Autonomia e unità: e chi ha più filo tessa

Due sono le questioni, a me pare, di rilievo strategico che sono al centro del dibattito a sinistra e che determinano una situazione di mancanza d’unità, di divisioni e perfino di contrapposizioni e lacerazioni nonostante il Paese sia governato da una destra dai tratti illiberali e sovversivi.
La prima è la grande e dirimente questione della pace e della guerra su cui da sempre si sono costruite le sorti del movimento operaio e democratico; la seconda è sulle prospettive, cioè se la competizione, il confronto e lo scontro con il blocco politico e sociale delle destre deve essere una lotta per un’alternativa anticapitalistica o per affermare l’alternanza, nell’ambito di un sistema politico bipolare sia pur imperfetto, come nel caso dell’Italia.
Le due questioni non sono poca cosa, avere un approccio invece che un altro porta inevitabilmente a percorrere strade diverse, a perseguire, anche per l’immediato, obiettivi diversi. Ad esempio, l’impostazione di dire comunque no alla guerra, senza “se” o “ma”, non significa conseguentemente assumere come agire politico la radicalità di una certa sinistra alternativa, spesso incline ad essere equidistante sia dal blocco rappresentato dalla Casa delle Libertà sia dall’Ulivo; come addirittura queste due posizioni siano ugualmente distanti da quella parte di sinistra che ha scelto la strada di non assumere l’antagonismo sociale e il no alla guerra come scelte di fondo.
A sinistra, in un contesto così fortemente articolato, se non frantumato, un partito comunista, tale di nome e di fatto, deve essere capace, per portare avanti una azione politica con qualche successo, di interloquire a tutto campo con l’insieme della sinistra, ricercando anche convergenze parziali e limitate, senza però rinunciare alla sua identità; anzi l’iniziativa del partito oltre a produrre un risultato politico deve essere tesa a rafforzare l’autonomia dei comunisti nell’ambito della sinistra, a quella che in altri tempi si chiamava battaglia per l’egemonia.
Pertanto il progetto politico del PRC di costruzione di una sinistra alternativa è non solo condivisibile ma utile, politicamente necessario se si vuole dare maggiore forza alla posizione di chi è nettamente contro la guerra e il capitalismo, insomma di chi è portatore dell’insieme di quelle culture antagoniste che si pongono in rottura con il pensiero unico.
Una sinistra alternativa capace, da un lato di indicare una diversa prospettiva rispetto alla deriva della sinistra moderata e dall’altro di “fare politica”, di essere cioè in grado di condizionare, proprio con lo sviluppo della iniziativa e della lotta, appunto la sinistra moderata e l’insieme delle forze democratiche che si riconoscono nell’Ulivo, per spostarle su una posizione più coerente e incisiva nella battaglia di opposizione al governo Berlusconi.
Sarebbe esiziale invece per il processo della rifondazione comunista interpretare il progetto di costruzione della sinistra alternativa come il formarsi di un nuovo soggetto politico organizzato, una federazione della sinistra antagonista, cioè una specie di Isquierda Unida all’italiana, che attenua o addirittura cancella il ruolo del PRC nell’ambito di una variegata e composita sinistra alternativa.
Anche sul piano politico tale interpretazione determinerebbe guasti profondi: in mancanza di una funzione positiva del PRC l’insieme della sinistra alternativa si sposterebbe inevitabilmente su una posizione di radicalismo protestatario e di velleitario tentativo oggi, con un sistema elettorale maggioritario, di dar vita a un terzo polo che oggettivamente si collocherebbe in competizione sia con la Casa delle Libertà che con l’Ulivo. Perderebbe di vista così l’obiettivo di costruire un ampio e unitario schieramento d’opposizione al governo Berlusconi, anche per ripartire da un terreno di lotta anticapitalista più avanzato, attraverso la realizzazione, nell’attuale fase dello scontro politico e di classe, dell’alternanza di governo, che pur non essendo la strategia dei comunisti garantirebbe maggiori spazi di legalità e di democrazia rispetto al governo delle destre.
Sono pertanto convinto che una linea ondivaga tenuta dal PRC in quest’ultimo anno, dall’avvio della fase congressuale in poi, ha determinato scelte politiche errate, dettate da analisi e previsioni sbagliate o improvvisate, che mettono a rischio la sua stessa capacità di svolgere una incisiva e credibile azione politica in grado di conquistare nuovi consensi e di estendere la sua influenza su significativi strati di fasce popolari.
