Beirut 2004: i movimenti antimperialisti

UN PASSO AVANTI NELLA LOTTA CONTRO L’INGIUSTIZIA E CONTRO LA GUERRA.

Quella che segue è la traduzione italiana della relazione tenuta da Walden Bello all’incontro di “Beirut 2004” in occasione del forum dei movimenti antimperialisti, attivi nello scenario mediorientale.
Tappa significativa nella vasta mobilitazione mondiale per la liberazione dell’Iraq e a sostegno della lotta di resistenza del popolo palestinese, essa ha rilanciato con forza i temi della solidarietà internazionalista e della connessione tra i movimenti asiatici e mediorientali e quelli europei, dando un ulteriore, fondamentale contributo per l’estensione globale della lotta contro il capitalismo e contro la guerra, anima del movimento mondiale dei forum sociali, da Mumbai in avanti.
“Premio Nobel alternativo” 2003, Walden Bello qui si sofferma sulle potenzialità e i limiti di questo movimento e accenna alle sfide che, nella congiuntura internazionale, segnata dalla guerra permanente, chiamano il movimento globale a una risposta.
A partire dal sostegno alla Resistenza del popolo iracheno contro l’occupante e alla lotta di Liberazione del popolo palestinese contro il progetto segregazionista di Sharon.

Siamo qui riuniti a Beirut in un momento critico. È un momento caratterizzato da tendenze contrapposte: in Iraq gli USA sprofondano sempre più in un pantano simile a quello del Vietnam, con un numero di soldati americani morti, dall’inizio dell’invasione il 20 marzo 2003, che nella prima settimana di settembre ha superato le mille unità. Ancora in Palestina, il muro sionista continua ad essere costruito al ritmo di un chilometro al giorno. Un anno fa, il 14 settembre 2003, alcuni di noi, presenti in questa sala, erano a Cancun, in Messico, a ballare di gioia al Convention Center per festeggiare il fallimento del quinto incontro ministeriale dell’- Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO). Oggi il WTO, l’istituzione più alta della globalizzazione capitalistica, è nuovamente in piedi con l’adozione, lo scorso mese, della Bozza del Documento di Ginevra, destinato ad accelerare il disarmo economico dei paesi in via di sviluppo.
Poche settimane fa, a New York abbiamo assistito alla sconfessione di massa di George W.Bush e delle sue politiche guerrafondaie da parte di 500.000 persone, che hanno manifestato per le vie della città. Eppure, oggi, i sondaggi rivelano che lo stesso George Bush ha un vantaggio del 10% su John Kerry in una corsa elettorale, i cui risultati avranno un enorme impatto sul destino del mondo nei prossimi anni.
Il futuro, compagni, è incerto, come abbiamo imparato in questa storica città, con la sua gloriosa storia di resistenza all’aggressione israeliana e all’intervento americano.
Come sapete, molte persone hanno voluto venire a Beirut per essere con noi. La misura, l’ampiezza e la diversità della nostra assemblea oggi mettono in evidenza la forza e la potenza del nostro movimento.
Sarebbe utile passare brevemente in rassegna l’ultimo decennio della nostra storia, per acquisire un’esauriente valutazione del luogo dove oggi ci troviamo.

