Autonomia del movimento e scelta pacifista

*vicedirettore di Liberazione

LE TENTAZIONI D’INTERVENTI “UMANITARI” ORGANICHE NELL’IMPOSTAZIONE DEL CENTROSINISTRA E I PERICOLI DI SUBALTERNITÀ DELLA LINEA DEL PRC

Le recenti affermazioni di Massimo D’Alema sull’“esportazione della democrazia” non solo hanno riproposto un dibattito avviato dai neoconservatori statunitensi ma hanno anche rivelato apertamente quella che resta un’opzione del centrosinistra in politica estera. Molti hanno interpretato, giustamente, le parole del presidente dei Ds come un segnale inviato all’amministrazione Usa in vista di un possibile governo dell’Unione e di un possibile accesso dello stesso D’Alema alla Farnesina come capo della diplomazia italiana. Interpretazione corretta, ovviamente, ma anche insufficiente, perché il rappresentante di maggior prestigio dei Democratici di sinistra ha scelto di collocare sul tavolo dei rapporti nel centrosinistra e nel dibattito della sinistra tutta un tema di enorme rilevanza: quale debba essere il comportamento dei governi occidentali in presenza di regimi “anti” o “ademocratici”. E quindi, quale rapporto debba sussistere tra un possibile governo di centrosinistra in relazione agli organismi sovranazionali e quindi a un possibile via libera all’uso della forza da parte di quest’ultimi. Lo stesso D’Alema aveva già risolto il rebus dando la completa operatività ai caccia italiani al tempo della guerra del Kosovo, rendendosi responsabile, politicamente ma anche militarmente, dei bombardamenti sulla ex Jugoslavia. Pertanto, l’argomento secondo il quale il presidente dei Ds ha voluto gettare un ponte oltre Atlantico rendendosi affidabile agli occhi di Bush e soci appare limitativo. Non che non sia vero, ma la sortita del presidente dei Ds ha voluto saggiare il dibattito interno al centrosinistra, al movimento pacifista e alla stessa Rifondazione sulla discussione cruciale della possibile politica estera dell’Unione.
All’interno dell’alleanza che si appresta a sfidare il centrodestra e che pensa – sempre più con troppa sicumera – di potergli succedere, il nodo cruciale non è infatti il giudizio sulla guerra in Iraq, per quanto il centrosinistra si renda responsabile di comportamenti ambigui e oscillanti sul ritiro delle truppe. Il nodo cruciale resta quello del rapporto con gli organismi sovranazionali, con l’Onu ma anche con la Nato (fu l’Alleanza atlantica a condurre la guerra nei Balcani).
Su questo punto Massimo D’Alema è molto meno isolato di quanto si sia voluto far credere in questa occasione. Basta andarsi a rileggere un intervento di Romano Prodi apparso il 27 marzo del 2004 sul §Corriere della Sera§, molto eloquente già dal titolo: “Prodi e l’Iraq: armi sì, ma con l’Onu”. In quella lettera Prodi si muoveva nel solco dell’articolo 11 della Costituzione italiana, premurandosi, però, di citarlo interamente. Non solo nella prima parte, là dove si precisa che l’Italia “ripudia la guerra”, ma anche dove “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Un punto dirimente nella concezione dell’interventismo democratico che ha caratterizzato diversi governi di centrosinistra e di sinistra – si pensi al governo della gauche plurielle di Jospin, anch’egli responsabile dei bombardamenti nell’ex Jugoslavia – e che si è sempre nutrito di questa concezione, frutto delle vicende della Seconda guerra mondiale: bloccare e comunque intervenire in presenza di situazioni eccezionali sul piano della democrazia. Insomma, lo spettro del patto di Monaco del 1938 che diede mano libera alla Germania di Hitler.
Quindi, il solco della concezione prodiana – e quindi, desumiamo, della maggioranza dell’Unione – rimane quello. E Prodi lo argomenta così: “Il richiamo alle organizzazioni internazionali si adatta mirabilmente tanto ad un’Unione Europea ormai prossima a darsi una Costituzione, ad un’Italia che solo nell’ Europa può costruire il proprio futuro, quanto ad un mondo il cui governo sfugge alla capacità di controllo di qualsiasi singola nazione e, per ciò stesso, richiede lo sforzo e il coinvolgimento dell’intera comunità internazionale, a partire da Europa e Stati Uniti, senza la cui alleanza non esiste pace sulla terra”. In queste parole c’è tutto il senso di quel “multilateralismo” che la socialdemocrazia europea, ma anche i paesi che hanno detto no all’avventura di Bush in Iraq – Francia e Germania –, hanno sempre opposto all’unilateralismo di cui si nutre l’attuale amministrazione statunitense. Per un’analisi corretta va però precisato che indicazioni, pure importanti come quelle sancite dall’articolo 11, non si mantengono immutabili a prescindere dal contesto storico in cui vengono elaborate. Prevedere l’intervento esterno a ridosso della Seconda guerra mondiale e in relazione evidente alla barbarie nazista non ha lo stesso significato se rapportato alle contraddizioni e alle dinamiche che governano oggi la politica internazionale. In cui prevale una relazione irrisolta che viene spesso sottaciuta, se non negata, ma che serve a comprendere i comportamenti di Prodi e le parole di D’Alema.

