Autodeterminazione delle donne: c’è tanto da lottare

*Storica. Associazione nazionale Archivi dell’UDI.

Un (pessimo) film, visto a Roma subito dopo il Forum delle donne del Prc sugli esiti dei referendum sulla legge 40, si chiude con una scena emblematica. Il film è La guerra dei mondi, il regista Spielberg, prometteva una serata all’altezza del racconto da cui esso ha preso origine e del cult di cui si propone come re – make. La scena finale ci propina l’abbraccio tra un padre, fin lì descritto come eternamente assente dalla vita dei figli, e il suo giovane rampollo maschio, il quale – reduce dall’aver combattuto come volontario i crudelissimi alieni a cui la sorellina affibbia senza esitazione la qualifica di terroristi – dopo averlo per tre quarti del film pesantemente insultato per la citata eterna assenza, gli riconosce finalmente quel ruolo di padre che pare aver riscoperto nel tentativo, tutto in fuga, di mettere in salvo la progenie.

FRA PATRIARCATO E TERRORISMO

Non avessi avuto nelle orecchie la discussione nel Forum e non avessi lungamente machiavellato attorno alle ragioni di una sconfitta che eguaglia forse soltanto quella sull’art. 18, del film avrei certo colto – come ha fatto Liberazione – il cambio di registro operato da Spielberg (da ET ai terrificanti alieni odierni, vale banalmente a dire dal “bene” assoluto al “male” assoluto), nonché le citazioni dei più terribili disastri dell’età contemporanea: lo tsunami (centinaia di corpi morti trascinati dal fiume), la guerra civile in Ruanda (gli abiti ormai senza corpi che volteggiano sulla foresta), lo sterminio degli ebrei (la polvere bianca che ricopre ogni cosa come cenere uscita dai crematori dei campi), le stragi di civili assiepati nei vagoni (il treno in fiamme).
Di fronte al patetico finale del film, l’unica cosa che ho potuto pensare, invece, è stata: ma insomma, per costringere certi uomini a fare finalmente la loro parte di padri, dobbiamo proprio e sempre arrivare alla fine del mondo …?
Un sarcastico sfottò, certo. Ma soprattutto un amaro bilancio politico, che dalla sconfitta referendaria non poteva che prendere le mosse, trascinando con sé un bilancio ancor più amaro sulla capacità di presa della politica delle donne in un mondo abitato sì da uomini e donne, ma nel quale lo strapotere maschile, il patriarcato se vogliamo, non sembra proprio darsi per vinto, mostrandosi anzi come impermeabile ad attraversamenti possibili e per di più tuttora fortemente ancorato anche a sinistra. Cercherò di spiegarmi.

LA POSTA IN GIOCO

Ciò che era in gioco con i referendum non erano soltanto le questioni specifiche (possibilità di utilizzare cellule staminali embrionali a fini di ricerca scientifica per combattere malattie letali; possibilità di ricorrere a donatore esterno alla coppia, ecc.), starei anzi per dire che in gioco non erano per nulla le questioni specifiche. In gioco era la titolarità della responsabilità e della scelta relativa alla funzione procreativa.
Non partecipando al voto, la maggioranza degli italiani ha detto no alla possibilità che soggetti diversi dal “legittimo” marito e futuro padre (l’antico pater familias, dunque) e dalle autorità che da millenni sovrintendono alle modalità con cui la funzione procreativa viene espletata in un ambito di riconosciuta legittimità (gli uomini di medicina, gli uomini di scienza, gli uomini di chiesa, gli uomini di legge e di pensiero) potessero assumere voce in capitolo e rovesciare, anche nel rapporto con la legge, il rapporto di potere che presiede non alla sostanza bensì alla rappresentazione sociale corrente della nascita. Soggetti come le donne, per esempio, nel cui corpo tutto avviene, al di là ed oltre il riconoscimento maschile di questo incontrovertibile dato di fatto: è il corpo di una donna che consente la trasformazione di un progetto di vita in un bambino in carne ed ossa; è il corpo di una donna che, prima ancora, consente di verificare la capacità procreativa dell’uomo, il quale solo depositando in lei il suo seme può sapere se è o no portatore della possibilità di generare all’interno di quella coppia; è il corpo di una donna che, prima e prima ancora, consente a chi lo detiene di stare nella posizione di chi può dire si o no alla vita che qualcun altro – chiunque esso sia (un uomo, un medico, uno scienziato, un’altra donna) – desidera o intende concepire, utilizzandolo.
“Si nasce da una donna perché lei sceglie”, abbiamo scritto su un nostro manifesto di qualche anno fa (1). Per dire che nell’atto originario del dire sì ad una nuova possibilità di vita, ciò di cui si parla non è ancora nemmeno una questione di potere (cioè di esito del rapporto di forza tra i sessi che informa di sé il moderno e redivivo patriarcato), quanto piuttosto una questione di primazìa. Il problema è, appunto, quello della titolarità della responsabilità e della scelta. Ed è anche quello della modalità con cui questa titolarità viene o non viene imposta, in un corpo a corpo con la libertà femminile che cercherò qui di dire.

