”Cina: il più grande progetto di lotta alla povertà

Okinawa/Jinan, provincia di Shandong.
Tutto suonava come se i socialdemocratici, al vertice dell’economia mondiale tenutosi quest’anno ad Okinawa, nel Giappone del Sud, avessero riportato una grande vittoria. I capi di governo di Usa, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Canada non hanno prununciato nessuna espressione trionfale, di fronte al boom economico in Occidente. Al contrario, il gruppo delle sette più ricche nazioni industriali più la Russia (G-8) vuole aprirsi.
“Dobbiamo inaugurare una nuova partnership con i Paesi che non fanno parte del G-8, in particolare con i Paesi in via di sviluppo, le organizzazioni internazionali e della società civile, comprese le imprese private e le organizzazioni non governative (ONG)”, viene detto nella dichiarazione conclusiva. I Paesi ricchi promettono a quelli poveri un “mondo migliore nel Ventunesimo secolo”, un mondo nel quale i più poveri non dovranno più rimborsare i loro debiti, e nel quale ci si prenderà cura che il “gap digitale” scompaia e anche il Terzo Mondo goda dei vantaggi della globalizzazione.
Gerhard Schröder era così entusiasta della dichiarazione del G-8 (che per la prima volta ha preso in considerazione numerose richieste socialdemocratiche), che alla fine del summit ha parlato di un globale “consenso della ragione”. Formulando in modo inatteso un motivo fino a quel momento dimenticato, ha detto di Okinawa: “non ci sarà sviluppo neanche per noi, se il Terzo Mondo continuerà ad impoverirsi”.
Se dal paradisiaco Capo Busena, il luogo del summit, il Cancelliere avesse allora guardato oltre il mare, avrebbe potuto intravvedere la Cina, il più grande Paese in via di sviluppo del mondo. Certo, della Cina ad Okinawa non si è fatta parola. Del più grande ed efficace progetto di lotta alla povertà della storia mondiale (secondo i criteri della Banca Mondiale il numero dei cinesi che vivono sotto la soglia della povertà dal 1978 ad oggi sono diminuiti da oltre 500 milioni a 100 milioni) i capi di governo del G-8, a buona ragione, non hanno voluto sapere nulla. “Democrazia, economia di mercato, sviluppo durevole e rispetto per i diritti umani” sono, per il gruppo del G-8, “principi fondamentali” che la Cina intende in maniera troppo scopertamente diversa. Così gli uomini di Stato a Okinawa si sono resi insinceri. Perché hanno taciuto che quella lotta alla povertà che essi hanno promesso solennemente al Terzo Mondo nel punto 13 della dichiarazione conclusiva, viene praticata con successo solo in tre Paesi del mondo: Mauritius, una piccola isola nell’Oceano Indiano, il Vietnam e la Cina.
In quasi tutti gli altri Paesi in via di sviluppo, ma anche nell’Europa dell’Est, dal 1990 il numero dei nullatenenti, invece, aumenta o ristagna. È questo il bilancio che trae un rapporto pubblicato in giugno dalle Nazioni Unite, dalla Banca Mondiale, dal Fondo monetario internazionale e dall’Organizzazione per la cooperazione allo sviluppo economico. Il rapporto suggeriva un risultato non profetizzato: i soli governi che nel decennio dopo la caduta del comunismo si sono interessati seriamente della lotta alla povertà, sono i grandi regimi comunisti del mondo.
E se Jin Bolin presagisse qualcosa della sua fortuna? Questo musulmano di 39 anni – nel villaggio di Liuzhiyu del comprensorio di Yiyuan, nella provincia della Cina nordorientale di Shandong – fa parte, con la sua famiglia di quattro persone, dei 150 milioni di uomini che sotto i governi comunisti di Pechino e Hanoi durante gli anni Novanta hanno superato la soglia della povertà. Senza questo risultato, il bilancio internazionale della povertà del decennio scorso sarebbe negativo, mentre così è positivo, seppur di poco. Jin, un timido contadino con un bue nella sua stalla, ricorda: “200 abitanti avevano a disposizione un solo pozzo. Si doveva percorrere 3 chilometri di ripidi sentieri di montagna e aspettare mezza giornata, per ottenere 2 secchi d’acqua. Io, una volta, ho impiegato 6 ore per un secchio.
