Bocciare la controriforma Moratti, espellere Berlusconi

*Segretario Circolo Universitario del Prc di Bologna

Lo scorso ottobre deve essere ricordato, fra le altre cose, soprattutto come il mese in cui è esploso un nuovo movimento studentesco che ha rivitalizzato la vita politica di molti atenei italiani e di molte scuole, si è prodotta una contestazione diffusa contro la Riforma Moratti (ma non solo) e sono scese in piazza, a Roma, circa centomila persone. Studenti, docenti, ricercatori, precari e lavoratori della scuola e dell’Università: questi sono stati i volti dei diversi soggetti che martedì 25 ottobre (giornata clou della lunga mobilitazione degli atenei) hanno assediato Montecitorio per diverse ore, proprio mentre era in votazione alla Camera la Riforma Moratti, dando così vita ad una forte protesta e ad una grande mobilitazione, come da anni non si vedeva in questo paese.
Nonostante nella maggior parte degli atenei italiani erano diffuse le contestazioni e molte erano le facoltà occupate in diverse città , i media hanno nascosto la straordinaria portata di questo evento. Né hanno aiutato a comprendere il fenomeno frettolose analisi che vedevano, in queste mobilitazioni, forti analogie con quelle del ’68, del ’77 o dei primi anni Novanta (quando esplose il cosiddetto movimento della “Pantera” che, partito da Palermo, si estese a macchia d’olio prima a Roma e poi a molti altri atenei d’Italia, anzi, rendono il quadro più fumoso e difficilmente decifrabile.

Proviamo a definire alcuni elementi di questo nuovo movimento studentesco.
Anche se può sembrare ovvio e scontato, è opportuno chiarire che le ultime mobilitazioni sono esplose in un contesto del tutto diverso rispetto a quello degli anni ’60 e ’70 (in cui si tentò di attuare una conquista progressiva, in parte ottenuta, di un’istruzione massificata e garantita) o degli anni ’90 (periodo in cui l’aziendalizzazione cominciò a radicarsi nell’ambito universitario e furono avviati i primi processi di precarizzazione del mondo del lavoro). Le contestazioni di oggi hanno avuto come principale obiettivo la lotta alla Riforma Moratti, espressione diretta della volontà del governo Berlusconi di voler demolire quel poco che è rimasto delle precedenti conquiste, dal diritto allo studio all’idea stessa di istruzione pubblica e garantita per tutti. I soggetti di queste mobilitazioni sono stati quegli studenti che si sono trovati a vivere in prima persona le disastrose conseguenze di quelle sciagurate politiche (intensificatesi a partire dalla seconda metà degli anni ’90) di cancellazione di quanto era stato costruito nell’ambito del percorso didattico–formativo complessivo (istruzione elementare, media, superiore ed universitaria), con l’inevitabile offuscamento di ogni tipo di prospettiva migliorativa e progressista.
Si tratta, in sostanza, di studenti che hanno vissuto sulla loro pelle la Riforma delle scuole superiori (che istituiva la logica dei crediti/debiti formativi) e che oggi vivono l’aziendalizzazione e la de-qualificazione dei percorsi formativi universitari. In molti casi si tratta poi di studenti- lavoratori che sono completamente assorbiti dai ritmi totalizzanti imposti dai vari riordini degli assetti formativi (comunque di bassa qualità) e, per potervi accedere, sono in molti casi costretti a lavorare in modo precario. È l’esistenza stessa che, nei fatti, diventa sempre più precaria.
Questo ultimo spudorato attacco neoliberista, che porta la firma di Letizia Moratti, ha fatto esplodere la scintilla dell’insubordinazione e i tanti che quotidianamente frequentano i luoghi della conoscenza (scuole ed università) hanno sentito la necessità di lanciare un segnale forte attraverso le occupazioni di facoltà, blocchi delle attività didattiche, creazione di percorsi di autogestione ed autorganizzazione, tutte forme di lotta mutuate da quelle classiche del movimento dei lavoratori.
La novità di questo movimento non risiede infatti nelle forme di conflitto, né nelle modalità con cui è nato e si è diffuso. Non si può infatti sostenere, come invece fa qualcuno, che questo nuovo movimento è una prosecuzione diretta dell’importante movimento nato durante le drammatiche (ed allo stesso tempo straordinarie) giornate di Genova 2001, poiché di simile c’è soltanto il modo in cui si sono usati i nuovi strumenti di comunicazione per allargare e diffondere la protesta (internet, cellulari, ecc.). A tal proposito, è condivisibile ciò che ha scritto Loris Campetti sul Manifesto, proprio all’indomani della grande manifestazione del 25 ottobre: “(…)

