Battaglia politico culturale e paradigma antifascista

*docente di Filosofia Università di Urbino

REVISIONISMO STORICO E SUBALTERNITÀ POLITICO CULTURALE DELL’ATTUALE “SINISTRA”. PER UNA RIPRESA DELL’ANALISI STORICOMATERIALISTICA. UN ESEMPIO: IL LIBRO ITALIANI SENZA ONORE DI COSTANTINO DI SANTE SUI CRIMINI ITALIANI IN JUGOSLAVIA

È probabile che l’idea di un’egemonia marxista sulla cultura italiana del secondo dopoguerra sia stata niente più di una leggenda alla quale, per autocompiacimento, molti di noi hanno finito per credere. Per tanti aspetti, la storia della reale incidenza del materialismo storico sul mondo delle lettere e delle arti, dell’università e della ricerca, dell’intellettualità in senso lato del nostro paese, andrebbe scritta per intero. Andrebbe fatta, in altre parole, un’accurata ricognizione di tipo gramsciano, capace di mettere in questione anche e in primo luogo gli stessi ceti intellettuali – per così dire – “di sinistra”, e di mostrarne le reali radici culturali e la reale collocazione nell’ambito della lotta ideologica. Tuttavia, tra tanti dubbi una cosa sembra certa: in Italia, e più in generale in ambito internazionale, è esistita una salda “egemonia” del paradigma antifascista di interpretazione delle vicende storiche della Seconda guerra mondiale e, per analogia, dell’intera storia del Novecento che ne è seguita. Non soltanto nel campo degli studi storiografici, proprio questa impostazione molto più che ogni fondato e consapevole riferimento al marxismo è stata la cifra dell’appartenenza e del riconoscimento culturale “di sinistra”.
Se si guarda appena al di sotto della superficie e delle stanche retoriche celebrative, non è difficile vedere come tale impostazione – che pure ha avuto una sua nobile legittimità e ha consentito al PCI di incontrare numerosi “compagni di strada” – sia oggi a pezzi e difficilmente possa essere ricostruita, se mai fosse utile farlo. L’offensiva culturale delle classi dominanti, a lungo inosservata o sottovalutata, si è soffermata infatti in particolar modo proprio sulla sua destrutturazione. Il prevalere di una classe nei rapporti di forza tra i grandi raggruppamenti sociali (e i simultanei riaggiustamenti nell’ambito dei rapporti tra le nazioni) si consolida dando vita gradualmente ad una mentalità diffusa, e non è affatto vero che le visioni del mondo passino in maniera lineare, nella loro formazione, dall’alta cultura al senso comune, dalla storiografia accademica alla cultura di massa. I meccanismi dell’egemonia sono più complessi, ed ogni livello di produzione ed elaborazione delle forme di coscienza è intrecciato ad ogni altro. Ripetiamo cose già dette: siamo di fronte ad un passaggio d’epoca, ad un fenomeno di portata mondiale che ha a che fare con una sconfitta storica di fase e che, in quanto ristruttura la realtà nel suo complesso, ristruttura anche le forme di coscienza, ciò che oggi è in voga chiamare “il simbolico”, “l’immaginario”.
Tuttavia l’Italia, che ha sempre avuto un ruolo geopolitico del tutto peculiare, è stata anche un laboratorio di sperimentazione “geoculturale”. Esiste da molto tempo nel nostro paese un revisionismo storiografico che ha certamente fatto il suo lavoro di scavo: pensiamo a Renzo De Felice e alla sua scuola, oppure alla rivista Nuova Storia Contemporanea. In questo campo, però, si può dire che gli sforzi di gran lunga maggiori verso una radicale revisione del paradigma antifascista siano da attribuire in primo luogo proprio alla stessa sinistra culturale sconfitta. Non si tratta affatto di un paradosso: anche per via della pochezza della storiografia conservatrice – a lungo ancorata ad un impresentabile nostalgismo repubblichino, oltre che del tutto priva della minima credibilità metodologica e scientifica –, il revisionismo storiografico in Italia è un fenomeno pressoché interamente “di sinistra”.
Impossibile spiegare qui come esso sia al tempo stesso una forma di elaborazione del lutto e una strategia di sopravvivenza per alcuni influenti gruppi sociali e accademici. Basti dire, per citare diversi campi di intervento, che è ben più efficace un Pansa che mille Petacco, un Mieli che mille Perfetti, un Violante che mille Tremaglia.
