Cgil tra mercato e lavoro

1. Partire da un bilancio per essere credibili

Il Congresso deve produrre un progetto. Per essere credibile, il progetto, quale esso sia, deve muovere da un bilancio rigoroso. Così anche il congresso, in corso, della CGIL. Congresso importante questo della Confederazione Generale del Lavoro; all’ultimo, addirittura 5 anni fa, parteciparono quasi 2 milioni d’iscritti. Un’inchiesta di massa, per davvero.
Ma qual’è oggi il bilancio a consuntivo?
Il Congresso della CGIL decise di consolidare quel sistema, “duraturo” allora si disse, di relazioni industriali concordato con gli imprenditori nel luglio del ’93.
E quel Congresso, del ’96, approvò a maggioranza un dispositivo in quattro punti. Bilancio secco dopo 5 anni: nessuno dei 4 punti è stato realizzato. Bisogna perciò partire da questo bilancio, assolutamente rigoroso.
Le 35 ore, primo punto, non sono state conquistate nei contratti (né approvate come legge), anche perché nulla è stato fatto per conquistarle. L’unità sindacale, secondo punto, si è allontanata e gli accordi separati sottoscritti da CISL e UIL, dal contratto dei meccanici al “patto per il lavoro” di Milano, lo stanno a dimostrare.
L’autonomia, terzo punto, sia dai governi che dai padroni, non si è praticata. Ai padroni si risponde, da anni e tuttora, a interviste, ma solo quando “esagerano”. Al Governo e ai partiti (del centro sinistra), la CGIL ha consentito quel che aveva impedito nel ’94 a Berlusconi e, quindi, ha permesso ad esempio che i lavoratori dell’industria andassero in pensione ma dopo 40 anni di lavoro e a metà salario.
Il salario infine, quarto punto, è arretrato fortemente rispetto al costo della vita che sale, mentre l’inflazione programmata è restata l’unica cosa programmata (invano) dal centro sinistra uscente, puntellato però da questo Sindacato.
È il consuntivo di un fallimento. Fosse un’impresa, la CGIL dovrebbe portare “i libri in tribunale”. Qual’è la causa?
La anticipiamo senza fronzoli: la CGIL ha abbandonato il punto di vista “del lavoro”, la CGIL ascolta solo il mercato, è il mercato che orienta. Così la CGIL ha perso la sua anima. Bilancio forzato?
Nemmeno tanto. Si guardi a due corollari. Possiamo anche sorvolare, almeno in questo articolo, sulla “contingente necessità”, primo corollario, che ha schierato la CGIL dalla parte di chi non avversò i bombardamenti delle fabbriche e degli inermi nei Balcani. E, anche oggi, c’è reticenza dinnanzi alla vendetta ritorsiva dell’Alleanza Atlantica dopo il crimine terribile di Nuova York. Dalla CGIL ci aspettiamo la mobilitazione contro “la Giustizia Infinita” del fondamentalismo del mercato. Sorvoliamo?
Possiamo ancora, secondo corollario, sorvolare sull’assenza della CGIL, con l’eccezione della “sinistra sindacale” e della FIOM, dalle manifestazioni di questi tempi contro “questa globalizzazione”, di cui essa non sa cogliere o non vuole cogliere la portata, insita nel raccordo stretto tra il lavoro ipersfruttato del Sud del mondo e i suoi soggetti, e il lavoro nei paesi del Nord, oggi abbandonato insieme ai suoi soggetti, da un “fattore produzione” che insegue il costo del lavoro, compresso sempre più in basso (ai dirigenti sindacali, ma non a tutti e non solo, sarebbe da consigliare la lettura almeno del capitolo 6 del libro No Logo, “La fabbrica rinnegata”). La CGIL non coglie la novità, l’occasione, che fa cadere il congresso dentro l’intreccio crisi del capitale-radicalizzazione del conflitto.
