Chi ha rapito Cipputi?

1. La fase post elettorale, di solito, è orfana di sconfitti e figlia di molti vincitori. Nelle elezioni europee 2009 ci sono, però, due sconfitti evidenti. Uno è il Pd, ma questo era nelle aspettative. L’altro era meno prevedibile. Si tratta del Pdl e del suo padrone, Silvio Berlusconi.

PD E PDL SCONFITTI NELLE ELEZIONI EUROPEE

Confrontando i voti assoluti delle europee del 2009 con le politiche del 2008, se il Pd, dato quasi per spacciato e sulla via della spaccatura interna, perde il 28% (includendo i voti dei radicali, che nel 2008 si erano presentati nella stessa lista), pari a 3,3 milioni di voti, il Pdl non va molto meglio, perdendo il 21%, equivalente a 2,8 milioni di voti. Certo si tratta di un dato relativo, in quanto il partito del Cavaliere rimane di gran lunga il primo, con 2,8 milioni di voti in più del Pd, il cui cattivo risultato conferma definitivamente non solo il fallimento della teoria dell’autosufficienza di Veltroni, ma anche la sua debolezza politica e l’evanescenza ideologica. Indubbiamente deve essere avvenuto qualcosa che ha frustrato i progetti di Berlusconi di arrivare a superare il 40%, obiettivo che, imprudentemente, aveva dato per sicuro e che gli avrebbe consentito di svincolarsi da alleati scomodi (la Lega) e completare i suoi progetti politici. Contrariamente a quello che alcuni ritengono, l’Italia non è una repubblica delle banane. È, invece, una formazione economicosociale molto complessa ed articolata. Per comprendere i successi e gli insuccessi di Berlusconi, che ormai da tre lustri è al centro della politica italiana e che molti continuano a guardare con gli stessi occhi stralunati dell’inizio, bisogna guardare alle specificità di tale struttura e, oggi, a come questa reagisce ai colpi che la crisi le infligge.

2. La struttura economica italiana, come quella di altri Paesi avanzati, è dominata dal grande capitale finanziario, un intreccio di grandi banche e grandi imprese, operanti spesso in condizione di monopolio, nelle mani di pochi gruppi di potere. Negli ultimi anni gli assetti interni del capitale finanziario si stanno modificando. Fra l’altro, si sono create due concentrazioni bancarie di dimensioni europee e mondiali, UniCredit e Intesa San Paolo. Inoltre, si è avuto l’ingresso dell’outsider Berlusconi, attraverso la figlia Marina, nel board di Mediobanca, il salotto buono della borghesia italiana, dal quale era stato escluso, con suo grande scorno, per decenni. Se il potere economico-finanziario è molto concentrato e saldamente nelle mani di pochi gruppi, la struttura produttiva è invece relativamente, in confronto ai maggiori Paesi della Ue, molto più frammentata.

CARATTERISTICHE DEL SISTEMA PRODUTTIVO ITALIANO: NANISMO E MICROIMPRESA

3. Caratteristiche del sistema produttivo italiano, nell’industria e ancor di più nei servizi, sono il nanismo e la prevalenza della microimpresa. Negli ultimi venti anni il fenomeno anziché contrarsi si è ac-centuato. Nella sola manifattura si contano 500mila imprese sotto i venti addetti, con quasi 2 milioni di occupati. Le imprese, anche quelle più grandi, risultano sottocapitalizzate e con un tasso di indebitamento piuttosto alto. Le cause del nanismo sono molteplici. In primo luogo, c’è la ristrutturazione delle grandi imprese, seguita al grande ciclo di lotte operaie degli anni ’70, che hanno esternalizzato servizi e finanche pezzi di core business per disarticolare l’organizzazione operaia e ridurre i salari, creando un esercito di contoterzisti spesso monocliente [1]. In secondo luogo, l’esercito dei piccoli e piccolissimi imprenditori/artigiani ha rappresentato un alleato fidato per il grande capitale contro la classe operaia e una base elettorale, con i propri dipendenti, prima per Dc e Psi e ora per i loro succedanei. In terzo luogo, la grande borghesia ha preferito, anziché investire produttivamente e aumentare di dimensione, dirigere i propri capitali verso la rendita, cioè verso l’immobiliare, la speculazione finanziaria, le assicurazioni, gli ex monopoli statali trasformati in monopoli pubblici (autostrade, telecomunicazioni, trasporto aereo, ecc.).