Esiste poi la cultura di massa in senso lato, nella quale la capacità di controllo delle classi dominanti – a partire dalla proprietà dei mezzi di produzione dell’informazione e dello spettacolo, nonché dalla presenza di un ceto effficiente di “intellettuali organici” – è più diretta, come più immediata è la capacità di costruzione dell’immaginario collettivo. È quanto dimostra, ad esempio, l’operazione mediatica di falsificazione della memoria nazionale orchestrata negli ultimi anni attorno alla questione delle foibe. Un prodotto culturale “militante” come lo sceneggiato La luna nel pozzo trasmesso dalla televisione pubblica, per citare un titolo, è emblematico di una precisa strategia politico-comunicativa ad ampio raggio, che andrebbe studiata accuratamente in tutti i suoi risvolti. Di fronte a questa offensiva culturale organica ed articolata, appare persino controproducente impegnarsi in una difesa di retroguardia del paradigma antifascista così come lo abbiamo conosciuto e praticato sinora. Qual è infatti il nuovo uso che oggi se ne fa? Scrive Pierluigi Battista a proposito della guerra in Iraq, che gli “insorti” iracheni che si oppongono con le armi del terrore al nuovo governo di Baghdad vanno definiti “non guerriglieri, o terroristi, o ‘resistenti’… ma ‘fascisti’, semplicemente e brutalmente ‘fascisti’” (Corriere della Sera, 7 febbraio 2005). Se anche per Fassino i veri “resistenti” sono “gli iracheni che si sono recati alle urne” e non quelli che combattono gli americani, è chiaro che risulta sconvolta “l’attitudine politico- culturale sin qui dominante”, tanto da “ribaltare persino il senso delle vecchie analogie storiche”. Il giornalista ha ragione: con questa semplice definizione, si sancisce “il tracollo di un quadro concettuale” e si ottiene un “cambio di prospettiva” che riguarda sì l’Iraq ma riguarda ancor di più l’interpretazione generale delle vicende storico-politiche del secolo alle nostre spalle e di quello appena iniziato. Qualcosa è cambiato per sempre: conclusa la Guerra fredda, il paradigma antifascista ha perduto il suo senso originario e ne ha assunto – come si vede nell’uso che ne fanno non solo Battista e Fassino, ma soprattutto Bush e il Weekly Standard – uno nuovo. Un senso del tutto interno al liberalismo trionfante e del tutto funzionale alla legittimazione dell’offensiva “internazionalista” degli Stati Uniti, nella sua versione umanitaria prima, in quella neoconservatrice dopo. Difendere acriticamente questo paradigma significa purtroppo – ferme restando le buone intenzioni – essere culturalmente subalterni a tale offensiva.
Intendiamo forse dire che bisogna piegarsi all’egemonia del revisionismo storico e cessare di essere antifascisti? Esattamente il contrario. Essere “antifascisti” alla maniera di Bush significa però oggi sposare l’ideologia dell’universalismo liberaldemocratico statunitense, per la quale il “terrorismo” e la guerriglia attuali, come il nazifascismo e lo stesso comunismo di ieri, si confondono l’uno nell’altro in quella notte nera che porta il nome di totalitarismo. È atto elementare di resistenza culturale, allora, prendere atto dei cambiamenti semantici avvenuti e contrapporre offensiva ad offensiva, operando consapevolmente una diversa ed autonoma “revisione” delle categorie e dei paradigmi storiografici sinora utilizzati e ridefinendo integralmente, in chiave storico-materialistica, lo stesso antifascismo, per capire cosa esso oggi e per noi debba significare.