Sorvoliamo?
Non possiamo però sorvolare su due delle ricadute del richiamato fallimento, che investono la contrattazione e che, quindi, investono il cuore stesso “dell’essere sindacato”, il suo “mestiere”. Perché il Sindacato è tale solo se contratta. Se non contratta che Sindacato è? Ma se, come in questi anni di tregua sociale nulla della produttività aziendale è andata in salario, risulta svuotata proprio la contrattazione aziendale, se poi prendono corpo le idee che l’economista del Polo Renato Brunetta esponeva sul Corriere Economia di lunedì 19 marzo di quest’anno, risulterà depotenziato anche il contratto nazionale. Dice Brunetta: “Inflazione bassa e moneta unica comportano maggiore flessibilità. E la via per ottenerla è quella del federalismo contrattuale. Il decentramento dei livelli di contrattazione su salario, orario di lavoro, eccetera, deve essere spostato il più vicino possibile a dove si produce il valore aggiunto. È lo ‘shopping contrattuale’: ciascun sistema di relazioni industriale deve scegliere il proprio baricentro, che sia provinciale, regionale o distrettuale. A livello nazionale, o meglio europeo, devono rimanere solo le tutele dei diritti essenziali…”.
Chiarissimo questo Brunetta, uomo di punta del blocco borghese al governo e che, in quattro e quattr’otto, liquida, con il sistema di relazioni industriali del ’93, anche il contratto collettivo nazionale. E liquida il Sindacato che, appunto, se non contratta che sindacato è? È un centro studi? È una grande INCA? Forse, ma non più un Sindacato.
Se ora rileggiamo le parole dei padroni, in filigrana traspare anche una voglia di vendetta, che l’economia di guerra (che si prospetta) può rendere praticabile. Traspare il desiderio, per esempio, che i metalmeccanici italiani che resistono (la FIOM) proprio a difesa del contratto nazionale, facciano la fine dei minatori inglesi di Arthur Scargill.
Il contratto dei metalmeccanici è perciò il banco di prova. Ma reggerà la FIOM al colpo d’ariete della guerra? Come rompere il suo isolamento se non con una lotta generale? Dalle parole di Brunetta, traspare anche altro. E non solo a parole. Traspare che il padrone continua a fare quel che ha sempre fatto: lotta di classe. Punto e a capo.
Se si vuole partire da un bilancio, queste sono le questioni da considerare a consuntivo. Guai a non produrle. Il bilancio, però, può anche essere maliziosamente aggirato agitando il dato della tenuta degli iscritti e, in qualche caso, agitando il dato dei risultati delle elezioni delle RSU, anche se poi molti delegati della CGIL sono stati eletti proprio perché espressione di forte critica nei confronti della politica della CGIL stessa. Dati non trascurabili, anzi, ma attenzione all’uso strumentale degli stessi. È, invece, estremamente interessante rilevare che, mentre tutti i partiti politici, da dieci anni a questa parte, si sono scomposti e ricomposti, taluni moltiplicandosi in altre formazioni (oggi, ad esempio, il ruolo di cerniera che fu del PSDI di Cariglia, è coperto da almeno venti formazioni politiche, in Parlamento), ebbene, questo fenomeno, non ha travolto le grandi confederazioni sindacali che, va riconosciuto, hanno retto malgrado fortissime contraddizioni e, per la CGIL, hanno retto malgrado quel bilancio fallimentare.
A tal proposito va constatato che mentre l’iscritto CGIL, lavoratore o pensionato, mantiene tutto sommato ferma la propria adesione – anche perché non vede alternative, perché è fastidioso disdettare, perché alcuni servizi il Sindacato pur li fornisce – ma trasferisce il proprio disagio nel voto politico che, appunto, nega ai partiti della sinistra e lo assegna o alle destre o al non voto. Si arrabbia con il Sindacato, ma si vendica con i partiti.
