Cgil: il dovere di proseguire la lotta

Quando a Parma, nel marzo dello scorso anno, Confindustria presentò quelle “azioni per la competitività” che sarebbero diventate parte predominante del programma del futuro governo di centro destra, chi si prese la briga di leggere la “bibbia” padronale si rese conto che una fase diversa si stava aprendo.
Una fase che, messa in soffitta la politica della concertazione, aveva tra i suoi obiettivi primari la riduzione del sindacato a “controparte” compiacente, la trasformazione definitiva dei lavoratori in merce, un mondo del lavoro ed una società funzionali solo al profitto ed all’impresa, la demolizione dello stato sociale.
Il banco di prova di questa “innovazione” nei rapporti è stata la trattativa per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro del settore metalmeccanico.
Era sotto gli occhi di tutti ma, inizialmente, solo il gruppo dirigente della Fiom si rese conto che due principi generali erano in gioco: il contratto nazionale di lavoro come strumento per cui a parità di lavoro corrisponde parità di salario e di diritti, al nord come al sud, per il giovane lavoratore come per il lavoratore “anziano” e il fatto che l’impresa debba trattare con i rappresentanti dei lavoratori democraticamente eletti e non possa scegliere, di volta in volta, l’interlocutore maggiormente disponibile ad accettare i suoi diktat.
Per la Fiom, siglare l’accordo del 3 luglio 2001, che i lavoratori non avevano avuto l’opportunità di approvare, avrebbe significato cedere al ricatto dell’impresa su un nodo di fondo: quello della democrazia dentro e oltre i luoghi di lavoro.
La Fiom non firmò, riannodando con i lavoratori il filo di un rapporto e ribadendo l’essenza stessa del sindacato: l’essere espressione del mandato dei lavoratori.
Quasi in solitudine si arrivò allo sciopero generale dei metalmeccanici del 6 luglio.
La riuscita delle manifestazioni che si svolsero in tutta Italia e, soprattutto, la presenza combattiva e determinata di una nuova generazione di lavoratori (ben poco turbata dall’idea che una rottura si fosse prodotta tra le sigle sindacali ma assai convinta del valore della lotta intrapresa) trasformò quella che molti, anche a sinistra e nel sindacato, avevano dipinto come una battaglia residuale e particolare in una rivendicazione generale.
C’è stata Genova, poi, tappa importante di un percorso che, da Porto Alegre 1 ad oggi, ha visto l’apertura e la prosecuzione di un dialogo tra la Fiom e quel movimento che, per primo, aveva avuto la forza di affermare “un altro mondo è possibile”.
La guerra in Afghanistan. I duecentomila della Perugia-Assisi “senza se e senza ma” contro quella guerra. I metalmeccanici di nuovo in Piazza a Roma, in tanti, il 16 novembre 2001 con la sola Fiom.
E poi via via, in un susseguirsi di moti di ribellione più o meno spontanei, aiutati dall’arroganza e dalla cecità di una compagine governativa e padronale desiderosa di stravincere, di cancellare qualunque forma di dissenso, di dividere e ammaestrare il sindacato, di ridurre in solitudine i lavoratori.
Nel febbraio di quest’anno, il Congresso nazionale della Cgil, il cui dibattito si era svolto sulla base di due documenti che si differenziavano nettamente rispetto al giudizio sul recente passato (guerra, concertazione, politica dei redditi, ecc.), si è concluso con la comune consapevolezza della pericolosità della fase.
Sui quattro giorni del Congresso di Rimini, come uno spettro ha aleggiato lo sciopero generale. Sulla necessità che si arrivasse alla sua proclamazione comunque, anche a costo di “rompere” con una Cisl ed una Uil allora a dir poco reticenti, si è incentrato il dibattito e, anche all’interno della sinistra sindacale, si sono registrate differenze.
