Baghdad, Damasco, Teheran: nubi oscure sul Medio Oriente

Come prima più di prima, diceva una popolare canzone della nostra gioventù: il ritornello – ritoccato magari in “come prima peggio di prima” – può esprimere in modo efficace lo stato dell’Iraq dopo il referendum del 15 ottobre.
Il “nuovo Iraq”, decantato con tanta enfasi dai mass-media occidentali, non ha in realtà proprio nulla di nuovo. Occupazione, repressione, resistenza, attentati, condizioni di vita che spingono tanta gente a rimpiangere i tempi di Saddam; e su questo quadro devastante si innescano i giochi di potere delle élites sciite e curde che cercano di consolidare il loro ruolo anche a costo di legittimare, magari indirettamente per quel che riguarda esponenti sciiti come Al Sistani, l’occupazione americana e dunque, di riflesso, l’invasione del loro Paese. Il quale, con la “nuova” Costituzione, teoricamente approvata per referendum, rischia davvero di scomparire come entità statale e come identità storica e culturale. Il quadro è talmente disastroso da aver dato il via alla fuga dei topi prima che la navi affondi: negli Usa il braccio destro del vice-presidente Cheney viene mandato sotto processo per aver costruito (per conto del suo capo e dello stesso Bush) il castello di menzogne su ci si è fondato l’attacco all’Iraq, mentre in casa nostra l’ineffabile presidente del Consiglio si preoccupa di farci sapere attraverso la Tv (salvo ripensarci 48 ore dopo) che lui era da sempre contrario alla guerra e aveva fatto di tutto per convincere Bush a non farla (senza rendersi conto di dimostrare così quanto lo consideri realmente il suo “amico” di Oltreoceano).
Ci vuole davvero una totale ingenuità o piuttosto una bella faccia tosta per enfatizzare il risultato del referendum e presentare l’approvazione della Costituzione (dettata di fatto dagli americani, con la diretta iniziativa dell’ambasciatore Zalmay Khalilzad che ha già dato prova in Afghanistan delle sue capacità) come uno straordinario successo della democrazia. Si tratta infatti di una Costituzione doppiamente delegittimata: perché alla vigilia del voto si è fatta balenare ai sunniti la possibilità che venga modificata nei prossimi mesi ( e dunque gli elettori hanno votato un testo che di fatto già non vale più) e perché è stata votata contro la volontà esplicita della comunità sunnita, il cui peso nella società civile e politica irachena va ben al di là della sua consistenza numerica.
Si dice continuamente che i sunniti ( o piuttosto gli arabi sunniti, visto che sono sunniti anche i curdi) costituiscono solo una minoranza della popolazione; ma si dimentica – o si vuole strumentalmente omettere – che anche i curdi sono il 20 per cento, e benché minoranza hanno ottenuto, per la loro utilità al disegno americano, lo stravolgimento della storica struttura istituzionale unitaria dell’Iraq. Dunque, non è questione di numeri. E se proprio vogliamo parlare di numeri, possiamo ripetere quello che abbiamo già scritto a proposito delle elezioni parlamentari del 30 gennaio: non sappiamo ancora, e probabilmente non sapremo mai, quanti iracheni hanno davvero votato, adesso come allora; e si tratta in ogni caso di una minoranza della popolazione. Senza contare le contestazioni e le accuse, più che motivate, di brogli. Si sa che se tre provincie avessero votato “no” con una maggioranza dei due terzi ciò avrebbe determinato la decadenza automatica della Costituzione ( clausola voluta a suo tempo dai curdi per garantirsi il federalismo ma che ha finito per giocare a favore dei sunniti); ebbene, nelle provincie sunnite di Ramadi e Tikrit i “no” hanno largamente superato i due terzi, mentre nella terza – quella di Mosul – si sono fermati al 55%, e dunque la clausola non è scattata; ma i dirigenti sunniti contestano il dato di Mosul, provincia nella quale – guarda caso – gli osservatori internazionali non hanno potuto operare “per ragioni di sicurezza”. E c’è un’altra ragione per cui non è solo questione di numeri, ed è che i sunniti non erano affatto, come sostengono i difensori delle tesi americane, il nerbo del regime di Saddam e che dunque tutta la loro opposizione sarebbe motivata, nella migliore delle ipotesi, dalla paura di perdere i privilegi del potere e nella peggiore da nostalgia della dittatura.