BASSI SALARI, EVASIONE FISCALE E LAVORO NERO FANNO SOPRAVVIVERE LE IMPRESE

4. Tale struttura produttiva non ha le dimensioni per realizzare economie di scala e di scopo adeguate, né sufficienti risorse da investire in ricerca e in innovazione. Quello che ne risulta è un sistema industriale largamente inefficiente, specie in confronto con quelli di altri Paesi avanzati, ed inadeguato a reggere la concorrenza globalizzata. Come si è potuta mantenere allora la pletora delle microimprese? La risposta è semplice: grazie ai bassi salari e alla sistematica tolleranza del sistema statale e politico verso le irregolarità, soprattutto verso l’evasione e l’elusione fiscale ed il lavoro nero.

L’evasione fiscale ammonta a 100 miliardi annui, pari al 7% del Pil. Il fenomeno del lavoro nero interessa il 14% dei dipendenti nelle costruzioni, il 22,2% nell’agricoltura, addirittura il 35% nel turismo. La presenza di un’alta immigrazione, e al suo interno di un’alta quota di clandestini è una manna per queste imprese. La sedimentazione di una situazione di bassi salari e irregolarità ha instaurato un circolo vizioso, impedendo la razionalizzazione della struttura produttiva e mantenendo in vita aziende inadeguate, dalla gestione poco industriale e troppo artigianale. Inoltre, l’evasione fiscale e le irregolarità hanno determinato un mancato gettito fiscale che ha condotto, da una parte, all’aumento del debito pubblico e dall’altra all’inasprimento fiscale sulle categorie che non possono sfuggire alla tassazione, in particolare sui lavoratori dipendenti.

Un discorso a parte merita il cosiddetto “esercito delle partite Iva”. Una realtà magmatica e differenziata di otto milioni di soggetti, composta da lavoratori salariati mascherati, spesso precari, e da artigiani, professionisti, commercianti, piccoli imprenditori. Per non pochi di questi l’entità della pressione fiscale è tale da essere, di fatto, un incitamento all’evasione.

5. Per la massa di piccoli padroni e padroncini infrangere le regole ed eludere il controllo dello Stato, che del rispetto di quelle regole dovrebbe essere garante, è condizione necessaria alla sopravvivenza. Il potere dello Stato centrale è il simbolo del nemico per questa classe sociale. Del resto, dalla sua origine, il nocciolo dell’ideologia della Lega Nord è l’avversione al centralismo, rappresentato idealmente da Roma ed esemplificato dal programma di federalismo fiscale. Il problema è che una parte, sempre più consistente, della classe operaia delle piccole imprese si è associata a questa ideologia. In Veneto nel 2009, ad esempio, alla Lega è andato il 35% del voto dei contrattisti a progetto, ed il 39% di quello operaio, che nel 2006 raggiungeva appena il 18% [2].

Anche la classe operaia delle grandi aziende, falcidiata numericamente e indebolita sindacalmente da vent’anni di ristrutturazioni dell’organizzazione del lavoro è molto influenzata dai partiti di destra. Perché? Perché in mancanza di una difesa degli interessi materiali operai da parte della sinistra e, in parte, del sindacato, che riuscisse ad offrire soluzioni collettive e di classe, soprattutto gli operai delle piccole imprese si sono sentiti sempre meno classe e sempre più individui, la cui sorte è legata alla sopravvivenza delle imprese per cui lavorano e, quindi, alla realtà di appartenenza, da cui l’aggrapparsi al proprio territorio e l’esasperarsi del localismo politico e sociale. In secondo luogo, l’aumento della pressione fiscale, non viene ricondotto alle sue vere cause, cioè all’alto tasso di evasione fiscale e al sostegno assistenziale dello Stato all’impresa privata, secondo il collaudato schema della privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite. Viene invece percepito dai lavoratori dipendenti come una vessa- zione tout court dello Stato centrale e, in mancanza della comprensione dei meccanismi della compressione del salario da parte delle imprese e del profitto, come la ragione unica dell’impoverimento. Si tratta, in definitiva, di un altro frutto avvelenato della ideologia della centralità dell’impresa, nella variante italica del neoliberismo. Del resto, se è vero che il capitale tende alla concentrazione ed al gigantismo e ad annullare la piccola impresa, la piccola impresa rappresenta la radice stessa del capitalismo.