Il caso del metallurgico bresciano, una metafora, iscritto alla CGIL e che vota Lega, è emblematico.
Il fallimento della politica sindacale è perciò registrato, indirettamente, nel voto politico. Qual è la sintesi? CGIL e sinistra moderata si muovono simbioticamente. Affondano compensandosi, ma affondano insieme. Questa è la verità.almeno in questa fase.
In questa realtà si collocano i congressi della CGIL e dei DS (e anche del PdCI e di Rifondazione). Ragioniamoci. E facciamo i conti con le destre che, in questo clima –la guerra è il coprifuoco della politica- possono trarre vantaggio, e recuperare quell’immagine persa con la repressione di Genova.

2. CGIL senza bussola

Mentre il sipario si leva sul congresso della CGIL, sulla scena irrompe, appunto, il personale politico-economico delle destre. Pare una cosa naturale ma i fascisti in Italia sono al governo! A Genova li abbiamo misurati in un modo, con la Finanziaria li proveremo nell’altro.
E l’obiettivo, per i democratici, è, sempre, spazzarli via.
Il punto che ora vogliamo trattare è assai delicato e l’abbiamo anticipato anche con la metafora dell’operaio della CGIL che vota Lega (o Berlusconi). Il punto è solo questo: le destre hanno raccolto consensi, ma che sono andati ben oltre un loro possibile blocco sociale di riferimento: per le destre, e i fascisti, hanno votato lavoratori e pensionati, precari e disoccupati. Hanno sfondato socialmente. Come mai? Interroghiamoci.
Solo per le capacità mediatiche del leader della Casa della Libertà, solo per il suo populismo mendace, solo per la sua indubbia capacità nel tessere spregiudicate alleanze ad ampio spettro e, specularmente, solo per la sciatteria dei gruppi dirigenti ulivisti? Tutto ciò, non v’è dubbio, ha avuto un peso nella società eterodiretta, ma la povera gente è stata solo imbrogliata? È il quesito principale.
La risposta compete, particolarmente, alla sinistra moderata e alla CGIL. Ma riguarda anche i comunisti. E il punto è uno solo: CGIL e sinistra moderata, alla piattaforma politica ed economica delle destre, non hanno contrapposto né idee né una politica. E il lavoro, che mantiene assoluta centralità sociale, ha perso del tutto la sua centralità politica.
Berlusconi invece ha trasmesso un suo progetto (e noi sappiamo quanto reazionario sia). Le sinistre moderate, politiche o sociali, sono andate solo sul suo terreno cercando di mitigarlo o, addirittura, di anticiparlo, come con il referendum del 7 ottobre.
CGIL e DS hanno dato insomma credito al miraggio di un liberismo temperato che avrebbe presupposto il “buon capitalista”. E, pertanto, esse si sono limitate ad aspettare che, come avrebbe detto Olof Palme, “i profitti sgocciolassero verso i bisogni popolari”. Attesa vana; nulla è (ovviamente) sgocciolato, anzi, i salari sono stati sottratti ai bisogni e sono evaporati verso la sfera alta dei profitti. E i poveri sono aumentati, come ci ricorda l’ISTAT!
E votano i padroni. Il miraggio si è così dissolto. La bolla di sapone è scoppiata nell’errore catastrofico.
Ora Sergio Cofferati si erge a giudice-arbitro del Congresso dei DS, scaricando surrettiziamente sulla sola conduzione dalemiana del partito e del governo – che è stata un disastro vero e proprio – responsabilità che, in buona misura, sono soprattutto sue (della maggioranza CGIL intendiamo). Troppo facile, troppo comodo. È una fuga precipitosa dalle proprie responsabilità.
Ove la più grave di queste responsabilità risiede nel fatto che il più importante sindacato, dinnanzi all’evolversi dell’economia italiana e della sua imprenditoria, tuttora non dispone di un impianto strategico. Aspetta. Come i DS. Si adegua alle dinamiche di mercato.