I REFERENDUM, LA CLASSE, LA LIBERTÀ FEMMINILE

Se infatti non c’è dubbio che nessuna procreazione è umanamente possibile se una donna non sceglie di portare fino in fondo la relazione che attraverso il suo corpo si instaura tra lei ed il nascituro e dà a quest’ultimo la possibilità di accedere alla vita entrando nel mondo attraverso il parto, non altrettanto fuori dubbio, ci dice l’esito dei referendum, è che la forza e la natura imprescindibili di quella relazione vengano socialmente riconosciute. Trovino cioè accoglienza, in questa parte del mondo occidentale, all’interno dei vigenti rapporti sociali tra i sessi, consentendo un’irruzione sostanziale nel rapporto di potere (questa volta sì) che attualmente, qui ed ora, presiede alla nascita. Diverse donne del Forum hanno nominato il disagio di fronte a regole certo ingiuste, ma che riguardano essenzialmente il problema di una piccola parte di donne appartenenti al ricco occidente, che con la loro richiesta di destinare risorse alla ricerca sulla fecondazione assistita finiscono forse per distoglierne da quelle destinate a sostenere la maternità nei paesi più poveri. E forse è stato proprio questo disagio a far sì che durante la campagna referendaria pochissime voci si siano alzate per denunciare la natura anche classista della legge 40, una legge che, come già si tentò con l’aborto, negando determinate possibilità nel sistema sanitario pubblico di fatto le concede a chi dispone di mezzi e conoscenze, favorendo dunque (a magistrale conferma che nell’Italia berlusconiana la legge non è davvero più, se mai lo è stata, uguale per tutti) chi può rivolgersi al privato e accedere a strutture e servizi di cui godono paesi esteri a noi contermini, persino la cattolicissima Spagna. Una lettura di classe di questi fenomeni ci dice dunque come il privilegio concesso dalla legge a chi è dotato di mezzi sia un fatto che chiama in causa la giustizia e la libertà.
Ma quanto e come esso chiama ugualmente in causa la libertà femminile? Quanto e come la giustizia sociale a cui l’analisi marxista ci ha resi avvezzi comprende in sé quel particolare tipo di giustizia che viene dall’assunzione come misura della libertà femminile? Insomma, se l’insieme dei divieti imposti dalla legge non avesse portato con sé anche l’insopportabile discriminazione tra chi ha mezzi e chi non ne ha, avremmo potuto noi, comunisti e comuniste, accettare la ferita alla libertà femminile che la legge 40 porta con sé?
La risposta non è ovvia. Se lo fosse, non avremmo bisogno di misurare la distanza tra la politica, così come la conosciamo oggi in questa parte del mondo occidentale e le donne in carne ed ossa che continuano a subirla nel momento stesso in cui non rinunciano ad agirla a partire dalla loro propria differenza sessuale. Di più: se lo fosse, non sarebbe stato possibile, nella Commissione all’epoca presieduta da Marida Bolognesi, teorizzare la necessità di ricercare un’”etica condivisa” che consentisse di normare il modo in cui uomini e donne possono o non possono ricorrere alle tecniche che consentono la fecondazione assistita. Di più ancora: se lo fosse, non sarebbe possibile, oggi, su un piano soltanto apparentemente diverso, consentire ambiguità proprio laddove si lavora a selezionare valori condivisi da porre alla base dell’ Unione, costituita con ogni evidenza di uomini e di donne: soggetti dispari sì, forse diseguali nelle condizioni materiali e simboliche in cui ancora si snodano le loro vite concrete, ma certo non impari. Pare infatti a me che la recente discussione sull’assenza dalla Carta dei principi dell’Unione di qualsiasi riferimento alla autodeterminazione di cui è titolare ogni singola donna, nonché la stessa discussione attorno alla quasi nulla rappresentanza femminile tra chi quella Carta ha elaborato (con conseguenti grigie prospettive per la corresponsabilizzazione di donne in misura almeno pari agli uomini nel futuro governo che si spera subentri all’attuale), ci dicano di come si sia ancora lontani dal riconoscere la libertà femminile tra quelle che la democrazia non può negare e/o comprimere, pena un’insostenibile perdita di senso.
Se questa lontananza nei pensatori cosiddetti liberal denuncia una scarsa frequentazione della modifica storica del concetto di libertà personale, anche da un punto di vista marxista dovremmo ormai sapere che la materialità su cui si fonda la libertà delle donne non può che essere, in primis, quella del corpo sessuato di cui dispongono. È su quel corpo, infatti, che si è storicamente fondata la loro oppressione, l’imparità storica con gli uomini, lo sfruttamento anche prima e al di fuori dei meccanismi capitalistici.
Come è possibile, ancora oggi, non riconoscere che tra tutte le libertà umane la libertà femminile è quella che più continua ad essere incredibilmente conculcata? Questo riconoscimento è esattamente ciò che l’esito dei referendum sulla legge 40 continua a negare. La scarsissima partecipazione al voto ci dice che nel senso comune la libertà femminile non è ritenuta una libertà da sostenere al pari di altre; conculcarla, quindi, è tuttora giudicato un prezzo ammissibile da pagare per la tenuta delle istituzioni fondanti degli attuali rapporti sociali tra i sessi, nell’età della borghesia (come già Engels teorizzava (2) ) fondamento anche dei rapporti sociali tra le classi: la famiglia “legittima” e stabile, la trasmissione patrilineare dei patrimoni, siano essi in beni o genetici, in una parola le istituzioni patriarcali per eccellenza. Il rifiuto della fecondazione eterologa, rea di rendere irriconoscibile la paternità genetica (mentre nessuna parola è stata spesa sulla possibilità che eterologo fosse l’ovulo donato da un’ altra donna) porta esattamente questa cifra, per la quale la gerarchia ecclesiastica della Chiesa cattolica ha spezzato la lancia più potente.
Dobbiamo o non dobbiamo, noi comunisti e comuniste che abbiamo a cuore la possibilità di costruire un mondo in cui giustizia, solidarietà e libertà non si elidano a vicenda, interrogarci su questo?

