Cento (Ferrara) – 21 Aprile

Conclusioni di Fosco Giannini

( Questa è la trascrizione delle conclusioni fatte “ a braccio” dal compagno Fosco Giannini, “sbobinate” con grande fatica dalle compagne e dai compagni di Ferrara, che ringraziamo. La forma linguistica che ne consegue, dunque, non è di certo quella tersa e lineare di un intervento scritto, n.d.r.)

La cosa con cui inizio questo mio intervento non l’ho letta da nessuna parte, me l’hanno soltanto raccontata.

La cosa che un compagno del PCI mi raccontò è la seguente: un giorno Pietro Ingrao chiese a Palmiro Togliatti come doveva rapportarsi in una sezione operaia: “ che linguaggio devo parlare – chiese a Togliatti – quello più semplice? ”. Togliatti, alquanto adirato, disse ad Ingrao: “Questa stessa riflessione che fai è aristocratica, perché ognuno deve dare il meglio di sé rispetto ad ogni assemblea, per i contadini, per gli intellettuali, per gli operai. E se abbassi il tono, anche linguistico, vuol dire che non li rispetti, che non dai il meglio di te”.

Fu una lezione per Ingrao, forse non gli bastò per cambiare in meglio, ma, comunque la lezione la prese e, secondo me, fu una grande lezione.

Dico questo perché nella mia assoluta modestia vorrei assumere la lezione di Togliatti, che è quella di cercare ( proprio per il rispetto dei presenti)di dare il meglio di noi in ogni assemblea e cercare di contestualizzare la discussione, dargli più senso possibile.

Io penso che siamo di fronte, in Italia ( è sotto gli occhi di tutti) alla costruzione processuale di un regime reazionario, antioperaio e per alcuni segni anche fascista. E dobbiamo tentare di contestualizzare: dove, in quale quadro generale nasce questa svolta a destra di questo Paese? In quale fase storica viviamo? In tutto il mondo va così? L’Europa va così? E’ una spinta planetaria o c’è qualcosa qui, in questo Paese, in questo continente, di particolarmente “diverso” e arretrato

Una volta, anche nella più piccola sezione del PCI, il compagno che apriva, se anche l’oggetto della discussione fosse stato il mattatoio sotto casa, egli introduceva partendo dagli eventi internazionali, perché nulla si può capire, anche della questione del mattatoio sotto casa, se non contestualizzi, se tu non affronti le piccole cose a partire da quelle grandi che le sovraintendono e le determinano.

Era una grande lezione, quella che veniva dal PCI, che abbiamo abbandonato per sciatteria ed anche per involuzione culturale. Quindi io penso che dobbiamo capire, oggi, in quale contesto nasce questo nuovo regime italiano: oppressivo, repressivo, antidemocratico, antioperaio e dai segni inquietanti.

Nasce in un contesto internazionale molto contradditorio: da una parte sei di fronte ad una gran parte del mondo che vive una fase positivamente tumultuosa e in alcuni casi persino rivoluzionaria, una fase contraddistinta da grandi processi di trasformazione sociale e di liberazione dall’imperialismo. Mentre da noi, qui, in queste Paese, prende corpo un regime antioperaio, in gran parte del mondo avvengono processi contrari e per noi pieni di speranza. Nel contempo, rispetto a questo quadro generale, siamo di fronte ad una fase capitalistica particolarmente oscura, dal carattere iperliberista e contraria al compromesso col mondo del lavoro.

Voi ricorderete una cosa che, per me è particolarmente importante sul piano politico e simbolico: appena cadde l’Unione Sovietica dalle classi dominanti si innalzò una speranza planetaria; la borghesia mondiale, il grande capitale mondiale pensarono ( o sperarono) che la storia fosse finita. Finalmente! La fine della grande esperienza sovietica fece tirare un respiro di sollievo ai padroni del mondo, ai capitalisti, alla borghesia mondiale.

Addirittura le compagne Luciana Castellina e Rossana Rossanda dissero: è quasi meglio così, riprende un processo rivoluzionario pulito e libero. S’è visto quale processo rivoluzionario ! E’ stato un processo di involuzione e di dominio pieno per l’imperialismo: guerre e attacco imperialista ai popoli del mondo, al movimento operaio di ogni paese. Questo fu il prodotto della caduta della tanto vituperata Unione Sovietica.

Insomma: con la caduta dell’ URSS il capitalismo mondiale si sentì così liberato dalla grande paura che costruì le proprie illusioni, ingannò se stesso, sino al punto da decretare “la fine della storia”. Non per niente ci fu in quegli anni un best seller, un libro che si intitolava, appunto, “La fine della storia”, di Fukujama che vendette in tutte le aree del mondo. Che cosa diceva Fukujama? La storia è finita per sempre; il socialismo è una cattiva illusione; il capitalismo è natura e non si può cambiare la natura; la Rivoluzione d’Ottobre è stata una favola sanguinaria raccontata ai popoli e solo il capitalismo è per l’eternità.

Basta, dunque: fatevela finita di pensare che ci può essere un mondo diverso da quello che si organizza attorno ai rapporti di produzione capitalistici: questi sono naturali, non c’è altro, non si può inventare altro, è la natura stessa, come quando si fa notte, o giorno.

Noi dobbiamo chiederci: in questo quindicennio che ci separa da questo tentativo di ratifica della fine della storia, la storia è finita? Era vera la profezia Fukujama? Era vera la speranza del capitale?

Quindici anni sono nulla sul piano storico, nulla. Tuttavia in questi quindici anni, come era prevedibile, la profezia di Fukujama la storia l’ha resa risibile. Perché in soli quindici anni il mondo è cambiato, e è cambiato in modo impressionante e persino inaspettato, anche da noi. Altro che fine della storia! Questo è il punto.

Cos’è accaduto in questi quindici anni? Di tutto. Un intero continente, l’America Latina, insorge, si libera e sviluppa processi rivoluzionari; partire dalla tenuta di Cuba e si sono avviati moti di trasformazione immensi, al punto che Hugo Chavez, nonostante abbia già subito quattro tentativi antirivoluzionari dalla CIA, dagli americani, proclama la rivoluzione bolivarista e socialista del Venezuela, nazionalizzando il petrolio e attuando una politica antimperialista e internazionalista. Intorno all’asse Cuba -Venezuela tutta l’America Latina insorge; l’intero continente e si libera dall’imperialismo e, come dire, rende ridicola l’affermazione che il capitalismo sarebbe eterno.

