“Ci siamo”

Quando abbiamo presentato a Brescia il libro di Maurizio, la sala che ospitava l’incontro era stracolma. Di un pubblico inconsueto per questo genere di avvenimenti. C’erano gli operai, interlocutori e protagonisti fondamentali del libro. Perché Zipponi non parla soltanto “degli”, ma “agli” operai. Chi immaginasse una rappresentazione epica o romantica della classe sconfitta, un appello retrò a un mondo che fu e che si ricorda con nostalgia, magari pieno di suggestioni, ma povero di futuro, sbaglierebbe.
Perché, in realtà, Zipponi guarda avanti, scruta la realtà, ma non ne rimane prigioniero. E offre una strada, dove fantasia e concretezza si incontrano. E’ la strada di una reale pratica sindacale, finalmente non rinunciataria, che non è frutto di improvvisazione, ma di una ricerca costruita sul campo, con i lavoratori. Ciò che nel libro viene proposto non è un teorema, ma il racconto ad episodi di un’esperienza reale, di una costruzione paziente che riferisce di un altro modo di fare sindacato e di come la marginalità sociale e politica degli operai non sia un prodotto ineluttabile della modernità.

In questo senso la lettura del libro di Maurizio dovrebbe far parte dell’”educazione sentimentale” di ogni delegato e di ogni sindacalista. E rappresenta un tassello di quel processo di rialfabetizzazione del sindacato di cui vi è un bisogno estremo.

Da qui si inizia a dipanare la matassa. Perché non sempre ad un bisogno, pur manifesto, consegue una possibilità reale. Bene, “Ci siamo” dice che questa possibilità esiste. Anzi, che dal ruolo che i lavoratori saranno in grado di riconquistare sulla scena sociale e politica dipenderanno i tratti della società futura, in bilico fra democrazia e arbitrio, fra progresso e barbarie.
Insisto: il libro non è un’esclamazione disperata, non è il grido di un mondo in estinzione che chiede per sé una porzione d’ascolto. Esso è la rivendicazione di una funzione generale dei lavoratori dentro processi di cambiamento di cui è possibile e necessario mutare il segno.
Ecco allora un primo tema, che si ricava simbolicamente dalla stessa partizione del libro, diviso non nei tradizionali capitoli, ma in “assemblee”. Non si tratta di un vezzo stilistico, o retorico. L’assemblea è il luogo dove si discute insieme, dove l’elaborazione collettiva diventa proposta materiale, concreta, agìta per affrontare un comune destino. E dove si plasma un’identità.
Nell’assemblea si decide, ma si fa di più: lì si salda quel patto che lega solidalmente i lavoratori fra loro e li fa artefici intelligenti di un progetto condiviso. Un progetto che può cambiare la realtà, mutarne il corso. Ho detto che il ruolo che Zipponi rivendica ai lavoratori non è dedotto speculativamente, ma regge alla prova empirica dei fatti. Ideologica è invece la teorizzazione della fine della classe operaia, del lavoro dipendente. Che invece aumenta in tutto il mondo.
Come ha potuto allora trovare spazio e credibilità un’aporia come quella della fine del lavoro?
Si è costruito un sillogismo fraudolento, i cui termini sono:

a) il fordismo produce il lavoro subordinato; b) il fordismo sta finendo; c) il lavoro subordinato è dunque destinato all’estinzione.

Ora, la prima proposizione è manifestamente falsa, giacchè il lavoro subordinato esisteva già prima del fordismo. La seconda proposizione è solo parzialmente vera, giacchè sopravvivono (e sopravviveranno a lungo) consistenti aree di fordismo e persino nell’economia post-fordista si riproducono modalità di organizzazione del lavoro (si pensi ad un call-center) che quanto a parcellizzazione, gerarchizzazione, subordinazione riproducono i tratti più classici di una qualsiasi catena di montaggio.
Il terzo termine del sillogismo è dunque paradossale, come dimostra il fatto che il lavoro eterodiretto prende mille variopinte tonalità, ma in realtà si espande nella vecchia come nella nuova economia.
Solo una lente gravemente deformante può indurre a scambiare gran parte del cosiddetto lavoro indipendente o autonomo per una realtà davvero affrancata dai vincoli della subordinazione e del comando.