ieri è avvenuto un fatto nuovo: un soggetto autonomo, auto-organizzato e determinato, radicale, imprevisto dai più, privo di grandi leader riconosciuti ha detto che il suo destino gli appartiene. Tentano di riprendersi la scuola che appartiene loro, come anche il futuro(…)”. In effetti, considerando la natura di questo nuovo movimento, si riscontra che non si è trattato affatto di un fenomeno omogeneo caratterizzato da precisi indirizzi politici ma, al contrario, di una massa considerevole di studenti disposti alla mobilitazione permanente, che andava oltre i confini degli stessi collettivi ed organizzazioni politiche studentesche ed universitarie che da diverso tempo stanno lavorando, fra mille difficoltà, sulle problematiche legate al diritto allo studio.
Il ruolo positivo svolto da questi ultimi, però, è stato quello di essere costante riferimento nella gestione delle iniziative di lotta sia all’interno che all’esterno dell’università, riuscendo in molti casi ad arginare confusione e spaesamento dei tanti che si trovavano ad affrontare situazioni di conflitto per la prima volta. Ciò è avvenuto anche durante la grande manifestazione nazionale di Roma del 25 ottobre (in cui si è attuata una repressione immotivata e ci sono state provocazioni politiche della destra), così come pure durante tutto il periodo interessato dalle occupazioni delle facoltà a da azioni eclatanti e mediatiche (autoriduzioni nelle mense, blocchi e manifestazioni varie), che avevano l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui diversi temi e problematiche proprie degli studenti.
Diverso invece è stato il livello di incisività nel determinare gli indirizzi politici delle mobilitazioni, poiché le difficoltà di coordinamento e di organizzazione sono state notevoli e, nonostante in molti casi siano state elaborate piattaforme di lotta abbastanza avanzate e radicali, non si è riusciti a tradurle in un ampio ed alto coinvolgimento studentesco tale da permettere un’offensiva di massa che avesse una prospettiva di media o lunga durata.

L’esito negativo principale della mancanza di questo elemento fondamentale è riscontrabile nell’esaurirsi quasi immediato di quella spinta propulsiva che aveva coinvolto nelle lotte ampi settori di mondo studentesco ed universitario, che aveva portato al crescere della protesta, fino all’assedio della Camera dei Deputati il 25 ottobre. È proprio a partire da questa data che è cominciata la fase di calo e di riflusso di questo nuovo movimento che, soprattutto dopo che il Ddl Moratti è divenuta legge vera e propria, ha perso la sua capacità di espansione e, invece di allargarsi a nuovi soggetti, nuovi istituti e nuovi Atenei, ha cominciato a ripiegarsi su stesso, proprio nel momento in cui bisognava urgentemente rilanciare la protesta e partire al contrattacco. Ciò è riconducibile, prevalentemente, al fatto che questo movimento è nato e si è esteso avendo l’obiettivo ambizioso di bloccare il Ddl Moratti e proprio su questo punto aveva incontrato importanti punti di convergenza con i rettori degli atenei e con parte del corpo docente (soggetti che in molti casi, insieme a studenti e ricercatori, hanno preso parte alle manifestazioni di protesta). Una volta che però il Ddl è divenuto legge, mancando di una progettualità più consapevole, la mobilitazione si è sgonfiata ed il movimento tutto ha subito un arretramento. Il problema è che non si è riusciti ad ampliare ulteriormente il fronte della contestazione che, alle prime difficoltà oggettive legate soprattutto ai tempi contingentati degli studenti (che limitano fortemente la disponibilità alla lotta), i soggetti politici organizzati, che avrebbero dovuto indirizzare ed organizzare le mobilitazioni, nella maggior parte dei casi si sono imbrigliati dentro pratiche gruppettare ed autoreferenziali.

Rimane però incontrovertibile il fatto che studenti e precari, protagonisti delle proteste, hanno creato un evento decisamente nuovo e positivo che, indubbiamente, ha portato ossigeno a chi da tempo porta avanti percorsi di lotta nelle scuole e nelle università. E’ proprio da questo nuovo movimento che si deve ripartire per rilanciare nuove lotte e per creare nuovi ed unificanti momenti vertenziali contro i poteri forti che cercano di impadronirsi della conoscenza, estromettendone i ceti popolari della società.
La novità principale che si evince dagli avvenimenti accaduti e che bisogna valorizzare, è che questo movimento è esploso dopo diversi anni di “normalizzazione” e di riflusso e ha avuto come protagonista una nuova generazione di studenti che, stanca delle riforme che dequalificano il sapere e di un mondo universitario con poche prospettive e caratterizzato da una incisiva e continua selezione di classe, si è messa in gioco (per alcuni si è trattato della prima esperienza politica e di partecipazione diretta) con una rinnovata e forte radicalità e con un sentito rifiuto del modello culturale e di università che viene loro imposto. Non a caso, oltre all’opposizione per le politiche del governo, è cresciuto un forte rifiuto delle politiche neoliberiste tout court e della riproposizione delle riforme Zecchino e Berlinguer, volute negli anni scorsi dal centro-sinistra e che, de facto, hanno spianato la strada alle nuove (contro)riforme della destra conservatrice e reazionaria.

