Bologna: un’altra città è possibile

Qual è il vostro giudizio sulla situazione bolognese? In particolare, quali sono le difficoltà che riscontrate rispetto all’approccio che questa amministrazione ha nei confronti dei problemi che sollevate?

Rosario Picciolo (1) (Livello 57)
Penso che la nostra città non abbia bisogno di un ordine del giorno sulla legalità ma di un ordine del giorno sui diritti negati. Vi è cioè innanzitutto un problema di politica sociale. Noi consideriamo prioritario che l’amministrazione comunale dia delle risposte alle vere illegalità diffuse: penso all’affitto nero, al lavoro nero, alla assenza totale di politiche giovanili, alla mancanza di una seria politica sulle droghe. Bisogna invertire l’ordine delle priorità ed oggi, su questo terreno, fatichiamo a costruire un dialogo con l’amministrazione comunale.

Domenico Mucignat (2) ( Teatro Polivalente Occupato) C
Cofferati sta gettando una cortina di fumo per nascondere i problemi reali della città. Riempie televisioni e giornali parlando del degrado di piazza Verdi, delle baracche sul Lungoreno e dei centri sociali e tace su tutta una serie di problemi gravissimi, a cui già Rosario faceva riferimento. Il punto vero è che Cofferati sta giocando di sponda con quello che definiamo ironicamente il “B8”, l’unione dei poteri forti bolognesi che, per esempio, decide lo sviluppo edilizio cittadino sulla testa delle periferie, delle campagne. Si vuol fare di Bologna, in definitiva, il quarto polo finanziario italiano.
Vi è poi un punto dolente essenziale, il tema della partecipazione: il Sindaco si comporta come un principe sovrano, anche in relazione agli stessi membri della giunta. È per questo che è ancora più importante avviare nuove forme di sperimentazione cittadine, puntando sulla ricchezza dell’associazionismo, dei movimenti. Voglio dire che governare la città in maniera diversa è possibile: penso a Sandro Medici che a Roma ha avuto il coraggio di requisire le case per destinarle a famiglie disagiate. La legalità si può rompere anche dall’alto.

Luca Pepe (3) ( VAG 61 )
Questa Giunta si è caratterizzata innanzitutto per l’immobilismo. L’unico passo avanti compiuto è Sirio, il sistema di telecamere che limita l’accesso al centro storico delle automobili, rispetto al quale, tra l’altro, oggi parzialmente si fa retromarcia, accontentando uno di quei poteri forti – l’Associazione dei commercianti – di cui parlava Domenico. Ma se si eccettua questo provvedimento, in cosa siamo diversi dalla giunta Guazzaloca? Cofferati, di fronte a 7.000 appartamenti sfitti e 4.000 persone in lista d’attesa (senza contare gli studenti), parla di 40-50 case occupate. Così facendo accentua la spaccatura tra la città che appoggia il Sindaco e un’altra città, quella dei lavoratori precari, degli studenti, dei migranti, che lo osteggia proprio perché non pone a tema il tentativo di risolvere alcuni dei problemi che questi stessi soggetti esprimono. Inutile dire che questa è una spaccatura pericolosa per la città stessa, visto che una delle caratteristiche fondamentali di Bologna è sempre stata l’integrazione e la contaminazione.

R. P
Vi è l’evidente rischio di una frattura tra un settore importante della parte produttiva della città e la parte che trae profitto. Torna alla mente la figura, evocata da Valerio Evangelisti nel suo Gli sbirri alla lan – terna. La plebe giacobina bolognese, della rivolta della comunità studentesca, al volgere del XVIII secolo, contro l’amministrazione comunale. Quella rivolta si concluse con il reintegro degli studenti in una città che li riaccolse. Speriamo che questo insegni qualcosa per il presente e per il futuro.