Se si guarda sotto la superficie, si scopre che la frammentazione del lavoro, l’esercito dei lavoratori atipici, discontinui, i processi di esternalizzazione e di terziarizzazione della produzione non esprimono affatto una disarticolazione del potere d’impresa e l’ampliamento degli spazi di libertà e di autonomia dei singoli. Al contrario: la concentrazione del comando tocca proprio ora vertici inediti, mentre il lavoro si dequalifica e si spersonalizza.
Mai come oggi, al decentramento funzionale è corrisposto un accentramento del potere d’impresa, un’ impresa che non ammette vincoli al proprio statuto interno e che persegue un solo obbiettivo: la massima remunerazione del capitale investito nel più breve tempo possibile. Ecco, dunque, una prima conclusione: la cosiddetta flessibilità, la deregolazione dei rapporti di lavoro, lo spezzettamento del mercato del lavoro in tanti segmenti in concorrenza reciproca non è il risultato di una inarrestabile evoluzione, bensì di un rapporto sociale, di un rapporto di potere storicamente determinato.

Prima ci si rende conto di questa verità e prima si metterà mano a quel progetto di riunificazione del lavoro, dei diritti, delle condizioni salariali e normative che hanno subito, a partire dagli anni ’80, un progressivo impoverimento.
La sfida è di grande momento, perché la cultura che ha oggi il sopravvento mette in conflitto sviluppo e progresso sociale: si può accettare un intervento limitativo dei diritti dei lavoratori e lesivo della loro dignità proprio in quanto si arriva a pensare che l’emancipazione del lavoro non solo non favorisce, ma ostacola la crescita dell’intera società. A questo punto, Zipponi mette a tema una seconda questione di importanza cruciale: è possibile un compromesso fra capitale e lavoro che non sia fondato sull’umiliazione, sul disconoscimento del lavoro o che non porti alla “comune rovina” delle forze in campo?
La risposta è, senz’altro, sì. La precondizione, abbiamo visto, è la consapevolezza dei lavoratori della propria identità, di soggetto sociale provvisto di intelligenza politica, capace di concepire la proposta e di promuovere il conflitto per sostenerla.
E l’esperienza – dall’Ansaldo, all’Iveco di Brescia – è li a dimostrare che questa strada può essere percorsa.
C’è una lotta esemplare – cui opportunamente Maurizio allude -, quella che portò un intero comparto manifatturiero bresciano, quello cotoniero, a ricostruire un equilibrio fondato sull’investimento in impianti tecnologicamente sofisticati, la cui utilizzazione fu spinta sino alla soglia delle ottomila ore annue, e a cui corrispose un abbattimento degli orari di lavoro individuali sino a 32 ore settimanali, unito all’incremento dell’occupazione, a progressioni di qualifica e ad aumenti retributivi.
Non era una soluzione scontata. Tant’è vero che, altrove, alla maggiore utilizzazione dei macchinari non sono conseguiti né una politica industriale innovativa, né la riduzione degli orari di lavoro, né aumenti salariali ma, anzi, un peggioramento sostanziale delle condizioni di lavoro e un saldo occupazionale negativo. Ecco allora il messaggio: l’impresa, se lasciata alle proprie spontanee pulsioni propende per una compressione del lavoro. Solo il conflitto può sospingerla verso altre politiche. L’iniziativa dei lavoratori può dunque mutare anche la fisionomia e la cultura dell’impresa. E irrobustirla, perché sollecita e ridisloca la risposta competitiva su un terreno meno effimero, anche se meno facile e sulle prime meno appetibile.
Al contrario, la finzione di un’impresa gabellata come comunità solidale che convive sotto l’egida del mercato, nega una soggettività operaia collettiva, e riproduce l’ideologia totalitaria del paternalismo industriale: capitale e lavoro non sono più in tensione dinamica, non è più dalla mediazione fra interessi diversi che deriva quella “funzione sociale dell’impresa” evocata dalla Costituzione repubblicana; il conflitto scompare o assume una connotazione negativa, riflesso di una vera e propria patologia sociale.
L’epilogo di questo ragionamento disvela un paradosso di questi “tempi moderni” e ripropone un’ambizione.

Il paradosso riguarda il fatto che ciò che è considerato vitale per l’impresa (un progetto, delle risorse, il tempo) viene negato alle persone che lavorano. L’ambizione è quella di ricostruire le condizioni di un’esistenza degna, di rifiutare quel furto di futuro che si verifica dentro rapporti sociali marchiati dalla dittatura dell’impresa. La formula proposta da Zipponi: “quattro giorni di lavoro, un giorno per la formazione, due giorni di riposo, a parità di salario” sono l’indicazione di un obbiettivo generale, di un vincolo sociale, cui non si deve consentire all’impresa di sottrarsi. Ce n’è abbastanza per ricominciare.

Non mi sorprende che il libro di Zipponi, scritto con semplicità e chiarezza, abbia riscosso tanto successo. E sia arrivato dritto al cuore e alla mente di tanti lavoratori. In fondo era già scritto tutto nella dedica che Maurizio ha voluto regalare ai suoi genitori: “per avermi insegnato il valore del lavoro e da che parte stare”.