LA GUERRA DEI MONDI

Il modo in cui il partito si è mosso subito dopo l’esito dei referendum sembrerebbe dire di no. Le questioni poste dalla legge 40 e dal contesto in cui si è originata la sconfitta sono state semplicemente derubricate dal nostro dibattito politico, tant’è che risultano cancellate anche nell’atto fondante dell’Unione, di cui pure siamo parte. Non c’è dubbio che un approccio diverso alle modalità con cui costruire una coalizione in grado di battere sia Berlusconi che il cosiddetto “berlusconismo” avrebbe consentito di mettere qualcuno dei nostri vituperati “paletti” anche in questa direzione, ed avrebbe evitato il coro di (sole) voci femminili che si è fin qui levato per tentare un qualche rimedio, rimettendo al centro di una riflessione politica tuttora limitata alle formule e agli schieramenti un elemento essenziale per la libera soggettività delle donne e dunque per la libertà femminile. Temo però che in Rifondazione la difficoltà a muoversi sul terreno del rapporto tra i sessi non sia il solo ostacolo che abbiamo di fronte. Non si tratta cioè soltanto di sordità maschile. È anche difficoltà a vedere il nesso tra la battaglia per la libertà femminile e la battaglia per la costruzione di un altro tipo di società, capace di fuoriuscire, appunto, dal “berlusconismo”. Ciò che si fatica a percepire, nel PRC come nell’Unione, è che siamo entrati in una fase della politica in cui chi detiene le leve del potere chiede meno vincoli e maggior libertà di movimento in fabbrica, nel mondo del lavoro, in economia, nel contempo imponendo più vincoli e normando insopportabilmente i comportamenti privati ed i rapporti tra le persone. Una ragione certo c’è, e le leggi fortemente familistiche che le Regioni (anche di centro- sinistra) vanno emanando, con il loro vincolare la fruizione dei servizi e dell’assistenza individuali alle reti dei rapporti famigliari, non fanno che confermarla: è soltanto riportando all’interno delle famiglie (che per questo hanno da essere stabili) la gran parte delle funzioni fin qui assicurate dal welfare state (peraltro invenzione novecentesca delle donne) che si può garantirsi mano libera negli ambiti sociali “regolati” (si fa per dire) dal mercato. Ed è soltanto rischiacciando le donne nelle loro funzioni cosiddette “naturali” all’interno di rapporti interpersonali, riportati a prima del diritto di famiglia approvato più di un quarto di secolo fa, che è possibile consentire un simile travaso di carichi dal sociale al famigliare. Se sapremo cogliere, nella sua asperità, questo legame, potremo forse, come comunisti e comuniste, attrezzarci ad arginare più produttivamente anche l’attacco ai diritti collettivi sferrato soprattutto (ma non solo) contro il mondo del lavoro in nome della cosiddetta “modernizzazione”. Diversamente, se non sapremo decostruire l’inganno di questa “modernità” che pare affascinare anche una parte non insignificante delle forze che contrastano il governo Berlusconi, ci troveremo ributtati in quella