Il materiale per una rilettura di questo tipo è immenso. La storiografia legata al PCI – ad un partito che doveva giustamente presentarsi come l’erede della storia e della cultura nazionale – aveva un interesse particolare nello studio e nella valorizzazione della Resistenza come movimento di liberazione popolare e di costruzione dell’unità del Paese, un fenomeno tutto interno alla storia italiana e quasi un completamento dell’impresa risorgimentale. In tal modo, però, essa ha finito per dedicare meno energie sia all’analisi di determinati aspetti del regime fascista, sia alle guerre condotte dagli italiani in Africa prima e nel quadro del conflitto mondiale poi. Allo stesso modo, esigenze realpolitiche legate alla Guerra fredda hanno dissuaso questa storiografia dall’indagare a dovere sia sulle stragi tedesche in Italia, sia sui bombardamenti alleati, sia su quell’occupazione americana dalla quale è scaturito lo status semicoloniale che il nostro paese ha avuto nel dopoguerra e tuttora mantiene. Soprattutto, però, il paradigma antifascista e la conseguente vulgata “resistenziale” hanno impedito di cogliere adeguatamente la complessità delle diverse dimensioni e dei diversi conflitti che si sono intrecciati nella Seconda guerra mondiale. In essa era in gioco principalmente l’ordinamento eurocentrico della Terra. Affermatosi in cinquecento anni di colonialismo ed imperialismo, il primato europeo era stato messo in discussione sia da quella “guerra fratricida dei bianchi” (Spengler) in cui si era risolta la Grande Guerra, sia dal risveglio dei popoli colonizzati. L’ondata di lotte per la liberazione nazionale e l’indipendenza prima e dopo il 1939 – strettamente connesse con la rivoluzione d’Ottobre –, va intesa come un movimento di Resistenza internazionale che costituisce il contesto della stessa Resistenza europea e italiana. Il nazifascismo è infatti essenzialmente il tentativo di restaurare in nuove vesti, su scala planetaria e persino nel continente europeo, l’ordine coloniale e razziale che il vecchio imperialismo inglese e francese non era più in grado di mantenere. A questa dinamica si andava intrecciando, poi, la presenza del progetto egemonistico statunitense: una nuova forma di imperialismo non territoriale che, consolidatasi già dalla fine del XIX secolo, troverà proprio nel corso della Seconda guerra mondiale la possibilità di insediarsi anche nella piattaforma europea.
Non è possibile approfondire questo discorso in questa sede, ma i nodi storici da affrontare non mancano: si tratta di lavorare consapevolmente nella direzione di un’integrale rilettura del Novecento, della quale da anni si avverte l’esigenza ma che troppo poco viene ancora concretamente praticata. Basti dire che, se quello che abbiamo delineato è un significato possibile del nazifascismo, anche il significato dell’antifascismo deve per noi cambiare, con tutte le conseguenze che ciò comporta per la nostra collocazione politica rispetto alla persistenza e al rilancio odierni del progetto coloniale occidentale nella sua versione “postmoderna” statunitense.
Proprio in questa direzione ci sembra che fornisca un notevole contributo il libro, a cura di Costantino Di Sante, Italiani senza onore. I crimini in Jugoslavia e i processi negati 1941-1951 (ombre corte, Verona 2005). Già da tempo gli studi di Angelo Del Boca sulla guerra italiana in Africa orientale hanno definitivamente smantellato il mito montanelliano del “buon soldato italiano” – propenso a fraternizzare con le popolazioni civili ed incapace di qualunque eccesso –, mostrando invece la sistematicità di una guerra coloniale, di sterminio e razziale, condotta con metodi brutali e del tutto interna alla tradizione dell’imperialismo occidentale. È quanto Di Sante comincia a fare, ora, per le operazioni militari italiane sul fronte slavo, raccogliendo in questo libro una gran mole di importante materiale documentario che si rivela indispensabile per comprendere il contesto delle successive vicende legate alle foibe.
