Base di Vicenza: una questione nazionale

*Segretario Federazione Prc Vicenza

Il Consiglio di Stato – accogliendo il ricorso presentato da un consigliere provinciale di Forza Italia (esponente di un fantomatico Comitato a favore della costruzione della nuova base USA a Vicenza) – lo scorso primo ottobre cancellava (con una ordinanza definita “miserevole” dallo stesso Sindaco di Vicenza, Achille Variati) il referendum comunale sulla nuova base – previsto per domenica 5 ottobre – negando ai vicentini il diritto di potersi esprimere rispetto ad una questione così densa e decisiva per la vita di una comunità come quella di una ulteriore e pericolosa militarizzazione del territorio. Con tale provvedimento, la Magistratura amministrativa dava forza coercitiva alla lettera che, ai primi di settembre, il Presidente del Consiglio aveva inviato al Sindaco di Vicenza (missiva con la quale Berlusconi aveva inutilmente sollecitato il Sindaco a non tenere la consultazione popolare, da egli qualificata come “gravemente inopportuna”, “in diretto contrasto con l’azione del governo” e tale da rischiare di “fomentare ulteriori tensioni interne ed esterne non facilmente prevedibili”). Ai fautori della base – che speravano che il provvedimento del Consiglio di Stato risultasse esiziale per chi, da anni, si sta opponendo alla costruzione del nuovo insediamento militare – la città di Vicenza rispondeva immediatamente, nella stessa serata del 1 ottobre, con una manifestazione, convocata via sms, che vedeva la partecipazione, nella centrale Piazza dei Signori, di oltre 10.000 cittadini e cittadine (che, indignati, decidevano all’unanimità che la consultazione si sarebbe ugualmente tenuta, in forma autogestita). Il risultato della consultazione autogestita è eccezionale: o l t r e 24.000 elettori ed elettrici (il 30% circa degli aventi diritto) si recano alle urne in uno dei 32 centri di raccolta allestiti; oltre 23.000 cittadini (pari al 95,66% dei votanti) si esprimono per il sì (ovvero a favore dell’acquisizione, da parte del Comune, per usi civici, dell’area ove dovrebbe essere costruita la nuova base USA). Tutto questo grazie ad una perfetta organizzazione, realizzata in pochissimi giorni grazie all’impegno volontario di circa 300 persone, coordinate dal “Comitato per la Consultazione Popolare Vicenza Dal Molin” (che raggruppa tutte le realtà contrarie alla realizzazione della nuova installazione militare statunitense). Il commissario governativo Costa (uomo del Partito Democratico, al servizio – per la costruzione della nuova base – del governo Berlusconi) – che aveva già avuto modo di definire, a settembre, il referendum comunale come “antidemocratico” – riesce a trarre dalla consultazione popolare una conclusione stupefacente, e cioè che “il 72% dei vicentini non si oppone” alla costruzione della nuova base militare (ciò in perfetta sintonia con i commenti di numerosi esponenti della destra vicentina). Tali falsità non riescono però a cambiare la realtà, e cioè che quella di domenica 5 ottobre è stata una grande giornata di democrazia partecipativa, in cui una comunità – calpestata nei suoi diritti – si autorganizza per far pesare la propria voce. Questo grazie alla crescita che, in questi anni di opposizione alla nuova base, vi è stata, nella comunità vicentina, delle idee di democrazia, di libertà, di autonomia del territorio, di difesa dello stesso ( e dei suoi abitanti). Una comunità, quella vi- centina, che ha saputo riscoprire la propria dignità, il proprio protagonismo, un nuovo modo di fare politica, contro il saccheggio dei beni comuni – a partire da quelli ambientali – e contro la trasformazione del proprio territorio in una enorme caserma a servizio delle guerre preventive degli USA. E’ chiaro, comunque, che la decisione del Consiglio di Stato – che ha costretto la comunità vicentina alla consultazione autogestita – mette in discussione le regole più elementari della democrazia e del rapporto democratico tra cittadini e Stato; tuttavia, tale decisione, rimanda in verità ad una questione di più ampia portata, relativa alla legislazione vigente in Italia, una legislazione dalla quale il Consiglio di Stato trae la propria “legittimità” antidemocratica e che vieta al popolo italiano di potersi esprimere in materia di Trattati internazionali e su tutto ciò che da essi consegue, come ad esempio l’installazione di nuove basi militari straniere o il loro rafforzamento. Un intero e repressivo apparato legislativo (al quale si aggiunge un’opprimente e capillare inclinazione antidemocratica quale proiezione dei rapporti di forza sociali e politici) emargina, mortifica ed ammutolisce “legalmente” – dunque – l’intera popolazione italiana, costretta ad essere soggetto completamente passivo delle scelte di guerra che i governi italiani subiscono dagli Usa e dalla Nato. Tutto ciò ci pone di fronte a due questioni fondamentali: primo, ad una vera e propria rottura democratica, data dallo strapotere di apparati legali ed istituzionali che trasformano i Trattati internazionali e militari in immodificabili “leggi di natura”; secondo, alla questione dell’opprimente, indegna e mortificante subalternità dell’Italia agli Usa e alla Nato, con il relativo pericolo di accettazione supina sia della militarizzazione del territorio che dei rischi di coinvolgimento in ogni azione e in ogni guerra imperialista. Questioni che pongono il problema di un rilancio forte della parola d’ordine “fuori l’Italia dalla Nato”. La negazione (formalmente “legale”) del referendum sposta oggi, e drammaticamente, su Vicenza tutta la questione della violazione della democrazia insita nella legislazione che impedisce ai cittadini italiani di esprimersi sui Trattati internazionali, e tale, densa questione, si aggiunge all’altro, più noto e gravissimo problema: la trasformazione di Vicenza nella più grande base americana di guerra in Europa. Ora, non voglio qui ricordare quale attivo, vasto ed inquietante ruolo bellico possa svolgere una base militare come quella di Vicenza, in questa fase di acutizzazione ed espansione della pulsione di guerra della Nato e degli USA. Ciò che preme qui mettere in evidenza è lo scarto ormai profondo tra i pericoli che si addensano a Vicenza (come prende materialmente corpo, qui, la negazione della democrazia; come prende corpo, qui, la soppressione dei diritti e la subordinazione alla Nato e agli USA; come prende corpo, qui, un pericolo militare che va ben oltre i confini nazionali per divenire continentale, europeo) ed il grado di attenzione nazionale – da parte delle forze comuniste, di sinistra, sindacali e di movimento – sulla città e sulla base. Voglio dire, chiaramente, che il pericolo vicentino è sottovalutato, che non è vissuto come è giusto che sia: un pericolo nazionale e transnazionale e che Vicenza non può essere lasciata solo alla pur importante e generosa e ormai lunga lotta dei vicentini. Vicenza è un problema nazionale ed europeo; la base americana vicentina è un attacco alla pace nazionale ed europea e dunque il livello di lotta e di movimento deve essere a quest’altezza, e se non giunge a quest’altezza rischia semplicemente di “non essere”, di non incidere. Oltre Vicenza, oltre la lotta dei vicentini vi è, fondamentalmente, il silenzio. Ciò che chiediamo, al Prc, al Pdci, alle forze di sinistra, sindacali e di movimento, è di mettersi al lavoro, cominciare a riflettere e ad agire per cogliere l’obiettivo di estendere la lotta per liberare Vicenza oltre Vicenza: che gli studenti di Messina sentano il problema come gli studenti vicentini. Bisogna trasformare la questione della base americana a Vicenza in una questione nazionale, collegandola poi ad una battaglia continentale. Bisogna che la questione vicentina divenga senso comune tra i lavoratori, tra gli studenti, nel movimento, tra le forze sindacali. Il nostro Partito, le altre forze comuniste e di movimento debbono porsi, sin da subito, tale problema. Da parte nostra avanziamo alle forze comuniste e di movimento una prima, modesta, proposta di lavoro, che non vuole essere esaustiva, che può essere cestinata, ma che ha come scopo primario quello di indicare solo una linea di lavoro e di impegno, volto a far vivere Vicenza ovunque, far nascere – attraverso Vicenza e per liberare Vicenza – una lotta più vasta contro la Nato, per la pace e la democrazia. La proposta è la seguente: perché non chiediamo ad un centinaio di intellettuali, scienziati, dirigenti comunisti e di sinistra, rappresentanti del movimento e dei sindacati di lanciare un appello nazionale per Vicenza, contro la base americana? Con quell’appello si potrebbe iniziare un lavoro di fronte alla scuole e di fronte alle fabbriche, da quell’appello potrebbe costituirsi un vasto comitato nazionale di lotta e di movimento. Pensiamoci, a questo o a qualche cosa d’altro. Ciò che conta sapere è che Vicenza è l’Italia e l’Europa. E che la battaglia, perché sia vincente, va allargata molto al di là dei suoi confini. Facciamo in modo – a tale proposito – che lo spazio e la parola che l’11 ottobre a Roma, sul palco della manifestazione nazionale, sono stati dati ad una rappresentante dei Comitati vicentini No Dal Molin (si trattava, detto per inciso, della compagna Claudia Rancati, segretaria del Circolo PRC della Città di Vicenza) siano un buon inizio!.