Caro Claudio, non sbagliare di nuovo

Il compagno Grassi, coordinatore nazionale dell’area Essere Comunisti, per la prima volta parla esplicitamente dell’Ernesto e delle prospettive dei comunisti, in un intervento di qualche giorno fa alla riunione della sua area del Lazio, pubblicato integralmente sul Sito Essere Comunisti (chi volesse leggerlo integralmente può accedere al sito www.esserecomunisti.it).
Non avremmo voluto, ma ci tocca rispondere, tentando di evitare come la peste la logica solita in voga nei piccoli gruppi a sinistra di considerare i nemici principali quelli più vicini, per ragioni di concorrenza e per sottrarre piccole quote di consensi.
Il compagno Grassi, nel suo intervento, dice tante cose condivisibili e comuni alle nostre posizioni, dalla critica al congresso di Venezia alla critica al governo Prodi e all’atteggiamento subalterno del gruppo dirigente del Prc (anche se si guarda bene da criticare il ministro del Prc in quel governo, ma questo lo capiamo), dalla critica alla Sinistra Arcobaleno alla gestione autoritaria del gruppo dirigente bertinottiano. Quindi con il 90% e più del suo intervento sono d’accordo. Dov’è che non sono d’accordo ed anzi ritengo che il compagno Grassi commetta un grave errore ? Su due punti in particolare.
Primo, dice Grassi: “L’obbiettivo che perseguiamo da Venezia era di disarticolare la maggioranza”. Parla evidentemente della maggioranza del gruppo dirigente del Prc che si era formata a Venezia. E questo è giusto, l’obbiettivo di disarticolare la maggioranza era un obbiettivo comune perseguito da tutta l’area Ernesto-Essere Comunisti quando era unita. Non è su questo che l’area si è divisa. Ho sempre pensato che la maggioranza avesse delle contraddizioni e che bisognasse tentare di incalzarle e di aprirle. Questo è l’abc della politica. Il problema che Grassi non vede o nasconde è che fino alle elezioni del 13 e 14 aprile la maggioranza, pur piena di contraddizioni e di diversità al suo interno, non si è affatto disarticolata, nonostante tutti i disastri fatti dal governo Prodi e dal gruppo dirigente del Prc, disastri che Grassi elenca nella prima parte del suo intervento. Si è, purtroppo, invece non solo disarticolata ma persino divisa e spaccata sia la minoranza (quel 41% che prese al Congresso di Venezia) sia l’area dell’Ernesto-Essere Comunisti. Non si è disarticolata la maggioranza quando il governo finanziò la prima missione di guerra in Afghanistan, nonostante la grande assemblea a Roma del movimento contro la guerra (a cui intervenne anche Claudio). Non si è disarticolata la maggioranza con la prima finanziaria di sacrifici di Padoa Schioppa. Non si è disarticolata sullo scippo del Tfr, sullo scalone Maroni, sull’accordo sul welfare, sull’aumento delle spese militari, sulla base di Vicenza, sullo scudo stellare. Non si è disarticolata sui provvedimenti securitari contro gli immigrati, sul rifiuto di superare la legge 30, la riforma Moratti e la Bossi-Fini. Non si è disarticolata su nulla, neanche a Carrara. Solo Ramon Mantovani, ad onor del vero, ha cominciato ad esprimere qualche timido dissenso, ma solo nella fase finale del governo Prodi e sull’onda dei dissensi dell’Appello di Firenze e della maggioranza della Federazione di Bologna, dissensi sollecitati, sospinti, tirati per i capelli – come sanno anche i bambini – dalla battaglia coraggiosa, determinata e unitaria dei compagni dell’Ernesto di Bologna e Firenze, che hanno dovuto combattere anche contro l’ostracismo burocratico, moderato e a volte dogmatico (secondo una logica classicamente cossuttiana) dei compagni di Essere Comunisti delle due federazioni, che – diversamente dai bertinottiani dissidenti – si sono messi persino contro l’Appello unitario di Firenze.
