Attualità o declino dei partiti comunisti?

1. Il dato sicuramente più eclatante delle elezioni europee del giugno 2009 nei paesi UE riguarda l’astensionismo. Esso raggiunge in questa consultazione il suo massimo storico – il 57% – da quando, ormai da trent’anni (dal 1979), si vota per l’elezione diretta del Parlamento europeo (PE).

Ciò esprime un misto di crescente indifferenza e avversione nei confronti dell’Unione Europea e delle sue politiche da parte della grande maggioranza dei popoli interessati al voto. E non è probabilmente un caso se, nei pochi Paesi in cui i trattati UE sono stati sottoposti a referendum popolari (Francia, Olanda, Irlanda) essi sono stati bocciati, con una altissima partecipazione al voto (circa il 70%); e nonostante un larghissimo schieramento bipartisan di forze politiche di centro-destra e di centro-sinistra, con il supporto pressoché unanime dei media, si fosse allora massicciamente mobilitato a sostegno del SÌ ai trattati medesimi. Viceversa, nel caso ad esempio della Francia, il tasso di astensione al voto in queste ultime elezioni europee è stato del 60% (del 63% in Olanda), scendendo attorno al 70-80% nei quartieri operai e popolari. Fa eccezione in questo senso l’Italia, dove l’astensionismo è stato di gran lunga inferiore alla media (33,5%) e ciò per diverse ragioni: – perché in Italia si votava nella maggior parte dei seggi anche per le elezioni amministrative, che tradizionalmente suscitano un maggior interesse nelle popolazioni; – perché in Italia il fenomeno astensionista, che pure è in crescita, è storicamente meno diffuso che nel resto dei Paesi europei; – perché in Italia, assai più che altrove, è diffuso da sempre una sorta di pernicioso “europeismo acritico”, cui hanno contribuito quasi tutte le forze politiche, di destra, di centro e di sinistra, ivi compreso l’- ultimo PCI (poi sostanzialmente ereditato da Rifondazione), per cui il dogma europeista sarebbe quasi automaticamente sinonimo di progresso e modernità.

Ciò ha contribuito a diffondere anche a sinistra l’idea – assolutamente erronea e infondata – secondo cui la ricerca di una strategia di cooperazione internazionale e anche continentale alternativa all’Unione europea e alle sue strutture portanti sarebbe l’espressione di una cultura politica “arretrata” e “nazionalista”.

2. Particolarmente elevato, assai più della media, è stato il tasso di astensione nella quasi totalità dei Paesi dell’Est europeo membri dell’UE: 81% in Slovacchia, 80% in Lituania, 78% in Romania, 73% in Polonia, 72% nella Repubblica Ceca e in Slovenia, 64% in Ungheria, 63% in Bulgaria… e solo in Lettonia (col 47%) esso ha avuto una percentuale inferiore alla media UE. Particolarmente corteggiati dall’Occidente capitalistico dopo la caduta dell’Urss, i popoli di questi Paesi si erano in larga misura rivolti all’UE che era stata loro presentata come una sorta di Eldorado del consumo e del progresso sociale e civile; e hanno subìto per anni in silenzio criteri ferrei di adesione all’UE, a colpi di privatizzazione e deindustrializzazione selvaggia delle loro economie e di smantellamento del loro sistema di servizi sociali. Oggi essi tirano un bilancio di questa integrazione e dilaga il disincanto, che produce livelli record di astensione.