Si pensi al giudizio, che ha caratterizzato tutta l’impostazione del progetto di tesi, per il quale si è in una fase prerivoluzionaria, quando gli sviluppi della situazione internazionale e nazionale stanno purtroppo indicando che è in corso una violenta offensiva di destra, che ha come obiettivo, da un lato la riduzione degli spazi di libertà e di democrazia, dall’altro lo smantellamento di ciò che resta dello stato sociale accompagnato da un violento attacco ai livelli occupazionali (vedere come ultimo episodio la vicenda FIAT), anche attraverso l’introduzione di nuove e più sofisticate forme di sfruttamento del lavoro dipendente; un’offensiva, inoltre, che sta portando il mondo a una nuova terribile avventura: la guerra in Iraq.
A questo proposito, appare poco convincente oggi la tesi di un potere imperiale sopranazionale, alla luce degli ultimi avvenimenti internazionali, alla forte determinazione della Casa Bianca di scatenare, prescindendo anche dagli orientamenti dell’ONU e dalla volontà delle altre potenze nucleari (Russia, Cina, Francia), una nuova guerra in Golfo Persico per riaffermare il dominio militare, politico ed economico dell’imperialismo americano in una regione strategica per le risorse energetiche come quella mediorientale.
Gli errori più grandi però, che hanno messo in difficoltà il PRC, sono derivati da scelte di politica interna. Dalla crisi dell’Ulivo poteva trarre un enorme vantaggio politico; si erano determinate tutte le condizioni per un rilancio forte del partito, affinché assumesse un ruolo centrale nell’attuale fase politica. Dando però non più per fondamentale la contraddizione tra capitale e lavoro, invece di incalzare l’Ulivo sulla necessità di condurre una più coerente azione in difesa dei salari reali, per l’occupazione, per una più equa distribuzione della ricchezza e per la difesa dei diritti, il PRC ha privilegiato l’interlocuzione col movimento No Global, o meglio alcuni settori di esso, relegando in second’ordine le grandi battaglie sul lavoro.
La scelta di stare nel movimento, di sostenerlo sia politicamente sia organizzativamente è giusta. Non è questo il punto in discussione e mai è stato questo, in passato, l’oggetto della discussione. Il problema vero è che quando si considerano residuali le formazioni socialdemocratiche e le grandi organizzazioni sindacali, si pensi a proposito alle analisi di Revelli che tanto hanno influenzato il progetto di tesi congressuale del PRC, si finisce inevitabilmente per teorizzare e praticare scelte movimentiste, come quella del “movimento dei movimenti”. Un movimento che dovrebbe essere nell’intenzione capace, più di un partito comunista, di assumere un punto di vista critico nei confronti del capitalismo.
Quest’impostazione oltre a determinare una preoccupante attenuazione del lavoro di partito, nel definire una politica dell’organizzazione, sia pur nell’ambito di un processo innovativo, ha evidenziato forti limiti e ritardi proprio nella conduzione di una iniziativa politica adeguata alla fase, limiti e ritardi solo in parte superati e colmati con la recente iniziativa referendaria per la difesa e l’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e con la mobilitazione contro la finanziaria e i provvedimenti sociali del governo Berlusconi.
Il continuo tranciare giudizi, come quello sulla crisi irreversibile della CGIL la quale non poteva produrre altro che degli “sciopericchi”, ha lasciato a Cofferati e alla sinistra dell’Ulivo un enorme spazio politico che poteva e doveva, almeno in parte, essere occupato dal PRC.
Anche sul versante della difesa di fondamentali principi di libertà e di democrazia, come quello della giustizia e dell’informazione, l’azione del PRC è stata debole, contraddittoria e poco visibile: come dimenticare che per tutta una fase ha ignorato che vi fosse, con la vittoria di Berlusconi, una “questione democratica” in Italia. La sua inspiegabile e inopportuna equidistanza sia dalla Casa delle Libertà sia dall’Ulivo su temi come quello della giustizia e dell’informazione, temi su cui il popolo della sinistra si è dimostrato particolarmente sensibile, ha determinato una incomprensione del movimento di massa dei “girotondini”, che ha investito anche significative fasce di elettorato comunista.