Non sono eterni, non sappiamo quando finiranno ma sappiamo che finiranno.

Questo dà senso alla nostra storia, alla nostra essenza di comunisti, perché solamente i comunisti, con tutti gli errori che possono fare, prevedono una società diversa, completamente opposta a quella capitalista. E la storia lo sta dimostrando, particolarmente ora, che il capitalismo non è eterno, non è natura. Non solo in America Latina, anche in Africa, paese a noi sconosciuto e non raccontato dalla censura della cultura dominante, dall’ignoranza crassa, dall’ignoranza profonda che viene organizzata in questo paese, dove non ci raccontano più niente, ci rincoglioniscono dalla mattina alla sera con i grandi fratelli e non sappiamo più niente, nulla di quello che accade fuori dalla nostra porta. Così la nostra stessa coscienza rivoluzionaria di comunisti non cresce, solo per questo servirebbe un partito comunista forte, l’intellettuale collettivo che ricominci a costruire controcultura, e formare di nuovo quadri, militanti ed una coscienza rivoluzionaria di massa.

In Africa grandi spinte e moti rivoluzionari prendono corpo. Non è solo il Sudafrica a tenere duro, intorno al PC sudafricano ( e non vengano a raccontarci la barzelletta che i partiti comunisti sono finiti. Lì, in Sudafrica il Partito comunista è la colonna portante della rivoluzione sudafricana, e vicino al PC vi è il più grande sindacato metalmeccanico del mondo, il Cosatu; e non solo tiene duro il Sudafrica, ma il processo rivoluzionario segna positivamente tutta l’Africa australe.

Al centro dell’Africa vi sono processi di lotta dal carattere antimperialista immensi, come in Nigeria, dove il popolo tenta di ribellarsi e di non farsi fregare il petrolio sotto i piedi dalle multinazionali del capitalismo occidentale. Non ce le racconta nessuno le cose, ma il mondo cambia. Cambia radicalmente nell’Eurasia : Russia, Cina, India, non solo hanno tolto ogni velleità alle forze imperialiste di penetrare ed annettersi quella parte immensa e decisiva del mondo; non solo giganteschi passi avanti sul piano dello sviluppo economico, ma, attraverso il patto di Shangai, stabiliscono da oltre un decennio rapporti profondi di collaborazione economica, politica, militare: ci piaccia o non ci piaccia lo sviluppo cinese, russo, indiano, ha un senso antimperialista: gli americani non entrano, lo sviluppo dell’Eurasia contribuisce notevolmente a farli soffrire, gli spunta le unghie e il mondo cambia, cammina, si trasforma, rende vecchio il capitalismo.

In quindici anni solamente, cosa assolutamente impensabile quando cadde l’Urss e quello scriveva “ la storia è finita, noi siamo la natura e siamo anche Dio2, tutto è cambiato.. E la potenza economica che nasce dai nuovi paesi – Cina, Russia, India, Brasile – mette paura agli americani. mette paura ai padroni

Noi abbiamo perso molte cose, dobbiamo guardarci in faccia senza nascondercelo, abbiamo perso molte cose, anche il senso critico. I comunisti e le comuniste sono tali perché rivoluzionari e liberi, liberi di mettere in discussione ogni dogma, ogni imposizione, questi sono i comunisti, così fanno.

Oggi, ad esempio, aleggia su di noi, su tutti noi, un dogma nuovo, il dogma della mondializzazione.

Tu pigli qualsiasi giornale, vai dal parrucchiere, parla di sciampi, e sicuramente il giornalista che parla dello sciampo nel mondo, parla di mondializzazione. Io penso che sia uno di quei casi tipici di assunzione acritica di un dogma. Tant’è vero che se tu vai da quello che sta di casa sopra di te e che non fa politica tutti i giorni e gli dici: senti un po’, cos’è la mondializzazione? Secondo me quello non sa che dire. Non si sa che cos’è la mondializzazione. Qualcuno può spiegarlo? In verità è una mistificazione, secondo me. E’ un termine, un esercizio lessicale dentro cui tieni tutto e non spieghi niente. E adesso non faccio, come dire, l’analisi, l’excursus sul perché è diventato dominante. E’ diventato dominante perché le forze della democrazia borghese, ma anche comunisti e sinistra che hanno ripensato malamente se stessi, preferiscono mettere in essere termini come mondializzazione piuttosto che imperialismo e contraddizioni interimperialiste. Meglio un’iperbole semantica che suoni bene – diciamo così – che Lenin, le riflessioni di Lenin sull’imperialismo…E’ così.

Io penso che non siamo di fronte a un processo di mondializzazione, nel senso che i rapporti di produzione non sono uguali, in Africa, in Europa, che lo scambio di merci e servizi non è uguale, e anzi, come dicono i marxisti più seri, si è ridotto di molto lo scambio di merci e servizi, fino al punto che oggi noi saremmo al livello della Belle èpoque, cioè il più alto punto di scambio di merci e servizi si ha nelle cittadelle capitalistiche, o, per dirla più semplicemente, non è che in Africa ognuno ha il computer dentro casa. Quindi questo processo di mondializzazione bisogna capire bene cos’è.

