Caucaso: Le prossime guerre del petrolio

Chi vuole dirigere il mondo deve avere il controllo del petrolio.

Ovunque esso si trovi. Avere il controllo assoluto del petrolio (e del gas) del Caucaso è diventata una priorità fondamentale nella strategia degli Stati Uniti e della Nato. La prova? Il governo americano ha costituito un gruppo di lavoro interministeriale sul tema esclusivo dell’energia del Mar Caspio. Tale gruppo, presieduto dal National Security Council (organo supremo della politica estera statunitense), si riunisce a scadenze mensili, quando non settimanali. Questo il commento di Glen Howard, specialista della regione euro-asiatica e consulente delle principali società petrolifere americane, oltre che di organismi governativi: In questi ultimi anni, nessun’altra regione al mondo ha goduto di tanta attenzione al più alto livello. (1)

Su cosa si basa Howard per parlare dell’importanza strategica della regione? Per due volte nel corso di questo secolo gli strateghi dello stato maggiore generale tedesco hanno concepito l’occupazione dei campi petroliferi di Baku. Nel 1918 questi sono stati occupati dalla Germania e dall’alleato ottomano congiuntamente. Venticinque anni dopo gli strateghi tedeschi, su ordine di Hitler, provano ad impossessarsi del petrolio del Caspio per controllare il cuore petrolifero dell’Unione Sovietica (2) Rassicuranti annotazioni storiche…

Nel febbraio del 1997 una visita solenne di Javier Solana dimostra che anche la Nato ha uno spiccato interesse per questa regione strategica: È la mia prima visita, ma non l’ultima, dichiara in quell’occasione il segretario dell’Organizzazione.

Progetti planetari

Da dove proviene questa passione irresistibile per il Caucaso? Dal fatto che le più grandi multinazionali occidentali vedono qui una fonte di guadagni incommensurabili: i contratti con l’Azerbaigian, da soli, superano già ora i 30 miliardi di dollari. L’amministrazione Clinton ha fatto proprio il progetto chiamato Corridoio di trasporto euro-asiatico (Eurasian Transport Corridor). Questo comprenderebbe tutto un sistema di oleodotti dall’Asia centrale fino al Mediterraneo (nel porto turco di Ceyhan), passando inevitabilmente per il Caucaso (e specificamente nell’Azerbaigian). Siamo di fronte a una scommessa di dimensioni planetarie: un progetto giapponese prevede “un ponte terrestre euro-asiatico che colleghi Rotterdam a Tokio. Enormi risorse energetiche riposano sotto il mar Caspio e in Asia centrale. (…) Con questi oleodotti il sistema energetico della Cina – legato per tre quarti al carbone – potrebbe cambiare molto velocemente e il Giappone, potendo importare petrolio e gas naturale dal Caspio, dall’Asia centrale e dal Winjiang cinese, otterrebbe di ridurre in maniera considerevole la propria dipendenza dal Medio Oriente. (3)

Dare la caccia a Mosca con l’aiuto di Ankara

Se la Nato si espande nel Caucaso, è per dare la caccia alla Russia, per stringerla letteralmente d’assedio.

Così stanno le cose, checché vogliano far credere certe smentite ufficiali, tutte ben poco credibili, stando almeno a quanto asserisce l’esperto americano Stephen Blank: Puntualmente i responsabili dell’amministrazione Clinton negano che le loro manovre militari siano condotte con cattive intenzioni. Ma la Russia ha buone ragioni per non fidarsi. Queste attività non preparano necessariamente (sic!) un’invasione, ma sono protese in ogni caso all’estensione dell’ombrello di sicurezza e di influenza su regioni da Mosca ritenute vitali per gli interessi russi. (4) Lo stesso Blank aggiunge: È evidente che una crescente tensione nelle relazioni Est-Ovest sarà all’ordine del giorno in un prossimo futuro, e per parecchio tempo.

La principale testa di ponte degli Stati Uniti nel Caucaso è l’Azerbaigian. Però, al fine di evitare uno scontro prematuro con Mosca, l’intervento USA nel Paese è messo in atto con l’uso di manovre dilatorie; così, alla Turchia viene delegato il compito della riconversione dell’esercito azerbaigiano: quattromila tra ufficiali ed alti ufficiali caucasici (la maggioranza dei quali azeri) hanno ricevuto formazione nelle accademie militari turche (e hanno messo subito in pratica gli insegnamenti ricevuti partecipando attivamente, come testimonia Glen Howard, al massacro del popolo curdo). (5) C’è la mano della Nato in tutto questo, riconosce lo stesso Howard: Il programma dell’Alleanza Atlantica si è rivelato il tramite perfetto per consentire ad Ankara di addestrare, con armamento turco, i quadri militari di tutta la regione del Caspio. (6)

