Basi Nato e Usa nel bacino del Mediterraneo

1. Voglio innanzitutto esprimere il mio convinto apprezzamento per questo Forum internazionale contro la presenza di basi militari straniere nel mondo, tempestivamente e accuratamente organizzato dal Movimento Cubano per la Pace e la Sovranità dei Popoli. Si tratta di un tema che torna oggi ad assumere un’importanza sempre maggiore e ad occupare un posto di primo piano nell’agenda della mobilitazione antimperialista.
Mi pare opportuno insistere sul ruolo strategico dell’area mediterranea nel contesto della guerra “preventiva e permanente” e in relazione alla riorganizzazione delle strutture logistiche e delle truppe Usa e Nato dislocate in Europa. L’establishment statunitense sta operando cambiamenti significativi nella dislocazione planetaria dei suoi contingenti militari. Gli Usa ritirano o riducono le truppe da alcune zone dell’Europa Occidentale, per esempio dalla Germania. Ma, al contrario, incrementano la loro presenza in altri punti strategici, costruendo nuove basi militari nell’Est Europa (in Ungheria, nei Paesi Baltici), mantenendo importanti insediamenti militari nelle repubbliche asiatiche ex sovietiche, in Afghanistan. Nè dobbiamo dimenticare che, se oggi l’Iraq è un paese devastato dalle bombe (senza ospedali, senza energia elettrica, senz’acqua), esso tuttavia può già contare su un buon numero di basi statunitensi.
Alla luce delle nuove esigenze strategiche, l’asse di questa riorganizzazione viene a interessare, innanzitutto, quella vasta area che dai Balcani passa per le regioni caucasiche e arriva al Golfo: un’area strategicamente preziosa dal punto di vista della produzione delle risorse energetiche e della loro distribuzione. Come sosteneva già qualche anno fa l’ex segretario americano Brzezinski, nella “grande scacchiera” del mondo il controllo di questa area gioca un ruolo decisivo per il controllo dell’intero pianeta, poiché essa si trova in posizione centrale, a ridosso di Russia, Cina e della stessa Europa. Chi controlla quest’area condiziona l’estrazione del petrolio (e in questo modo, determinando il volume del petrolio estratto, può determinarne la formazione del prezzo). Così si esercita un grande potere di condizionamento non solo su chi produce petrolio (Russia, paesi dell’Opec), ma anche su chi si approvvigiona di petrolio (Cina, Europa). L’asse geografico di cui parliamo si allarga ad includere il continente africano, altro sconfinato territorio che si affaccia da Sud sul Mediterraneo, ricco di materie prime e risorse energetiche: anche in questa parte del mondo la crescente sete di energia ha acuito la concorrenza tra i poli imperialisti (Usa e Europa, in particolare); e i conflitti sempre più frequenti (spesso eterodiretti) che coinvolgono i Paesi africani ne sono precisa testimonianza.
È del tutto chiaro, in definitiva, che parlare di eserciti comporta immediatamente parlare di fonti energetiche: non a caso i primi seguono e proteggono invariabilmente le rotte di queste ultime.

2. In questo quadro generale, così rapidamente tratteggiato, la penisola italiana continua a costituire una formidabile rampa di lancio in direzione di quelli che oggi sono – e purtroppo domani potrebbero essere – i principali teatri di guerra. Non è dunque un caso se l’Italia è oggi oggetto di un generale rafforzamento della presenza Usa e Nato. Va sottolineato che – rispetto alla classificazione proposta in una delle relazioni introduttive di ieri mattina – il potenziamento riguarda la presenza di basi militari tradizionalmente intese, cioè di siti permanenti e di consistenti dimensioni. Non è un caso che il comando strategico della cosiddetta “forza di reazione rapida” sia stato trasferito da Londra a Napoli, a riprova del fatto che l’asse dell’impegno bellico in Europa si va spostando verso Est e verso Sud. Come è noto, il suddetto nuovo nucleo di intervento armato risponde ai nuovi canoni offensivi e non meramente difensivi dell’ordinamento atlantico, ed è chiamato ad intervenire in ogni punto del globo in tempi rapidi e con l’apporto di mezzi tecnologicamente avanzati.
Tutte le principali basi militari, situate in particolare nella parte centro- meridionale della penisola italiana, sono oggetto di lavori di ristrutturazione ed ampliamento: da Camp Darby (in Toscana) e La Maddalena (da 35 anni parcheggio di sommergibili nucleari nell’isola della Sardegna) a Taranto e Sigonella (nell’estremo Sud del territorio italiano). Queste basi sono aree off limits, del tutto sottratte alla sovranità territoriale italiana. Ad esempio, la base sarda de La Maddalena-S. Stefano è adibita a base appoggio per sottomarini nucleari Usa sulla base di un accordo segreto siglato da Roma e Washington nel 1972, un accordo mai ratificato dal Parlamento italiano e tuttora sottoposto a segreto militare.