Agostino Giordano (4) ( studente uni-versitario, Prc)
Penso che la situazione che stiamo vivendo oggi a Bologna non sia slegata da un ragionamento sulle prospettive a breve termine di un governo comune di centrosinistra. Cofferati sta mandando un messaggio alle forze moderate abbastanza chiaro: con le ali estreme, e segnatamente con Rifondazione Comunista, non si può governare. Il banco di prova sono però i problemi reali e la soluzione che un governo dà a questi problemi. Non ci si può isolare, bisogna evitare il rischio dell’autoreferenzialità, mantenere ampio il fronte del consenso intorno alle nostre richieste e contemporaneamente tenere alto il conflitto e la mobilitazione. C’è una città che vive parallelamente (la città dei 40.000 studenti fuori sede e dei circa 50.000 lavoratori fuori sede): se manca la volontà di integrare questa realtà nel tessuto cittadino (in primo luogo garantendo diritti) rischiamo veramente che la questione esploda. Evitiamolo, contrapponendo la legalità della giustizia all’illegalità dell’ingiustizia, con la lotta e le mobilitazioni.

Si è richiamato indirettamente il tema del consenso. Cofferati ha il consenso della Bologna bene ma anche di larghe fasce delle classi lavoratrici e popolari appunto perché le stimola sul piano de – gli istinti. Fa leva su una condizione di malessere e precarietà diffusa, causata dalle politiche neoliberiste e non certo dall’atteggiamento dei lavavetri o dal – l’occupazione di alcune case sfitte, e arruola in questa crociata in difesa di una certa legalità anche alcuni dei soggetti più deboli. Ma il tema del consenso riguarda anche noi, che fatichiamo a creare un senso comune solidale e progressista tra la gente. Qualcosa muoviamo nel rapporto con altri soggetti organizzati (Cgil, sinistra DS, addirittura le Acli e la Caritas) ma fatichiamo terribilmente tra le persone in carne ed ossa, anche in realtà operaie (penso al quartiere S. Donato) in cui elettoralmente i partiti della sinistra d’alternativa (in primo luogo Rifondazione Comunista) sono forti.

R.P. C
Cofferati si è fatto eleggere con i voti della sinistra ma governa con i temi della destra suscitando, anche a sinistra, un forte consenso. Per noi dunque è veramente difficile. Teniamo conto che è stato presentato come il salvatore della patria che ha restituito Bologna al centrosinistra: ha un credito fortissimo nei confronti della cittadinanza anche per questo motivo, oltre al fatto, come dicevi, che sta fomentando il senso di insicurezza di larghi settori della popolazione e dirigendo il malcontento contro i centri sociali e contro i soggetti (anch’essi precari) che rappresentiamo. Forse l’unica strada per costruire consenso è riportare al centro la politica, entrare nel merito dei problemi.

L . P.
Bologna oggi garantisce a Cofferati un consenso acritico, anche in termini di fiducia. Inoltre vi è il fatto che la città è governata da una rete, in primo luogo cooperativa, che ne possiede il tessuto economico, sociale, culturale, finanziario. Non è facile scardinare questo sistema di potere estremamente consolidato. Però una strada va percorsa: l’acquisizione del consenso passa innanzitutto dal rapporto con i lavoratori delle fabbriche bolognesi in crisi (penso alla Ducati e alla Sinudyne ma sono in realtà molte di più). Alla Sinudyne, a proposito di sacrosanta violazione della legalità, si sta discutendo se occupare o meno l’azienda per salvare i posti di lavoro. La destrutturazione industriale e, in questo contesto, le discussioni sull’occupazione operaia hanno tanto, tantissimo da dire alle nostre azioni, alla conflittualità che vogliamo far emergere.