Cos’è, invece, davvero, che segna la fase? La fase è segnata sulla schiena di chi lavora: su quelle schiene c’è scritta un’altra cosa, che non è mondializzazione. C’è un’altra frustata, non quella: noi possiamo definire più scientificamente, con meno approssimazione ma più seriamente, questa fase come la fase della competizione globale, piuttosto che della mondializzazione che non si capisce che accidente sia. Cioè, noi siamo in una fase in cui, ormai da 15-20 anni, i grandi poli capitalistici del mondo si fanno una guerra economica spietata e durissima per la conquista dei mercati. Ne sono sorti altri, di poli, dopo quello unico – Usa- post seconda guerra mondiale. Dopo la seconda guerra, uno ce n’era rimasto: gli USA, mentre la Germania ed il Giappone erano sotto le macerie. Ma dagli anni ’70 in poi altre cose sono accadute, altre forze imperrialiste si sono ricostruite, e oggi, ( da vent’anni e più a questa parte ) siamo di fronte ad una guerra durissima tra poli imperialisti per la conquista dei mercati. E questa frazione vasta di capitale che oggi egemonizza la fase capitalistica, come pensa di conquistare i mercati? Pensa di conquistare i mercati innanzitutto abbattendo il costo delle merci, cioè: se la mia merce costa di meno, io occupo quel mercato. Ma questa frazione egemone del capitale, come pensa di abbattere il costo delle merci? Pensa di abbattere il costo delle merci abbattendo diritti, salari e stato sociale. Questa è la fase che viviamo. E’ così da oltre vent’anni. Il capitale abbatte salari e diritti sociali e non gliene frega niente di una svolta socialdemocratica, non la vuole perché non è funzionale al tipo di sviluppo odierno, perché deve vincere la concorrenza abbattendo i costi delle merci, abbattendo i salari e i diritti dei lavoratori. Questa è la fase che viviamo. Io non lo so se siamo entrati in un’altra fase con Obama, può darsi che aree del capitale pensino di entrare in un’altra fase, perché il capitalismo è così malridotto, è così in crisi che magari comincia a pensare che valga la pena di avere un minimo di compromesso con il mondo del lavoro, dargli un po’ di salario in più, riaprire i mercati interni, superare la crisi di sovrapproduzione.. Non lo so se qualcosa di questo potrà esserci: sinora non appare. Resta il fatto che negli ultimi 20 anni – e tuttora – abbiamo vissuto la fase opposta, quella della durezza dell’attacco del capitale contro il lavoro, della durezza iperliberista e deregolamentata del capitale contro il lavoro.

Ma se fosse mai giusto questo tipo di quadro che ho tentato di tratteggiare, nel quale tentiamo di collocare la nostra azione, allora questo non è il tempo purtroppo del neokeinesismo, non è il tempo della socialdemocrazia anche minima, non è purtroppo il tempo. Cioè il padrone non vuole discutere con te,è lui che non vuole il compromesso. Tu gli dici: mi basta un piccolo compromesso, perché non ho i rapporti di forza, non ce la faccio… E il padrone risponde : no, non lo voglio! Anche un minimo di rialzo del salario. Il padrone non vuole il compromesso, è la fase in cui il compromesso tra capitale e lavoro non sboccia spontaneamente come un frutto su un albero, e tu vai lì e lo raccogli. Non è la fase, purtroppo, del compromesso tra capitale e lavoro, del neokeinesismo e della socialdemocrazia, né tantomeno di compromessi proficui per il movimento operaio. Non lo è, questo è il punto.

Io non sono d’accordo con Paolo Guerrini – e comunque la discussione tra noi rimane aperta, non è un punto di lacerazione, è un discorso aperto tra comunisti – perché penso che sia stata questa la base materiale del fallimento del governo Prodi. Perché non c’erano le basi materiali né i rapporti di forza per strappare qualcosa di serio, non perché qualcuno era incapace o perché – come ha detto qui un compagno – bisognava far fuori prima tutti gruppi dirigenti comunisti e di sinistra.

Mi pare, come dire? – un’analisi ( questa) non seria rispetto ai problemi. Non è che tu cambi il gruppo dirigente e questo ti assicura che chi lo sostituisce è un rivoluzionario, non è così: è la linea politica, è la cultura, è la costruzione dei rapporti di forza… e’ un pochino diverso! Naturalmente esistono le responsabilità e sulle responsabilità io sono che occorre far luce…

Questo ci porta a dire che noi entriamo in una fase bordighista per cui dei parlamenti ce ne freghiamo? No, io sto a Lenin, che prende per le orecchie Bordiga e gli dice: caro Bordiga che non vuoi entrare in Parlamento, tu stai dicendo un mucchio di cavolate, perché i parlamenti borghesi esistono e caso mai i comunisti – dice Lenin – hanno il compito di trasformare il parlamento borghese in cassa di risonanza della lotta di classe, ma ci devi stare dentro. Dice così a Bordiga, che infatti se ne va, e Gramsci rimane lì, nel Partito comunista d’Italia. Quindi fissare la fase e darci un compito non vuol dire cadere nel massimalismo, vuol dire avere un quadro chiaro sia dei rapporti di forza, sia della fase, del “moto carsico” direbbe Lenin, di quello che accade sotto, e che soltanto i rivoluzionari vedono, se lo si studia seriamente. E se questo è, io penso che – senza scivolare in un extraparlamentarismo che non ci appartiene – il compito principale delle forze comuniste oggi è di mettersi alla testa di un ciclo – forse lungo – di lotte sociali volto al cambiamento dei rapporti di forza sociali. Cioè, i padroni devono cominciare di nuovo ad avere paura di noi. Bisogna riempire le piazze, fermare le fabbriche, occuparle, i padroni devono cominciare di nuovo ad avere paura del movimento operaio organizzato e in lotta, che non vuol dire – aggiungo e finisco – avere una posizione antiparlamentarista o bordighista. Le cose si uniscono. La lotta di classe si fa nelle piazze, si fa in parlamento, si fa in tutto l’ambito politico-sociale.

Questo, penso io, è il contesto in cui noi viviamo. Un mondo duplice, in cui due terzi del pianeta sono segnati da processi di trasformazione sociale profondi, persino rivoluzionari che comunque mettono in difficoltà l’imperialismo e le grandi forze del capitale. Due terzi del mondo. Poi hai l’Europa, che oggi è il continente più raggelato, più arretrato sul piano del conflitto di classe.

E non per niente, dunque, è il continente in qualche modo più a destra, cioè più privo di moti sociali, più privo di lotte e l’Italia, non per niente, è il Paese più a destra d’Europa. Ci sarà un senso se siamo il paese più a destra del vecchio continente, ci sarà un motivo se l’Europa è così raggelata. Non che il conflitto non ci sia in assoluto, anzi, qualcosa si comincia a rivedere. Ma dobbiamo capire il motivo di tanta arretratezza, rispetto agli altri continenti .

Io credo, per esempio, che uno dei motivi fondamentali sia il fallimento storico delle socialdemocrazie europee, nel senso che se non ha più ricchezza da ridistribuire, la socialdemocrazia perde in gran parte il suo ruolo. La socialdemocrazia è forte se riesce a costruire un compromesso tra capitale e lavoro e fare redistribuzione salariale, se vi sono diritti, se vi è stato sociale… se non ci riesce più, quella forma politica lì decade, si impoverisce, questo è il punto. Oggi come oggi – non dico che non tornerà, non possiamo ancora dirlo -ma oggi come oggi è chiara la crisi profonda della socialdemocrazia europea. Il PD italiano sembra sia ormai uscito definitivamente dal solco socialdemocratico e assume sempre più una sua fisionomia liberista; il Labour Party inglese è un partito liberista ( e sempre più filo imperialista) da tempo e persino la socialdemocrazia tedesca non ha quasi più nulla della grande forza redistributrice del reddito che un giorno fu.