IL MULTILATERALISMO EUROPEO

Su scala internazionale, infatti, assistiamo oggi a una contrapposizione strisciante tra Usa e Europa – contraddizione che questa rivista ha ben argomentato e trattato, e che quindi non approfondiremo –, ma che spiega gran parte delle variabili politiche in atto. Spiega perché Francia e Germania mantengano intatto il “fronte del rifiuto” nei confronti degli Usa; spiegano perché gran parte della socialdemocrazia europea, che ha introiettato del tutto i “valori”, cioè gli interessi del capitalismo europeo, insista tanto sul concetto di multilateralismo; spiega, ad esempio, perché vengano siglati accordi come quello conclusosi lo scorso 23 maggio tra Spagna, Germania e Francia che ha portato alla formazione di 13 battaglioni da combattimento, ognuno di 1500 effettivi, per condurre operazioni di “rapido intervento” in un raggio di azione di 6000 chilometri. Al di là delle contrapposizioni ideologiche o delle strumentalità evidenti, la politica internazionale oggi si legge anche con la categoria delle contraddizioni interimperialistiche – che invece di negare occorrerebbe analizzare con molta più acutezza e precisione – e che aiutano a dare una spiegazione agli atteggiamenti di gran parte della sinistra moderata che ha scelto di fare propri gli interessi del proprio capitalismo nazionale ed europeo. La categoria, inoltre, aiuta anche a collocare nella giusta dimensione la concezione di multilateralismo che, come spiega chiaramente Prodi, significa ipotizzare interventi militari in cui “Stati Uniti ed Europa siano alleati”.
In questo senso, quindi, l’uso della forza, spiega ancora Prodi al Corriere della Sera, “è consentito quando e soltanto se esso è indispensabile per portare pace e giustizia ed è approvato dalla comunità internazionale”. “Anche in forma preventiva”, aggiunge il Professore. Che fa degli esempi per chiarire, se mai ce ne fosse ancora bisogno, il suo pensiero. “La necessità di proteggere contro un genocidio in atto è stata la ragione che ha condotto all’ intervento per la protezione delle popolazioni del Kosovo dalle violenze dei serbi. Il caso di una guerra civile legata al disfacimento di uno Stato è quello che ha giustificato gli interventi a Timor Est, in Albania con la missione Alba guidata dagli italiani e, prima ancora, quello, purtroppo non altrettanto fortunato, in Somalia.
Il caso dell’aggressione ad uno Stato sovrano è quello che ha spinto la comunità internazionale a difendere il Kuwait dall’invasione dell’Iraq (sic!, nda.). L’urgenza di offrire una protezione dagli atti di terrorismo è stato l’elemento che ha portato un’ampia coalizione internazionale all’intervento armato in Afghanistan dopo gli attentati dell’ 11 settembre (doppio sic!, nda.). Come si vede dalle parole utilizzate da Prodi non più di un anno fa, quello di D’Alema oggi è un intervento organico, interno a un disegno di fondo che viene portato avanti da chi, nell’Unione, dovrebbe rappresentare la sintesi. Certamente i dirigenti dell’Ulivo confermeranno ad ogni occasione la loro volontà di ritirare le truppe dall’Iraq. Ma questo tipo di argomenti sono davvero utili a raggiungere l’obiettivo? Se si guarda alla situazione irachena, si capisce perché sia vero esattamente il contrario.