3. A maggio di quest’anno su un’agenzia di stampa è comparsa una nota – ovviamente del tutto trascurata dalla grande stampa nazionale – con cui si è iniziato a squarciare il velo di silenzio attorno ad un negoziato concernente la creazione di nuove basi militari in Italia e il potenziamento di quelle già esistenti, nonché la loro destinazione d’uso. A 60 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, anziché recuperare la sovranità violata del nostro Paese contrattando la chiusura o quanto meno il drastico ridimensionamento delle strutture militari straniere attive sul territorio, il governo italiano ha dunque continuato e continua a lavorare perché l’Italia resti la portaerei degli Usa nel Mediterraneo.
L’oggetto della suddetta trattativa, svoltasi finora nel segreto più totale, è la concessione del diritto d’uso degli insediamenti presenti e in via di costruzione a forze speciali di pronto intervento statunitensi che, nelle intenzioni del Pentagono, potrebbero lanciare attacchi nei confronti di paesi terzi. I contatti tra Roma e Washington su tale tema sono avvenuti nel corso di quest’anno ai più alti livelli dei vertici militari della difesa italiana e del Pentagono; ma di ciò avrebbero discusso a suo tempo anche i rispettivi ministri della difesa.
In effetti la delibera del Consiglio supremo di difesa italiano datata 19 maggio 2003 – frutto di discussioni iniziate due mesi prima, proprio a ridosso dell’inizio dell’intervento contro Saddam – stabilisce esplicitamente che nessuna struttura italiana possa essere impiegata per operazioni militari all’estero, a meno che l’intervento non sia stato autorizzato dall’Onu. Tuttavia , come ha spiegato ad esempio Gianandrea Galiani, direttore della rivista specializzata Analisi difesa, “fino a che gli Stati Uniti avranno un massiccio impegno in Iraq, non potranno gestire operazioni militari di ampio respiro ma si concentreranno sulla capacità di colpire obiettivi ridotti (siti di armi di distruzione di massa, cellule terroristiche) con raid, impiegando forze speciali. Per fare questo hanno disposto accordi con numerosi Paesi, anche in Africa Centrale, per potervi schierare unità di forze speciali per missioni specifiche. Forze che, per essere impiegabili, hanno necessità di avere ‘basi madre’ più ampie in territori alleati in Paesi come l’Italia, dalle quali potersi muovere liberamente verso qualunque area operativa”. Come detto, le zone di crisi descrivono una curva ideale attorno al bacino del Mediterraneo: Medio Oriente, Caucaso e regione del Golfo, continente africano. Ben si comprende quindi come e perchè Italia e Spagna (più la Turchia ) siano gli unici Paesi europei dove gli Usa intendono potenziare, invece che ridurre, le loro infrastrutture militari. Come lo stesso sottosegretario di stato statunitense, Nicholas Burns, ha affermato: “Auspichiamo di poter continuare a lavorare con il governo italiano, a cui siamo grati, e basare in Italia le nostre truppe militari, dell’aeronautica, dell’esercito e della marina”.