A tal proposito, ciò che è stato scritto nell’appello per la manifestazione nazionale del 25 ottobre lanciato dai collettivi di Roma delle facoltà occupate della Sapienza è molto chiaro, sia per quanto riguarda le varie riforme dell’Università, sia per quanto riguarda il diritto allo studio in generale. Si legge infatti che “(…)Nelle occupazioni, inoltre, è emerso con forza un discorso radicalmente critico nei confronti delle trasformazioni che hanno investito l’università in questi ultimi anni. Una didattica povera, tempi di studio e di vita insopportabili, l’illusione di una rap – porto diretto con il mercato del lavoro. Processi che hanno ridisegnato le università italiane a partire dagli anni no – vanta, in linea con le direttive europee (da ultima la direttiva Bolkenstein), segnandone la disfatta. I saperi specialistici e parcellizati producono precari, ricattabili, privi di diritti e di forza contrattuale. L’università della riforma Zecchino e, ancora peggio, quella della “Y”, immaginata dalla Moratti, hanno un solo obiettivo: distruggere l’università come spazio pubblico e come laboratorio di saperi critici! Nuovi sbarramenti e processi di selezione investono tanto il campo delle conoscenze, quanto quello dell’accesso e dei servizi (…)”. E Per quanto riguarda il diritto allo studio si afferma che “La conoscenza segue un percorso frammentato, pieno di in – toppi e di costi insostenibili, quanto inutili. Costi legati all’aumento delle tasse, al caro-libri, all’inesistenza di forme gratuite e pubbliche di circolazione dei sa – peri, così come al mercato della formazione post-laurea (master). Il diritto allo studio è ormai messo all’angolo dai pro – cessi di privatizzazione selvaggia dei servizi (casa, mense)”.
Anche se non completamente esaustive, queste piattaforme sono riuscite a creare comunque un consenso allargato su rivendicazioni avanzate e posizioni radicali.
A Bologna, città in cui gli studenti universitari vivono stridenti contraddizioni e sono esclusi da una serie di ambiti di partecipazione e rappresentanza, è successo anche un altro fatto nuovo: accanto alla richiesta di un’università accessibile a tutti e di qualità, c’è stata la rivendicazione del diritto alla casa, cioè si è unificata la lotta degli studenti a quella dei lavoratori e dei migranti. Si è riusciti così ad uscire da una logica di conflitto puramente “studentista”, per farsi carico anche delle problematiche proprie della città, fortemente intrecciate a quelle universitarie. Probabilmente è anche per questo motivo che la repressione nei confronti di quel movimento è stata molto dura!

Oggi i collettivi e le organizzazioni politiche della sinistra antagonista devono perseguire un obiettivo chiaro: quello di mettere insieme gli elementi ed i soggetti indispensabili per far ripartire il conflitto e quindi il movimento, valorizzando le potenzialità che si sono prodotte e sono ancora vive, recuperando le energie genuine che si sono espresse ed investendo tutti gli strumenti che si hanno a disposizione per arrivare a creare un’autentica mobilitazione di massa dentro e fuori le Università. È evidente che i soggetti organizzati vivono una crisi complessiva di radicamento e in molti casi ciò è dipeso dall’indebolimento delle varie strutture politiche di riferimento. In queste mobilitazioni i Giovani Comunisti, per esempio, hanno sofferto principalmente la mancanza di una struttura nazionale permanente che si occupi delle problematiche studentesche e universitarie ed è da questo che bisogna ripartire (accanto ad un rafforzamento e ripensamento del ruolo dei Circoli Universitari) per dare continuità alle lotte universitarie ed essere protagonisti nelle mobilitazioni.

Anche se si attraversa una fase di arretramento e tutto sembra “normalizzarsi”, bisogna rilanciare il movimento, puntando fondamentalmente su alcuni nodi rivendicativi prioritari e non mediabili, su cui costruire vertenzialità diffusa e di massa, a partire dall’abrogazione della Riforma Moratti al rifiuto della Zecchino- Berlinguer, dalla richiesta di maggiori investimenti per la scuola e l’Università all’abbattimento di tutte le logiche di selezione di classe, dall’effettiva democratizzazione degli organi collegiali alla definizione di una reale autonomia dei percorsi formativi degli studenti, dal rinnovo, equo e ridistribuivo, dei contratti dei lavoratori nelle scuole e nelle università all’abolizione della precarietà a tutti i livelli. Anche se per ora la Riforma Moratti è divenuta legge, non si esauriscono gli argomenti e bisogna mobilitarsi per rendere chiaro al nuovo probabile futuro governo di centro-sinistra quali sono le priorità irrinunciabili del movimento che ha attraversato i luoghi della conoscenza.
Se il documento per l’“Autoriforma dell’Università” del 6 novembre scorso, sottoscritto dall’Assemblea Nazionale degli studenti universitari, dei ricercatori precari e degli studenti medi si concludeva con la formula “Il nostro tempo è qui e continua adesso”, facciamo in modo che questo nostro tempo continui davvero, rilanciando la sfida e generando conflitti, con le nostre istanze, da comunisti, per un forte movimento di lotta che coinvolga studenti e precari.