Cecenia: le cause storiche della crisi

Era prevedibile che alcuni, a cominciare dai radicali di Pannella, approfittassero del tragico epilogo dell’attacco terroristico ceceno al teatro Dubrovka di Mosca, per rilanciare la tesi (cara a settori importanti del Dipartimento di stato USA) della “guerra di liberazione”, da sempre funzionale agli interessi di chi, ormai da molti anni, è interessato alla “balcanizzazione” del conflitto caucasico. Simile lettura della tragedia, avvenuta nel momento in cui gli Stati Uniti sono impegnati nello sforzo di allineare gli interlocutori più riottosi alla loro posizione in merito alla crisi irachena, assume così anche le caratteristiche di uno tra i tanti strumenti messi al servizio di quei potenti settori dell’elite russa che più premono sul Cremlino, in grande difficoltà nella gestione della vicenda, perché assecondi definitivamente i disegni strategici del partner americano1.
Non era così scontato, invece, che prese di posizione a sostegno del micronazionalismo ceceno, oggettivamente convergenti con il lucido zelo “filoimperialista” dei “marines” radicali, echeggiassero anche nella sinistra alternativa 2.
C’è, in questo approccio, una componente emotiva, giustificata certamente dall’orrore che i costi umani della guerra creano in qualsiasi persona di buon senso. Ma è altrettanto vero che essa porta a semplificare ed anche a travisare i termini reali della “questione cecena”.
Certo, non possiamo non condividere i sentimenti di sdegno e di umana pietà che i lutti e le distruzioni provocati da una guerra che il regime russo, fin dai tempi di Eltsin, ha ritenuto essere l’unico metodo in grado di risolvere un problema che esso stesso aveva creato, strumentalizzando, nella fase del suo consolidamento, i velleitarismi politici di clan mafiosi ceceni, spesso in simbiosi con cosche e oligarchie moscovite. Ma non per questo dobbiamo concludere perentoriamente che ci troviamo di fronte a una “guerra di liberazione nazionale” dei ceceni e, più in generale, dei popoli del Caucaso contro la “colonizzazione russa”. Quasi che la situazione, ai giorni nostri, si presentasse esattamente come ai tempi della rivolta ottocentesca antizarista dell’Imam Shemil.
Ci dispiace contraddire un senso comune assai diffuso. Ma le cose nell’area caucasica – ricordiamo, oggetto da sempre delle velleità egemoniche della Turchia – sono ben più complicate e non riconducibili certo alla contrapposizione colonizzatori/colonizzati e all’esistenza di una lotta “per l’indipendenza nazionale”.
Innanzitutto occorre rilevare che – come ha sottolineato un competente studioso – “contrariamente alle tesi primordialiste dei nazionalisti, nel Caucaso la formazione di “nazioni” legate ad un territorio dotato degli attributi della statualità è stata una creazione delle autorità sovietiche”3. Del resto, ancora oggi, come ai tempi di Shemil, su base tribale sono organizzate le bande dalle caratteristiche mafiose che sviluppano la “resistenza” cecena al potere centrale. Tutti i paragoni con le esperienze più nobili di lotta di liberazione sono assolutamente fuorvianti.
Nessuno storico serio potrebbe negare che, non solo nel resto del Caucaso compreso nel territorio dell’attuale Federazione Russa, ma (almeno dal 1957 al 1991) anche nella Cecenia stessa, durante i decenni dell’esperienza uscita dall’Ottobre, tra i popoli autoctoni di confessione islamica, si è avvertito in modo estremamente marginale un sentimento di ostilità nei confronti del potere sovietico, e che, al contrario, si è assistito ad un periodo di fioritura civile e culturale, di impetuosa crescita economica e sociale e di sostanziale convivenza multietnica, frutto delle conquiste della rivoluzione. Come non riflettere sul fatto che, ai tempi dell’aggressione nazifascista, quando gli occupanti cercarono, come era ovvio, di sfruttare le tensioni interetniche, il tentativo di strumentalizzazione cadde praticamente nel vuoto e tutti i popoli caucasici (con l’eccezione dei ceceni e delle piccole etnie dei balkari e dei karaciaj, che pagarono poi con la tragica deportazione staliniana) dettero un contributo enorme, in linea con quello del resto dell’URSS, alla partecipazione ad un’eroica resistenza4. E dopo la guerra, persino nel periodo di rivolgimenti della “perestrojka”, le manifestazioni di irredentismo furono molto limitate, dal momento che nella Cecenia stessa si estrinsecarono nella richiesta avanzata da un piccolo gruppo informale di rimuovere monumenti di personaggi della storia russa.