D. M.
Il tema del lavoro è cruciale e complicatissimo da affrontare. Al TPO abbiamo costruito un rapporto con la Fiom, in particolare con nuclei di lavoratori in alcune fabbriche e con alcuni lavoratori dei call center della Vodafone e della Telecom, seguendo specifiche vertenze. Allo stesso tempo ci siamo posti il problema di cosa fare all’interno del centro sociale per andare incontro ai bisogni dei lavoratori. Dunque, non soltanto solidarizzare con una lotta per la difesa della fabbrica in crisi, organizzare un’assemblea, ma anche tentare di costruire una socialità diversa. Coinvolgere il giovane operaio e il giovane dei call center che insieme vengono alla festa “tecno”, e definire con loro momenti sempre più ampi di discussione e confronto, anche per superare una dinamica lavorativa che li segmenta, li divide. L’obiettivo è costruire socialità, aggregazione, divertimento e impegno dove convivano i delegati Rsu e le altre soggettività a cui diamo spazio ed accoglienza. Già oggi le nostre assemblee interne vogliono rappresentare quest’incontro. Abbiamo costruito, per esempio, una palestra popolare. Dopo sei mesi che un operaio frequenta quel posto capita che inizi a parlare con lo studente di fianco a lui della sua condizione e magari parla della cassa integrazione e da lì ci si confronta in assemblea… Sono processi lenti: credo molto nei centri sociali come spazi sempre più diurni e meno serali, come sedi di laboratori metropolitani, che intrecciano la cultura alternativa al precariato.

L.P.
Uno dei dati più significativi della realtà degli spazi pubblici autogestiti è la ricchezza delle differenze che esprimiamo. Al VAG61, per esempio, ospitiamo una radio, un laboratorio video, uno studio di registrazione, un laboratorio sul copyleft.

R.P.
Attraverso la nostra esperienza tentiamo di cambiare le regole del gioco, ovviamente al livello al quale possiamo intervenire. Facciamo formazione per diverse figure professionali valorizzando la creatività e le potenzialità di ogni singolo individuo che, a sua volta, le pone al servizio dei bisogni, materiali e immateriali, di chi frequenta il centro sociale e di chi vi si rivolge.
Da noi lavorano farmacisti, avvocati, operatori della comunicazione: potenzialità messe al servizio della collettività. Per il nostro centro sociale è fondamentale il tema della riduzione del danno e, da noi, passa una parte importante della formazione regionale in tema di droghe. Terremo, per la Asl di Bologna, dei corsi di formazione rivolti ai poliziotti che hanno a che fare con le tossicodipendenze.

A.G.
Nel suo delirio repressivo il Sindaco prende di mira, dopo i migranti e gli occupanti di case, i centri sociali. E non è casuale perché anche Cofferati riconosce ai centri sociali una funzione sociale, cioè il loro essere il punto di raccordo di diverse esperienze di sfruttamento e subordinazione e, contemporaneamente, il luogo dove si tenta di produrre un’alternativa alla cultura della mercificazione.
Allora è possibile creare consenso se si muove da qui per allargare il fronte. L’esempio della mobilitazione studentesca contro la Riforma Moratti, che a Bologna la polizia ha tentato di reprimere con la violenza e che è una mobilitazione generale, che parla del diritto alla casa e difende la dignità dei migranti, è emblematica. Si tratta ora di fare il passo successivo: integrare queste realtà con i soggetti classici (la base popolare e lavoratrice della sinistra). Penso che ci sia molto in comune tra un pensionato che prende 400 euro al mese di pensione ed un lavoratore precario senza tutele, senza diritti e con salari irrisori.

Vorrei riprendere un ragionamento che emerge tra le righe dei vostri interventi. Penso che si debba avere il coraggio di valorizzare quelle esperienze che, sebbene avvengano in violazione della legge, restituiscono uno spazio pubblico alla fruizione della cittadinanza attraverso un progetto di socialità e di cultura alternativa. Anzi, sono convinto che molte di queste realtà si muovano in aderenza totale al principio della legittimità.
Antonio Soda ha recentemente ricordato su “Liberazione” la differenza tra la legalità, mera corrispondenza alla legge scritta, e la legittimità, ossia la corrispondenza al diritto positivo e quindi il riconoscimento e la tutela delle garanzie sociali.
Penso, per essere chiaro, che quelle compagne e quei compagni che occupano uno stabile in disuso e lo destinano ad iniziative sociali, culturali, anche semplicemente ricreative, in esplicita alternativa al mercato privato e speculativo del divertimento, offrano un servi – zio pubblico alla città, alla collettività. Sono dunque una risorsa importante e soprattutto, quand’anche violino la legge, assolutamente legittima.
Vi faccio allora una proposta: costruiamo, tutti insieme ed estendendo l’idea a tutti gli altri soggetti della sinistra d’alternativa, un lavoro di in – chiesta sulle vere illegalità di Bologna? Montiamo un video, costruiamo una mostra fotografica, scriviamo un libro bianco raccogliendo le testimonianze, per esempio, sullo stato di illegalità nei cantieri bolognesi. E presentiamo, in piazza Maggiore, il risultato dei nostri sforzi. Costringiamo Cofferati a confrontarsi sul merito dei problemi.