Dunque, mentre tutto l’impegno e l’attenzione del partito si concentrava a ricercare una produttiva interlocuzione con il movimento antiglobalizzazione, nell’Ulivo emergeva e prendeva corpo, per la prima volta nella sua storia, una nuova sinistra, espressione dell’incontro e della saldatura tra “girotondini” e CGIL, portatrice di un progetto politico strategico di rilancio dell’Ulivo in un contesto di sistema politico dell’alternanza e del bipolarismo.
Il PRC aveva di fronte un’autostrada, ha invece preso una provinciale piena di tornanti e di salite e discese ripide! Si è ritrovato così a rincorrere i Cofferati e i Moretti, finanche settori significativi del movimento No Global, che hanno privilegiato, con la scesa in campo della CGIL e dei “girotondini”, i rapporti con la sinistra ulivista.
E’ per questo, credo, che sia stata la sinistra ulivista e specificatamente quella diessina a raccogliere i maggiori frutti di un anno di confronto politico interno al centrosinistra, di sviluppo di lotte e di movimenti d’opposizione al governo Berlusconi. Una sinistra diessina che ha saputo reggere anche al duro scontro interno dell’ultima direzione del partito in cui la componente di D’Alema e Fassino ha rinsaldato un’alleanza strategica con la destra interna di Morando.
Resta al PRC invece il merito di condurre una coerente ed incisiva azione contro la guerra, ma è da verificare se questa sua posizione produrrà nuovi consensi elettorali, come purtroppo è già accaduto nelle elezioni europee.
In quest’ultimo anno sempre più spesso è circolata sulla stampa la notizia della possibilità di una rottura, di una scissione nei DS. Si è avanzata l’eventualità della nascita di un partito del lavoro, cioè di un partito socialdemocratico che avesse nella CGIL di Cofferati e di Epifani il maggior sostegno. Questo progetto è stato, tra l’altro, teorizzato dal gruppo redazionale della rivista “Il Manifesto”, visto con simpatia dallo stesso quotidiano comunista, dai Comunisti Italiani, da settori significativi del movimento antiglobalizzazione e da una parte non secondaria della sinistra sindacale, che ha chiuso proprio al congresso nazionale della CGIL, un patto di non belligeranza con Cofferati ed Epifani.
Non so se vi siano nel breve periodo le condizioni per la costituzione in Italia di un partito del lavoro che si collochi tra il PRC e i DS; non so se questo progetto è realizzabile o se è pura fantasia della stampa. In ogni caso però il formarsi nei DS di una combattiva sinistra non residuale che fa riferimento ai valori del lavoro e possiede strumenti come riviste e quotidiani, dispone di rappresentanze parlamentari e controlla la CGIL, non può essere considerato un fatto non rilevante, secondario, che il PRC ha incredibilmente sottovalutato per tutta la fase della sua gestazione.
Questa sinistra dei DS, che si propone di rilanciare una strategia ulivista più spostata appunto a sinistra, è già oggi nei fatti una spietata concorrente elettorale del PRC, a prescindere se darà vita a un partito socialdemocratico o se continuerà la sua battaglia dentro i DS; infatti, la sua scesa in campo ha colto il PRC impreparato e non sufficientemente attrezzato a misurarsi e a competere con essa. Per non affrontare questo problema, che inevitabilmente avrebbe messo in discussione gli aspetti più radicali della teoria delle due sinistre, il PRC lo ha rimosso fino al punto di negare la possibilità di uno spazio per una forza riformista, forte e influente, in Italia. Si è perfino teorizzato il superamento storico dei partiti socialdemocratici, per poi accorgersi dell’importanza strategica della vittoria della SPD in Germania e di Lula in Brasile.
Occorre invece mantenere fermo l’ago della bussola d’orientamento, che deve essere mantenuto sul processo della rifondazione di un partito comunista dalle caratteristiche di massa. Solo così i comunisti riescono a valutare nel giusto modo il formarsi di una sinistra socialdemocratica nei DS, cogliendone sia le potenzialità politiche per uno sviluppo positivo della sinistra italiana sia i rischi per le sorti del PRC; insomma guardare alla sinistra DS come una sorta di Giano bifronte. Sono quindi convinto che proprio l’aggregarsi, da un lato di una sinistra riformista nell’Ulivo e dall’altro di una sinistra alternativa, naturalmente fuori dall’Ulivo, che faccia perno sul PRC, potrebbe determinare per l’immediato e il medio periodo una situazione politica più favorevole a tutta la sinistra.