LA MARCIA PER USCIRE DALLA MARGINALIZZAZIONE

Più di 10 anni fa il nostro movimento era marginalizzato. Nel 1995 la fondazione del WTO sembrò il segnale che la globalizzazione era l’ondata del futuro e che quelli, che le si opponevano, erano destinati a subire la stessa sorte dei luddisti, che durante la rivoluzione industriale si battevano contro l’introduzione delle macchine. La globalizzazione avrebbe portato con sé la prospe-rità: come ci si sarebbe potuti opporre alla promessa del più grande bene per il maggior numero di persone, che le imprese transnazionali, guidate dall’invisibile mano del mercato, avrebbero riversato sul mondo?
Ma il movimento non indietreggiò di fronte al disprezzo dell’establishment durante gli anni 1990, quando il boom della più potente macchina capitalista del mondo – l’economia USA – sembrava essere destinato a prolungarsi sempre più. Rimase molto fermo nella sua previsione secondo cui, guidate dalla logica del profitto delle grandi imprese, la liberalizzazione e la deregulation del commercio e della finanza avrebbero causato crisi, ampliato le disuguaglianze, interne ed esterne ai diversi paesi, e aumentato la povertà globale.
La crisi finanziaria asiatica del 1997 fornì un’inaspettata e crudele prova dell’impatto destabilizzante dell’eliminazione dei controlli sulla circolazione del capitale globale. In realtà, cosa avrebbe potuto essere più crudele del fatto che la crisi ha portato – nel giro di poche settimane nell’estate fatale del 1997 – sotto il livello di povertà un milione di persone in Tailandia e 22 milioni in Indonesia?
La crisi finanziaria asiatica è stata uno di quegli eventi di gran rilievo, che tolgono il paraocchi alla gente e la rendono capace di vedere le realtà nella loro freddezza e nella loro brutalità. E una di queste realtà mostrava che le politiche liberiste, che il Fondo Monetario Internazionale (IMF) e la Banca Mondiale (WB) avevano imposto a qualcosa come 100 economie in via di sviluppo e di transizione, avevano provocato in tutte, eccetto che in un piccolo gruppo di esse, non un ciclo virtuoso di crescita, prosperità ed eguaglianza, ma un ciclo vizioso di stagnazione economica, povertà e disuguaglianza. Il 2001 non ci ha portato solamente l’11 settembre.
È stato anche l’anno della resa dei conti per il fondamentalismo liberista: l’anno in cui l’economia argentina, il modello dell’economia neoliberista, finì a pezzi, mentre negli Stati Uniti le contraddizioni del capitalismo globale, deregolamentato e guidato dalla finanza, hanno distrutto 4.600 miliardi di dollari di ricchezza investita – metà del PIL degli USA – ed aperto un periodo di stagnazione e di crescita della disoccupazione, da cui l’economia capitalistica più importante del mondo, fino ad oggi, non si è ancora riavuta.
Mentre il capitalismo globale brancolava fra una crisi e l’altra, le persone si organizzavano nelle strade, sui posti di lavoro, sull’arena politica per combattere la sua logica distruttiva.
Nel dicembre del 1999, la massiccia resistenza di piazza di oltre 50.000 dimostranti si unì alla rivolta dei governi dei paesi in via di sviluppo nel Convention Center di Seattle, per affossare il terzo incontro ministeriale del WTO.
La protesta globale ha eroso – anche se in maniera meno drammatica – la legittimità dell’IMF e della Banca Mondiale, gli altri due pilastri del governo economico mondiale. I movimenti antiliberisti di massa hanno portato al potere nuovi governi in Venezuela, Argentina, Brasile, Ecuador e Bolivia. Il quinto incontro ministeriale a Cancun – un evento associato nella memoria delle persone con il suicidio altruistico sulle barricate del contadino coreano Lee Kyung-Hae, attivista di Via Campesina – è diventata la seconda Seattle.
A novembre dello scorso anno, a Miami la stessa alleanza della società civile con i governi dei paesi in via di sviluppo ha costretto Washington a far marcia indietro rispetto al suo programma neoliberista di radicale liberalizzazione del commercio, della finanza e degli investimenti, che aveva minacciato di imporre nell’emisfero occidentale attraverso la Free Trade Area of the Americas (FTAA: Area delle Americhe per il libero Commercio).