L’arroganza con cui Governo e Confindustria hanno ribadito la loro volontà di cancellare quell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori assunto a simbolo della battaglia contro le deleghe e il libro bianco, ha posto fine agli indugi.
Il Congresso della Cgil si è concluso con un documento che recita: “La Cgil propone a Cisl e Uil di realizzare un programma di iniziative e di lotte sindacali, sino alla proclamazione dello sciopero generale per conquistare quegli obiettivi di fondo sui quali milioni di lavoratrici e di lavoratori italiani si sono mobilitati in queste settimane. (…). La Cgil è pienamente consapevole del valore e della forza che deriva dall’azione unitaria del sindacato e lavorerà per confermare e rafforzare questa condizione. La Cgil è consapevole, non di meno, che sono in gioco i diritti fondamentali individuali e collettivi dei lavoratori e, con essi, l’effettiva possibilità che questi vengano esercitati con efficacia tramite i loro sindacati; per queste ragioni la Cgil non può che esercitare la propria autonomia di giudizio e di azione per realizzare quei cambiamenti irrinunciabili dei provvedimenti del Governo”.
In sintesi: se non ci saranno le condizioni per proseguire unitariamente una lotta che passa anche per lo sciopero generale, la Cgil lo farà da sola.
Questa decisione (che vale a maggior ragione oggi) viene accolta con fastidio dalla sinistra moderata e con approvazione da una sinistra alternativa che, dopo aver appoggiato con convinzione la lotta dei metalmeccanici, aveva seguito il dibattito della Cgil con scarsa attenzione.
Il 23 marzo, a Roma, una folla immensa accoglie l’appello della Cgil e si schiera a favore dei diritti del lavoro in quella che viene definita “la più grande manifestazione della storia repubblicana”.
Quel giorno è successo qualcosa che va oltre una manifestazione riuscita, oltre i numeri.
Per troppo tempo molti, anche a sinistra, hanno ipotizzato e si sono trastullati con la bugiarda teoria della fine del lavoro.
E proprio quel lavoro, lungi dallo scomparire, è diventato elemento unificante di un vasto ed eterogeneo movimento. E proprio in nome dei diritti del lavoro il Circo Massimo si è riempito di lavoratori, ex lavoratori, futuri lavoratori.
Il 23 marzo a Roma c’era chi aveva manifestato il 6 luglio in molte piazze d’Italia e chi aveva tacciato di avventurismo la Fiom; chi era stato a Genova e chi non pensava affatto a un altro mondo possibile; chi aveva detto No alla guerra quando le bombe cadevano su Belgrado e chi considerava quella guerra giusta, oppure una “dolorosa ma necessaria”.
Il 23 marzo ha costretto anche chi, in Cgil, nella Cisl come nella Uil, era convinto di poter proseguire come se nulla fosse accaduto, a fare i conti con un movimento di opposizione reale e nuovo. Un movimento che certo si contrappone a questo governo, che certo interroga i vertici di sinistra e centro sinistra, ma che rivendica anche un rapporto diverso con il sindacato.
Il 23 marzo ha dato ragione a chi, cocciutamente e in solitudine, aveva capito che il 3 luglio (data dell’accordo separato dei metalmeccanici) la posta in gioco era ben più alta di una manciata di lire ed aveva scommesso sulla capacità dei lavoratori di superare l’amarezza del passato e di tornare protagonisti.
Il 23 marzo, quel che i lavoratori metalmeccanici avevano tentato di dire con l’adesione allo sciopero della sola Fiom è diventato tratto comune: il bionomio mancanza di unità sindacale = isolamento si è trasformato in capacità di reazione alle ingiustizie = consenso.
Questo segna un cambio di fase: dall’isolamento all’affermazione forte della volontà di avere voce, di esistere come soggetto collettivo; dall’impossibilità di incidere alla richiesta di decidere; dal silenzio dei singoli all’azione di una classe.