La sua tattica è adattativa. Lui, l’avversario, ti fa la lotta di classe, tu non reagisci, abbozzi, rilasci interviste. Nei secondi anni 80, almeno, si mimava il conflitto; negli anni 90 nemmeno questo. Il messaggio inviato ai pensionati e lavoratori, disoccupati e precari, è perciò sconcertante. Il disarmo, la Caporetto, ma senza un Piave.
E tuttora la CGIL non dispone di approfondimento alcuno in questa che è l’era della globalizzazione e della automazione flessibile: non ce l’ha sulle trasformazioni del lavoro, sulle prospettive dell’industria, sulla competizione di prezzo e sulla competizione di qualità, sull’innovazione di prodotto, sui mercati e le guerre commerciali in corso, sui processi di internazionalizzazione passiva che squassano particolarmente l’economia nostrana. Ed è nuda, la CGIL, dinnanzi a quel che si prospetta: il keynesismo di guerra, che rilancia l’economia nel modo peggiore.
Non ce l’ha (l’approfondimento) sulle politiche delle transnazionali, non ce l’ha sull’imperialismo americano e le sue ricadute anche sui prodotti, marchi, farmaci, armi, agricoltura, informazione, consumi indotti. La CGIL è andata in fuori gioco. È in ritardo rispetto al Movimento. È in ritardo rispetto all’analisi del capitale.
C’è allora da dare battaglia. Anche al silenzio opportunista. Oltretutto, nemmeno la reticenza ed il silenzio pagano, perché non avendo un proprio progetto complessivo, il Sindacato sta subendo incursioni feroci sul suo terreno, e quindi dentro la propria base sociale, in cui vengono calate trappole e confezionati conflitti. Se non attacchi, non ti consentono nemmeno la fuga.
È confezionato, infatti, il conflitto generazionale tra i padri, cui togliere, e i figli, a cui dare. È calata la trappola dello scontro, falso, tra gli occupati garantiti e i precari indifesi. Tutto però è sempre circoscritto nella sfera dei salariati. Se il primo conflitto era funzionale alla previdenza integrativa (solo D’Alema e i suoi boys non capivano), la seconda trappola serve per ottenere maggiore flessibilità in entrata e, soprattutto, flessibilità in uscita, cancellando il famoso art.18 dello Statuto dei Lavoratori, con un plauso che sale da Fazio a D’Amato, fino a Pietro Ichino, quello che irride alla “sinistra del posto fisso”.
Solo la Lega, ricordando il ’94, ha qualche brivido. Ma il Sindacato, ripetiamo ancora, non ha una sua piattaforma. Questo è il punto. Opera in replica difensiva, quando opera. Subisce continuamente la pressione tesa a ottenere scambi orizzontali dentro i soggetti della sfera del salario, perché non è più nei suoi obiettivi l’attacco verticale alla sfera alta del profitto.
Senza una strategia, diversa dalla sola difesa, il disorientamento è totale. Senza fare lotta di classe, subisci la lotta di classe che gli Agnelli e i Tronchetti Provera, sotto l’ombrello del governo, non hanno mai dismesso.
