciano e menzionano come “i comunisti e la sinistra negli USA siano in piena avanzata“. Indipendentemente della valutazione che si può fare riguardo alla realtà di un tale “pericolo”, rimane il fatto che i dirigenti nordamericani vi prestano attenzione e che non possono non aver notato i rapporti fra il PCC e il PCUSA.

24 Una delegazione del Partito del Lavoro del Belgio (meno dell’1% alle ultime elezioni) è stata invitata dal 16 al 25 febbraio 2003 dal Dipartimento internazionale del Partito comunista cinese. Un resoconto è presente sulla rivista teorica del PTB Etudes marxistes, dicembre 2003, www.marx.be.

25 Xinhuanet, 17.02.2004. Inoltre, come segno d’analogo interesse, l’Internazionale Socialista è stata invitata alla riunione dei partiti asiatici del settembre 2004.

26 Renmin Ribao, 2. 9. 2004,

27 Il Remnin Ribao dell’11 ottobre 2002 ha pubblicato un rapporto del Dipartimento internazionale del PCC sulle relazioni interpartitiche tra il 15° e il 16° Congresso, in cui è possibile ritrovare in parte questa tipologia. Il primo posto era ugualmente riservato ai “partiti politici degli Stati socialisti (…) Il nostro partito condivide ideali e obiettivi comuni con i partiti al potere in Vietnam, nella RPD di Corea, in Laos e a Cuba”. In seguito la suddivisione è di tipo geografico: Africa, Asia, Medioriente/mediterraneo, ex-Urss e paesi dell’Europa dell’Est, America latina e Caribe. Vengono in seguito i paesi sviluppati, dove i partiti sono citati in questo ordine: partiti socialisti, comunisti e partiti di destra. Infine la suddivisione geografica termina con i “paesi vicini”: i principali partiti russi sono citati e la ripresa delle relazioni con il PC giapponese viene sottolineata; poi vengono i partiti al potere nei paesi dell’Asean. Il rapporto si chiude con le Internazionali, principalmente l’Internazionale socialista e poi, con meno enfasi, quelle di centro e di destra; infine il Forum di San Paolo. Il PCC intrattiene relazioni con sei gruppi del Parlamento europeo. Infine viene citata la prima Conferenza dei partiti asiatici (Iccap).

28 Prendo in prestito questo parallelismo con Antonio Gramsci dagli ideologi americani autori del Documento di Santa Fe IV.

29 Kristol (William) e Kaplan (Lawrence F.), Notre route commence à Bagdad, p. 154.

30 Jiefangjun Bao (versione internet in cinese), quotidiano del Dipartimento di politica generale dell’Esercito popolare di liberazione. http://www.pladaily.com.

* La prima parte del saggio è apparsa sul numero precedente – n° 2 /2005