Del resto, l’imponente manifestazione di Firenze è stata espressione concreta e spero non casuale di questo processo. Sarebbe sbagliato vederla solo in continuità con la manifestazione di Genova contro il G8; Firenze è anche il risultato della grande manifestazione promossa dalla CGIL a Roma, dello sciopero generale del 18 ottobre, e della massiccia manifestazione dei “girotondini”, sempre a Roma a Piazza San Giovanni. Negare questo dato politico è negare l’evidenza.
Dunque, sul piano politico bisogna, senza tentennamenti e riserve, guardare con gran simpatia al costituirsi di una sinistra DS, che pone al centro dei suoi valori quello del lavoro. È questo oggettivamente un rafforzamento delle posizioni dell’insieme della sinistra italiana che si batte, dentro e fuori l’Ulivo, contro la deriva centrista della maggioranza dei DS.
Perciò con la sinistra ulivista è possibile, è doveroso stringere convergenze, ad iniziare dalla possibilità di una comune posizione parlamentare e politica contro la guerra in Iraq. Ma si deve essere consapevoli che questa sinistra si ispira a principi, valori e pratiche socialdemocratiche, che non sono dei comunisti; dunque, le sue scelte di fondo le ha già compiute: non è strategicamente interessata alla costruzione di un partito comunista forte e radicato in Italia. Credere di poter costituire, magari in un domani remoto, un partito con Cofferati Segretario Nazionale, può avere una certa attrazione, può rispondere eventualmente ad alcune esigenze e aspirazioni di strati popolari, ma deve essere ben chiaro che non sarebbe questo né un soggetto della sinistra alternativa, né un partito comunista.
Sul piano ideologico e di prospettiva occorre pertanto avere la piena consapevolezza che il formarsi di una sinistra socialdemocratica nei DS può, alla lunga, essere un duro colpo per il PRC, mortale se non dovesse superare, ad esempio nelle prossime elezioni politiche, la soglia del 4% dei voti. Questa è l’altra faccia del Giano bifronte!
Per questa ragione i temi agitati da Cofferati, sul piano sociale, e da Moretti, su quello politico, invece di trovare una sintesi solo sul versante ulivista, dovrebbero essere fortemente ripresi e sviluppati con determinazione e coerenza dal PRC, proprio per non cedere consensi al progetto della sinistra DS, ma casomai per essere esso a vantaggiarsene, in termini politici ed elettorali. Il PRC potrebbe coprire in Italia uno spazio politico non di poco conto; potrebbe svolgere un ruolo essenziale, decisivo, in quanto unico soggetto politico della sinistra capace di confrontarsi, di misurarsi, con credibilità e autorevolezza, da un lato con il movimento No Global e l’insieme delle culture antagoniste, dall’altra di stabilire una interlocuzione, forte e durevole, con le forze socialdemocratiche per una azione e un impegno costante per conquistare anche la sinistra moderata a un progetto di cambiamento; potrebbe insomma essere il cardine su cui ricostruire, nel solco della migliore tradizione italiana, una forte sinistra che avvii un profondo processo di trasformazione della società. Ma questa sua centralità, come ho tentato di dimostrare, non è data una volta per tutte, non è una rendita di posizione. Per questo il PRC deve dimostrare di essere in grado di mantenerla, di rinnovarla, di svilupparla, assolvendo giorno dopo giorno la funzione che gli è propria: quella di essere il Partito della Rifondazione Comunista, cosa diversa sia dalla sinistra liberaldemocratica e socialdemocratica sia dall’insieme delle culture antagoniste, in quanto sia le prime che le seconde, a differenza dei comunisti, non si pongono la questione strategica del superamento del capitalismo.
In conclusione, nonostante le molte divisioni a sinistra, politiche e strategiche, si possono determinare le condizioni, soprattutto dopo Firenze, per stringere convergenze unitarie, in primo luogo contro la guerra e per contrastare le politiche neoliberiste del governo Berlusconi. Ognuno arrivi a questo confronto con la sua identità. Autonomia e unità, solo in questo modo, cioè al plurale è possibile coniugare la sinistra italiana, e nello sviluppo dell’iniziativa politica chi ha più filo tessa!