In CGIL su guerra, movimento, progetto (e democrazia sindacale) si va a tentoni nel buioe quel che è peggio è che nessuno cerca l’interruttore della luce. Con un elemento aggravante in più: i padroni oggi hanno vinto le elezioni, la ricchezza è diventata intoccabile (è stata abolita anche la tassa di successione, si può falsificare un bilancio, si deve convivere con la mafia) e quindi la classe operaia oggi può essere sfregiata nella sua dignità, “guai ai vinti”. Ed è poi a questo padronato che, ebbene diciamolo, non serve più l’accordo del luglio ’93, che l’ha stracciato in quel di Parma con le sue proposte per lo sviluppo del Paese, poi adottate dalla Casa delle Libertà. Ma attenzione, quell’accordo viene respinto anche dai lavoratori, perché con lo sciopero, questa è la straordinaria novità, i metalmeccanici stracciano, loro, la concertazione. Di fatto, con gli scioperi e il referendum, la FIOM CGIL scrive, nel conflitto, anche una mozione congressuale diversa rispetto a quella della maggioranza che non sa far di meglio del riscrivere una modalità, appunto la concertazione, che ai padroni non basta più (il presidente di Federmeccanica dice che “la concertazione è figlia del secolo scorso”; anche lui è oltre il Novecento!), e i lavoratori, per ragioni opposte, rigettano. Forse è finita Caporetto. Forse ci attestiamo sul Piave. Riappare una fessura di speranza.
Ma le vogliamo impugnare una buona volta queste dimenticate ragioni del lavoro, questo punto di vista opposto rispetto al mercato, per recuperare quei soggetti di un blocco sociale disperso?
Tutto, o almeno molto, si riconduce a questo nel congresso CGIL. Allo stesso, però, fanno velo le “tatticuzze” delle piccole oligarchie sindacali, abituate a misurare le cose da fare con il bilancino del proprio tornaconto in termini di inquadramento. È un tasto dolente. C’è una leva, cresciuta nel “palazzo”, che si è adagiata sulla sconfitta. E ci sta comoda. Indifferente, impermeabile, alle contraddizioni.
Ne ricordiamo tre:
La prima: ma come si fa a chiedere ai DS di cambiare rotta per poi, nel congresso CGIL, ribadire proprio lo stesso tragitto che ha portato alla non difesa di salario e lavoro, così contribuendo fortemente anche alla sconfitta (proprio) dei DS?
La seconda: ma come si fa a sostenere, insieme, e lo sciopero della FIOM contro la concertazione e la riproposizione della concertazione dentro la mozione che vuole essere di maggioranza nel Congresso, o il Patto per lo Sviluppo della Lombardia? Chi ci capisce qualcosa?
Il terzo: ma come si fa, infine, a sostenere la democrazia interna al Sindacato e poi liquidare, decapitandolo pubblicamente, il Segretario generale della CGIL della Lombardia reo di avere, sulle 35 ore come sulla guerra, assunto una posizione non pedissequamente allineata nel coro? E poi, chi lo ha sostituito, si affretta a firmare con Formigoni quel patto per lo sviluppo che assume tutte le posizioni del Polo e ripropone la concertazione? È questa la democrazia? E come fa un giovane operaio, o un giovane tecnico, a fronte di queste ambiguità autoritarie, ad avvicinarsi a un sindacato in cui gli si chiede solo di cantare, da yesman, in questo coro. È così che si selezionano i quadri? Ma arriviamo all’amarissimo riscontro: quando non si individua più l’avversario di classe, il conflitto viene spostato nelle battagliette interne di organizzazione. Se però i fatti che accadono attorno a noi ci dicono di un cambiamento di fase, e ci parlano anche di una ritirata che (forse) si è fermata, alludendo a un clima nuovo anche nelle fabbriche. Ebbene, se è così, non solo serve un progetto sindacale utile per il contrattacco e per ritrovare la fiducia dei soggetti di un blocco sociale per la trasformazione, ma serve anche un forte ricambio nei gruppi dirigenti della CGIL. Ci sono dirigenti che da 10/15 anni si sono sdraiati, ritagliandosi una nicchia, nella ritirata continua, e non sanno fare altro; dirigenti che non conoscono la fabbrica e chi vi opera; dirigenti che pensano che fare politica sia rilasciare ogni tanto qualche intervista e costruire alleanze di potere con altri come loro. Necessarie sono invece idee nuove e nuovi entusiasmi. Servono gruppi dirigenti che preparino il contrattacco e facciano limpidamente la battaglia delle idee, e studino le forme nuove dell’antica lotta di classe. Giriamo pagina. Per la CGIL, e non solo.