guerra dei mondi che Spielberg ha, da questo punto di vista magistralmente, messo in scena: un mondo fatto di giovani pronti alla guerra per morire combattendo; di padri non solo incapaci di riconoscersi tali se non in condizioni estreme, ma, una volta entrati nel ruolo, anche pronti ad uccidere persino chi ha appena consentito loro di continuare a vivere pur di mettere in salvo la loro propria progenie (la cantina buia in cui si consuma l’uccisione selvaggia dell’ospite che con le sue intemperanze mette a rischio la vita della bambina non richiama forse quell’utero di cui nessuna donna-ospite è considerata padrona fino in fondo?); di donne rinchiuse in nuove, improbabili “case di bambola”, che escono incredibilmente indenni dalla distruzione semplicemente per essere state poste fuori dalla scena; di “alieni” (gli “altri”, i “diversi”, forse migranti?) che entrano in contatto con il nostro mondo soltanto per sferrare un attacco mortale, dopo aver vissuto tra noi, nel ventre delle nostre città. Se lasciamo per strada la libertà femminile, è di qui che ci troveremo a ricominciare.

Note 1

Si tratta del manifesto pubblicato da Rifon – dazione comunista in occasione dell’8 marzo 1997

2 Nel saggio Le origini della famiglia, della proprietà privata e dello Stato

Elogio della lucertola

La pelle come un tappeto del Caucaso: milioni di nodi stretti a mano cangianti fra il verde e il marrone.

Piccolo rettile scattante e indomito. Solchi il foglio come il taglio di luce di un ricordo lussuosamente inutile, che affiora dal buio di un’amnesia densa e collettiva. Piccolo rettile che ci dai un bagliore.

“Marco Polo” allergico ai padroni. Libero e solitario, viaggi per prati disseminati di relitti e su muri dalla superficie sforacchiata come una groviera da recessi e da buchi, entro i quali nascondersi al bisogno e magari addormentarsi prima di ripartire.

Cacciatrice cacciata di insetti e di altri artropodi. Preda agognata di pasoliniana memoria. Ti prendevamo con un laccio vegetale semirigido, legato a cappio ad una estremità, prima che l’abilità delle dita dei ragazzi fosse sequestrata dalla tastiera dei telefonini.

Eri la prediletta. Non solo per la bellezza levantina ma per l’audacia e la resistenza. Per l’indipendenza. Per le curve alternate del corpo breve e affusolato e per il fiato, tanto fiato speso per catturarti.

Per il tuo arrestarti sotto il sole per minuti interi. Ferma in agguato o senza scopo alcuno. Capace di scomparire per potere di mimesi, essere senza esserci per poi ricomparire. Animo combattente che detesta gli eserciti.

Animaletto cui, se recisa, la coda ricresce. Segno certo del favore degli dei. Aspettaci, animaletto, che il peso delle nostre paure ci rallenta!

Piccolo-grande essere, celeste e solfureo, frequentatore della luce e dell’ombra. Ovunque puoi entrare, arrestarti o andare. Non di rado, come oggi, ti si incontra sulle pagine disegnate di un poeta, Pizzi Cannella, che da alcuni decenni ha scelto te come fiancheggiatore.

R. G.