4. Così la base di Taranto (che si affaccia sul mar Ionio, davanti alla costa africana) ha visto ampliato il suo sito portuale ed è destinata a diventare la principale sede navale di riferimento per la VI° flotta americana. La base Italia/Usa di Sigonella (in Sicilia) – che ufficialmente è adibita a funzioni di difesa terrestre, con missili “a corto raggio” e che ospita munizioni (ma, secondo una formulazione ufficiale, anche armamento nucleare “in transito”) – è destinata ad espandersi, in base al piano Mega III, con investimenti per 675 milioni di dollari. Parimenti a Camp Darby – la grande struttura logistica tra Pisa e Livorno, anch’essa base di rifornimento di forze navali ed aeree – si sta trattando per costruire una seconda base, gestita da un contrattista privato del Pentagono, che dovrebbe sorgere nei pressi di quella già esistente, da cui a suo tempo sono partiti mezzi e armamenti per le guerre nell’ex Jugoslavia e in Iraq. Da ultimo (non certo per importanza) anche la base per sommergibili atomici de La Maddalena, situata a nord della Sardegna, è oggetto di trattativa per un suo sostanziale potenziamento, così da renderla in grado di aggiungere alla dotazione già operativa altri 6 sommergibili nucleari e 10 mila militari Usa.
Il caso di quest’ultima struttura è emblematico, anche sotto il profilo della mobilitazione popolare. Già in altre parti dell’isola, disseminata di poligoni militari, i pescatori sardi hanno più volte ostacolato coi loro pescherecci le manovre navali della Nato per chiedere la fine della militarizzazione della loro terra e del loro mare, la bonifica del territorio e delle acque antistanti gravemente inquinate dal materiale bellico, il risarcimento dei danni arrecati al loro lavoro. Oggi è lo stesso presidente della regione sarda a chiedere ufficialmente lo smantellamento della base de La Maddalena, dietro la pressione di un problema che ancora una volta tocca punti sensibili per la vita delle popolazioni locali: lavoro e ambiente. Il movimento contro la guerra, i comitati che si battono per lo smantellamento della base sarda, le associazioni pacifiste e ambientaliste da tempo hanno denunciato una presenza 100 volte più elevata di nuclei di uranio 238 in alghe marine prelevate nei pressi della Maddalena. La questione è stata oggetto di interpellanze nel Parlamento italiano e in quello francese: la Maddalena fa parte infatti di un piccolo arcipelago situato tra la Sardegna e la Corsica, e conseguentemente chiama in causa i governi di entrambi i paesi. Il 23 ottobre del 2003 un sommergibile nucleare ha urtato violentemente contro gli scogli della costa sarda: si è rischiato la catastrofe. Ma gli organi di stampa nazionali si sono ben guardati dal dare risalto all’episodio. Nelle tabelle del Genio della Marina (Naval Facilities Engineering Command) la base è classificata a “livello 1”, ovvero tra gli “impianti produttori di grandi quantità di rifiuti pericolosi”: si tratta di sostanze tossiche che si infiltrano nelle falde acquifere, come solventi cancerogeni, idrocarburi, vernici, composti altamente pericolosi quali le diossine e i composti di cloro. Non a caso la base madre di Groton, nel Connecticut, da dove partono i sottomarini diretti in Sardegna, è stata chiusa perché altamente contaminata: proprio in tale diversità di trattamento si sintetizza il rapporto tra i padroni Usa e i loro docili servi.

5. Non va tra l’altro dimenticato che l’Italia ospita nelle basi militari dislocate sul suo territorio nazionale, a insaputa della cittadinanza, armamento nucleare. Ne abbiamo avuto una conferma ulteriore e diretta dalla stessa documentazione di fonte statunitense, da cui si può concludere che 90 atomiche sono custodite nelle basi di Ghedi (Brescia) e Aviano (Pordenone). In tali documenti – noti come procedura WS3 per la manutenzione, lo stoccaggio e il trasporto di armi nucleari – viene specificato il tipo di bomba atomica presente nelle due basi militari in questione: B61. Del resto il sottosegretario alla difesa Giuseppe Drago, in risposta all’interpellanza parlamentare del 1 marzo 2005 promossa dalla deputata del Prc Elettra Deiana, ha sottolineato che “(…) il nuovo concetto strategico dell’Alleanza atlantica vede nella deterrenza nucleare lo scopo politico del rafforzamento della pace, della stabilità e della sicurezza, cardine della nostra politica internazionale (…). La deterrenza nucleare e il dispiegamento di forze nucleari in Europa costituiscono il vincolo che lega gli alleati tra di loro e gli Usa alla sicurezza del nostro continente (…) ”. Va ricordato in proposito che la presenza di armi nucleari statunitensi in Italia, oltre a violare la legge del nostro Paese, costituisce flagrante violazione delle leggi internazionali, in particolare dell’art. 2 comma 4 della Carta dell’Onu, ove è sancita l’illegalità della minaccia (principio di deterrenza) e dell’uso di armi nucleari.

6. A quanto detto si deve, in ultimo, aggiungere che il bilancio italiano (e dunque ciascun cittadino italiano contribuente) sopporta il peso di una parte rilevante dei costi delle basi statunitensi: senza tener conto di sgravi fiscali, sconti e forniture gratuite di trasporti, tariffe e servizi, l’Italia è – con il 37% delle spese complessive – il Paese Nato che ha versato agli Usa la quota maggiore di contributi (al secondo posto la Germania con il 27%). Accanto al tema più generale della lotta contro la guerra e il progetto imperialista, c’è – come si vede – un duro confronto che concerne le più elementari istanze di indipendenza e sovranità nazionale.
Il “Comitato per il ritiro dei militari italiani dall’Iraq” – che al suo interno raccoglie diverse forze politiche, sociali e di movimento ed è parte del movimento italiano contro la guerra – insieme all’obiettivo della fine di tutte le missioni belliche che vedono impegnato il nostro Paese (anche in palese contraddizione con la sua carta costituzionale), intende coordinare e generalizzare la lotta contro la presenza delle basi militari straniere sul territorio italiano. Lavoriamo perchè tutto ciò possa servire a rilanciare la più generale mobilitazione contro la guerra e per il disarmo nucleare e convenzionale, nel nostro paese e fuori di esso.