C’è poi da aggiungere che non si può non evidenziare che qualcosa è cambiato anche nella composizione etnica della popolazione della regione, dai lontani tempi dell’arrivo dei russi e che da lungo tempo il Caucaso rappresenta una componente fondamentale anche dell’immaginario collettivo russo ed esercita rilevanti influenze sulla stessa vita culturale russa5.
La componente etnica russa è oggi parte imprescindibile dell’entità multinazionale nord caucasica: i russi costituivano, al momento della dissoluzione dell’URSS, il 68% della popolazione in Adighea, il 42,4% nella Karaciaj-Circassia, il 32% in Kabardo-Balkaria, il 30% nella Ossezia del Nord, il 25% in Cecenia (prima di subire gli effetti della “pulizia etnica”) e il 9,2% in Daghestan (dove sono stati settori della stessa popolazione autoctona ad autorganizzarsi e ad affiancare l’esercito contro il terrorismo “wahabita”), mentre nelle regioni settentrionali di Rostov, Krasnodar e Stavropol rappresentavano addirittura l’86,9%, l’85,1% e il 77,9%. E non va neppure trascurata la presenza di significative rappresentanze di nazionalità cosiddette “non titolari” (ucraini, bielorussi, armeni, ebrei, greci, zigani, coreani, tedeschi, ecc.). C’è inoltre da mettere in rilievo che settori consistenti delle stesse popolazioni autoctone abbracciano fedi religiose diverse da quella islamica.
Come si vede, ce n’è a sufficienza per temere il dilagare delle indipendenze artificiali. Solo un irresponsabile può non essere preoccupato delle conseguenze imprevedibili che la “balcanizzazione” del nord del Caucaso (già attraversato nella sua parte meridionale, in Georgia, da altri terribili conflitti) potrebbe comportare. Si pensi solo, quale esempio, cosa accadrebbe se la maggioranza della popolazione russa dell’Adighea aderisse agli incitamenti ai “pogrom”, che provengono dalle organizzazioni più estremiste dei cosacchi.
È sulla base di tali considerazioni che i comunisti russi e le componenti del movimento progressista dello stesso Caucaso hanno definito, negli ultimi anni, le loro posizioni.
Già alla fine del 1999, nel corso di un significativo “Congresso dei popoli del Caucaso”6, veniva affermato che la causa principale dello scatenamento dei conflitti interetnici, in Cecenia e altrove, andava ricercata “nella distruzione dell’Unione Sovietica e nella restaurazione del capitalismo”. “L’inasprimento dei rapporti tra le nazionalità è strettamente legato alla decadenza dell’economia, alla disoccupazione di massa, al deciso peggioramento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione. È proprio per questo che i nazional-separatisti, attraverso l’appropriazione del potere e della proprietà, hanno provocato artificiosamente contraddizioni tra le nazionalità, scagliandole l’una contro l’altra. È un fatto che prima non avevamo conflitti nazionali, mentre oggi sono all’ordine del giorno. È proprio per questo che la supremazia proclamata della sovranità della Russia sulla sovranità dell’URSS ha fatto rinascere la vecchia diffidenza delle “periferie” nei confronti del centro, mentre lo slogan “prendetevi tutta la sovranità che potete” ha rappresentato un segnale di incoraggiamento per il nazional-separatismo. Da noi non c’erano pretese territoriali, mentre oggi si moltiplicano… Da noi non esistevano “allogeni” e “eterodossi”, oggi esistono… È in virtù di questo che dall’esterno si è imposta una linea tendente a ridurre i legami con la Russia…”.
Nel corso di quell’importante incontro era uno dei dirigenti più competenti in materia di “questione delle nazionalità”, Nikolaj Bindjukov, tuttora ai vertici del PCFR, a definire la guerra in Cecenia “una prova generale della balcanizzazione della Federazione Russa, elemento essenziale nei progetti di spartizione del mondo nell’era della globalizzazione ed episodio della lotta tra la NATO (prima di tutto USA e Turchia) e la Russia per il controllo del traffico di gran parte del petrolio del Caspio”. L’intervento straniero (anche nella sua versione “umanitaria”) a sostegno della secessione assume così le caratteristiche di una vera e propria guerra imperialista. In questo contesto il micronazionalismo ceceno “fin dalla proclamazione della sovranità” ha esercitato un ruolo “antisovietico, borghese e criminale”, scatenando “una lotta senza quartiere per accaparrarsi gran parte del bottino derivante dalla spartizione della proprietà sociale” e, soprattutto avviando “la collaborazione con forze imperialiste straniere”. Il fondamentalismo islamico, introdotto artificiosamente dai clan mafiosi ceceni, è “un alleato consapevole” dell’imperialismo nei suoi progetti di dominio su quest’area strategica, che possono essere meglio favoriti dalla disgregazione della grande Federazione multinazionale.