A disarticolarsi, invece, sono state le minoranze del congresso di Venezia, perdendo prima l’area di Ferrando per una frase infelice in una intervista sulle missioni di guerra italiane (a proposito del diritto al dissenso), e poi Sinistra Critica dopo l’espulsione di Turigliatto (su cui andrebbe aperta una riflessione alla luce di tutto il fallimento del governo Prodi e della presenza del Prc nel governo). E poi, dulcis in fundo, si è spaccata in due l’area dell’Ernesto-Essere Comunisti. Non è così? Al di là delle responsabilità, non si è spaccata l’area dell’Ernesto invece che disarticolarsi la maggioranza?
Dice Claudio: “Se a Carrara noi ci fossimo messi in un angolo, come hanno fatto e come ci chiedevano i compagni dell’Ernesto, la maggioranza di Venezia non si sarebbe mai spaccata. E’ del tutto evidente, infatti, che nessuno di quella maggioranza avrebbe avuto il coraggio di rompere se non ci fosse stata un’altra parte del partito che poteva fargli intravedere la possibilità di vincere la battaglia”.
E’ incredibile questa tesi. Serve solo a giustificare l’errore di spaccare l’area dell’Ernesto-Essere Comunisti senza ottenere nulla. Vorrei ricordare innanzitutto che nella Conferenza di organizzazione l’Ernesto non si è affatto messo in un angolo, ma ha presentato e fatto approvare diversi ordini del giorno in molte importanti federazioni, invece di mettersi nell’angolino della conta minoritaria degli inutili emendamentini ed ha presentato, come contributo al dibattito senza metterlo ai voti, un documento complessivo, prodotto dai compagni bolognesi, sulla situazione politica e sociale italiana (dove si metteva in guardia con grande lungimiranza dai pericoli governisti) e sull’organizzazione, con proposte innovative di una certa originalità e qualità. Documento assolutamente sottovalutato con grande supponenza dal gruppo dirigente burocratico del Prc abbarbicato al potere. E poi si dimentica che a Carrara l’Ernesto ha partecipato persino a scrivere l’odg finale, pur nella consapevolezza che contasse poi ben poco (come infatti è stato). Ma la cosa più strabiliante è un’altra. Come si fa a dire che la maggioranza di Venezia, di fronte ad un risultato come quello del 13 e 14 aprile che spazza via la Sinistra Arcobaleno, Bertinotti e Rifondazione, non si sarebbe divisa, se non ci fosse stato Essere Comunisti? Come se la disarticolazione della maggioranza non avesse avuto una base oggettiva dovuta alla nuova situazione, ma solo motivi dovuti alla dialettica interna al gruppo dirigente del Prc. Questa analisi rischia di apparire propaganda bella e buona, utile solo a giustificare tutto il percorso stravagante e innaturale che ha portato a fare la mozione con Ferrero e Mantovani, peraltro escludendo il coinvolgimento di altre forze, come l’Ernesto e il movimento degli autoconvocati partito da Firenze.
Io penso, al contrario, che se l’area dell’Ernesto-Essere Comunisti non si fosse divisa ed avesse affrontato il congresso con una mozione comune (magari assieme alle parti diverse da noi che hanno dato vita all’appello di Firenze), la nostra mozione di sinistra sarebbe all’offensiva, avrebbe tutte le ragioni dalla sua di fronte al fallimento completo della linea di Venezia e potrebbe farle finalmente valere con molta più forza (avrebbe persino potuto ambire alla maggioranza relativa). E credo che la spaccatura nella maggioranza di Venezia sarebbe molto più grande. E’ stato un guaio, un grave errore (che ricade certamente su tutti i dirigenti della nostra comune area, compreso il sottoscritto, ma innanzitutto su chi la coordinava) aver diviso questa nostra preziosa area. Detto questo, al di là delle responsabilità per le divisioni del passato, guardiamo avanti. Se lavoriamo per l’unità dei comunisti, mi sembra ovvio che lavoriamo per l’unità anche con l’area di Essere Comunisti, mettendoci alle spalle le divisioni. Tuttavia è proprio sulle prospettive che c’è il mio secondo punto di disaccordo con l’intervento del compagno Grassi.