E’ la socialdemocrazia europea nel suo insieme che, pur mantenendo rapporti di massa, non svolge più il suo ruolo storico e vive una fase profondamente critica. E’ un passaggio storico: qual è il senso della socialdemocrazia se non riesce a ridistribuire ricchezza? Su questo, credo, occorre riflettere, non solo sul piano contingente. E, dunque, noi siamo anche di fronte alla fine del ruolo mitopoietico della socialdemocrazia, cioè il consenso di massa che le socialdemocrazie organizzavano attorno ai successi dello stato sociale non ci sono più e vincono le destre. E, aggiungo: una delle basi materiali della crisi della socialdemocrazia è rintracciabile nella scomparsa dell’Unione Sovietica. Occorre infatti chiedersi: per quali motivi, su quali basi materiali il capitalismo del secondo dopoguerra decide e può mettere in campo le politiche del new deal ( specie del secondo new deal), le politiche sociali socialdemocratiche ? Può metterle in campo perché in quella fase l’imperialismo nordamericano non ha concorrenti sul piano internazionale ( siamo nel periodo segnato da un imperialismo monocentrico, senza concorrenza, che può con molta più facilità permettere una redistribuzione del reddito) e deve metterle in campo per fronteggiare ed arginare, sul piano sociale, la spinta titanica che viene dai successi sociali sovietici che conquistava, affascina, i popoli del mondo.

Il capitalismo dice: ma questi ci fottono in tutto il pianeta, ci fregano giorno dopo giorni, come si fa? Inventano un tipo di risposta sociale che è appunto il new deal e la socialdemocrazia europea. E’ una contrapposizione a quelle grandi vittorie sovietiche, che conquistano il mondo, i popoli, la classe operaia internazionale, perché lì la scuola c’è per tutti, la casa c’è per tutti, non c’è sfruttamento… questo era: siamo dunque di fronte – con la socialdemocrazia – ad una sorta di emulazione capitalistica. Ma se, con la scomparsa dell’URSS, dell’emulazione non vi è più bisogno, si può tornare a praticare il liberismo duro, funzionale peraltro ad una nuova fase di imperialismo policentrico, segnato da una dura concorrenza interna ( contraddizioni interimperialistiche, avrebbe detto Lenin) e da una enorme difficoltà di redistribuzione del reddito.

E come ultimo punto, c’è una questione che noi non discutiamo, segno ulteriore di impoverimento della nostra cultura anticapitalista, comunista: che cos’è l’Europa, o per meglio dire l’Unione Europea? Noi siamo di fronte ad un processo avanzato di unificazione del capitale transnazionale europeo, siamo di fronte alla costituzione di un potere economico capitalistico sovranazionale che segna di sé e sussume quasi integralmente questa Unione europea, un’ Unione europea delle banche, delle imprese e della speculazione finanziaria che racchiude in sé tutto il potere sostanziale dell’Ue, che svuota di senso il Parlamento europeo, che trasforma in puri feticci tutti gli organismi istituzionali europei, che delega il potere vero alla Banca Centrale europea, che fa di questa Unione europea un soggetto particolarmente duro e antioperaio.

E’ del tutto evidente che la natura intima di questa unificazione ( l’unificazione del capitale sovranazionale) è funzionale ad una esigenza: l’Unione europea sta entrando nella durissima competizione mondiale contro gli USA, contro il Giappone, contro gli altri poli capitalistici, cioè sta entrando dritta nella competizione globale di cui parlavamo. Noi siamo cioè di fronte a un processo di costruzione di un neoimperialismo europeo che cela il proprio carattere aggressivo, iperliberista, mercantile ed espansionista dietro le facciate delle istituzioni “democratiche” dell’Unione europea.

Ma questo tipo di Europa, di Unione Europea molto dura, neoimperialista, di cosa ha bisogno? Per definire sino in fondo la propria, nuova natura, nella quale e per la quale viene rimosso ogni retaggio socialdemocratico classico, per la quale il parlamento non deve contare niente e deve essere pura apparenza, i popoli non debbono avere né ruolo né voce, per acquisire più aggressività e vincere la concorrenza con gli altri poli imperialisti, ha essenzialmente, prioritariamente bisogno di domare e mettere in silenzio, in mora, il movimento operaio europeo. Di demonizzare ogni cultura antagonista e di segno anticapitalista, di demonizzare innanzitutto i comunisti, la loro storia, il loro progetto, la loro cultura, il loro futuro. Ma vi rendete conto che tra poco, rispetto alla pressione della cultura dominante europea, noi avremo paura di essere comunisti, di girare per le strade? Questa è la demonizzazione, che ormai respiriamo, viviamo quotidianamente, che parte scientemente dal potere strutturato del capitale transnazionale che si è fatto “europa” e che si riflette in ogni dove, nei giornali, nei film, nei libri, nel vivere quotidiano, come se essere comunisti, essere contro il potere del capitale europeo che si accinge a divenire imperialista fosse ( e lo è, per questo potere) il punto delinquenziale poiù alto, il nemico da mettere all’indice e da emarginare,

Ma è questa una demonizzazione che passa per fatti brucianti, feroci e concreti come pietre: nella Repubblica Ceco-morava soltanto pochi anni fa era in vigore ( e nelle sue varie forme non è mai cessata, nemmeno oggi) una legge terribile ( la “Lustrace”) per cui bastava che tu “odorassi” di comunista per andare in galera. Pochi anni fa, non cinquant’anni fa. Una legge che ha portato in galera moltissimi compagni e che oggi cade di nuovo, come un’ascia fascista, sui giovani comunisti ceco-moravi, messi di nuovo nell’illegalità e nella “cattività” sociale e politica,