BATTERSI CONTRO L’IMPERO

Un’ambizione del nostro movimento era la lotta per la giustizia e l’eguaglianza a livello globale. L’altra era la lotta contro il militarismo e la guerra. Per il movimento contro l’intervento imperiale, gli anni 1980 e 1990 non sono stati buoni. Le lotte di liberazione nazionale sono arretrate, hanno perso slancio o sono state seriamente compromesse in molte parti del mondo. Naturalmente, ci sono state delle eccezioni, come il Sud Africa, dove l’ANC è andato al potere, la Palestina, dove la prima Intifada ha inflitto ad Israele una sconfitta politica e militare; il Libano, da dove gli USA sono scappati, dopo che – nel 1983 – 241 marines americani sono morti nell’attentato alla loro base, che si trovava proprio pochi chilometri da qui, e, da dove Israele è stato a poco a poco cacciato via nel decennio successivo; e, per non dimenticare nulla, la Somalia, dove la distruzione di un’unità di Ranger USA a Mogadiscio costrinse l’amministrazione Clinton a por fine all’intervento militare nell’ottobre del 1993.
Gli ideologi della globalizzazione promossero l’illusione che la globalizzazione accelerata avrebbe portato al regno della “pace perpetua”. Al contrario, il nostro movimento ammonì che, con il progredire della globalizzazione, i suoi effetti economicamente e socialmente destabilizzanti, avrebbero moltiplicato i conflitti e i pericoli. Condotta secondo la logica delle grandi imprese, la globalizzazione – ammonivamo – avrebbe portato un’epoca di imperialismo aggressivo, che avrebbe cercato di distruggere ogni opposizione, di prendere il controllo delle risorse naturali e di difendere i mercati.
È stato provato che avevamo ragione, ma c’è voluto del tempo per ottenerne il riconoscimento. Siamo anche rimasti troppo disorientati di fronte agli eventi dell’11 settembre 2001 e alle vicende in-terne dell’Afghanistan, per poter rispondere efficacemente all’invasione di quel paese da parte degli USA. Ma è stato subito chiaro che la cosiddetta Guerra contro il Terrorismo era semplicemente una scusa per perseguire l’Assoluta Supremazia Militare o, nel gergo del Pentagono, il Dominio a Pieno Spettro.
Fra la fine del 2002 e l’inizio del 2003, il movimento ha finalmente ripreso l’iniziativa, diventando una forza globale per la giustizia e per la pace, che, il 15 febbraio 2003, ha mobilitato contro la prevista invasione dell’Iraq decine di milioni di persone in tutto il mondo. Non siamo riusciti a fermare l’invasione americana e britannica, ma abbiamo senza dubbio contribuito a delegittimare l’occupazione e a renderla sempre più difficile per gli invasori, che – per rimanere in Iraq – hanno smaccatamente violato la legge internazionale e molte norme della Convenzione di Ginevra.
Il New York Times, in occasione della manifestazione del 15 febbraio 2003, ha detto che nel mondo odierno sono rimaste solamente due superpotenze, gli Stati Uniti e la società civile globale. Lasciatemi aggiungere che non ho alcun dubbio sul fatto che le forze della giustizia e della pace prevarranno sull’incarnazione contemporanea dell’impero, del sangue e del terrore, costituita dagli USA.