IL BLOCCO SOCIALE DI BERLUSCONI

6. L’affermazione di Berlusconi non può essere spiegata soltanto con il suo controllo dei mezzi di comunicazione di massa, e delle televisioni in particolare. Il suo successo va ricondotto anche alla particolare struttura produttiva italiana ed alla specifica ideologia che vi attecchisce. Berlusconi è non solo riuscito a rappresentare al meglio la concezione sociale individualistica del borghese italiano, refrattario alle regole, ma è egli stesso, nella storia sua e delle sue aziende, l’espressione di quell’individualismo, di quell’avversione alle leggi e al controllo dello Stato, di cui sono esemplificative la depenalizzazione del falso in bilancio e misure come l’abolizione dell’obbligo di aggiornamento del registro dei fornitori e dei clienti. Del resto, l’avversione per le regole e per lo Stato si lega bene con lo smantellamento di qualsiasi ruolo pubblico di coordinamento e pianificazione dell’attività economica sul lungo periodo, che è stato praticato inflessibilmente negli ultimi quindici venti anni.

L’anticomunismo di Berlusconi non è anticomunismo classico, ideologico, in quanto egli identifica il comunismo con la subordinazione dell’impresa alle regole e allo Stato, è, quindi, antistatalismo o meglio insofferenza a qualsiasi vincolo sociale all’impresa. Ma c’è di più, Berlusconi è riuscito a formare un blocco sociale, costruendo una alleanza tra piccola e media industria, da una parte, e capitale monopolistico e finanziario dall’altra (di cui è parte egli stesso), promettendo insieme deregolamentazione e accelerazione delle controriforme economiche e istituzionali su cui il grande capitale è da tempo impegnato per trasformare l’Italia in una “democrazia” oligarchica.

LA CONTRAZIONE DEL CREDITO

7. La crisi del capitale, però, quando è profonda, come quella che è in atto, imprime delle scosse ai blocchi sociali. La crisi approfondisce le contraddizioni già innescate dalla mondializzazione ed i vecchi meccanismi, basati sulla pratica sistematica dell’irregolarità e dell’evasione, non bastano più. La contrazione del credito, seguita al crollo della finanza mondiale colpisce le aziende italiane, già molto indebitate e sottocapitalizzate, e approfondisce i contrasti tra grande e piccola impresa: nel 2008 il 78% dei prestiti bancari è andato alle grandi imprese [3]. Inoltre, secondo Unioncamere, i grandi gruppi bancari si sono dimostrati meno disponibili a concedere credito rispetto alle piccole banche locali e a quelle di credito cooperativo [4]. Un fatto che conferma esplicitamente il prevalere del piano locale su quello nazionale per gran parte dell’imprenditoria. I fallimenti delle microimprese si susseguono a catena, sia nell’industria, dove i subfornitori vedono drasticamente tagliati gli ordinativi dalle grandi aziende (che scaricano la crisi sulle loro articolazioni “esterne”), sia nel commercio.

Secondo Confesercenti, nel 2008 15mila imprese hanno chiuso i battenti, 3mila più del 2007. L’usura, intanto, è divenuta una vera emergenza sociale con 180mila commercianti coinvolti e un giro di “affari” di 180mila miliardi. Ma l’inefficienza generale si fa sentire su tutto il sistema economico, che subisce i colpi della crisi più profondamente di altri Paesi. Si prevede che nel 2010 il Pil italiano sarà al di sotto del livello del 2001, con un risultato peggiore di quello degli altri paesi avanzati. Fatto 100 l’indice del Pil dei vari Paesi nel 2007, il 2010 verrà chiuso dagli Usa a quota 98,2, dalla Gran Bretagna a quota 95,6% e dalla Spagna a 98. L’Italia chiuderà più in basso di tutti a quota 94,8 [5]. È in questa situazione di difficoltà e di scarse risorse pubbliche (a causa del pregresso enorme debito pubblico) che si sviluppa una lotta accanita per accaparrarsi quelle che ci sono.