Note

1 Di questo sembrano essere convinti i dirigenti del PCFR, come testimonia il parere espresso dal leader del partito Ghennadij Zjuganov, in una sua recente intervista al settimanale del PdCI: “La pressione verso la Russia per farle cambiare posizione sulla guerra in Iraq è senz’altro forte, ma mi auguro che Putin sia irremovibile… Non escludo che le azioni terroristiche in Russia siano preparate in un posto molto, molto lontano dalla Cecenia, e che si tratti di azioni operate per costringere Putin ad accettare la guerra contro l’Iraq. Ma si sappia che, se gli Stati Uniti fossero i padroni del petrolio iracheno, il prezzo mondiale del petrolio scenderebbe da 25 a 15 dollari e questo rappresenterebbe la fine della Russia, che vedrebbe crollare il valore delle sue materie prime… Non penso che il sequestro di Mosca sia stato organizzato senza complicità. Per trovare la radice del problema bisogna guardare agli strati politici altolocati di Russia. E degli Stati Uniti”.
Ghennadij Zjuganov. “Putin è ostaggio di una oligarchia. Occorre batterla”. “La Rinascita della sinistra”, n.41, 1 novembre 2002

2 Tale atteggiamento sorprende meno se si considera che, alcuni anni fa, prima dell’aggressione NATO alla Jugoslavia, settori di sinistra alternativa si schierarono, senza tentennamenti e successivi ripensamenti, a fianco della “lotta di liberazione” dei banditi dell’UCK.
Ben consapevoli, al contrario di altri che ben presto hanno dimenticato tutto, di come stanno oggi le cose in Jugoslavia, ci chiediamo perché adesso alcuni fautori della “frase di sinistra” alzino grida di sdegno per i “cedimenti” di Russia e Cina sulla questione irachena, nello stesso momento in cui partecipano convinti ai cori mediatici diretti dal Pentagono su Cecenia, Sin-Kiang e Tibet.

3 Cristiano Codagnone, Questione nazionale e migrazioni etniche: la Russia e lo spazio post-sovietico, Milano 1997.

4 Pensiamo che, al fine di dare una “ripassata” alla storia del Caucaso, sarebbe utile e interessante la lettura dei vari passaggi comparsi sull’argomento nella Storia Universale dell’Accademia delle scienze dell’URSS (Teti Editore) che alle “aree periferiche” sovietiche ha dedicato un’attenzione considerevole.

5 A tal riguardo vorremmo sottolineare che, in questo momento, nessuno, a meno di voler correre il rischio di essere considerato insensato, si sentirebbe di sostenere che la lotta per la resurrezione della “nazione indiana”, invocata da qualche gruppo politico di amerindi, ha il diritto di mettere in discussione l’integrità territoriale degli Stati Uniti. Sarebbe interessante conoscere l’opinione di Pannella, a cui probabilmente non è mai passato per la testa di dover rispondere a un simile quesito. E dire che di “stranezze” se ne intende!

6 Il testo dell’appello approvato dai delegati al “I congresso dei popoli del Caucaso” e altri documenti sulla questione cecena sono apparsi in l’ernesto, n. 6/1999. La rivista è ritornata altre volte sull’argomento, anche nelle annate seguenti.