3. Il voto consolida e rafforza un complessivo spostamento a destra dell’Unione europea, che si era peraltro già manifestato nelle elezioni europee del 2004. Se si confrontano accuratamente le percentuali di in- cidenza delle varie famiglie politiche nel PE appena eletto con quello precedente, tenendo conto che oggi il numero totale di eurodeputati è stato portato da 783 a 736 (e quindi il confronto va fatto in % e non in valori assoluti), questo è il quadro che ne deriva: – il gruppo del Partito popolare europeo (PPE) – la DC europea – passa dal 36,8 al 35,7% (da 288 a 263 deputati); – il gruppo Liberaldemocratico (conservatori laici ed europeisti, a cui aderisce anche l’Italia dei Valori dell’”ultrasinistro” Di Pietro) passa dal 12,6% all’11,4% (da 99 a 84 deputati) ; – il Gruppo socialista (oggi ribattezzato come Gruppo dell’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici, su richiesta del PD italiano) passa dal 27,6 al 25%, con un arretramento dell’area socialdemocratica (ma forse sarebbe meglio dire: social-liberale), che pure in queste elezioni si avvaleva dell’apporto aggiuntivo della ex Margherita italiana, che ieri faceva parte del PPE e oggi, dopo la formazione del PD, entra nel gruppo europeo dei “socialisti e democratici”. Tale arretramento viene però sostanzialmente compensato dalla crescita del gruppo Verde, che passa dal 5,5 al 7,5 (da 43 a 55 deputati), grazie soprattutto al forte avanzamento della lista ecologista francese guidata da Cohn-Bendit; – il nuovo gruppo Conservatori e riformisti europei (per lo più euroscettici di destra e centro-destra, come i conservatori inglesi, l’ODS della Repubblica Ceka, il partito polacco dei gemelli Kaczynski…), ottiene il 7,5% (55 deputati) mentre si scioglie il vecchio gruppo di Europa delle Nazioni (destra e centro- destra di ispirazione “gaullista”: per l’Italia ne faceva parte AN, oggi confluita nel PdL e quindi nel Partito popolare europeo), che aveva il 5,6% e 44 deputati; – il gruppo Indipendenza e Democrazia, oggi ribattezzato Europa della Libertà e della Democrazia, per lo più composto da formazioni xenofobe, razziste e populiste di destra (per l’Italia comprende la Lega) passa dal 2,8 al 4,1% (da 22 a 30 deputati), con un incremento emblematicamente inquietante. Così come inquietante è il risultato di tali formazioni in alcuni Paesi UE: 18% in Austria, 17% in Olanda, 16% in Belgio; 15% in Ungheria; 14,8% in Danimarca; 12,5 % in Lituania; 10,2% in Italia; 9,8% in Finlandia; 7,2% in Romania e in Grecia; 7,1% in Francia; 6,5% in Gran Bretagna; 5,5% in Slovacchia..; – invariata la percentuale dei non iscritti a nessun gruppo, pari al 3,8% (da 30 a 28 deputati).

Il GUE-NGL, Gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/ Sinistra verde nordica (comunisti, sinistre socialiste ed ecologiste), passa dal 5,2 al 4,8% (da 41 a 35 deputati), con un lieve arretramento dovuto essenzialmente al “caso italiano”: PRC e PdCI avevano nel PE precedente 7 deputati (5+2), mentre oggi non ne hanno alcuno. Complessivamente si evidenzia una tenuta delle forze comuniste e anticapitalistiche più solide e conseguenti (ma sulle dinamiche del GUE ritorneremo più avanti, in dettaglio).

EURO-ATLANTISMO E LIBERALISMO ECONOMICO

4. Aggregando le forze per grandi filoni di orientamento, si può dire che il nuovo Parlamento europeo esprime:
– un livello assai inferiore di rappresentatività popolare, dovuto alla crescita record dell’astensionismo;
– una leggera flessione del blocco “europeista” di centro-destra (PPE + Liberaldemocratici), che passa dal 49,4 al 47,1%;
– la sostanziale tenuta di un area moderata social-liberale ed ecologista (di centro e di centro-sinistra), che passa dal 33,1 al 32,5%. Qui semmai lo spostamento a destra è segnato da orientamenti sempre più moderati e centristi, prevalenti – con rare eccezioni
– nella gran parte della socialdemocrazia europea e dei Verdi, sia in politica estera (euro-atlantismo) che in politica economica (“social-liberalismo”);
– la crescita di un’area con accentuazioni talora più moderate, talora apertamente xenofobe e populiste di destra estrema, che ha in comune una sorta di “euroscetticismo di destra”, variamente motivato, che complessivamente passa nel Parlamento europeo dall’8,4 all’11,6%.

