Bambole non c’è una lira

*Coordinatore nazionale CUB

Da alcuni anni si va parlando dell’impoverimento crescente dei lavoratori. Un fenomeno quasi sconosciuto fino a due decenni orsono e che è andato invece affermandosi con prepotenza dalla metà degli anni 90 dello scorso secolo. Non che prima non esistessero i poveri, intendiamoci, ma la figura del povero si accompagnava quasi sempre con la figura del disoccupato, dell’emarginato, al massimo del pensionato al minimo. Dal 1993, anno in cui venne introdotta nel nostro paese la politica dei redditi e sparì definitivamente la scala mobile, si incominciano ad intravedere i working poor, i lavoratori poveri, cioè coloro che, pur avendo una fonte di reddito proveniente da un’attività lavorativa, non riescono a sostentarsi attraverso quel reddito. Come stia andando a quasi quindici anni di distanza da quel famigerato, e per molti versi maledetto, luglio 1993 ce lo ricorda con cadenza annuale l’Eurispes con il suo rapporto sui salari, che puntualmente accende la discussione non solo sul livello degradato dei salari – e quindi dei redditi dei lavoratori nel nostro paese – , ma anche sulla funzione e sulla credibilità di altri e più blasonati istituti di statistica pubblici quali, ad esempio, l’Istat. Anche quest’anno, infatti, l’Eurispes ha monitorato l’andamento dei nostri salari, comparandolo a quello degli altri paese europei, e ci ha mostrato, conti alla mano, quello che ogni lavoratore già conosce a menadito perché lo vive sulla propria pelle “27 dopo 27”, vale a dire che il proprio salario non solo non tiene il passo con quello dei suoi colleghi europei, ma soprattutto non tiene il passo con le esigenze di vita della propria famiglia. Qualche numero per capire meglio: secondo l’Eurispes negli anni dal 2000 al 2005 la crescita dei salari è stata del 27,8% in Gran Bretagna e del 13,7% in Italia, a fronte di una crescita media europea del 18%; peggio dell’Italia hanno fatto solo Germania e Svezia, dove i livelli retributivi sono di gran lunga i più alti d’Europa e quindi è abbastanza ovvio che crescano meno. Infatti se il salario netto medio di un lavoratore dipendente italiano nel 2006 è pari a 16.242, quello dell’omologo lavoratore dipendente tedesco è di 21.235 con una crescita percentuale dal 2004 al 2006 del 4,1% per il primo e del 14,1% per il secondo! A completare il quadro, l’Eurispes ci comunica che in Italia l’inflazione ha corso più dei salari, riducendone così la capacità di acquisto.

Ora, smettendola con i numeri e tornando alla politica, salta agli occhi il forte ridimensionamento dei salari dei lavoratori italiani a fronte di una crescita economica degli utili di azienda assolutamente rimarchevole, il che, in tutta evidenza, è il frutto di una assoluta mancanza di redistribuzione di reddito e di ricchezza prodotta nel paese a favore del fattore lavoro.

Possiamo sicuramente affermare pertanto che la politica dei redditi ha avuto effetti disastrosi sui salari dei lavoratori dipendenti sia per quanto riguarda il loro valore in termini assoluti, sia in termini relativi. Non poca responsabilità, nella costruzione di questo nuovo quadro, ha avuto la decisione, una volta scomparsa la scala mobile, di legare gli aumenti contrattuali al progredire dell’inflazione, o, meglio, all’inflazione programmata dal Governo nei documenti di programmazione economica e finanziaria. Una tale scelta – avallata, con- divisa e sponsorizzata da Cgil, Cisl e Uil – ha prodotto principalmente due fenomeni: l’impoverimento di masse sempre più vaste di lavoratori dipendenti e la scomparsa pressoché totale nei contratti collettivi nazionali di lavoro della funzione di ridistribuzione della produttività e della ricchezza prodotta, non potendo più, i contratti, discostarsi dall’inflazione programmata dal governo e divenendo, quindi, meri atti notarili. Ma a rendere complessivamente ancora più instabile la capacità di acquisto dei salari e degli stipendi hanno contribuito anche altri fattori che si sono aggiunti negli ultimi anni. Da quando Massimo D’Alema, allora Presidente del consiglio, lanciò l’anatema “scordatevi il posto fisso”, nel nostro paese si sono moltiplicate a dismisura le figure di precariato, prima attraverso il pacchetto Treu poi con la Legge 30, che ha completato l’opera. I precari, ovviamente, non sono tali solo sul fronte della durata del loro rapporto di lavoro, ma anche sul piano economico e salariale, visto che la maggior parte delle figure precarie ha anche una occupazione oraria ridotta e quindi un salario ridotto.

Nelle ultime settimane si è fatta avanti una strana discussione in ordine alla distribuzione del “tesoretto”, cioè di quei dieci miliardi che le casse dello stato si sono trovate di avanzo dopo aver spremuto tutti con la Finanziaria più pesante dopo quella di Amato da 90.000 miliardi. Ovviamente sono tanti i cani intorno all’osso! Chi vuole che il tesoretto sia utilizzato tutto per ridurre il deficit e il debito pubblico (Almunia e le varie istituzioni europee), chi, come Padoa Schioppa, annuncia che un terzo – 2.500 miliardi – saranno usati per far digerire sui tavoli di concertazione un’ulteriore attacco alle pensioni, chi, come altri pezzi del governo, dice che deve andare tutto alle famiglie e alle pensioni. Probabilmente, come sempre quando a governare ci sono i democristiani (Prodi lo è da sempre) si distribuirà “con equità” il tesoretto a tutti i pretendenti, continuando così in quell’opera di ambiguità che sembra essere la linea politica del Governo: da quando si è insediato non ha mai scelto davvero da che parte stare, coi padroni o con i lavoratori, con le famiglie o con le imprese, con il sud o con la Lega ecc. ecc.. E’ chiaro però che per la CUB la questione del salario resta centrale, così come la lotta al carovita e per il diritto al reddito sociale per precari e disoccupati. Saranno questi gli argomenti forti che la CUB, finalmente riammessa ai tavoli macroeconomici di palazzo Chigi dopo 14 anni di esclusione per non aver voluto sottoscrivere gli accordi di luglio ‘92 e ’93, porterà all’attenzione del governo, ma che soprattutto farà vivere nelle iniziative di lotta dei prossimi mesi.