R.P.
Sono scettico perché la cittadinanza bolognese ha già dimostrato di non essere ben disposta. Spesso fa prevalere istinti razzisti e di esclusione insensibili all’azione di denuncia che quotidianamente svolgiamo. Con, alle spalle, alcune forze politiche che avallano e dirigono questi istinti. Il problema sta a monte: nella mancanza di chiarezza con cui si stringono alleanze politiche con le forze moderate.

L.P.
L’inchiesta è un lavoro utile, a patto che non sia concepita come alternativa al conflitto sociale.

Al contrario, esattamente come mo – mento di conflitto sociale…

D. M.
Sì, però si tratta di cambiare più in profondità il nostro metodo. Bisogna cambiare il rapporto con il territorio, costruendo una relazione che vada oltre la ragione specifica (per esempio l’occupazione di una casa) con la quale si marca la presenza in un quartiere. Penso al collettivo Passepartout, ai suoi cineforum gratuiti una sera a settimana: si interviene su tematiche che il territorio vive e soffre sulla propria pelle (come la costruzione di infrastrutture contro l’ambiente). Si arriva così alla situazione per la quale sono gli stessi abitanti anziani di un circondario di case ad indicare quali sono i luoghi vuoti da dieci anni da occupare, quali sono i problemi che, insieme si possono tentare di risolvere. È un percorso lungo, ovviamente, ma per fortuna non ci sono tutti avversi, non sono tutti razzisti.

Si ritorna sul tema della casa e ciò ci conduce ad una riflessione sul ruolo della proprietà privata nella nostra società. Penso che non si possa assumere una concezione integralista della proprietà privata; penso cioè sia sbagliato anteporne, in termini assoluti, l’invio – labilità a specifiche ed urgenti ragioni di carattere sociale. In una condizione di emergenza abitativa, per esempio, non sarebbe un provvedimento progressista requisire una parte dei tantissimi immobili sfitti di proprietà di coloro i quali possono permettersi una terza, una quarta, una quinta abitazione per destinarla alle famiglie senza casa? In altri termini: dobbiamo riconoscere la proprietà privata come un diritto intangibile o questa può essere soggetta, anche in una società capitalistica, a specifiche restrizioni?

D.M.
Siamo in una condizione in cui è obbligatorio percorrere nuove strade che passino anche per la messa in discussione radicale della proprietà privata. Non abbiamo bisogno di slogan ma di una riflessione seria che, a partire da alcuni obiettivi concreti, reintroduca nel dibattito pubblico il tema della proprietà privata. Faccio un esempio: scoppierà di nuovo tra pochi giorni il freddo bolognese. Perché non si mettono a disposizione, almeno per i tre mesi invernali, alcuni stabili e appartamenti, privati e comunali, per le persone senza una casa? Il paradosso è che la proprietà privata viene messa in discussione solo in vista di un profitto maggiore. Per fare il Passante Nord a Bologna si requisiscono le terre ai contadini, per fare l’Alta Velocità in Val di Susa si requisiscono le terre agli abitanti…

A.G.
Requisire le case sfitte non è il socialismo! Lo faceva Giorgio La Pira a Firenze tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Io che sono comunista punto all’abolizione della proprietà privata come socializzazione dei mezzi di produzione, però quando si parla di lotta ai privilegi, di redistribuzione delle ricchezze e dei diritti c’è da attenersi semplicemente al dettato costituzionale. Serve però una proposta anche sul piano legislativo locale. Come si è fatto già in altre città, i movimenti ed i partiti della sinistra devono produrre un testo avanzato, nella direzione di maggiore equità e giustizia sociale.