5. Il quadro complessivo che ne esce seppellisce l’illusione, a lungo coltivata dalla socialdemocrazia e posta a suo fondamento strategico anche dal Partito della Sinistra Europea, secondo cui vi sarebbero – in questa fase – le condizioni oggettive e soggettive perché l’UE possa svolgere una funzione progressiva nelle relazioni internazionali ed essere portatrice di un modello sociale avanzato sul piano interno. I primi atti istituzionali del nuovo Parlamento europeo, insediatosi il 14 luglio scorso – l’elezione del conservatore polacco Jerzy Buzek (ex Solidarnosc… oggi esponente del Partito popolare europeo) alla presidenza del PE, che verrà sostituito a metà legislatura da un esponente dei “socialisti e democratici”, e la ripartizione delle presidenze di commissione – confermano il rinnovato patto di gestione tripartita dell’UE da parte di Popolari, liberali e socialdemocratici (con una sostanziale subalternità dei Verdi). E tutto ciò, su convergenti architravi di po- litica estera ed economica: euro-atlantismo, oggi rafforzato dalla maggiore flessibilità della presidenza Obama rispetto alla gestione Bush, che si sta traducendo ad esempio nel rilancio della guerra in Afghanistan; e liberalismo economico, oggi corretto da un intervento statuale volto non già a mutare gli assetti di potere o a rilanciare lo Stato sociale ed elementi di programmazione democratica, bensì a “socializzare le perdite” subìte dai gruppi dominanti e dal capitale finanziario in conseguenza della crisi, e a sorreggere le basi del sistema. Appare ancora più evidente che la ricostruzione di un progetto credibile di “un’altra Europa” (che certo non è dietro l’angolo) passa necessariamente per la delineazione di un progetto alternativo all’Unione europea e alle sue istituzioni e strutture portanti. E che per i comunisti e le forze autenticamente di sinistra il problema non è oggi quello di perseguire a breve termine improbabili alternative “europeiste” con le forze socialdemocratiche e liberali, bensì quello di resistere, impedire il proprio disfacimento, accumulare forze e consensi, recuperare ed estendere il proprio radicamento sociale, con una linea conseguente di lotta e di riorganizzazione nella società.

6. Vediamo ora in modo più analitico il voto delle forze che compongono il GUE-NGL, il gruppo parlamentare europeo che riunisce forze comuniste ed eco – socialiste di sinistra, e le sue dinamiche interne. Già si è detto che il GUE passa complessivamente dal 5,2 al 4,8% nel nuovo PE (rispetto al precedente) e da 41 a 35 deputati (di 13 Paesi). Se si esclude il caso Italia, dove PRC e PdCI perdono tutti e sette (5+2) gli eurodeputati che avevano nella precedente legislatura, il voto del GUE esprime una sostanziale tenuta, per cui sarebbe del tutto privo di fondamento attribuire l’insuccesso italiano ad una crisi e ad un arretramento complessivo delle forze comuniste e di sinistra anticapitalistiche su scala europea.

PER UN BILANCIO STORICO DELL’EURO-COMUNISMO

7. Avanzano o mantengono risultati apprezzabili alcuni importanti partiti comunisti: – il PCP portoghese passa dal già rilevante 9,1% delle precedenti europee al 10,66% e conferma 2 deputati; – il KKE greco passa dal 9,5 all’8,3%, da 3 a 2 deputati; – l’AKEL di Cipro passa dal già straordinario 27,9% del 2004 al 34,9% e conferma 2 deputati; – il KSCM della Repubblica Ceca passa dal 20,2 al 14,2%, da 6 a 4 deputati.