E così in Polonia, dove sino al potere dei “gemelli” ha imperversato ( ed ancora è in vigore) una legge simile alla “Lustrace”, sotto la quale i comunisti polacchi non possono respirare, non possono nemmeno ricordare di essere stati comunisti; così in Ungheria, ove si tenta di mettere nella piena illegalità il partito comunista ( un partito che non per niente decide di uscire dalla Sinistra europea, soggetto non certo incline alla strenua difesa dei comunisti perseguitati dal dominio dell’Ue imperialista); così i compagni soffrono e vanno in galera in Lituania e in Lettonia. E il Parlamento dell’Unione europea che soltanto due anni fa ha tentato ( e ancora tenta) attraverso i voti di equiparare comunismo e nazismo, ve lo ricordate? Questo, accade nel nostro continente. Sveglia! Questo accade. Perché c’è un continente delle multinazionali e dell’imperialismo europeo che deve domare, demonizzare, emarginare ogni voce fuori dal coro. Dobbiamo mettercelo in testa, cambiare registro, prendere coscienza della fase, per non continuare a credere in una Unione europea alla Luciana Castellina ( tanto per fare un nome, tanto per mettere a fuoco una responsabilità – come tante altre – di sinistra) e cioè una Ue“ da cambiare, ma sostanzialmente buona”.

No! Questa Ue è imperialista, antioperaia e anticomunista ed è per questo che occorre, come in Italia, che il movimento comunista, antimperialista e anticapitalista europeo si rafforzi ( anche all’interno del Parlamento europeo) e si unisca, innanzitutto nelle lotte sociali.

Anche in Italia, naturalmente, siamo di fronte ad una pulsione culturale sovraordinatrice particolarmente anticomunista e antioperaia che parte da un progetto preciso della classe dominante. Qualche anno fa libri come quelli di Pansa non potevano avere cittadinanza, in questo Paese. I libri di Pansa che dileggiano e demonizzano la Resistenza ( d’altra parte, caro Bertinotti, si comincia col denunciare “l’angelizzazione” della Resistenza e non si sa poi come si va a finire, come vedi…) non avevano mercato mentre oggi vendono, son best seller ; film, canzoni, l’intero mondo “culturale” si sta organizzando per metterci in cattività, per renderci inessenziali e demonizzati, e tutto è riconducibile “all’esigenza” storica ( da parte del capitale) di un Europa definitivamente liberista, antipopolare, che deve vincere la concorrenza con gli altri poli imperialisti attraverso l’abbattimento del costo delle merci, dei diritti e dei salari su tutto il continente e ciò attraverso la distruzione ( anche morale) delle forze anticapitaliste, comuniste e operaie. Tutto si tiene.

Dobbiamo cercare di capire perché tutto accade nello stesso momento. In Italia noi siamo di fronte davvero ad un inquietante regime in costruzione e dobbiamo stare sempre attenti, innanzitutto noi comunisti, a mettere in fila tutte le cose che accadono, senza dimenticarcene una, affinché tutto ciò accade non si riduca, dentro di noi, a cronaca – che il giorno dopo non te la ricordi più – perché di tutto il quadro politico e sociale la coscienza non ce l’hai più se lo riduci a crona

Voi, ve lo ricordate il caso della Eluana Englaro? Quando Berlusconi, in quella notte, disse: “cambio la Costituzione in tre giorni”, come dire che per far passare una legge volta a trasformare un essere umano in un vegetale si può fare un colpo di Stato! Non voglio fare qui della retorica, ma la Costituzione nata dalla Liberazione, che c’è voluta una vita a farla entrare un pò nelle coscienze, nella prassi… che forse non c’è mai entrata, perché il primo articolo,sul lavoro, non si è mai applicato, questa Costituzione in tre giorni la cambi? L’evocazione di Berlusconi, nella notte della Englaro, è stato un allarme antidemocratico e golpista che ha pochi precedenti, un allarme sottovalutato, nella sua forza evocatrice reazionaria.

Noi siamo di fronte, in Italia, a nuove leggi razziali, leggi razziste, come durante il fascismo. E qui io voglio chiedervi: prima ancora di stabilire un rapporto solidale di lotta con i lavoratori immigrati sarà giusto o no chiedersi il perché vengono qui ? Perché siamo simpatici? No: vengono qui perché il capitalismo occidentale rapina quotidianamente e impoverisce i loro Paesi, gli ruba tutto. E un punto solo immetto, perché qui c’è bisogno di costruire una coscienza forte, dare il senso di quello che accade, e non ce l’abbiamo più: una delle leggi più importanti che ratifica lo spoliamento di tutti quei Paesi e costringe a fughe bibliche quei popoli – ce lo diceva Marx – è lo scambio diseguale di merci. Che cos’è una merce? Che cos’è una motocicletta? Chi decide il valore di una motocicletta? Come lo decidi? Conta la forza lavoro, ma soprattutto, in quella motocicletta, conta quanta storia industriale vi è dentro, quanta scienza vi è dentro, da quanta accumulazione storica del capitale vi è dentro la merce-motocicletta Se in quella motocicletta c’è tanta scienza, tanta storia industriale, tanto capitale iniziale accumulato e portato via agli altri popoli, quella motocicletta vale per questa storia, per questa capacità industriale, non tanto per la forza lavoro che richiede. Un silos di grano in un paese africano non vale niente, perché quella merce non ha dentro di sé la storia industriale, ha solo forza lavoro ridotta a merce senza valore; quindi, in verità, lo scambio avviene tra una motocicletta e un intero silos di grano, questo è il punto. E’ la legge dello scambio diseguale, è la legge dei predatori e dei pirati che noi stessi siamo. E soltanto se tu hai coscienza di questo non diventi razzista, se no è facile che lo diventi. Se solo hai coscienza di questa base strutturale, materiale, per cui fai piangere due terzi dell’umanità perché tu ti riempi la pancia tutti i giorni, puoi capire, sennò non puoi capire. E se la motocicletta ha un valore, un carro armato ne ha un altro, ben più alto. Il carro armato occidentale, proveniente dalle fabbriche imperialiste, non è una merce valorizzata dalla forza lavoro incorporata, è valorizzata da una storia dell’industria bellica immensa, che l’Uganda non ha. Allora qui lo scambio non è più tra una motocicletta e un silos di grano, ma è tra un carro armato e 20 silos di grano. E’ chiaro? Questo è il punto. E’ il gioco sopraffino, spietato che fanno in Italia, nei paesi capitalistici, dove c’è il razzismo: i padroni non vogliono che gli immigrati vadano via, i padroni li vogliono qui. E che cosa succede? C’è un gioco delle parti, come a teatro.La Lega, i fascisti, i reazionari dicono: fuori dall’Italia, non vi vogliamo, portate via il nostro lavoro, le nostre donne… questo lo fanno per intimorirli e per collocarli definitivamente nel mercato inferiore del lavoro. Cioè : più ti metto paura, più stai zitto e più sei disponibile poi ad andare a lavorare dal padrone e a non prendere un cazzo, a prendere dei salari da fame. E’ la costruzione dell’esercito industriale di riserva, come diceva Marx, che si mette in contrapposizione alla classe operaia bianca, chiamiamola così, indigena, autoctona, e diventa una guerra terribile fra poveri. E si domandava Dominic, nell’intervento che mi ha preceduto: cosa dobbiamo fare? C’è una cosa sola, caro Dominc, che dobbiamo fare, che il movimento operaio ha imparato: lottare. Non esiste un’altra risposta: lottare. E come bisogna lottare? Attraverso regole e organizzazioni nuove, che nemmeno Antonio Gramsci poteva darci, perché non conosceva. Noi dobbiamo riunificare in una sola classe i lavoratori autoctoni e i lavoratori immigrati, questo è il compito delle avanguardie, dei comunisti e dei sindacati di classe, cosa che non è entrata nella testa, ancora, né della CGIL né delle forze di sinistra. Non gli entra nella testa. Noi dobbiamo creare sedi, spazi per riunificarli, perché stiano insieme, Al cantiere navale di Ancona, città da dove vengo, ci sono 1500 operai – Paolo Guerrini, anch’egli di Ancona, lo sa meglio di me – metà dei quali vengono dl Bangladesh, dalla Tunisia, dal Marocco, il resto sono”bianchi”, dipendenti della Fincantieri.