C’è un paragrafo nella trascrizione dell’intervento il cui titolo ci dà subito la misura del secondo errore catastrofico che commette Grassi: “Alle elezioni europee con il nostro simbolo”. Se avesse detto: “Alle elezioni europee con la falce e martello”, sarebbe stato tutto diverso. Dire: “alle elezioni europee con il nostro simbolo” significa dire che, nonostante la sconfitta catastrofica della Sinistra Arcobaleno, nonostante i rischi di frammentazione e di sparizione dei comunisti, nonostante i probabili sbarramenti elettorali, anche alle elezioni europee, Claudio Grassi propone che il Prc e il Pdci vadano divisi. Grassi non sostiene neanche l’unità elettorale fra Prc e Pdci in un’unica lista ed un unico simbolo comunista, che sarebbe questo sì un bel segnale di unità e di ripresa dei comunisti. Avrei potuto capire, senza condividerla, questa proposta di presentazione separata alle elezioni europee se la Sinistra Arcobaleno avesse preso il 6-7% e quindi in una condizione in cui ancora Rifondazione Comunista mantenesse un consenso significativamente più alto del Pdci. Ma oggi è tutto cambiato. Ma proprio tutto. Come si fa a non vedere che chi è più bruciato dalla sconfitta dell’Arcobaleno (e dal fallimento del governo Prodi) è Rifondazione Comunista, il cui leader ancora simbolicamente riconosciuto dalle masse (che sono quelle che votano, non sono i militanti) è Fausto Bertinotti, bruciato nei sentimenti popolari sull’altare del governo Prodi e della Sinistra Arcobaleno? Rifondazione per l’elettorato è Bertinotti. Così, purtroppo, l’ha costruita. E così l’ha distrutta. Una cosa sono i nostri desideri, altra cosa è la realtà. E una cosa sono i gruppi ristretti, e sempre più ristretti, di militanti, altra cosa, ben altra cosa sono gli elettori. Il risultato elettorale, totalmente imprevisto nella sua dimensione catastrofica, dovrebbe pure insegnarci qualcosa! Attenzione, caro Claudio, se oggi il Prc andasse al voto da solo rischierebbe di prendere meno voti del Pdci, come avvenuto – già prima della catastrofica bruciatura della Sinistra Arcobaleno – in molti casi nelle scorse elezioni amministrative (nascosti dal gruppo dirigente bertinottiano). E’ questo che vuoi? Per andare poi col cappello in mano dal Pdci nel processo unitario, che anche tu sembri auspicare, sia pure in modo diverso da una costituente comunista? Dopo le elezioni europee (e non dimentichiamo la tornata di elezioni amministrative: anche lì dovremmo andare con due simboli diversi, anzi forse con tre o quattro visto che lì ci sarebbero anche il Pcl e Sinistra Critica?), dici, “potremmo iniziare un processo di riavvicinamento tra i due partiti comunisti, il Prc e il Pdci, che non è l’unità dei comunisti ma un processo di due formazioni politiche che aprono un confronto su una base ideale, ma soprattutto programmatica”. E di questo passo, quando ci sarà un unico, più forte, partito comunista? Fra un secolo? Quando non ci sarà più niente da fare? Come si fa a non vedere che è la situazione oggettiva – cambiata radicalmente con il risultato assolutamente imprevisto e inedito del 13 e 14 aprile – che spinge verso la riunificazione dei due partiti comunisti, e che nessuna piccola e miope burocrazia di partitino potrà fermare. Se si metterà contro ne sarà travolta. Una situazione oggettiva difficilissima determinata dall’esito delle elezioni, difficilissima non solo per lo stato dei comunisti (frantumati in quattro/cinque piccoli pezzi), non solo per lo stato della sinistra e del movimento dei lavoratori (in ginocchio davanti ai padroni sempre più aggressivi e arroganti), ma anche per il bipartitismo crescente, quasi stabilizzato, e per una destra molto forte non solo in parlamento e nel governo ma anche nella società, nella pancia della società. Una destra estremista e pericolosa, con una specificità italiana, diversamente dalla destra di altri paesi europei. Capisco che i processi possono ancora essere immaturi per una parte consistente di militanti del Prc, che sono abituati a guardare solo il loro ombelico, devastati mentalmente da anni di stolte innovazioni culturali bertinottiane (anche se i processi sono molto più maturi nell’elettorato ampio, che ha vissuto solo di straforo sia le divisioni fra i comunisti che l’influenza nefasta del bertinottismo). Tuttavia in una situazione così drammatica per la sinistra e per il movimento dei lavoratori, sarebbe davvero un crimine non lavorare, e in tempi quanto più stretti possibili, per la riunificazione dei due partiti comunisti.