Questi partiti hanno in comune un percorso storico, politico e ideologico, di lungo periodo, assai diverso dalle dinamiche di socialdemocratizzazione e di rottura col leninismo che hanno caratterizzato l’esperienza euro-comunista. E non è un caso che due di essi (PCP e KKE) non hanno aderito al Partito della Sinistra Europea, mentre gli altri due vi hanno partecipato sinora (criticamente) solo in veste di osserv atori. Il recente processo di avvicinamento del KSCM alla Sinistra Europea, non sembra avergli giovato (anche se non è mia intenzione operare in proposito una semplicistica correlazione tra i due fattori: si tratta allo stato di una semplice constatazione, che è però oggetto di una vivace discussione in corso in quel partito). Sia PCP, KKE e AKEL si definiscono partiti di ispirazione marxista- leninista, il che evidentemente – qualunque cosa si pensi di tale definizione – non sembra ostacolarne il radicamento sociale, soprattutto nel mondo del lavoro, e livelli significativi di consenso anche elettorale.

8. Una menzione particolare merita l’elezione al PE e la sua adesione al GUE del principale esponente comunista della Lettonia, Alfred Rubiks, ex segretario generale del Partito comunista lettone fino al crollo dell’URSS, poi incarcerato per sei anni dal nuovo regime, in un Paese in cui il partito comunista resta fuorilegge, e che solo per questo non avrebbe dovuto essere ammesso all’Unione europea: ma si sa, i diritti umani e politici valgono in una sola direzione…. Rubiks è stato eletto come esponente del Partito Socialista (il PC resta fuorilegge, mentre sono state legittimate le manifestazione nostalgiche di formazioni che esaltano il passato nazista…), nell’ambito di una coalizione di sinistra che in buona parte raccoglie il consenso dei cittadini lettoni di origine russa (metà dei quali privati del diritto di voto…), a cui sono negati essenziali diritti civili e di cittadinanza. Tale coalizione (“Armonia”) ottiene il 20% dei voti (il 34% nella capitale, Riga), raddoppia i suoi consensi ed elegge due degli otto eurodeputati lettoni, uno dei quali (Rubiks) aderisce al GUE. 9. Già si è detto della criticità del “caso italiano” (che implica quanto meno un bilancio impietoso di tutta l’esperienza di Rifondazione, fin dalle sue origini). Ad esso si associa il peggioramento ulteriore del “caso spagnolo”, dove Izquierda Unida (che ingloba il PCE) raggiunge il suo minimo storico (3,7%), pur presentandosi in coalizione elettorale con la componente catalana eco-socialista (assai più moderata) di Iniciativa per Cata- lunya-Verdi (ICV). Tale coalizione elegge due deputati: uno di IU (membro del PCE), che conferma il suo deputato precedente nel GUE; l’altro, di ICV catalana, che entra nel gruppo verde. Notiamo qui per inciso che la componente comunista presente in IU e contraria allo scioglimento del PCE conta poco più del 50% dei “vendoliani” spagnoli, che sono oggi minoranza in Izquierda Unida: il che segnala una consistenza effettiva della presenza comunista in Spagna assai inferiore a quella italiana. Tutto concesso alle diversità da paese a paese, ciò dovrebbe suggerire una certa cautela ai gruppi dirigenti di PRC e PdCI nell’imboccare in Italia la via di una “Federazione della sinistra di alternativa” che ha molti tratti in comune con l’esperienza di Izquierda Unida (da sempre cara, non è un mistero, al compagno Paolo Ferrero, al quale pure mi permetto di suggerire cautela, visti gli esiti catastrofici dell’esperienza spagnola). Mentre talune recenti e un po’ disinvolte allusioni all’esperienza del Frente Amplio in Uruguay, richiederebbero qualche approfondimento, e innanzitutto una diffusa conoscenza di ciò che è stato e rimane il PC uruguayano di Rodney Arismendi, le sue radici, la sua solidità ideologica leninista, la sua autonomia e forza poliica e organizzativa, il radicamento sociale dei suoi quadri, che fanno da sfondo alla sua flessibilità tattica.

