Cgil: cambiare rotta

L’ultimo Congresso nazionale della Cgil si concluse con l’indicazione di quattro obiettivi, considerati prioritari e sui quali impegnarsi da lì al 2000: riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore; unità sindacale; autonomia dalle forze politiche e dai governi; una politica dei redditi tesa alla difesa del salario reale.

Nel luglio del ‘93, era stato sottoscritto quel patto che avrebbe dovuto stabilire un sistema duraturo di relazioni tra imprese e sindacato per difendere la busta paga con due livelli contrattuali (il contratto nazionale e la contrattazione aziendale). La vigilia di un nuovo congresso deve anzitutto essere l’occasione per fare un serio bilancio: nessuno degli obiettivi decisi dai vertici della più importante organizzazione dei lavoratori è stato raggiunto. Non solo la legge sulle 35 ore non è stata mai approvata, ma nulla è stato fatto perché la riduzione d’orario si ottenesse attraverso i contratti nazionali di lavoro. Cgil e Cisl non sono mai state, idealmente e strategicamente, tanto distanti. In compenso, di una cosa si sono accorti i lavoratori: che quando nel 1994 il Governo Berlusconi tentò di tagliare le pensioni, il sindacato organizzò a Roma una grande manifestazione con un milione di persone e le pensioni non vennero toccate; il governo di centro sinistra lo ha fatto (nell’industria, solo dopo quarant’anni un lavoratore può andare in pensione e con una cifra che corrisponde a metà del suo stipendio) e non è successo nulla. Infine, i salari hanno perso il 5% del loro potere d’acquisito rispetto all’inflazione reale e quel patto del ’93, che pure ha svolto la sua funzione di conferma dei due livelli contrattuali, appare ormai inadeguato e superato. Basterebbe questo per dichiarare che la Cgil sta attraversando una crisi profonda. Ma negli ultimi anni, ad un sindacato confederale debole quando non assente, ha corrisposto un’impresa che guadagnava terreno, anche all’interno di quel mondo che pure ha bisogni contrapposti ai suoi. La politica ha regole implacabili: vince, chi è in grado di occupare il vuoto lasciato dall’avversario. E di spazio libero, sinistra e sindacato, ne hanno lasciato molto. A poco serve parlare di globalizzazione dell’economia, di internazionalizzazione del mercato, così come è sterile riconoscere che il lavoro e la sua organizzazione complessiva si sono radicalmente modificati, se alla puntuale analisi sul mondo che cambia non corrispondono l’indicazione di progetti ed azioni che sappiano evocare un’idea di società alternativa a quella che finanza e impresa, tanto efficacemente, sanno disegnare e la stesura di piattaforme in grado di incidere sulle questioni che più direttamente toccano i lavoratori: precarietà, salario, orario. Rapporto: “Relazione tra persone o fra persone e organismi sociali”. Così recita il dizionario, senza aggiungere, ma sta nelle cose, che se un rapporto non si alimenta, non si invera, non si rinnova quotidianamente la “relazione” perde l’anima e, a poco a poco, si esaurisce.

Questo in parte è già accaduto: il filo che per lungo tempo ha legato i lavoratori e la loro principale organizzazione si è sfilacciato; da una parte è venuta meno la capacità di “sentire” bisogni e tensioni reali, dall’altra la fiducia nella possibilità di migliorare, con una azione collettiva, la propria condizione. È una strada pericolosa, continuare a percorrerla sarebbe suicida.