GLI USA STANNO PERDENDO LA GUERRA?

Gli Stati Uniti, infatti, stanno faticando non poco a “tenere la postazione”. A oltre due anni dalla vittoria sul campo, la resistenza irachena sta aumentando le proprie operazioni di guerriglia (arrivate, secondo le fonti americane, a oltre 400 a settimana) e, probabilmente, anche i propri effettivi. Le elezioni irachene non hanno certo migliorato la presa degli Stati Uniti su quel paese, vista la crescita di peso degli sciiti che puntano, sia pure in forma moderata, alla fine dell’occupazione. Inoltre assistiamo alle progressive prese di distanza degli alleati dalla “coalizione dei volenterosi” – i paesi che hanno mantenuto proprie truppe in Iraq si sono ridotti considerevolmente – e il rispetto di quel patto costa, come nel caso di Blair, pesanti prezzi da pagare in termini elettorali e politici. Si può dire, come ha affermato Walden Bello in una recente intervista a Liberazione, che “gli Usa stanno perdendo la guerra?”.
La situazione è più complessa e contraddittoria. Se sul terreno iracheno le difficoltà aumentano e gli Usa incontrano una resistenza che non accenna a ridursi, sul piano più generale della strategia “per il Grande Medioriente” – che rappresenta l’ essenza della teoria neocon e la linea guida dell’amministrazione Bush – i progressi sono più evidenti. La lotta dei palestinesi è infatti ancora una volta arenata, l’accerchiamento su Siria e Iran prosegue indisturbato, la situazione libanese si è rimessa in movimento ma i suoi sbocchi possono essere i più disparati, il resto del mondo arabo è mantenuto abbondantemente sotto controllo, l’Afghanistan si avvia a divenire una vera e propria colonia. Certo, per lo sforzo compiuto nel “Grande Medioriente” gli Usa hanno dovuto allentare la pressione in America latina, dove proseguono sommovimenti sociali e la “rivoluzione bolivariana” di Chavez va avanti al momento non troppo disturbata. Ma l’espansionismo nordamericano resta una dominante della politica, e dell’economia, internazionale. E questo è possibile anche per l’inconsistenza dell’opposizione europea, che mantiene come opzione strategica la ricostruzione di un asse multilaterale, e quindi concertato, tra Usa e Europa. E quindi riduce i margini di conflitto, l’azione di contenimento di quell’espansionismo che invece prova a scimmiottare o a eguagliare sul piano economico (dove i rapporti di forza sono più favorevoli all’Europa).
Si guardi alla competizione strisciante che avviene in Cina ma contestualmente ai tentativi di mediazione in seno al Wto. Insomma, se gli Usa avanzano indisturbati nonostante le loro evidenti difficoltà, è perché non esiste in forma istituzionale e statualizzata un’opzione pacifista coerente e conseguente. La stessa Spagna di Zapatero ha rappresentato un’eccezione ed è comunque stata costretta a bilanciare la decisione di ritirarsi dall’Iraq con l’aumento dei propri militari in Afghanistan e con il ristabilimento di un’alleanza con gli Usa in America latina.
L’Europa, dunque, resta il grande assente. Per questo è ancora il terreno obbligato per i movimenti e le forze della sinistra antagonista, che devono far tesoro di avvenimenti come quello francese (al momento in cui scriviamo non conosciamo l’esito del referendum sulla Costituzione europea, ma l’ampiezza dei No, al di là della loro vittoria, rimarrà comunque come un dato politico di base su cui lavorare) per costruire un’alternativa. Il punto, come si vede, resta irrisolto: quale alternativa costruire e con chi. L’esperienza delle guerre di questi anni e degli atteggiamenti assunti a proposito, confermano una valutazione che rinvia anche al dibattito interno al Partito della Rifondazione comunista: a nostro avviso è difficile, se non impossibile, conciliare un’ipotesi pacifista e antimperialista con chi ha già scelto di tutelare gli interessi del “proprio imperialismo”. Così come è difficile conciliare le ragioni e le istanze dei movimenti con chi quelle ragioni e quelle istanze cerca di calpestare a ogni minima occasione (la vicenda Cofferati a Bologna parla forse un linguaggio più generale). In altre parole, la vicenda della guerra, al di là di attestati di pacifismo o di dichiarazioni programmatiche generiche, mostra quanto sia difficile ipotizzare un’alleanza di governo con chi la guerra, non solo l’ha già fatta ma propone, sia pure umanitariamente, di continuare a farla.