Il 23 marzo, il movimento contro questa globalizzazione e un nuovo movimento operaio si sono mescolati ed hanno lanciato un segnale forte ai gruppi dirigenti del sindacato ed alla sinistra politica.
Il nodo, ora, è se quel segnale verrà raccolto. Se la Cgil, anzitutto, saprà uscire da logiche interne sclerotizzate, se saprà fare i conti davvero con quel che ha contribuito a mettere in moto, se permetterà che l’entusiasmo e la passione scardinino prassi burocratiche svilenti e asfittiche, se si lascerà contaminare da questo nuovo protagonismo.
Dopo anni di sconfitte, di accondiscendenza, di rassegnazione, dopo appelli all’unità tra le confederazioni che mascheravano l’incapacità di reagire ad una imposizione (il 31 luglio del ’92 sulla scala mobile, ad esempio), dopo che per troppo tempo l’unica voce in campo è stata quella dell’impresa, oggi forse ci sono le condizioni per contrapporsi all’arbitrio di un padronato che si sta dimostrando incapace, oltre che violento.
Confindustria, in questi giorni, è riunita a Parma per delineare le proprie mosse future.
Mostrano i muscoli, gli impreditori italiani, ostentano nonchalance per lo sciopero generale, applaudono le più scontate affermazioni di forza, inneggiano a Margaret Thatcher, e forse non si sono accorti che il suo successore, Tony Blair in queste ore, deve fare i conti con gli scioperi dei ferrovieri che chiedono aumenti di stipendio, dei lavoratori delle poste che protestano contro le privatizzazioni, degli insegnanti.
Non è un’immagine di invincibilità, di modernità, di capacità di innovazione quella che esce da Parma, semmai è la fotografia di un fallimento.
Si sono sbagliati gli imprenditori nostrani: hanno tentato di galleggiare nel mare della globalizzazione con barchette di carta; hanno privilegiato la competizione sui costi, non hanno investito in ricerca e progettazione e hanno perso; sono stati costretti a vendere i brevetti ed i settori ad alta tecnologia, poi si sono accorti che non bastava, si sono indebitati, hanno smembrato le aziende e ceduto le parti più qualificate. È così che la Fiat, da fabbrica di media tecnologia con un processo produttivo complesso e completo si è trasformata in un mosaico di settori di cui, giorno per giorno, vengono venduti quelli che “tirano”.
È una classe imprenditoriale miope ed aggressiva quella riunita a Parma, una classe imprenditoriale che ha perso non, come insiste nell’affermare, a causa della rigidità del mercato del lavoro, delle eccessive garanzie dei lavoratori, dell’intransigenza del sindacato ma per incapacità propria di analisi, perché privilegiando le speculazioni finanziarie a breve si trova oggi priva di prodotti di qualità.
Travolti dai propri errori i padroni italiani insistono sulla stessa strada: non possono essere competitivi sulla qualità dei prodotti, cercano di esserlo abbattendo i costi del lavoro.
Così il sindacato, la Cgil in particolare, che pure negli anni passati non si era opposta strenuamente alla politica liberista ma aveva, semmai, sposato una linea che tendeva a mitigarne gli aspetti più devastanti, diventa oggi, agli occhi dei fini strateghi riuniti a Parma, l’ostacolo da rimuovere, l’unico argine al totale comando dell’impresa.
Dopo aver teorizzato la fine del lavoro, i padroni oggi si scagliano contro la soggettività dei lavoratori e contro chi li rappresenta.
Ma l’abbaglio, anche a sinistra, sulla fine del lavoro come conseguenza del cambio dell’organizzazione del lavoro fordista, le sconfitte subite dal movimento dei lavoratori, l’accelerazione con cui i processi si sono svolti a livello mondiale, hanno avuto come conseguenza un ritardo di analisi sulla trasformazione del mondo del lavoro e sulla nuova concentrazione dei poteri all’interno dell’impresa.