Chiunque abbia una conoscenza sia pur minima della storia irachena, sa benissimo che i sunniti hanno costituito lungo tutto l’arco dell’Iraq indipendente, ancora ai tempi della monarchia filo-britannica, l’ossatura della pubblica amministrazione e delle istituzioni politiche; e questo non per una discriminazione di carattere religioso e nemmeno per una deliberata repressione, ma soprattutto per ragioni di evoluzione economica e sociale, potremmo marxisticamente dire “di classe”, anche se poi l’elemento repressione si è per così dire aggiunto, soprattutto nel periodo dell’ultimo Saddam. Tradizionalmente, infatti, erano sunniti la borghesia cittadina del centro-nord, i ceti medi, i funzionari e gli impiegati dell’apparato statale, gli imprenditori urbani, mentre erano compattamente sciiti i contadini del centro-sud, oltre ovviamente gli abitanti delle città sante di Najaf e Kerbela, nonché più di recente gli abitanti di quell’autentico formicaio umano che è il sobborgo popolare e sottosviluppato di Sadr City ( già Saddam City) a Baghdad. Non a caso le decine di migliaia di quadri e funzionari nonché gli appartenenti alle forze armate licenziati dagli americani perché “baasisti” ( con un gesto che oggi viene da loro stessi considerato un errore) erano in prevalenza sunniti. Ridurre dunque il problema della esclusione – o dell’astensione – dei sunniti dal referendum e più in generale dall’iter politico voluto dagli americani ad una pura e semplice questione di numeri – 20% contro il 60% o addirittura l’80% – sarebbe strumentale e fuorviante. Il problema è politico e va giudicato e affrontato in termini politici.
Un “nuovo” Iraq senza i sunniti ( e dunque contro la volontà della Resistenza) sarebbe un non senso, o piuttosto un aborto; vorrebbe dire cioè, come abbiamo sottolineato nel nostro articolo sul precedente numero de l’ernesto , la distruzione dell’Iraq così come l’abbiamo conosciuto dalla sua indipendenza in poi, quale che fosse il governo di volta in volta in carica. E’ un disegno perfettamente rispondente alla logica del progetto di George Bush jr. per “ un grande Medio Oriente democratico”, cioè subordinato agli interessi strategici, economici ed egemonici della superpotenza d’Oltreoceano. Tanto è vero che non si tratta solo dell’Iraq. Proprio nel giorno in cui i caduti americani superavano quota duemila ( a ventotto mesi esatti dalla grottesca sceneggiata sulla “missione compiuta”), George Bush è tornato a parlare di “opzione militare” anche nei confronti della Siria ed ha richiamato all’ordine gli alleati europei perché “troppo morbidi” nei confronti dell’Iraq, per il quale sembra di capire che la “ lezione “ verrebbe in qualche modo delegata al fido (ed efficace) alleato israeliano. Dopo il regime baasista di Baghdad, insomma, dovrebbe essere liquidato anche quello – anch’esso baasista ma rivale – di Damasco e poi quello islamico di Teheran, e poi chissà quale altro. Un delirio di onnipotenza che sembra non trarre nessuna lezione dall’esperienza irachena ma che comincia a preoccupare perfino Berlusconi, se ha sentito ( tardivamente) il bisogno di dirsi dubbioso sulla possibilità di esportare la democrazia con le armi. Si spiega così quello che sta accadendo nella regione, dalle oscure manovre intorno alla vicenda dell’assassinio dell’ex-premier Hariri in Libano ( incluso il tentativo di influenzare o manipolare la commissione d’inchiesta dell’Onu ) al sostanziale fallimento della mediazione anglo-franco-tedesca sulla scottante questione del nucleare iraniano; e si spiega forse in questo contesto la improvvisa sortita del presidente Ahmadinejad contro Israele, che non conteneva in realtà nulla di nuovo ma che può essere considerata come un appello ad uso interno e serrare le file per fra fronte alle nuove nubi che si addensano nel cielo del Medio Oriente. Sembrerebbe che così ci siamo spinti lontano dalla vicenda del referendum iracheno, ma solo in apparenza. In Medio Oriente tutto si lega; e se vogliamo contrastare la strategia imperialista nella regione in modo efficace non dobbiamo limitarci alla visione particolare, per quanto cruciale, di un singolo Paese ma avere sempre presente il quadro d’insieme.