L’IRAQ, LA RESISTENZA E IL MOVIMENTO

Il nostro movimento è in crescita. Ma la nostra agenda è pesante, i nostri compiti sono enormi. Solo per citarne alcuni: dobbiamo cacciare gli USA fuori dall’Iraq e dall’Afghanistan; dobbiamo fermare le politiche sempre più genocide di Israele contro il popolo palestinese; dobbiamo imporre la legge a stati canaglia e fuorilegge, come gli USA, la Gran Bretagna e Israele; e – ancor di più – dobbiamo fare un po’ di strada per diventare una massa critica, tale da influire in maniera decisiva nella lotta per la liberazione nazionale dell’Iraq.
Mi spiego. Negli ultimi mesi in Iraq si sono verificati due avvenimenti illuminanti. Il primo è stato la rivelazione dei sistematici abusi sessuali perpetrati nella prigione di Abu Ghraib, poco fuori Baghdad. Il secondo è stato l’insurrezione di Fallujah ad Aprile.
Lo scandalo di Abu Ghraib, che ha mandato in collera gran parte del mondo e fatto vergognare moltissimi Americani, ha strappato via l’ultimo brandello di legittimità alla presenza USA in Iraq. L’insurrezione di Fallujah, che ha visto i combattenti irakeni – uomini, donne e bambini – sconfiggere le legioni coloniali scelte di Washington, i marines USA, è stata il punto di svolta della guerra di liberazione nazionale irakena. Fallujah è stata seguita da insurrezioni in altre città, come Najaf e Ramadi. Ha dimostrato che la resistenza irakena non è portata avanti dai resti del regime di Saddam Hussein, ma che è molto estesa, popolare e in crescita.
Lasciatemi leggere un recente resoconto del New York Times sulle situazioni di Ramadi e di Falluja, che a questo punto sono molto più che un microcosmo dell’Iraq. Scrive che “gli sforzi americani di costruire una struttura di governo attorno a persone fidate dell’ex partito Baath … sono falliti”. Al contrario, le due città e gran parte della provincia di Anbar, “sono controllate dalle… milizie, con le truppe USA, relegate per lo più in fortini super protetti ai margini del deserto.
Quanto scarsa sia l’autorità, che hanno gli Americani, è provato dalle loro sortite circospette su veicoli armati e dalle bombe guidate dai raggi laser…[Ma] i bombardamenti sembrano addirittura rafforzare [le milizie], che accusano gli Americani di provocare molte uccisioni di civili”.
La questione, amici e compagni, non è se Washington alla fine sarà sconfitta dalla resistenza irakena. Sarà sconfitta. La questione è per quanto a lungo resisterà in questa situazione impossibile. Sulla soluzione di questo problema, il nostro ruolo di movimento globale per la pace è di grande rilevanza.
Washington resiste nonostante gli attacchi quotidiani alle sue truppe da parte della resistenza. A causa di questa situazione, la vittoria della resistenza del popolo irakeno sarà certamente accelerata da una cosa: l’emergere di un forte movimento globale contro la guerra, come quello che scese nelle strade quotidianamente, con migliaia di persone, prima e dopo l’offensiva del Tet nel 1968. Finora questo non si è materializzato, nonostante la contrarietà alla presenza USA in Iraq sia il sentimento dominante a livello globale e la disillusione, nei confronti della politica del loro governo in Iraq, si sia ora estesa alla maggioranza del pubblico USA.
In effetti, nel momento stesso, in cui sarebbe stato estremamente necessario per il popolo dell’Iraq, il movimento pacifista ha avuto difficoltà a mettersi in moto. Le dimostrazioni del 20 marzo 2004 sono state significativamente più piccole di quelle del 15 febbraio 2003, quando decine di milioni di persone hanno manifestato nel mondo contro la progettata invasione dell’Iraq. Una pressione di massa internazionale tale da influenzare i governanti – la messa in campo quotidiana, dimostrazione dopo dimostrazione, di centinaia di migliaia di persone, città dopo città – non si è proprio manifestata, almeno non ancora.