Ebbene, tra lavoratori immigrati e autoctoni corre spesso l’odio. I poveri cristi immigrati , trasportati dai padroncini, dai “kapò”,con gli “apetti”, la mattina alle 5, fanno un mazzo così, dentro il cantiere navale, per sopravvivere lavorano senza contratto, salario, diritti e gli altri – “ i bianchi”, si incazzano, naturalmente. E non si incazzano con l’Azienda, no: se la prendano con gli immigrati, che con la loro subordinazione costringono a chinare la testa anche ai “bianchi”. E qual è la risposta, chiede Dominic? La risposta è metterli insieme, costruire una nuova classe, bianco nera, diciamo così, non c’è n’è un’altra, non ne vedo un’altra.

Mi avvio davvero a concludere. C’è un mondo reazionario che sta crescendo. Ho letto attentamente il decreto legge sulle ronde: mette paura. Come dire? Adesso hanno fatto i furbi perché dicono che l’hanno stralciato dal Decreto Legge quel pezzo relativo alla possibilità di costituire le ronde e che esse siano pagate dai privati. Ma passerà, come ha assicurato Ignazio La Russa, nel prossimo Disegno Legge. E tornerà la possibilità delle squadre, pagate dai privati e persino dal pubblico, con i soldi dei lavoratori… E siamo di fronte ad un fatto assurdo, drammatico e nel contempo risibile : noi siamo di fronte al fatto che le squadracce fasciste di Mussolini, negli anni ’20, erano pagate dalla borghesia italiana e francese per picchiare i lavoratori, i contadini, bruciare le camere del lavoro; mentre oggi, qui, siamo di fronte al pericolo che le ronde fasciste siano pagate dagli stessi lavoratori, dalle loro tasse, affinché i lavoratori siano repressi e picchiati. E’ incredibile! E così via. Un Parlamento che non esiste più, svuotato di senso, si fanno soltanto decretazioni d’urgenza, un parlamento ridotto davvero ad un’aula sorda e muta… Le cose gravi che accade in questo Paese sono così tante che non se ne tiene più il conto: la fine del contratto nazionale di lavoro, per cui tu vai a lavorare e sei solo di fronte al padrone e se ti va bene riesci a strappare qualcosa, se ti va male, amen. E addirittura l’evocazione dello sciopero virtuale , per cui tu più scioperi e meglio è per il padrone, poiché il tuo sciopero virtuale prevede che tu lavori ma non prendi il salario, così- per la prima volta nella storia – il padrone vuole che tu scioperi tutto l’anno… Siamo di fronte a un regime in costruzione, da una parte inquietante, da una parte surreale. E’ di fronte a tutto questo terribile quadro che da un anno e mezzo e più poniamo il problema dell’unità dei comunisti. E rispetto a questa proposta, che è così di buon senso che sta dilagando ( ed è quando parliamo con i compagni “normali”, gli operai, i pensionati, quelli che vivono sulla loro pelle le difficoltà, che ci accorgiamo che l’idea sta dilagando e che prende sempre più campo il “rimettiamoci insieme, poi discutiamo, no?”) c’è comunque qualcuno che dice no, perché vanno a spaccare il capello in sedici e dicono: “ ma saremo tutti d’accordo? Guerrini e Giannini la penseranno allo stesso modo? ”. E si torturano ideologicamente, o magari pensano, temono di perdere qualche vantaggio personale… In verità io oso dire una cosa grossa, compagni: guardate che la CIA esiste, gli americani, i padroni, non è che sono molto contenti che nasca un partito comunista in Italia, col 5, il 7, il 10 per cento in prospettiva … Non sono contenti, e magari sono anche contenti che c’è qualcuno che spacca il capello in sedici. Poi gli agenti della CIA esistono davvero, eh? Sono strapagati, c’è un bilancio enorme della CIA, che da qualche parte va a finire… Li pagano veramente, eh? E non sto sostenendo che tra quelli che dicono no ci sono agenti della CIA, dico solamente che gli facciamo un gran favore. Cioè stiamo qui, tra comunisti, tra quelli che più sentono l’esigenza dell’opposizione, della lotta, di un mondo diverso e anticapitalista e mentre il padrone attacca e riduce la democrazia in poltiglia tu stai lì che ti spidocchi ( politicamente) come le scimmie e dici e pensi: “ si, il padrone ha il bastone in mano e tu chiedi l’unità dei comunisti: però, tu, che vestito hai, da che storia vieni ” e mentre chiacchierano su questo assumono sempre più le forme di quei teologi di Bisanzio che mentre la città era assediata e stava per essere bruciata dal nemico, si chiudevano nella loro torre d’avorio e discettavano del sesso degli angeli. Vogliamo parlare ancora del sesso degli angeli ?