Rassegnazione e solitudine, quando non adesione, in qualche modo forzata, a volte convinta, al pensiero dell’impresa: questo si respira oggi nei luoghi di lavoro. E senso di colpa, anche, per garanzie e tutele frutto di grandi lotte: “togliere diritti ai padri, per dare opportunità ai figli” è la negazione di ciò per cui ci si dovrebbe battere, cioè l’estensione di garanzie a chi non ne ha, eppure l’idea è passata nell’immaginario collettivo, dentro e fuori fabbriche ed uffici, sostenuta, in particolare dagli ultimi governi di centro sinistra. Senso di impotenza, assenza di un interlocutore forte in chi ti rappresenta: da qui nascono il patto separato di Milano (che la Cgil non ha firmato), che sancisce l’esistenza di due categorie di lavoratori, una di serie A, l’altra di serie B (ovviamente, quegli immigrati di cui, improvvisamente, il mercato si accorge di non poter fare a meno, stanno lì); contratti nazionali e patti territoriali che accettano trattamenti differenziati (doppi regimi normativi e salariali) tra giovani e anziani e tra Nord e Sud; l’estensione del lavoro notturno alle donne, in nome di europee pari opportunità; il job on call (lavoro a chiamata) della Zanussi, definizione moderna per un vecchio “rapporto di lavoro”, il caporalato. In sintesi, le condizioni di lavoro e di vita sono peggiorate: disoccupazione (in particolare al Sud), lavoro sempre più flessibile, precario, ricattato, mentre il tasso di produttività aumenta; salute e integrità fisica minacciate; orari che si prolungano e un rapporto tra tempo di lavoro e di vita sempre più a discapito del secondo. Dalla sfiducia nel sindacato e nei partiti di centro sinistra nasce anche la scarsa partecipazione al voto di quel popolo che pure, per anni, di queste organizzazioni si è sentito parte. E dalla perdita di identità, dall’annebbiamento della memoria e dei valori esce anche la guerra, “umanitaria e necessaria”. Di fronte ad un quadro tanto drammatico, è indispensabile sciogliere un nodo ed urgente rispondere ad una domanda: bisogna continuare sulla strada praticata negli ultimi anni, oppure è necessaria una correzione netta di rotta e di prassi? E, ancora: da dove partire per modificare radicalmente linea e obiettivi? Provo a rispondere, e vorrei che la Cgil tutta ci tentasse, senza pericolose rimozioni, controproducenti furbizie, irrigidimenti “conservativi” e, soprattutto senza criminalizzazioni del dissenso e veti. Le condizioni concrete delle lavoratrici e dei lavoratori ci impongono una ripresa dell’iniziativa e del conflitto. Da lì, dalla reale situazione che si vive nelle fabbriche e negli uffici, bisogna ripartire, con uno scatto d’orgoglio, per battere la sfiducia, riallacciare un dialogo, riconvincere noi stessi e chi rappresentiamo che il mondo che l’impresa tanto pervicacemente descrive e desidera non è l’unico mondo possibile e che, insieme, alcune battaglie non si possono solo condurre ma, in alcuni casi, si possono persino vincere. Pena, la subalternità al pensiero unico liberista.

Nel luglio di quest’anno, i 13.000 lavoratori della Zanussi, chiamati a decidere con il voto sull’accordo separato tra Fim-Uil e azienda, cui la Fiom si è fermamente opposta hanno, nettamente, bocciato quell’accordo. La partecipazione al voto è stata altissima (l’80 %), altrettanto alto è stato il numero di lavoratori (il 70 %) che ha detto no: al lavoro a chiamata – cioè ad un contratto a tempo indeterminato che prevedeva la possibilità per l’azienda di “chiamare” un lavoratore con 72 ore di preavviso, costringendolo a passare il suo tempo nell’attesa, e facendolo poi lavorare, da un minino di 500 ad un massimo di 1600 ore all’anno in fasce orarie, giorni e mansioni decise arbitrariamente; no all’aumento della fatica – nell’accordo, infatti, si chiedevano incrementi dell’intensità della prestazione lavorativa mentre la produttività recuperata con gli investimenti, anziché essere redistribuita, rimaneva nelle mani dell’azienda; no ad un salario legato ad indici incomprensibili e differenziati tra giovani ed anziani. Insomma, i lavoratori della Zanussi hanno alzato la testa, hanno detto basta.

Di questo il Congresso della Cgil deve tenere conto e, anche per questo, il suo gruppo dirigente deve decidere se introdurre una discontinuità della linea fino ad oggi seguita oppure no. Oggi, come una litania, si ripetono parole come concertazione: senza una valutazione dei reali rapporti di forza; politiche dei redditi, senza guardare alla reale dimensione del potere d’acquisto del salario; solidarietà, senza vedere il disastro che il precariato sta creando tra le nuove generazioni. A questa continuità, di prassi e di linguaggio, è necessario contrapporre un piattaforma per cambiare rotta, restituire consapevolezza e passione, recuperare i lavoratori alla partecipazione, ridare loro il senso del proprio valore.