Attacco alle pensioni: cosa fa la sinistra?

*Coordinamento Nazionale RDB/CUB

La questione previdenziale è anzitutto questione che attiene al grado di civiltà di un Paese. È proprio dall’attenzione che un paese pone alla qualità della vita di chi ha lasciato il lavoro che si può desumere se quel paese ha acquisito un livello di civiltà degno di tale nome. Se questa affermazione è vera, allora possiamo dire che l’Italia, da tempo, è scaduta nel proprio grado di civiltà. Partire da una simile apodittica considerazione serve a tentare di rovesciare l’approccio con cui finora si è discusso delle pensioni e del sistema previdenziale. Approccio ovviamente necessario a chi vuole dismettere il sistema previdenziale pubblico e ha necessità di ottenere il massimo consenso possibile intorno a tale operazione. Parimenti va ricordato, per chi ne avesse bisogno, che l’approccio in questione è stato ed è rimasto rigorosamente bipartisan. La scommessa su cui si è giocata finora tutta la partita delle pensioni è stata quella di convincere l’universo mondo che la questione previdenziale attenesse all’andamento macroeconomico dell’economia e non alla civiltà. Non è un caso, infatti, che tutta la discussione si sia incentrata sul peso che le pensioni hanno sulla determinazione del PIL e non sul diritto ad una esistenza dignitosa anche nel periodo postlavorativo di uomini e donne in carne ed ossa che hanno trascorso decine di anni della propria vita nelle fabbriche e negli uffici a contribuire alla costruzione della ricchezza del paese.
È ovvio che, seguendo il ragionamento così impostato, le pensioni, ma anche la sanità e la scuola, diventano un peso intollerabile in quanto “mangiano” una parte consistente del prodotto interno lordo! È quindi evidente che, se si vuole difendere il welfare nel suo complesso, è necessario non accettare questa impostazione che porterebbe inevitabilmente a ragionare sulla possibile “riduzione del danno”, introducendo qualche pannicello caldo utile solo a temperare l’impatto delle riforme. È sostanzialmente l’approccio che stanno utilizzando il sindacato concertativo e il centro sinistra che, lungi dal rovesciare l’impostazione economicista, cercano unicamente di contenere i danni e, soprattutto, di mantenersi un ruolo e trovare un tornaconto Le argomentazioni con cui nelle scorse settimane si è tentato da parte loro di contrastare il progetto Maroni/ Berlusconi di ulteriore riforma attraverso la Legge delega, sono state tutte incentrate sul rispetto delle scadenze previste dalla legge Dini, cioè sulla verifica di quanto quella riforma fosse riuscita a contenere in termini di spesa prevista nel 2005 e su quella data si sono attestati. Un tentativo miserabile di prendere tempo, non la forte, determinata opposizione alla delega. Il tutto condito da varie esternazioni di esponenti sindacali e politici del centro sinistra che suggerivano e proponevano suadenti modifiche alla delega senza metterne in discussione l’impianto. Ultima in ordine di tempo, dopo quella di Rutelli – ma da attribuire a Treu – l’uscita di D’Alema che ha solennemente affermato che la riforma delle pensioni “ se non la farà questo governo la faremo noi”! Non ritengo necessario qui entrare nel merito di tutte le modifiche già apportate o in via di definizione al sistema previdenziale, dandole per conosciute dai nostri lettori; voglio però affrontare un po’ più da vicino la questione del TFR che sembra essere la meno dibattuta ed è invece probabilmente l’elemento cardine su cui si è lavorato già dai governi tecnici di Ciampi, Amato e Dini. La questione del TFR è infatti lo snodo che consente il definitivo smantellamento del sistema previdenziale pubblico. Senza la sua scomparsa, non è possibile anche tecnicamente ridurre il quantum delle pensioni, e viceversa non si può ridurlo senza aver individuato una nuova modalità di utilizzo di quelle risorse. Quando si è cominciato a ragionare sull’eccessivo peso delle