Recuperare parole e strumenti per ritornare ad accedere ai luoghi ed ai momenti di decisione da cui, come sindacato, siamo stati estromessi: è questo che dobbiamo cercare di fare, a partire dalla ricostruzione del ciclo di produzione delle merci e dei servizi, della conoscenza dei punti di decisione e della nuova gerarchia dei poteri. Per farlo sono necessarie nuove pratiche sindacali ed esperienze contrattuali che intervengano sull’organizzazione del lavoro.
Fino a poco più di un anno fa non si poteva neppure parlare di rapporti di forza tra lavoratori ed impresa: era il pensiero unico a trionfare.
Oggi il quadro si è modificato radicalmente: i lavoratori hanno riacquistato una identità; il 23 marzo ha dimostrato che si può resistere; si ricomincia a parlare di estensione dei diritti laddove non ci sono anziché della loro cancellazione, persino usando lo strumento del referendum.
Lo sciopero generale unitario del 16 aprile contro le deleghe non era scontato.
Le risposte che, dopo la sua proclamazione, ci sono giunte dai luoghi di lavoro ed i segnali di adesione che sono arrivati da settori tradizionalmente poco sindacalizzati e dalla galassia dei lavoratori più giovani, precari, maggiormente ricattabili, ci dicevano che il clima è cambiato davvero.
La clamorosa astensione dal lavoro, che nelle grandi fabbiche ha toccato punte del 100% (tanto che la dirigenza Fiat è stata costretta ad ammettere percentuali di sciopero mai registrate nelle proprie aziende), che ha coinvolto anche i lavoratori delle piccole imprese e quelli con contratti cosiddetti “atipici” e le imponenti manifestazioni di piazza sono la conferma che le ragioni della nostra lotta hanno intercettato un bisogno diffuso.
L’imperativo di oggi è impedire che deleghe e libro bianco si traducano in realtà. In questo senso il 23 marzo e il 16 aprile non possono che essere l’inizio di una lunga fase di mobilitazioni che possono prevedere anche un altro sciopero generale.
Ma poi è necessario un lavoro di più ampio respiro, per ricostruire un vocabolario che ci hanno rubato, per dare contenuti nuovi a parole che sono nostre ma che non possono avere lo stesso significato del passato.
“Rivoluzione”, ad esempio, sia nella sfera sociale e politica che in quella scientifica e culturale ha sempre indicato mutamento radicale, trasformazione, cambiamento, aventi come scopo il miglioramento delle condizioni di vita delle donne e degli uomini.
Secondo il Sole24Ore (che del termine fa ampio uso), la “rivoluzione” può essere di volta in volta tecnologica, informatica, ecc. ma deve comunque incrementare i profitti delle imprese ed essere congeniale alla concentrazione del potere. Niente male come distorsione.
E così pure “moderno”, che altro non significa se non attuale, del tempo presente, è diventato sinonimo di precarietà, flessibilità, insicurezza. E con il termine “conservatore”, con cui storicamente veniva definito chi si opponeva ai mutamenti, chi tendeva al mantenimento di una situazione data, oggi viene appellato chi tenta di modificare il reale in una direzione di “progresso” (altra parola di cui dobbiamo riappropriarci).
Ci avevano detto che nuove tecnologie, macchine più “moderne”, processi “rivoluzionari”, sistemi di produzione “innovativi”, avrebbero permesso alle donne e agli uomini di lavorare meglio, con meno fatica, di lavorare meno.
Su questo nodo abbiamo sbagliato anche noi, sinistra sociale e politica. Abbiamo sbagliato perché non abbiamo saputo governare quei processi, non abbiamo saputo imporre che fossero i lavoratori il soggetto che prioritariamente beneficiasse dei mutamenti.
E quei mutamenti, sempre più veloci e da noi incontrollati, si sono tradotti in un peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, intervenendo soprattutto sulla misura attorno cui tutto ruota: il tempo.