L’AUTONOMIA DEL MOVIMENTO

Per i movimenti, e per il nostro partito, la possibile vittoria del centrosinistra apre una fase nuova e anche più difficile. Come molti sanno, al congresso del Prc abbiamo proposto un accordo politico-elettorale per battere le destre senza assumere responsabilità di governo, ma vincolando alle decisioni concretamente prese il nostro comportamento parlamentare. Questa linea, come quelle avanzate dalle altre minoranze interne, è stata sconfitta. Il nostro partito si appresta a definire un programma di governo comune con l’Unione puntando a strappare un’opzione pacifista. Occorre però sapere che il nostro giudizio non dipenderà tanto dalla posizione che sarà assunta sull’Iraq, che ovviamente conterà.
Il punto dirimente sarà invece il rapporto che l’Unione, e con essa Rifondazione, deciderà di stabilire con le istituzioni internazionali, a partire dall’ Onu ma anche con Nato e Unione europea. In caso di posizioni ambigue e compromissorie – noi siamo rimasti al motto del “no alla guerra senza se e senza ma, con o senza l’Onu”, quindi non disponibili a compromessi – saremmo in presenza di un “ripudio” del nostro patrimonio programmatico e della nostra stessa identità. Ma anche in caso di un accordo programmatico “cristallino”, il problema dei comportamenti effettivi una volta che il partito sarà al governo si riproporrà con forza. Per questo l’autonomia dei movimenti rappresenterà la risorsa essenziale per mantenere intatta una prospettiva alla lotta per la pace e alla mobilitazione crescente contro la guerra. Purtroppo si tratta di uno scenario messo costantemente in discussione dallo stesso centrosinistra, e a volte anche dal nostro partito, che agisce in continuazione sui movimenti per utilizzarli come arma di pressione verso il confronto programmatico dell’Unione.
La vicenda di Bologna ha iniziato a correggere un atteggiamento che invece abbiamo visto pienamente all’opera in occasione del Cantiere che ha visto ospite Romano Prodi. Un’iniziativa “deludente” e “al di sotto delle aspettative”, come hanno rilevato gli stessi organizzatori. Ma soprattutto un’iniziativa che confonde i piani, quelli che invece dovrebbero rimanere distinti tra movimento e forze che si candidano a governare. Piani distinti e, perché no?, anche conflittuali. L’autonomia dei movimenti rimane dunque una bussola fondamentale per evitare che con l’andata al governo – che comunque continueremo a contrastare – il Prc perda la propria “integrità”.
Ma quella autonomia, della quale intendiamo fare pienamente parte, ci sembra anche la precondizione indispensabile, seppur non sufficiente, per fare in modo che una volta chiamato a scegliere tra compatibilità di governo e compatibilità di movimento il nostro partito, e noi con esso, scelga senza esitazioni questa seconda strada.