Quando alla fine sono tornato a casa, ho pianto”.
Nella pittoresca patria di Jin, nelle verdi montagne dello Yimeng, la carenza d’acqua condannava gli uomini agli stenti finché il governo comunista, appoggiato dagli aiuti tedeschi allo sviluppo, ha insegnato alla gente a costruire condutture d’acqua. Jin ha il viso raggiante: “da quando abbiamo l’acqua, è tutto diverso”. Egli indica il rubinetto nel cortile: “non avremmo mai potuto sognare di poter ottenere l’acqua senza fare un passo fuori di casa”.
Undici anni, dal 1988 al 1999, è durato il progetto di lotta alla povertà nelle montagne dello Yimeng. Per gli aiuti tedeschi allo sviluppo è stato il più grande progetto di tutti i tempi. Bonn ha pagato 140 milioni di Marchi, Pechino ancora di più, e alla fine sono stati 1,5 milioni i contadini liberati dal bisogno più estremo. Da allora, la quota della lotta alla povertà nell’ambito degli aiuti tedeschi allo sviluppo per la Cina è caduta dal 25 al 5 %, perché i progetti di base come quello nello Shandong sono, per Berlino, modelli ad esaurimento. Nel quadro del crescente orientamento verso le imprese delle organizzazioni tedesche di aiuti allo sviluppo, essi non promettono abbastanza profitti per le nostre aziende. Aiuti tedeschi allo sviluppo in Cina significano, oggi, burocrati incravattati in un elegante ufficio di Pechino, con mezzi finanziari ridotti.
Su scala mondiale, i pagamenti di aiuti del Primo verso il Terzo Mondo sono calati, negli anni Novanta, all’incirca del 10 %. La lotta alla povertà condotta dai comunisti, al contrario, dispone di un budget crescente e non si tira indietro dai progetti locali.
La Cina conta, da sola, 10.000 addetti a tempo pieno alla lotta alla povertà. La loro amministrazione non è annoverata in nessun ministero, ma sottostà direttamente al più alto organo esecutivo, il Consiglio di Stato. Il budget è passato dai 10,8 miliardi di Yuan (circa 2,5 miliardi di Marchi) nel 1996 ai 25,3 miliardi di Yuan di oggi, ed è dunque in poco tempo più che raddoppiato. I soldi defluiscono da Pechino direttamente nelle regioni indigenti. La corruzione vale qui, al contrario che negli altri apparati dell’amministrazione, come eccezione. Il vicepremier preposto a questo settore nel Consiglio di Stato, Wen Jiabao, è candidato con buone probabilità di successo al posto di capo del governo. Strutture simili esistono, su scala mondiale, solo in Vietnam.
“Può ben accadere che il denaro, alla lunga, risponda a tutte le domande, ma allora la risposta arriva solo lentamente”, scrive il premio Nobel indiano Amartya Sen nel comparare la politica di sviluppo occidentale e quella cinese. Sen appoggia, con ciò, l’impostazione consapevole dei comunisti, rivolta allo sviluppo, contro l’impostazione dell’Occidente, generalmente orientata alla crescita. E in questo modo la vede anche la Banca Mondiale: “I comunisti hanno semplicemente preso la lotta alla povertà più seriamente di altri e hanno tentato di fare qualcosa con i loro mezzi”, dice Jürgen Vögele, economista tedesco della BM. Vögele confronta lo sviluppo cinese con quello dell’India e dell’America Latina: la crescita economica e l’apertura al mercato mondiale, lì, sarebbero stati efficaci nella lotta alla povertà molto meno che in Cina e in Vietnam.
Ciò che l’economista della Banca Mondiale evita di dire è che la differenza sta nel sistema politico. Proprio negli anni Novanta, la democratizzazione nel Terzo Mondo – dove pure c’è stata – non ha camminato insieme ad una politica sociale orientata a sinistra. I metodi “fuori moda” di una tale politica sociale, basati su un forte ruolo dello Stato e su una riforma agraria socialista, sono sopravvissuti alla globalizzazione solo in Cina, in Vietnam e nella molto lodata Mauritius. Un esempio, quest’ultimo, che in questo periodo viene citato continuamente dagli avversari della globalizzazione nell’ambiente delle ONG, perché anche per loro elogiare Pechino o Hanoi rimane politicamente scorretto.

Traduzione a cura di S. A.