3. È il Congresso del risveglio?

Zanussi, Telecom, le lavoratrici della Mc’Donalds, i lavoratori interinali della Ducati, l’assemblea di Milano e del Brancaccio della sinistra sindacale, gli scioperi alla Fiat. E poi i meccanici e, infine, Genova.
Forse è cambiato il vento. Forse è il Piave. Abbiamo questa percezione della fase in corso. Con prudenza la registriamo. Se essa ha fondamento, anche il congresso della CGIL dovrà saper sviluppare un ragionamento, un progetto, che vada oltre la difesa. Può essere il Congresso di quel risveglio che spesso abbiamo invocato e che, oggi, attraverso quei segnali concreti, si può configurare. Riuscirà la CGIL a cogliere l’attimo? C’è però, anche esistesse questa volontà (che non vediamo nella attuale maggioranza) un limite da superare.
La Confederazione è già di per sé una struttura massiccia, strutturata pesantemente, ma ha anche perso i sensori, i terminali dei luoghi della produzione, del sapere, della distribuzione. Questo il limite. Non c’è la comunicazione di ritorno.
La CGIL rischia perciò di discutere di cose e organigrammi, mentre, attorno alla sala congressuale ne possono succedere altre. In verità questo è già accaduto. Ma si rimediò.
Il Congresso del ’68, ad esempio, fu impermeabile ai fermenti in avvicinamento dai “campus” degli USA e dalle scuole francesi.
Alle spalle di quel Congresso c’erano stati anni e anni, prima di sconfitte brucianti, (il culmine fu il ’56 alla Fiat) interrotte dalle lotte degli elettromeccanici nei primi anni ’60, poi seguiti da una tregua sociale. Ma la CGIL del vecchio Novella seppe correggere il tiro. Seppe ascoltare. Ora come allora?
È un’analogia forzata, ma come nel ’69 entrò in fabbrica “il maggio francese del 1968” – che divenne Statuto dei Lavoratori, Consigli dei delegati, prove di unità sindacale- così oggi può entrare, in un mondo del lavoro ben diverso, il soffio delle lotte alla globalizzazione, il processo antiliberista visto dal lavoro e dai suoi soggetti. Importantissimo. Questa sarebbe per davvero la svolta.
Così come, quel soffio, può entrare nelle scuole per un autunno di conflitto. E, come allora i metalmeccanici uniti ebbero un ruolo decisivo nello scontro con i padroni (e il contratto fu firmato a Natale del ‘69 con la mediazione fondamentale del ministro Donat Cattin), così lo possono avere oggi, seppur divisi e con Maroni al Lavoro, se riescono a saldare i problemi immediati della fabbrica, a partire dal salario, ai problemi e ai ricatti da respingere di una globalizzazione (che questi problemi li presenta proprio a loro, ai “produttori”).
Questa saldatura, anticipata in semilavorato dalla FIOM -che vede, a Genova, una soggettività antiliberista che scende in campo contro le vecchie e nuove brutture del capitalismo, le vecchie e nuove alienazioni, che si interconnette con una nuova generazione di operai che respinge la crisi sindacale, e che si battono per salario, contratto e dignità, contro la precarizzazione selvaggia, l’insicurezza, gli infortuni, tutto questo presenta l’ipotesi di un nuovo “blocco sociale” che lotta per la trasformazione. Almeno in embrione ma, interessantissimo: si affaccia un nuovo proletariato.
La FIOM c’è in questa ipotesi di saldatura, che ha in sé, è vero, il rischio dell’isolamento, e ci sono alcune Camere del Lavoro, ci sono pezzi di categorie, c’è la sinistra sindacale. Ma è una saldatura tuttora annunciata, non compiuta. Eppure a Genova proprio questo si è voluto colpire. Questo è il punto, e dobbiamo farlo emergere.