10. In una condizione intermedia, e con alcune sue peculiarità, si colloca la situazione dei comunisti in Francia, dove un PCF “in mezzo al guado” e dall’identità sempre più incerta (una fetta consistente del suo gruppo dirigente, probabilmente maggioritaria al vertice, persegue lo scioglimento del partito in una sorta di Linke in salsa francese), si è presentato alle elezioni con una lista di “Fronte della sinistra” insieme ad una componente di socialisti staccatasi dal PS, che ottiene il 6,5%, supera un sistema insidioso di sbarramenti elettorali circoscrizionali del 5% e riesce ad inviare al Parlamento europeo 4 deputati: di cui 2 del PCF, che conferma i suoi due precedenti; un socialista e un indipendente. Si riconferma nel GUE anche un esponente del PC dell’isola africana di Reunion, eletto nelle circoscrizioni dei Territori d’Oltremare. Nelle precedenti europee la lista del solo PCF aveva ottenuto il 5,9% e due deputati. Nel caso francese va considerata anche l’influenza di componenti trotzkiste che qui hanno un loro consenso di massa e d’opinione; e che in passato (due legislature fa, quando la legge elettorale era senza sbarramenti) elessero ben 5 eurodeputati. Parliamo della LCR (Quarta internazionale), che negli ultimi anni ha preso sempre più le distanze da espliciti riferimenti all’identità comunista (un po’ come Sinistra Critica in Italia…) e recentemente ha promosso la costituzione del Nuovo Partito Anticapitalista, che ottiene alle europee un significativo 4,9%, ma non elegge deputati a causa degli sbarramenti circoscrizionali. Mentre la lista di Lutte Ouvrière (trotzkisti “ultrasettari”) ottiene l’1,2%. Nel complesso va comunque rilevato che, in un paese chiave come la Francia (e diversamente ad esempio dall’ Italia e dalla Spagna) l’insieme del voto comunista e anticapitalista supera il 12%.

11. Quanto ai partiti di sinistra non comunista che fanno parte del GUE-NGL, anche qui l’analisi va condotta in modo differenziato, per cogliere affinità e differenze politiche e di cultura politica, e in alcuni casi, come per la Linke tedesca, addirittura di rilevanza storica. Troviamo qui: – il Sinn Fein irlandese, ala sinistra dello storico movimento nazionalista ed anti-coloniale per la liberazione dalla dominazione britannica, in cui convivono una varietà di culture politiche della sinistra. Esso conferma il suo 11,2% ottenuto alle precedenti europee, e così pure l’elezione di un deputato; – il Partito Socialista olandese (il partito del pomodoro: simbolo della protesta), protagonista della campagna referendaria per il NO alla Costituzione europea. Un partito di sinistra socialista e radicale, fortemente critico dell’UE, con una influenza più giovanile, studentesca e tra la piccola borghesia che non nel mondo del lavoro, che ha visto una forte crescita nell’ultimo decennio, che lo ha portato al 7% nelle elezioni europee del 2004 (2 seggi), e che conferma oggi, col 7,1%, il suo risultato; – il Syriza greco (lista animata dal Synaspismos, sezione greca della Sinistra europea), coalizione di componenti assai diverse di sinistra radicale, che passa dal 4,2 al 4,7% e conferma il suo deputato europeo; – il Bloco de Izquierda portoghese, coalizione di sinistra radicale (nonchè sezione portoghese della Sinistra europea), che passa dal 4,9 al 10,73% e da uno a tre deputati europei. Esso si avvale (va detto con obiettività) di una forte campagna mediatica volta a dirottare il malcontento dell’elettorato socialista per la politica antisociale del PS al governo (che perde ben il 20% e crolla dal 46,4 al 26,5% ) verso il Bloco piuttosto che verso i comunisti; – la componente NGL (Sinistra verde nordica), che dimezza i consensi in Svezia e Finlandia, mentre avanza in Danimarca. Complessivamente passa da 4 a 3 deputati europei.