Noi siamo dentro rapporti di forza che mettono paura, a favore dei padroni; essi hanno in mano tutto : quasi tutti i partiti politici, quelli del governo e tanti dell’opposizioni; hanno in mano le istituzioni, i giornali, i media, la TV, l’esercito, la polizia, come abbiamo notato a Genova, ovunque… hanno in mano tutto e noi ? Qual è la nostra opposizione? Anche qui, parliamo di cose serie, scientifiche, se possibile: il PD è all’opposizione? Ma per favore… sta lì, si barcamena… Di Pietro è all’opposizione? Diciamo che cerca di cavarsela, è un antidemocratico che cerca in questo vuoto d’opposizione di giocare la sua carta populista. E la vera opposizione da chi è fatta? Anche qui, parliamo pane e salame…Rifondazione comunista avrà sui 70-80 mila iscritti, sui 40 mila il PdCI: 120.000 compagni iscritti che sono l’opposizione più dura, più seria. Ma c’è un rapporto storico, che già vigeva nel PCI , tra iscritti e chi milita davvero, i militanti, che sono un 10 per cento degli iscritti. Allora, pane e salame: se tu hai 120.000 iscritti tra Rifondazione e il PdCi, in realtà la legge del 10 per cento ci dice che a resistere in questo Paese, contro l’ esercito titanico del capitale, sono in 12.000 compagni e compagne, dalla Val d’Aosta alla Sardegna, questa è la verità, e lo potete constatare sui territori tutti i giorni, quando c’è da fare il volantino, un’iniziativa, una qualsiasi azione politica. 12-000, 13.000. 14.000 … io penso che sono di meno, perché la legge del 10 per cento c’è, vige, non c’è niente da fare. Poi ci sono associazioni, circoli, soggettività sociali, che tutte assieme non raggiungono di certo una massa critica sufficiente per costituire l’ opposizione. Dentro questo disastro, è o no particolarmente grave che ci sia ancora chi si pone il problema dello spaccare il capello in sedici rispetto a una proposta sensata di riunificare i comunisti, ridare passione, riorganizzare la lotta, ricostruire un elemento catalizzatore, un partito comunista forte e nuovo, che possa riaffascinare e riportare a ricongiunzione quella diaspora comunista che noi possiamo contare in due-trecentomila compagni/e, che non sono né nell’ un partito né nell’altro, e soprattutto riconquistare il movimento operaio e le nuove generazioni? Questo è il punto.

Ma guardate, compagni, e vado veramente a finire, ci sono cose serie che dobbiamo dirci, anche se richiedono minuti in più, e io almeno io la vedo così: chi si oppone e con quali argomenti al processo unitario? Non i compagni di base. Perché io ho il sospetto che se andiamo avanti così i compagni di base travolgeranno i gruppi dirigenti. Perché i compagni di base vogliono l’unità, ed essa è una parola d’ordine in forte controtendenza rispetto alla distruzione, alla divisione continua della sinistra. Tutti si dividono: quello va da una parte, quello va dall’altra, e dentro questo processo di divisione c’è una parola d’ordine contraria, forte e popolare, che dice: No, uniamoci! Ma, attenzione, non “Uniamoci” per essere poi contro la sinistra, no, uniamoci come unico partito comunista per essere il centro, il cardine di una nuova unità a sinistra. I comunisti hanno fatto sempre così, non è che sono contrari all’ unità della sinistra, sono contrari allo scioglimento del partito comunista come volevano Vendola e Bertinotti. Questo è il punto. Noi vogliamo costruire un partito comunista forte, radicato, di massa, che sia anche il cardine di una nuova unità a sinistra per sconfiggere questa destra fascista. E’ così, è la nostra cultura, ed è un’esigenza sociale, è nella testa dei compagni, dei proletari, di quelli che lavorano in fabbrica, che sentono sulla loro pelle i problemi. Ma allora, prendiamo seriamente le obiezioni di chi è contraio all’unità dei comunisti. Una critica bisogna prenderla seriamente e ad essa va data risposta. C’è una parte, seppur piccola, del PRC, i vendoliani rimasti, altre aree, e alcune schegge, diciamo, del PdCi, piccole, che dicono di no all’unità. Con quali argomenti? Fondamentalmente questi compagni, naturalmente in buona fede, pongono questo problema:rifondazione comunista ha avanzato un processo di innovazione, il PdCI no.

Prendiamo seriamente questo “assunto” ( di tipo tardo bertinottiano, poiché la cosiddetta “innovazione” è stata tutta avviata nel’ era monarchica bertinottiana), vediamo quali sarebbero i passaggi che dovrebbero segnare il supposto processo di innovazione che tanto ostacolerebbe il processo unitario con gli altri comunisti, le altre comuniste. Quali sono? Proviamo ad andare a vedere concretamente, tappa per tappa. Mi chiedo: è ostativa al processo unitario la cancellazione della categoria di imperialismo che il nostro partito ha ratificato al V° Congresso Nazionale? E’ questa l’ innovazione? Non lo è. Sapete, compagni, perché ? Era così ridicola quella cosa, quella “ratifica”, che dopo pochi mesi ( l’attacco Usa contro l’Iraq) che gli stessi dirigenti del mio partito, Rifondazione, quelli che si erano disperatamente battuti per cancellare la categoria dell’imperialismo, hanno subito utilizzato nella discussione – non smettendo più di farlo – il termine imperialismo. Tutti coloro che vollerlo cancellarlo, oggi, lo usano normalmente, perchè la realtà è troppo forte, preme troppo con la sua pesantezza di pietra perché qualcuno possa dire ancora sciocchezze. Mi chiedo: la cancellazione della categoria dell’imperialismo è dunque innovazione ? E’ ostativa del processo unitario?