8. Di fronte a questa situazione, in cui grande capitale e microimpresa lottano per sopravvivere, cosa ha fatto il governo Berlusconi? Molto poco, in realtà scontentando tutti, piccola impresa e grande capitale. Inoltre, il governo, pur avendo favorito l’evasione, non ha diminuito la pressione fiscale, che anzi è persino aumentata. Appena prima delle elezioni europee, Berlusconi è stato molto criticato alla assemblea di Confindustria, dove la Marcegaglia lo ha accusato senza mezzi termini di aver fatto troppo poco contro la crisi, ed è stato quasi aggredito in quella di Confesercenti. Ma lo scontento si è allargato a livello internazionale, perché mentre i governi Usa e Ue si producevano in uno sforzo finanziario enorme per arginare la crisi mondiale, provocando l’innalzamento dei deficit pubblici, quello italiano centellinava gli interventi. Non a caso gli attacchi mediatici contro Berlusconi sono partiti non solo da la Repubblica, suo tradizionale nemico, ma anche dal Corriere ( caso d’Addario), che è legato al “salotto buono” della grande borghesia italiana, e sono stati ripresi dalla stampa estera, a cominciare dal Financial Times, organo del capitale finanziario internazionale. Dopo le elezioni, Berlusconi è corso ai ripari, introducendo la detassazione del 50% degli investimenti in nuovi macchinari. Si tratta, però, di un provvedimento di cui i piccoli, già strangolati dal debito, non potranno usufruire, e che andrà bene solo per le grandi aziende manifatturiere, che hanno risorse da investire e che coglieranno l’occasione per ristrutturare ancora una volta, a spese pubbliche, l’organizzazione del lavoro, sostituendo lavoratori con tecnologia.

IL BLOCCO SOCIALE INTERCLASSISTA DELLA LEGA

9. La crisi, dunque, apre delle contraddizioni, di cui va saggiata la profondità e vanno osservati gli sviluppi, all’interno del blocco sociale berlusconiano, specialmente tra piccola impresa e grande capitale. La grande paura della piccola borghesia e di una parte importante dei lavoratori ha inciso sul risultato elettorale. Mentre Berlusconi si è relativamente indebolito, la Lega si è rafforzata, guadagnando 100mila voti, pari al 3% in più rispetto alle elezioni politiche del 2008. E questo perché la Lega è riuscita a saldare piccola imprenditoria e operai in un blocco sociale interclassista, dove le divisioni di classe sono annullate, come dice Garavaglia, sindaco leghista: “La piccola azienda è esattamente il prototipo di questa società del rischio dove si è tutti sulla stessa barca, dove tra operaio e padroncino c’è comunanza e chi è dipendente aspira ad emulare il principale”. Il collante è quello delle tasse, i settori del blocco leghista sono “una galassia certo magmatica, ma segnata da un punto in comune: questa gente le tasse, le paga di tasca propria […]”.

Ugualmente chiara e di classe la posizione verso il Pdl: “gli alleati [Berlusconi] devono ascoltarci, perché delle volte quando c’è da scegliere tra Italia del rischio e quella delle garanzie Pdl e Pd finiscono per somigliarsi” [6]. Un riferimento esplicito alla preferenza accordata a grandi imprese e banche. Così al sindacato dei lavoratori si sostituisce, o si affianca (vedi gli operai leghisti iscritti alla Cgil), il sindacato del territorio.

10. Il patto dei produttori berlusconiano e leghista penetra al di sotto della linea del Po e sfida il Pd direttamente sul suo territorio, quello delle “regioni rosse”. Emblematici i casi di Pisa (provincia), dove la Lega è al 4,4%, e di Prato (comune), dove la Lega è al 6% e la destra vince per la prima volta dopo 63 anni, in un tessuto sociale trasformato dalla crisi del tessile e dalla massiccia immigrazione cinese. La destra e la Lega tendono così ad occupare lo spazio di un altro blocco dei produttori, quello costruito dal Pci ed ereditato poi da Pds, Ds e ora dal Pd, che, dopo decenni, appare vacillare pericolosamente. Uno dei nodi principali alla base della lenta – ora rapida – erosione del vecchio blocco sociale del Pci è proprio il posizionamento politico-sociale, e prima ancora ideologico, delle formazioni succedutesi al suo autoscioglimento, a sua volta frutto del suo lento deteriorarsi ideologico, sociale e politico tra gli anni ’70 e ‘80. Il Pci, infatti, non si è trasformato in un partito socialdemocratico classico, comunque ancorato alla classe lavoratrice, ma ha piegato invece verso la liberaldemocrazia. Del resto, le controriforme del mercato del lavoro (legge 30), delle istituzioni statali (accentuazione del regionalismo) e del sistema elettorale (maggioritario e quote di sbarramento) sono avvenute con il contributo decisivo del gruppo dirigente che si formò nell’ultimo Pci e che guidò il passaggio al Pds.