Sono certamente da prendere in grande considerazione le perplessità sulle forme di una indistinta unità dei comunisti, nella corsa che si aprirebbe a chi è il “vero” comunista (trovi sempre qualcuno che è più comunista dell’altro), quando Grassi afferma: “L’unità dei comunisti, invece, è un’illusione: innanzitutto chi decide chi è e chi non è comunista? Non è una questione nominalistica o puramente ideologica: serve riavvicinare i due partiti comunisti, non dare vita ad un partito che chiami a raccolta tutti i pazzi che ci sono in circolazione”. Ma è normale che in questi processi un po’ spontanei, un po’ tumultuosi, c’è di tutto, c’è confusione, ci sono polemiche, c’è basismo, c’è primitivismo, c’è estremismo, c’è settarismo. Non ricordiamo cos’è stata la prima fase di Rifondazione Comunista? I comunisti, se sono rivoluzionari, sanno governare queste situazioni e incanalarle nella giusta direzione. Se sono dei burocrati o dei custodi di una analisi dogmatica e ripetitiva dei processi storici vengono spazzati via. E’ evidente che se i due partiti si rimettono assieme ed assieme avviano un processo di ricomposizione (ovviamente niente affatto ideologica ma politica, programmatica, sociale, di lotta, di movimento), è molto meglio perché qui c’è la forza per dirigere una situazione necessariamente caotica, per evitare “i matti” (anche se spesso anche noi veniamo presi per “matti” da chi ci guarda da fuori !) e per attrarre altri comunisti sparsi (soprattutto singoli che sono usciti delusi sia dal Prc che da Pdci, è inimmaginabile quanti ce ne sono, si pensi solo che in 10 anni il Prc ha perso ben 500 mila iscritti), qui c’è la forza per attrarre anche nelle lotte altri comunisti, altre sinistre sociali, sindacali, di classe, anticapitaliste, movimenti antagonisti (si veda il 20 ottobre), qui c’è la forza per formare nuovi comunisti fra i giovani militanti delle lotte sociali e qui c’è la forza per riattrarre anche elettoralmente chi ci ha abbandonato, chi non ha votato la Sinistra Arcobaleno andando in tutte le direzioni, sia verso l’astensione, sia verso la lega, sia verso il voto utile al Pd. E le elezioni europee sono un appuntamento da non perdere non per una ossessione elettoralistica o simbolica (che ha costituito uno degli errori d’origine che ha fatto fallire la Rifondazione Comunista e che quindi dovremmo evitare), ma perché sono il momento in cui dare il primo segnale di ripresa forte, anche perché svincolate dal voto utile. Sono il momento in cui dare il segnale di rinascita ad ampie masse, in cui il Prc e il Pdci uniti (anche solo, ancora, in una coalizione elettorale) possono prendere anche il 5%, il che sarebbe un segnale al Pd, alla Sinistra di Vendola, Bertinotti e D’Alema, e soprattutto un segnale straordinario di vita, di rinascita, di speranza nel futuro al popolo comunista e di sinistra, sconfitto e disorientato ma ancora esistente. Direbbe a tutte e tutti e innanzitutto a noi: non è finita, la nostra storia non è finita. Possiamo ricominciare.

Bologna, 3 giugno 2008
Leonardo Masella