Forse il motivo più importante è che una parte significativa del movimento pacifista internazionale esita a legittimare la resistenza irakena. Chi sono? Possiamo davvero sostenerli? Queste domande vengono sempre più pressantemente poste ai sostenitori di un ritiro incondizionato, militare e politico, dall’Iraq. Affrontiamo la questione: l’uso del suicidio, come arma politica, continua a disorientare molti attivisti, che hanno provato un senso di repulsione nei confronti di dichiarazioni come quelle dei leaders palestinesi, che hanno affermato con orgoglio che i kamikaze sarebbero l’equivalente degli F-16 degli oppressi. Affrontiamo la questione: il fatto che larga parte della resistenza, in Iraq come in Palestina, sia d’ispirazione mussulmana e non laica, continua a disorientare molti pacifisti occidentali.
Non c’è mai stato finora un movimento, di liberazione nazionale e per l’indipendenza, particolarmente attraente. Molti progressisti hanno provato repulsione anche per alcuni dei metodi usati dal movimento dei “Mau Mau” in Kenya, dal FLN in Algeria, dal FLN in Vietnam. Quello che i progressisti dimenticano è che i movimenti di liberazione nazionale non chiedono loro di aiutarli per motivi essenzialmente ideologici o politici. Quello che realmente vogliono dall’estero, dai progressisti come noi, è una pressione internazionale per il ritiro di una potenza, che illegittimamente occupa i loro paesi, di modo che le forze interne possano avere lo spazio per formare un vero governo nazionale, fondato solamente sulla loro autonoma volontà. Fin quando molti pacifisti si lasciano condizionare, nelle loro iniziative, dalla pretesa di garantirsi che solo un movimento, costruito a misura dei loro valori e dei loro discorsi, possa arrivare al potere, continueranno a rimanere intrappolati nel paradigma dell’imposizione delle loro condizioni ad altre persone.
Mi spiego. Non possiamo farci promotori di soluzioni condizionate: anche di una che dica che le truppe USA e della coalizione si ritirino solo se c’è la presenza di una forza di sicurezza dell’ONU, che prenda il posto degli Americani. Il solo atteggiamento fondato di principio è: ritiro incondizionato di tutte le forze militari e politiche, USA e della Coalizione, subito! Punto.
Ma se il futuro stesso dell’Iraq continua ad essere incerto, la resistenza irakena ha già contribuito a trasformare l’equilibrio mondiale.
Gli USA, oggi, sono più deboli di quanto non lo fossero prima del 1° maggio 2003, quando Bush proclamò la vittoria in Iraq. L’Alleanza Atlantica, che ha vinto la Guerra Fredda, non funziona più, in gran parte per la divisione sulla questione irakena. La Spagna e le Filippine sono state costrette a ritirare le loro truppe dall’Iraq e la Tailandia, in silenzio, si è comportata allo stesso modo, contribuendo ulteriormente all’isolamento degli USA. In Afghanistan la situazione è più instabile ora di quanto non lo fosse lo scorso anno, con l’ordine degli USA che non va oltre i sobborghi di Kabul. L’Islam militante, che ora gli USA considerano il loro nemico n.° 1, si espande con sempre maggior forza nel Sudest asiatico, nell’Asia meridionale e nel Medio Oriente. In America Latina, oggi abbiamo in Brasile, in Argentina, in Venezuela e in Bolivia dei grandi movimenti popolari antiliberisti e anti-USA, che sono al governo o rendono difficile ai governi mantenere le loro politiche neoliberiste di liberalizzazione del mercato. Hugo Chavez ha sfidato frontalmente l’imperialismo, proprio nel giardino sottocasa e rimane al potere grazie al sostegno organizzato del popolo venezuelano. Più potere a lui e al popolo venezuelano!
A causa della loro arroganza, gli USA soffrono della malattia fatale di ogni eccesso di potere imperiale. Il nostro ruolo, per usare le stesse parole del grande rivoluzionario cubano, Che Guevara, è aggravare questa crisi di sovraestensione, non solo creando e facendo crescere i movimenti di solidarietà internazionale contro gli USA in Iraq, contro l’asse USA-Israele in Palestina e contro l’intervento strisciante degli USA in Colombia. Ma anche facendo sorgere e rinvigorendo le lotte contro la presenza imperiale USA nei nostri paesi e nelle nostre regioni. Ad esempio, con la lotta contro le basi USA nel Nordest asiatico e la rinnovata presenza militare USA nel Sudest asiatico – grazie alla cosiddetta Guerra al Terrorismo – è una cosa, alla quale noi dell’Asia orientale dobbiamo nuovamente dedicarci.