Il PS Popolare danese passa dall’8 al 16%, da uno a due seggi, e raccoglie la componente di sinistra del vecchio elettorato della lista anti-UE “Movimento di Giugno”, che aveva il 9% e che in queste elezioni si è praticamente dissolta avendo perso il suo leader carismatico. Il Partito della Sinistra svedese passa dal 12,8 al 5,6%, da due a un seggio. L’Alleanza di sinistra finlandese passa dal 9,1 al 5,9% e perde l’unico seggio che aveva. Un ragionamento a parte va fatto per la Linke tedesca, che passa dal 6,1 al 7,5% e da 7 a 8 deputati: un risultato comunque positivo, non ostante le aspettative della vigilia fossero assai superiori. Va rilevato in proposito che la Linke tedesca ha specificità non esportabili, in quanto è l’espressione di un processo di unificazione di due formazioni politiche non comuniste, di ispirazione dichiaratamente socialista e/o socialdemocratica (come la WASG di Lafontaine e la PDS post-comunista), espressioni per giunta di due entità geo-politiche che fino a una ventina di anni fa erano addirittura due Stati appartenenti a due blocchi contrapposti. C’è una coerenza in questa fusione socialdemocratica di sinistra, che però ha poco a che vedere con la problematica della rifondazione di un partito comunista, che è altra cosa, come riconoscono per primi gli stessi compagni della Linke (in cui una componente comunista esiste, ma appunto come “corrente culturale”).

12. Nel complesso, tra i 35 esponenti del nuovo GUE-NGL, si evidenzia: – un polo comunista, formato da 15 deputati, di cui 3 facenti parte della Sinistra Europea (PCF e PCE), 6 osservatori (AKEL e KSCM) e 6 esterni (KKE, PCP, Lettonia, Reunion), a conferma di quanto il progetto SE abbia diviso il movimento comunista in Europa; – un polo eco-socialista, formato da 19 deputati, di cui 12 facenti parte della SE e 5 esterni (danesi, svedesi, olandesi), soprattutto perché ostili all’Unione europea e su questo punto non secondario distanti dall’impianto della SE. Ad essi si aggiungono il socialista francese e un’ indipendente(che allo stato non fanno parte della SE), eletti nella lista comune del “Fronte di sinistra” insieme al PCF; – un deputato irlandese del Sinn Fein, formazione non assimilabile ad alcun “polo” europeo, ed esterno alla SE. In relazione al Partito della Sinistra Europea, sono dunque complessivamente 15 (su 35) i deputati del GUE che ne fanno parte a pieno titolo (di cui 8 della Linke tedesca); 6 gli osservatori; 14 gli esterni: una precisazione che si rende necessaria per chi ritenesse che le due entità (SE e GUE) siano sostanzialmente sovrapponibili. Ed è questa la ragione che ha indotto gli euro-deputati del KKE a non votare a favore di Lothar Bisky (Linke) come nuovo presidente del GUE-NGL, essendo egli anche il nuovo presidente della SE. La nuova presidenza del GUE risulta inoltre composta da 5 vice-presidenti: una esponente del PCP, uno di AKEL, uno del KSCM, una socialista olandese ed una esponente della Sinistra svedese. Nessuno di essi è membro effettivo della Sinistra Europea. Rispetto al GUE-NGL della precedente legislatura, dominato dalla coppia Bertinotti (presidente SE) e Wurtz (presidente francese del GUE), il peso specifico in esso della SE appare dunque oggi notevolmente ridimensionato, sia sul piano numerico che su quello politico.

PERCHE’ ALCUNI PARTITI COMUNISTI RESISTONO?