“Soldati d’Italia, combattenti nel Montenegro! – recitava l’appello del Governatore militare del Montenegro, il generale d’armata Alessandro Pirzio Biroli – La guerra che qui conducete non è separata dalla grande guerra che divampa in tutto il mondo”. (p, 82-3). Essa si inserisce per intero in un disegno di vasta portata, perché è parte integrante di quella strategia imperialista di costruzione di un Nuovo Ordine Europeo di cui l’Asse si è fatto portatore. Questa guerra ha però bisogno, come tutte le guerre, di costruirsi un passato immaginario e di elaborare un’immagine del nemico. Ecco che alle truppe italiane, impegnate a portare “la millenaria civiltà di Roma”, risponde allora, “con l’aggressione vile e subdola”, un nemico particolare: gli eterni slavi “presuntuosi, incostanti e vendicativi che conservano nell’animo le stesse stigmate delle antiche orde asiatiche”. Sì, gli Slavi, barbari e selvaggi, “rifiutano la nostra civiltà romana nel nome della falce e martello”; essi “odiano la nostra superiorità di razza e di ideali, per la stessa ragione che spinge il Male contro il Bene”. Essi sono “barbari briganti” che il “fertile sangue latino” deve “punire secondo le leggi incorruttibili della giustizia”. Ed ecco allora che scatta l’invito esplicito alla guerra di sterminio: “bisogna che per ogni compagno caduto paghino con la vita dieci ribelli”. Una guerra di sterminio che diventa ben presto guerra totale, indifferente a distinguere il nemico in armi dalla popolazione civile, come nella tradizione consueta delle conquiste coloniali: “Ricordate che il nemico è dappertutto; il passante che incontrate e che vi saluta, la donna alla quale vi avvicinate, il padrone di casa che vi ospita, l’albergatore che vi vende un bicchiere di vino”. “Odiate questo popolo”, dunque; “esso è quel medesimo popolo contro il quale abbiamo combattuto per secoli sulle sponde dell’ Adriatico”, per cui “ammazzate, fucilate, incendiate e distruggete questo popolo!”. Sono direttive prontamente rispettate, come mostra la documentazione raccolta dalla Commissione sui crimini di guerra italiani istituita dal governo jugoslavo. Rappresaglie, rastrellamenti, violenze e stupri, incendi di interi villaggi, violazione sistematica di ogni convenzione internazionale di guerra, razzizzazione integrale dei popoli slavi e, in determinate fasi, tentativi sistematici di cancellarli come tali: questo è il contesto al di fuori del quale non si comprende nulla della guerra di liberazione e unificazione nazionale condotta dai partigiani titini. “La politica italiana di espansione nei Balcani”, dice Di Sante, “venne contraddistinta da inaudite violenze, che non furono episodi isolati o eccessi di singoli, ma componenti essenziali della strategia di dominio territoriale dell’Italia fascista” (p. 11). Alla fine della guerra, il tentativo jugoslavo di ottenere giustizia attraverso la consegna dei criminali di guerra italiani, inchiodati da innumerevoli prove, darà però il via ad una precisa strategia della “rimozione” e dell’“oblio” da parte italiana. Sin dall’inizio, le autorità militari italiane e lo stesso governo si impegneranno a minimizzare gli eventi, a distorcerli e falsificarli, sino a ricondurli a limitati “eccessi” di singoli. In questa strategia difensiva, inoltre, “la maggior parte delle violenze e degli ‘eccessi’ erano stati commessi… in risposta alle ‘barbare sevizie’ subite dai soldati italiani ad opera dei ‘ribelli comunisti’”, mentre “la responsabilità delle efferatezze più gravi risultava quasi sempre addossata ai tedeschi”, oppure “agli ustasa”, ma soprattutto “alle lotte intestine tra le popolazioni locali”. Al contrario, “venivano evidenziate le gesta di ‘umanità ed aiuto’ prestate agli abitanti delle zone sotto il controllo delle autorità fasciste” (p. 20). Già allora le responsabilità vengono dunque completamente ribaltate sui “barbari” slavi e in particolare sulle formazioni partigiane titine, secondo una precisa strategia che è possibile ancora oggi vedere all’opera nel dibattito sulle foibe. In questo modo, le autorità italiane riusciranno efficacemente a prendere tempo fino ad insabbiare del tutto la vicenda, sebbene tutto ciò comportasse la rinuncia a processare i criminali di guerra tedeschi responsabili delle stragi in Italia.
Dopo i numerosi libri usciti di recente sulla questione delle foibe, il libro curato da Di Sante sui crimini italiani in Jugoslavia è un’importante eccezione che va in controtendenza. Immenso è però il lavoro ancora da fare nello studio di un secolo, il Novecento, che troppo in fretta si cerca di dimenticare senza averlo nemmeno compreso sino in fondo. L’apertura di molti importantissimi archivi – in Russia come negli Stati Uniti e nel nostro stesso paese – offre adesso alla storiografia un materiale prezioso, che integrerà e modificherà inevitabilmente la nostra conoscenza del passato recente dell’ Europa. Sull’interpretazione di questo materiale si gioca una partita culturale e politica cruciale, quella della costruzione di una nuova memoria e di una nuova egemonia. Non è il caso di lasciare l’iniziativa all’avversario.