In seguito alla visita di Solana, l’Azerbaigian ha partecipato a manovre Nato in Norvegia (aprile ‘97) e accordato agli aerei turchi della base di Incrilik.il permesso di sorvolare i suoi oleodotti

Svolgendo per i padroni americani il ruolo di gendarme regionale, con l’incarico di controllare tre regioni di importanza cruciale – il Medio Oriente, il Caucaso e l’Asia centrale -, la Turchia ha tutte le carte per assurgere il ruolo di alleato più importante della NATO per il prossimo cinquantennio. Questo forse spiega perché non si sente mai parlare, negli Stati Uniti, di misure contro i generali fascisti turchi. Oltre all’Azerbaigian, un altro paese caucasico gioca un ruolo chiave nelle manovre di Washington: la Georgia, interessata, nel solo 1998, da ben 130 operazioni militari congiunte nell’ambito della cooperazione con la Nato. La Georgia e l’Azerbaigian sono il cuore di un’alleanza che è economica, ma è sempre più militare, e che comprende anche altri due protetti degli Stati Uniti, l’Ucraina e la Moldavia. Battezzata come GUAM, questa alleanza ha già creato un battaglione comune, denominato Eurasia, che potrebbe essere l’incaricato di future missioni di pace nella regione.

Due pretesti per l’intervento

Sia l’Azerbaigian che la Georgia covano un problema etnico che, quando i suoi padroni lo ritenessero utile, potrebbe sfociare in un conflitto aperto, in uno scenario alla jugoslava: evidentemente Washington ritiene che i tempi non sono ancora maturi per accentuare fino a tal punto la sua offensiva contro Mosca.

Ma già sono pronti i pretesti per un futuro intervento della Nato. Per esempio, sempre secondo Glen Howard, i due maggiori punti di tensione nel Caucaso – l’Abasia e il Nagorno-Karabach – rimangono bloccati perché l’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, è incapace di giungere a un accordo. Delusi per i mancati progressi nelle conversazioni dirette dall’Europa, tanto l’Azerbaigian quanto la Georgia rivolgono appelli sempre più espliciti alla NATO affinché si faccia carico, in qualche modo, della regione. (8) O non sarà piuttosto che Washington che li istiga a rivolgere tali appelli?

È proprio in Jugoslavia dove è apparsa ben chiara, per la prima volta, la relazione tra impotenza dell’ONU e dell’OSCE, da una parte, e superiorità della Nato, dall’altra. D’altronde, nel Caucaso lo scenario jugoslavo era già stato anticipato, come si comprende da queste righe scritte prima della guerra nel Kosovo: “Secondo i responsabili azerbaigiani, la NATO ha dimostrato, dopo il successo delle operazioni per il mantenimento della pace in Bosnia, di avere tutta la competenza necessaria per risolvere il conflitto dei Balcani”. L’autore di questa riflessione aggiunge: L’OSCE ha un bilancio di 100 milioni di dollari, che è una cifre di poca rilevanza se paragonata ai 2 miliardi di cui dispone la NATO. (9)

L’opera degli strateghi americani si riassume con queste frasi poco rassicuranti: Il Caucaso e l’Asia centrale potrebbero divenire il vero terreno di sperimentazione delle operazioni NATO out of area (fuori della propria zona), anche se la regione rivela problemi che superano le complicazioni legate alle operazioni nella ex Jugoslavia. Un conflitto nell’Europa orientale o centrale porrebbe problemi alla NATO, ma almeno implicherebbe attori ben conosciuti: i Paesi dell’ex Patto di Varsavia. Non si da lo stesso caso in Asia centrale e nel Caucaso. Qui gli attori coinvolti potrebbero essere la Cina, l’Iran e l’India, come pure la Russia. (10)

Insomma, una guerra dalle implicazioni molto vaste: siete avvisati.

(Traduzione a cura di L. M.)

Note:

(1) Glen Howard, Nato and the Caucasus, the Caspian Axis, in Nato after enlargment, US Army War College, Washington, 1998, p. 162

(2) Ibidem, pagg. 151-152

(3) Nikkel Weekly, 17.5.1999

(4) Glen Howard, op. cit., p.106-107

(5) Nato after enlargment, pag. 174

(6) Ibidem, pag. 173

(7) Washington Times, 9.1.1998

(8) Nato after enlargment, pag. 198

(9) Ibidem, pag. 199

(10) Ibidem, pag. 231