13. I risultati di queste elezioni fanno emergere un dato più complessivo, in relazione allo stato del movimento comunista nell’area UE, che si era già evidenziato via via nell’ultimo decennio (e non solo sul piano elettorale), ma che oggi si presenta con una tale evidenza da non poter essere più rimosso. Viene cioè demolita la tesi per cui – nel contesto europeo – una forza comunista, rivoluzionaria, leninista che respinga ogni suggestione socialdemocratizzante, governista e adattativa, sia inevitabilmente destinata al declino, alla marginalità, al museo delle rivoluzioni. Si dimostra vero il contrario, a condizione ovviamente che il profilo politicoideologico di un partito si accompagni sempre alla sua capacità di radicamento sociale, innanzitutto nel mondo del lavoro e tra i giovani. È ciò che dimostrano in particolare – sia pure nella loro diversità – i risultati del KKE e del PCP, che proprio in questi ultimi anni raggiungono sul piano elettorale alcuni dei migliori risultati di tutta la loro storia: attorno all’8-9% il primo, al 10-11% il secondo. Il KKE sfiora oggi i suoi massimi storici anche rispetto alla fase “eroica” seguita alla caduta del regime dei colonnelli (in cui superò il 9% alle politiche); e ciò nonostante la scissione del 1991, provocata nell’ anno della fine dell’Urss dall’ala post-comunista del partito, da cui si sviluppa l’esperienza del Synaspismos, che sarà poi uno dei partiti fondatori della Sinistra Europea. Il KKE ottiene tradizionalmente i suoi migliori risultati nelle aree metropolitane(Atene, Pireo, Salonicco…) dove la sua influenza si colloca tra il 10 e il 15 %, con punte del 15-20% nei quartieri operai e popolari. Mentre il voto al Synaspismos-Syriza ottiene risultati migliori tra le classi medie ed anche una parte della gioventù studentesca: il che naturalmente è tutt’altro che disprezzabile (non ci sono solo gli operai e i contadini…). Un ragionamento analogo, di ordine storico-politico, può essere fatto per il PCP, con l’aggiunta che tale partito conserva una sua forte egemonia nella CGTP, il sindacato di classe portoghese largamente maggioritario nel mondo del lavoro.

14. Tutto ciò è particolarmente significativo, per due ragioni almeno: – perché la situazione di oggi, per i comunisti e le forze di sinistra anticapitalistica europee è sicuramente più sfavorevole che non negli anni ’70 e ’80. Oggi tutto il contesto UE si è spostato più a destra. E ciò fa risaltare doppiamente il valore del risultato elettorale delle forze comuniste e rivoluzionarie che tengono o avanzano; – perché – diversamente da ciò che sta avvenendo in Spagna, in Francia e in Italia (prima con l’Arcobaleno ed oggi con le persistenti resistenze a procedere sulla via della ricostruzione di un partito comunista unito, unitario e rivoluzionario) – nei contesti portoghese e greco l’avanzata o la tenuta complessiva e simultanea delle sinistre (ivi compresi il Synaspismos e il Bloco de Izquierda) avviene senza pasticci, confusioni di ruoli, diluizioni o minacce all’autonomia e all’identità dei diversi soggetti in campo. Anzi: essa avviene nel quadro di una forte ripresa di partiti comunisti e rivoluzionari, fortemente ancorati alla classe operaia, con una grande cura per l’organizzazione ed il radicamento nei conflitti sociali, con una forte caratterizzazione anticapitalista e antimperialista, nettamente avversi alla NATO e all’Unione europea, alternativi sia alla destra che al moderatismo di centro-sinistra. Attenti, non solo a parole, all’organizzazione sindacale e politica delle nuove fasce di immigrazione. Partiti caratterizzati da una linea di opposizione strategica agli attuali assetti di sistema, scevri da suggestioni neo-governiste e di alternanza, fortemente impegnati in un difficile processo di ricostruzione di un coordinamento dei partiti comunisti e operai su scala mondiale. Non è un caso se, proprio nei paesi dove esistono partiti di questa natura, la crisi della socialdemocrazia apre spazi a sinistra, non solo per i comunisti, ma anche per forze di sinistra alternativa non comunista; e tutto ciò sposta più a sinistra il baricentro politico di quei paesi. E chi rimprovera a questi partiti comunisti una sorta di presunta “ortodossia ideologica” dovrebbe riflettere sul fatto che essa, comunque la si voglia valutare, non ha certo impedito loro di rafforzare il proprio radicamento sociale e politico nel mondo del lavoro e tra la gioventù del proprio Paese. E questo proprio in una fase di riflusso.