VERSO UN NUOVO ORDINE ECONOMICO GLOBALE

La lotta contro l’imperialismo e la guerra è un fronte della nostra lotta. L’altro fronte è la lotta, per cambiare le regole dell’economia globale, dal momento che è la logica del capitalismo globale, le cui sorgenti sono gli USA, l’Unione Europea e il Giappone, a essere la causa del disgregazione della società e dell’ambiente. La sfida in questo caso va al di là della semplice distruzione del potere di istituzioni quali la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale per il Commercio, sebbene questo compito non debba farci sottovalutare, come semplici testimoni, – ad esempio la recente risurrezione del WTO, che molti di noi pensavano che a Cancun avesse subito il più duro colpo da quando è stato fondato. La sfida consiste in ciò, che mentre distruggiamo il vecchio, osiamo anche immaginare visioni e programmi per il nuovo e conquistare la gente ad essi. Contrariamente alle proclamazioni degli ideologi dell’establishment, i principi, che servirebbero da pilastri per il nuovo ordine globale, ci sono. Il principio prima è che, in alternativa a una società governata dall’economia e dal mercato, il mercato deve essere – usando un’immagine del grande studioso ungherese Karl Polanyi – “reinquadrato” nella società e governato secondo i supremi valori comunitari, la solidarietà, la giustizia, l’uguaglianza. A livello internazionale l’economia deve essere de-globalizzata, ovvero deve sbarazzarsi della logica del profitto capitalistico ed essere realmente internazionalizzata, cioè la partecipazione all’economia internazionale deve servire a rafforzare e sviluppare, non ha disintegrare e distruggere le economie nazionali e locali.
La prospettiva e i principi ci sono; la sfida è su come le diverse società possano articolare questi principi e questi programmi secondo modalità uniche, che rispondano ai loro valori, ai loro ritmi, alla loro personalità, in quanto società. Chiamateci post-moderni, ma per il nostro movimento è centrale il convincimento che – contro la credenza comune sia del neoliberismo, che del socialismo burocratico – non c’è nessuna scarpa che calzi perfettamente a tutti. Il problema non è più l’alternativa, ma le alternative. E in mancanza di un nuovo ordine globale, costruito sui principi della giustizia, della sovranità e del rispetto della diversità, non ci sarà nessuna vera pace.

DUE SFIDE

Lasciatemi finire ritornando al nostro compito più urgente, che è quello di sconfiggere gli USA in Iraq ed Israele in Palestina. Tutti noi siamo qui, non per celebrare la nostra forza, ma – cosa importantissima – per affrontare nei prossimi giorni le nostre debolezze.
Consentitemi semplicemente di dire che una delle sfide, che noi affronteremo, è come superare le azioni spontanee e il coordinamento, limitato al livello della definizione coordinata delle giornate internazionali di protesta. L’avversario è estremamente ben coordinato a livello globale e noi non abbiamo altra scelta che raggiungere un livello analogo di coordinamento e di cooperazione. Ma dobbiamo raggiungerlo con una professionalità che rispetti davvero le nostre pratiche democratiche; dobbiamo confrontarci con esso, in maniera tale da trasformare la nostra pratica democratica in vantaggio.
L’altra sfida, che mi piacerebbe sottolineare, è quella del superamento della frattura politica e culturale fra i movimenti globali per la giustizia e per la pace e i loro equivalenti nel mondo arabo e islamico. Questa è una frattura che l’imperialismo ha sfruttato abilmente, con i suoi tentativi di dipingere la maggior parte dei nostri compagni arabi e mussulmani come terroristi o sostenitori del terrorismo. Non possiamo permettere che tale situazione si prolunghi: questa è la ragione per cui teniamo questo incontro a Beirut. Davvero, lasciatemi dire che, se i movimenti globali e i movimenti arabi con costruiscono stretti e organici legami di solidarietà, non vinceremo la lotta contro la globalizzazione, condotta dalle grandi imprese, e contro l’imperialismo. Così, amici, il futuro della lotta è incerto: un’incertezza che sarà influenzata da quello che succederà a Beirut nei prossimi giorni. Andremo avanti, rimarremo fermi, indietreggeremo? La risposta dipende unicamente da ciascuno dei più di 300 delegati registrati, che sono venuti qui da tutto il mondo. Io sono cautamente ottimista. Perché c’è la buona volontà, c’è la tolleranza per le differenze e c’è la volontà politica, per arrivare all’unità d’azione, per battere le forze dell’ingiustizia, dell’oppressione e della morte.

Walden Bello è stato insignito del Right Livelihood Award per il 2003. Il premio è meglio conosciuto come il premio Nobel alternativo. Bello è dirigente dell’organizzazione di ricerca “Focus on the Global South”, con sede a Bangkok, e professore di sociologia e di pubblica amministrazione presso l’Università delle Filippine.

Documento originale alla pagina
http://www.zmag.org/content/showarticle. cfm?SectionID=1&ItemID=6289.

Traduzione di Giancarlo Giovine