Un tempo di lavoro che si dilata, che erode il tempo di non lavoro fino a includerlo, a condizionarlo totalmente senza nemmeno remunerarlo: cosa è il moderno job on call (lavoro a chiamata), se non un tempo di vita che si trasforma in attesa di un possibile tempo di lavoro?
E quel tempo di lavoro che si estende viene scandito da ritmi sempre più veloci, da pause sempre più ridotte, da azioni tanto ripetitive e frammentate da far perdere al lavoratore il senso di quel che sta facendo.
E questa perdita di senso, questa estraneità al processo complessivo, questo non sapere quasi cosa si sta producendo e come, è foriero di alienazione, frustrazione, solitudine, impedisce la crescita di coscienza, la trasmissione della memoria e trasforma il lavoratore in merce. Sì, perché una donna, un uomo che si occupano di un minuscolo tratto del processo, che non conoscono cosa venga prima e cosa dopo, sono facilmente sostituibili, costituzionalmente ricattabili, non hanno alcun potere.
Se questo è il nodo, è lì che dobbiamo intervenire. Sul tempo di lavoro e sui suoi ritmi. Sulla frammentazione del processo e sulla conoscenza. Sul nesso tra conoscenza, sapere e potere contrattuale e decisionale. Sul rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita.
La Cgil aveva deciso, a conclusione del suo congresso del 1996, di assumere la riduzione dell’orario di lavoro come battaglia di civiltà. Nulla poi è seguito. Forse è giunta l’ora di riprendere quel grande tema e di riaggiornarlo. Così come forse è il caso di rivedere anche quello della formazione, ormai totalmente funzionale all’impresa.
Sicurezza del posto di lavoro, condizioni di lavoro non pericolose, ritmi non alienanti, conoscenza del processo complessivo, possibilità di acquisire e socializzare il sapere, in un tempo di lavoro che abbia un inizio, una durata ridotta, una conclusione certa, sono gli anelli della catena da ricostruire.
Da lì, da quelle condizioni nuove che si tengono l’una all’altra, potranno discendere rapporti di forza che consentiranno ai lavoratori e a chi li rappresenta di interloquire con l’impresa ad armi pari, intervenendo sulle scelte, decidendo sulle politiche ed avanzando proposte.
Dalla conoscenza del cosa e come si produce, si può passare al cosa e come si consuma, al come quel che si produce e si consuma impatta con l’ambiente, condiziona la vita, ipoteca il futuro. E qui, la convergenza tra il movimento operaio e il movimento che critica questa globalizzazione diventa oggettiva.
La Cgil non ha ancora iniziato seriamente questa riflessione. I fenomeni in atto non hanno che sfiorato i gruppi dirigenti del sindacato, non hanno ancora scalfito le dinamiche che regolano i loro rapporti, i meccanismi di funzionamento dell’apparato.
La sfida interna al sindacato, allora, non attiene più alle tesi contrapposte con cui si è giunti al Congresso, ma ad una autoriforma della macchina burocratica che deve prevedere come principio la democrazia nei luoghi di lavoro.
La Fiom prima, la Cgil nel suo complesso poi, hanno avuto il grande merito di riunire attorno alle questioni del lavoro, un grande movimento. Ora la Cgil ha il dovere di non deludere la richiesta di nuovo protagonismo che quel movimento avanza, pena una pesante crisi di rappresentanza sociale.
Abbiamo corso il serio rischio che i lavoratori, lasciati soli, per sopravvivere si identificassero con l’impresa e, fino a poco tempo fa, sembrava impossibile mettere in campo e reggere uno scontro sociale come quello in cui ci troviamo.
Potremmo perdere. E allora, davvero, la sconfitta sarà pesante e duratura.
Ma la consapevolezza, la determinazione, la passione di questi giorni ci dice che potremmo anche vincere.
Questa è una grande novità e può essere una straordinaria opportunità.