Ancora un’analogia; 19 novembre 1969, autunno caldo, sciopero generale sulla casa, prove generali d’unità tra operai e impiegati, tra lavoratori e studenti. Dal teatro Lirico di Milano sciamano a migliaia i lavoratori, escono da una grande assemblea in cui avevano parlato loro i segretari generali del tempo, di CGIL, CISL, UIL. La Celere attacca, vuole spezzare quelle prove di unità. Negli scontri muore l’agente Annarumma. Scatta la strategia della tensione e, il 12 dicembre, ci sarà Piazza Fontana.
21 luglio 2001: manifestazione contro i G8 a Genova, il giorno prima è stato ucciso Carlo Giuliani. Una “nuova” Celere attacca l’immenso corteo, vuole spezzare questa saldatura, questa ipotesi di blocco sociale che può lottare per la trasformazione.
Sono passati 32 anni, nel ’69 le sinistre avanzavano nella società, oggi possono rialzare la testa. Questo ancora è il punto, lo ripetiamo. Lo stesso in contesti assai diversi.
Se il Congresso CGIL coglie, non tanto le analogie imperfette, quanto la complessità del presente, può essere il Congresso del risveglio. Se non fosse in grado di percepirlo, gli eventi possono passare sulla testa di un’organizzazione di massa non al passo con la fase e si ritorna al grande gelo. E alla mortificazione della massa. Con gli effetti che abbiamo già misurato nel decennio alle spalle. O peggio. Perché la guerra aggrava ogni cosa.
Necessario, perciò, è che il Sindacato sia in grado di offrire, (prima di tutto alle nuove generazioni che si affacciano alla politica e poi al movimento contro la globalizzazione, che è “movimento presbite”), un proprio contributo concreto e autonomo.Questo rafforzerebbe il movimento, che tende a parlare molto di consumo e poco di produzione e lavoro. E, specularmente, il movimento, indicando le cause del nuovo sfruttamento, impedirebbe chiusure autarchiche o corporative.
Dice bene Mario Agostinelli (che non citiamo a caso: è la vittima di Cofferati): “Solo oggi si richiude, su scala planetaria, quel cerchio tra produttori e consumatori che il fordismo aveva stabilito a scala ridotta nei paesi industrializzati e che la fase della globalizzazione degli anni ’80 aveva scisso in consumatori atomizzati dei paesi ricchi e produttori senza diritti e sfruttati nei paesi poveri. Quando però ci si rende conto che ci può essere un altro modo di consumare, si conclude che ci deve essere un altro modo di produrre. Qui sta il terreno più fertile di incontro tra produttori e consumatori e tra forze organizzate”.
Questo può essere il valore aggiunto che un Sindacato porta al movimento, assumendone, in ritorno, una spinta formidabile che strappi la lotta operaia dalla deriva, corporativa nei salari e autarchica nei prodotti.
In buona sostanza, con questo approccio, le idee di un sindacato darebbero impulso al movimento. E, reciprocamente, il movimento ritornerebbe credibilità al sindacato. Ma bisogna che le abbia queste idee, il sindacato. Perché è un punto che sta nella bella tradizione della CGIL, ma che “questa” CGIL ha abbandonato. Qui dobbiamo essere chiarissimi.
Quel che faceva forte la Confederazione Generale del Lavoro, era la scelta di civiltà, e il conseguente modello di società per cui essa si batteva. Era il progetto. Reso esplicito, questo faceva capire l’essenza del conflitto che ne derivava, talvolta aspro sino alle conseguenze estreme (Reggio Emilia, Avola, Battipaglia). Ma quando appare il progetto, ed è ricco di civiltà, è chiaro che la violenza è solo “la loro”. Ma il progetto deve apparire. E oggi non c’è, è l’adattamento alle dinamiche mercantili.
È la frontiera da riconquistare, una “linea rossa” da riattraversare, con o senza artifizi simbolici.