15. Assai diverso è stato il percorso di altri partiti, che storicamente provengono dal filone euro-comunista (in Spagna, in Italia, in Francia) e che nel corso degli anni – in nome dell’innovazione o della mutazione – hanno via via modificato la loro natura antagonista e rivoluzionaria, hanno diluito la proprio identità e autonomia, hanno assunto nel loro patrimonio strategico tesi “governiste” e suggestioni derivanti dal patrimonio della socialdemocrazia; e che non solo sono andati incontro a crolli elettorali e indebolimenti drammatici del loro insediamento sociale e politico di classe, ma si trovano addirittura oggi a rischio di sopravvivenza. Così come sarebbe bene, in Italia, non dimenticare mai che la gran parte del vecchio gruppo dirigente dell’ultimo PCI oggi esprime una roba come il Partito Democratico…

16. Se proviamo, a distanza di oltre 30 anni dalla breve stagione eurocomunista, a valutare con obbiettività i diversi itinerari che hanno contraddistinto la storia dei cinque maggiori partiti comunisti dell’Europa occidentale (la situazione nell’Europa dell’Est, che in parte comprende anche il caso tedesco, richiede un approccio diverso), un elemento risalta. E cioè che, mentre la vicenda del comunismo italiano, spagnolo e francese degli ultimi decenni è stata complessivamente e prevalentemente segnata dalla crisi, dal declino, in taluni casi dall’autodissoluzione, nella vicenda del comunismo greco e portoghese – senza indulgere ad alcun trionfalismo acritico o alla proposizione di modelli – prevale comunque un elemento di tenuta strategica e identitaria, di radicamento sociale e di classe, di tenuta dell’organizzazione, di inequivoca collocazione antimperialista, di ripresa anche elettorale su livelli (8-10%) che oggi sarebbero considerati invidiabili dai partiti che almeno simbolicamente si richiamano al comunismo negli altri tre paesi citati. E non si dica più che la spiegazione fondamentale va ricercata nel diverso grado di sviluppo economico e culturale di questi cinque paesi, come se Francia, Italia e Spagna appartenessero oggi al mondo dell’- Europa sviluppata, e Grecia e Portogallo fossero paesi da terzo mondo. I processi di integrazione europea e di mondializzazione anche culturale e informatica rendono oggi questi paesi assai meno distanti tra loro di quanto non lo fossero 20 o 30 anni fa. E non direi che un giovane operaio o studente di Atene e di Lisbona sia oggi così qualitativamente diverso dal suo omologo di Madrid, di Roma o di Parigi. Non al punto da fare di questa diversità la base oggettiva necessitata della diversa condizione dei partiti comunisti dei rispettivi Paesi. La spiegazione essenziale va invece probabilmente ricercata nel diverso profilo politico, strategico e identitario, nella diversa capacità di costruzione di un radicamento sociale, soprattutto operaio e giovanile, dei gruppi dirigenti che in questi decenni hanno caratterizzato i partiti comunisti di questi diversi Paesi. Il che, lo ripetiamo a scanso di equivoci, non significa in alcun modo indicare modelli “unici”, validi in ogni tempo e in ogni luogo. Tanto più che PCP e KKE non possono certamente essere considerati l’uno la fotocopia dell’altro. Non pretendiamo naturalmente che questo nostro approccio venga necessariamente condiviso. Siamo pronti al confronto e all’apprendimento reciproco. Chiediamo solo che il problema non venga rimosso, perché ciò vorrebbe dire rifiutarsi di fare i conti con la realtà e con le dure, impietose repliche della storia.