Oppure: il fatto che Bertinotti insieme a Alfonso Gianni avesse – è chiaro che spariamo sulla Croce Rossa, ma se la Croce Rossa ha fatto tanti danni…va anche sparata, no? – allora, quando Alfonso Gianni e Bertinotti teorizzavano che la categoria centrale gramsciana, quella del partito comunista come intellettuale collettivo, questa categoria, questa funzione, questo ruolo fosse delegata totalmente ai movimenti, svuotando di senso il partito comunista – (svuotandolo di senso perchè, attenzione, una cosa è il rapporto vivificante, proficuo coi movimenti, che ogni partito comunista deve avere, altra cosa è cedere tutti se stessi, il proprio senso ultimo, ai movimenti) – questo tipo di cosa è innovativa? E’ ostativa del processo unitario? Anche qui mi pare ridicola la questione.

E’ innovazione la dichiarazione pseudo teorica fatta da Bertinotti secondo la quale gli intellettuali e i dirigenti del movimento comunista del Novecento erano tutti morti ,non solo fisicamente? Ve lo ricordate? Dunque erano rimasti lui e Alfonso Gianni, vivi, diciamo… E’ un elemento, quest affermazione, di innovazione culturale? E’ un elemento ostativo del processo unitario? Guardate, io le prendo sul serio, eh? Le sto enucleando le cose, se me ne sfugge una ricordatemela… E’ innovazione l’affermazione di Bertinotti sull’ “angelizzazione della Resistenza”, fatta proprio nella fase più alta dell’attacco revisionista e fascista contro la lotta partigiana e la Liberazione? E’ un elemento innovativo la dichiarazione che il comunismo sarebbe “indicibile” , fatta da Bertinotti, oppure la dichiarazione fatta sempre dall’ex Presidente della Camera tre giorni dalle elezioni, secondo cui il comunismo sarebbe rimasto una tendenza culturale? E’ innovazione, questa? E, per andare un po’ più indietro nel tempo: è stato innovativo il “famoso” discorso di Livorno col quale Bertinotti affrontava, con lo spessore di un temino liceale, tutta la storia sovietica liquidandola con due battutacce tanto livide quanto inessenziali? Se questa è l’innovazione ostativa al processo unitario c’è davvero qualcosa che non mi quadra… Ciò a cui penso davvero è che quel grande processo di rifondazione comunista, necessario al fine di rilanciare in questo Paese un partito comunista dalle ceneri del PCI, un partito comunista all’altezza dei tempi e dello scontro di classe, quel processo sia fallito, non sia stato nemmeno perseguito, non sia avvenuto. Nel il PRC né il PdCI sono stati capaci di elaborare, nel rapporto duplice tra ricerca teorica aperta e conflitto sociale, un progetto politico-teorico all’altezza.

Ma io penso che una volta fatta – da tutte le parti – autocritica e compreso che i due corni del problema ( ricerca politico-teorica e conflitto di classe) vanno insieme e non c’è l’una senza l’altro, occorre proseguire riflettendo su di un punto: i due elementi fondamentali ( ricerca e conflitto) sono più facilmente raggiungibili attraverso un’accumulazione di forze; se la massa critica – politica e sociale – aumenta, se invece di 70 mila siamo in 150 mila, se saremo in grado di trasformare l’unità in un nuovo catalizzatore della vasta diaspora comunista italiana, allora sarà molto più verosimile rilanciare il progetto originario di “rifondazione comunista”, che al di là del termine, alquanto consunto e troppo ormai “partitizzato”, significa ancora costruire un partito da un pensiero e da una prassi rivoluzionari e adatti all’odierno scontro di classe .

Non si tratta certo di buttare via il bambino con l’acqua sporca, come ha tentato Bertinotti rimanendo con il cesto vuoto e decomunistizzato. La storia comunista è grande e non siamo chiamati ad inventarci tutto; si tratta di metterla positivamente a critica senza liquidarla. E per mettere positivamente la nostra storia a critica, per aggiornarne prassi e pensiero, dobbiamo essere consapevoli che la storia immensa del movimento comunista segna tutti noi: segna me, segna Paolo Guerrini, segna i compagni del PRC, del PdCI : siamo tutti dentro questa storia e nessuno di noi è riuscito ancora a costruire qualcosa di nuovo, “ ad aggiornare”. Ma allora uniamoci, sia per rafforzare il conflitto di classe sia, insieme, per ricercare liberamente un progetto politico e teorico all’altezza dei tempi, per dare un senso a quello che noi cercavamo quando abbiamo iniziato, uniti, l’avventura del partito della Rifondazione comunista.

Il comunismo, compagni, ha avuto una grande storia e ha avuto una grandissima cultura. Il comunismo è il futuro, io di questo sono convinto, perché davvero evoca rapporti di produzione, stili di vita, agli antipodi, anti – appunto – capitalisti, e la sua grandezza non può essere, io credo, misurata con una tornata elettorale. Guardate, io penso che il comunismo è stata una cosa molto grande. Anche il cristianesimo è stato una cosa molto grande, la cultura cristiana è stata una cosa immensa, attraverso il VII° comandamento – non uccidere – il cristianesimo ha contribuito a costruire il tabù dell’assassinio su scala universale. Se noi, oggi, abbiamo paura dell’assassinio lo dobbiamo a tante cose, anche al VII comandamento e alla grande cultura cristiana.

Il comunismo, per la prima volta nella storia dell’umanità, ha tentato e ha costruito un altro tabù, il tabù dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna. Prima non avevamo paura, adesso in tante parti del mondo c’è la paura di sfruttare come di uccidere. In questa sua breve, ma non piccola storia, il comunismo ha immesso una cosa enorme nella coscienza dell’umanità : il tabù dello sfruttamento e dunque non ha bisogno per la grandezza della sua cultura e per la sua storia, di “misurarsi” in una tornata elettorale come quella prossima.

Tuttavia bisogna stare con i piedi per terra, sapere in che Paese siamo, quali sono i rapporti di forza, le nostre grandi difficoltà, e quindi le prossime elezioni europee sono molto importanti. Dobbiamo superare, e lo supereremo, il vergognoso sbarramento al 4 per cento; dobbiamo costruire l’unità dei comunisti nella lotta comune, nella lotta solidale e anche nella campagna elettorale unitaria. Io personalmente penso che la conquista di uno o due parlamentari europei sia molto importante, anche ai fini economici, perché i padroni i soldi non ce li danno,tuttavia io penso che sia ancora più importante che le compagne e i compagni di Rifondazione e del PdCI si uniscano e si riconoscano nella campagna elettorale e nelle lotte sociali. E allora, compagni, rispetto a tutto questo l’appuntamento per le europee è importante, e, come si diceva un tempo, al lavoro e alla lotta !