R.P.
Vorrei una normativa che destinasse i locali sfitti all’edilizia popolare. Ma a Bologna vi è una realtà diversa da altre città italiane: ci sono molti piccoli proprietari che hanno acquistato la seconda casa come fonte di reddito. Al di là della curia e delle banche, che sono le grandi immobiliari presenti sul territorio bolognese, vi è questa realtà rispetto alla quale va fatto emergere il sommerso. Lottare contro il mercato nero degli affitti ed imporre un equo canone o forme progressive di contribuzione all’affitto, a seconda della capacità di reddito.

Cosa possiamo fare, insieme, per imporre un’altra agenda politica a Cofferati?

R.P.
Tentiamo di trovare sempre più punti comuni di discussione e soprattutto di azione, puntando a fare esplodere le contraddizioni di questa amministrazione. Sentiamo il PRC di Bologna, in questo senso, vicino a noi e al movimento. Tuttavia, viene prima il livello nazionale. Là devono cambiare i rapporti di forza e quelle leggi vincolanti di carattere nazionale a cui allude la legalità di Cofferati.

D.M.
L’assemblea del movimento del 2 novembre ha aperto delle prospettive interessanti anche se dubito si possano aprire spiragli con la Giunta Cofferati.

L.P.
Voglio avanzare qualche piccola proposta, molto concreta. Pedonalizziamo il centro storico e riattiviamo Sirio per fare respirare finalmente l’ambiente ed i cittadini. Per quanto concerne l’emergenza abitativa, interveniamo sul mercato privato attraverso una politica di assegnazione delle case sfitte e di restrutturazione dell’edilizia popolare. Vi è anche un problema di costo dei trasporti pubblici: dobbiamo ottenere che, fino ad un certo reddito, il biglietto dell’autobus sia gratuito e inoltre introdurre il biglietto da mezz’ora a 50 centesimi.

A.G.
Sono d’accordo con Luca. Nel complesso, abbiamo bisogno di una forte mobilitazione e di evitare il settarismo, l’autoreferenzialità. È per questo che penso che la nostra presenza in Giunta sia ancora utile: ci permette di far riflettere la parte moderata del centrosinistra e contemporaneamente di stringere contatti con le altre forze della sinistra d’alternativa.

Parlavamo di repressione. Pensate ci sia un nesso tra l’insofferenza nei con – fronti della conflittualità e del dissenso che voi, nel vostro piccolo, esprimete, e che spesso produce la repressione anche fisica delle vostre istanze, ed un conte – sto internazionale segnato dalla guerra e da una deriva appunto autoritaria di molte realtà statuali, a partire dagli Stati Uniti d’America e, ovviamente, dall’Italia? Non c’è un punto di ritorno impressionante tra i due fenomeni?

D.M.
Da anni parliamo di una guerra interna parallela alla guerra esterna. Il decreto Pisanu è una vera aberrazione giuridica ed ora rischiamo tutti, solo per la nostra opposizione sociale, l’accusa di terrorismo. Ma questo accomuna l’Italia all’Inghilterra e la repressione in questi giorni avviene anche a Parigi, una repressione dai forti connotati etnici. Vorrei che non solo la repressione ma anche il conflitto sociale e di massa unisse Roma, Londra, Parigi, New York.

Note

1 Animatore del centro sociale “Livello 57”, luogo autogestito in cui si praticano prevalentemente attività legate all’anti – proibizionismo. E’ uno degli organizzatori della Street Rave Parade bolognese.

2 Esponente del centro sociale Teatro Polivalente Occupato e dell’Associazione Ya Basta!, nonché leader storico delle ex – tute bianche bolognesi, divenute poi Disobbedienti.

3 Studente bolognese della Rete Universitaria e attivista di Vag 61, luogo di comunicazione alternativa che raccoglie l’eredità del Bologna Social Forum.

4 Lavoratore precario ‘fuori-sede’ dell’Università di Bologna, militante dei Giovani Comunisti e Segretario del Circolo Universitario di Bologna.