Il lavoratore in carne ed ossa, in Italia e in Europa, ritorni così ad essere il protagonista di un progetto “forte e attuale” e, nel progetto, si senta vicino, fratello, del lavoratore schiavo, militarizzato delle aree franche del Sud del mondo. In una moderna riscrittura dell’antica unità dei proletari.
Per la CGIL, se essa non ripiega in logiche interne, e se fa scattare per una volta quell’autonomia che la fece forte dal 68 in poi, e poi abbandonata, debole dopo la sconfitta sulla scala mobile, c’è un sogno da realizzare: quello di rimettere in circolo, aspetti della Global March contro il lavoro minorile, delle marce europee per il lavoro, del Forum di Porto Alegre. Rimettere in circolo nel mondo del lavoro elementi di cambiamento che provengono dall’ambiente, dalla solidarietà tra i popoli, dall’uso dei beni comuni come sono l’acqua e il petrolio, dalla differenza di genere e dai diritti dei paesi poveri. Insomma si tratta di fare proprio il movimento, metterlo a valore.
Questo dovrebbe essere il cuore del progetto, la base e di una resistenza non passiva e di un contrattacco per il quale vanno costruiti consensi.
Questa ancora è anche la “concreta utopia” di cui un sindacato, se di classe e di massa, un sindacato internazionalista e proletario, deve farsi portatore. Ora come allora.
Poi esistono, e concludiamo, le questioni di merito. Ma in quel contesto. Ne richiamo quattro delle tante che non riprendiamo (dalla rappresentanza al salario sociale, dalla Tobin Tax alla democrazia).
Quattro idee che devono costruire un insieme non separabile a base di una vertenza generale di fuoriuscita dal disgelo. A premessa del tutto è il no alla guerra.
Le quattro idee:
1) Il salario, che va difeso. Domandiamoci: è una bestemmia, in tempi di euro e d’inflazione bassa, rivendicare un vero meccanismo di indicizzazione oltre a difenderne il salario con la contrattazione? Nel rivendicarlo, avremmo o no consensi?
2) Il posto di lavoro sia a tempo indeterminato. Perché siamo così reticenti, anche a sinistra, nel rivendicare il “posto fisso”, pur con tutte le modalità e le articolazioni di avvicinamento che questo comporterebbe? Abbiamo questa percezione controcorrente: “La stragrande maggioranza dei giovani vuole un lavoro stabile, un punto di riferimento certo per costruire il proprio futuro.” Hanno ragione.
3) Il contratto nazionale va tutelato contro ogni federalismo che porterebbe, anche in Italia (già gli effetti perniciosi appaiono in taluni contratti d’area), a quelle “aree franche”, liberalizzate dal sindacato e presenti in Corea del Sud e Skri Lanka, ma anche nell’Inghilterra della “lady di ferro” dopo la sconfitta dei minatori.
4) La formazione permanente in ogni luogo di lavoro. Siano le nuove 150 ore dedicate ai processi produttivi per impedire, in raccordo stretto con le lotte studentesche, che il lavoratore e quello che lo diventerà, siano solo creta molle nelle mani del padrone.

L’ultimo pensiero è per Rifondazione. Se un tempo si sosteneva che, nella CGIL, si andava già a configurare quell’unità delle sinistre che poi si divaricavano nella politica corrente, e cercavamo in CGIL di salvaguardare quella prospettiva di unità (che aveva cento contraddizioni), ebbene oggi nella sinistra sindacale ci sono gli elementi di quella sinistra di alternativa che, con la sinistra plurale, è un cardine della strategia del partito Comunista. Questa strategia oggi può prendere slancio dal movimento (se il movimento regge al colpo d’ariete della guerra)
Anche per questo guardiamo con interesse al congresso della Confederazione Generale del Lavoro. Per un’affermazione della sinistra sindacale, per un sindacato di massa e di classe.