RICONQUISTARE L’AUTONOMIA POLITICA ED ORGANIZATTIVA DELLA CLASSE OPERAIA

11. Il bonapartismo è una forma di dominio caratterizzato da “interclassismo demagogico, seduttivo, quasi irresistibile verso le masse meno politicizzate e al tempo stesso saldamente ancorato ad un rapporto di mutua assistenza coi ceti possidenti. […] La sua prosecuzione novecentesca è stato il fascismo” [7]. Tale categoria origina da Marx, che studiò l’avvento al potere dittatoriale, attraverso l’uso spregiudicato del suffragio universale, di Luigi Bonaparte, il futuro Napoleone III [8]. La base di massa di Luigi Bonaparte fu la numerosa classe dei contadini piccoli proprietari francesi, ma la sua classe di riferimento era la grande borghesia fi- nanziaria. Berlusconi ha cercato di attuare in Italia una sua originale versione di bonapartismo mediatico, con una base di massa costituita dalla piccola e piccolissima impresa. Il progetto del Cavaliere ha incontrato, però due tipi di ostacoli. Il primo è rappresentato dal grande capitale, che, per ora e dati i rapporti di forza di classe favorevoli, non ha bisogno di affidarsi ad un singolo uomo, ad una forma “dura” di bonapartismo, ma è orientato verso un “bonapartismo soft” [9] o una sorta di “democrazia oligarchica”[10] i cui tasselli sono stati pazientemente posizionati negli ultimi venti anni con il sapiente uso bipartisan delle principali formazioni politiche, Ds e Forza Italia in primis. Dall’altro lato, il progetto bonapartista classico di Berlusconi è ostacolato dalla presenza di un partito organicamente rappresentante di quella classe, piccola e medio borghese, che per Berlusconi è solo una massa di manovra.

12. La vittima sacrificale di questi movimenti di classi è, in ogni caso, l’autonomia politica ed organizzativa della classe operaia e dei lavoratori dipendenti (pubblici e privati), compresi quelli mascherati sotto la forma di partita Iva, sottomessi all’egemonia dei vari schieramenti borghesi. Se la sinistra anticapitalista vuole tornare ad incidere deve, quindi, far saltare o perlomeno indebolire le cerniere principali che legano la classe operaia al “blocco dei produttori” berlusconiano- leghista. La sinistra deve scollarsi l’etichetta, appiccicatagli addosso dalla destra, di partito dell’aumento delle tasse e del permissivismo, mettendo al centro della sua azione la riduzione della pressione fiscale (diretta e indiretta) per i lavoratori dipendenti, e lottando contro ogni tipo di irregolarità e abuso da parte delle imprese, piccole e grandi, dal lavoro nero all’evasione fiscale. La crisi ha già inferto duri, ma non decisivi, colpi al blocco sociale berlusconiano. Nei prossimi mesi arriverà l’onda lunga della crisi, in termini di disoccupazione. Sarà quello il momento in cui la sinistra ed il sindacato, parte fondamentale in questo processo, dovranno e potranno intervenire. La battaglia dovrà essere combattuta su due livelli contemporaneamente. A livello generale contro il localismo, sulle risposte, in termini di politiche industriali pubbliche, da dare alla palese inadeguatezza della struttura produttiva italiana. E a livello regionale, dove si terranno le prossime elezioni e si gioca parte considerevole della distribuzione del welfare, sfidando la Lega sul suo terreno e costruendo, in alternativa al “blocco dei produttori”, un nuovo blocco sociale che ricomponga i vari segmenti del lavoro dipendente, compreso quello formalmente autonomo

Note

1 Pioniere di questo modello fu la Benetton, che, prima ancora di delocalizzare nei Paesi dell’Est Europa, riorganizzò la produzione affidandola a microlaboratori nel Nord-est, gestiti da suoi ex capireparto, trasformati in padroncini.

2 Marco Alfieri, “L’urna premia la Lega dei produttori”, Il Sole24ore, 24 giugno 2009.

3 L. Iezzi, “L’Italia brucia dieci anni di crescita”, la Repubblica, 21 giugno 2009.

4 “L’industria rimane a corto di credito ”, Il Sole24ore, 2 luglio 2009.

5 Rapporto Confcommercio, Il Sole24ore, 21 giugno 2009.

6 M. Alfieri, “Lega unica ‘cerniera’ tra imprenditori e operai”, Il Sole24ore, 25 giugno
2009.

7 L. Canfora, La democrazia, storia di una ideologia, Laterza, Bari, 2006, pp.120-121.

8 K. Marx, il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte,Editori Riuniti, Roma, 1977.

9 D. Losurdo, Democrazia o Bonapartismo, trionfo e decadenza del suffragio universale, Bollati Boringhieri, Torino, 1993.

10 L. Canfora, Critica della retorica democratica, Laterza, Roma-Bari, 2005.