pensioni sul PIL, e quindi della necessità di individuare meccanismi capaci di ridurne l’impatto, è immediatamente emerso il problema di trovare forme di compensazione all’inevitabile diminuzione del grado di copertura che ne sarebbe derivato, così come si è deciso di mettere mano alle pensioni riducendone il peso, per lanciare l’introduzione dei fondi pensione. Un intreccio inscindibile che è alla base di ogni ragionamento. La finanziarizzazione dell’economia non poteva accettare che migliaia di miliardi di risparmi accantonati dai lavoratori per la propria liquidazione non venissero utilizzati per foraggiare un mercato finanziario nazionale decisamente asfittico attraverso l’investimento di queste risorse nei fondi pensione. Ma in un sistema come quello italiano in cui il sistema previdenziale, con tutte le sue pecche, i suoi ritardi e le sue farraginosità, aveva comunque garantito una copertura previdenziale larga e diffusa, l’introduzione dei fondi pensioni stentava a penetrare e ad essere considerata dai lavoratori come uno strumento del risparmio, soprattutto in una fase di forte depressione del valore dei salari. Insomma non ci sarebbe stato futuro nel nostro paese per i fondi pensione se non si fossero costretti i lavoratori a ricorrervi per evitare una vecchiaia di stenti. Di qui la scelta, ammantata da nere previsioni macroeconomiche – tra l’altro vergognosamente piegate ai propri fini – di tagliare nettamente i rendimenti pensionistici attraverso più strumenti, l’introduzione del sistema contributivo in primo luogo, e quindi rendendo pressoché indispensabile soprattutto per i più giovani cercare altre forme di tutela previdenziale attraverso i fondi pensione. Ma mancava un tassello a questo quadro: dove avrebbero trovato i soldi necessari a costruirsi una pensione integrativa quei lavoratori i cui salari, grazie alla politica dei redditi e alla concertazione, non tenevano nemmeno il sempre più magro bilancio familiare? Ecco uscire dal cilindro gli accantonamenti del TFR, che fino ad oggi sono stati nella disponibilità delle imprese che avrebbero dovuto accantonarli e che invece li utilizzavano come finanziamento diretto dei lavoratori alle imprese. Proprio la sottrazione di questi fondi alla disponibilità delle imprese è stato il cavallo di battaglia dei sindacati concertativi per convincere i lavoratori della bontà della ricetta che proponevano, cercando di solleticare quel sentimento di giusto odio di classe dei lavoratori verso i padroni che, nonostante loro, per fortuna ancora sopravvive! L’opzione che veniva presentata era molto semplice: rimanere nella padella o finire nella brace? E così, pur senza molta convinzione da parte della stragrande maggioranza dei lavoratori, ci si avvia a spostare il TFR dalle casse delle imprese a quelle dei fondi pensione. I fondi pensione però per poter avere rendimenti tali da garantire il pagamento delle pensioni integrative devono necessariamente investire nel mercato azionario, facendo diventare i soldi dei lavoratori capitale di rischio. E in questo paese, dopo le vicende Cirio, Parmalat ecc. quando parliamo di rischio, sappiamo esattamente di cosa parliamo. Riassumendo, la filiera è questa: il mercato azionario è asfittico, le pensioni pubbliche costano troppo, c’è il TFR inutilizzato; quindi riduciamo la copertura pensionistica, rendiamo indispensabile per i lavoratori una forma integrativa di previdenza, utilizziamo il TFR per farla attraverso i fondi pensione che investono sul mercato azionario e così i soldi dei lavoratori faranno da volano alla finanziarizzazione dell’economia. E se per caso ci fosse qualcuno dubbioso sul fatto di mettere i propri soldi in mano al mercato finanziario, gli togliamo ogni velleità introducendo il meccanismo del silenzio assenso sull’utilizzo del TFR, e voilà il gioco è fatto! Centro destra, centro sinistra, cgil, cisl, uil, padroni, banchieri e assicuratori sono tutti ovviamente entusiasti di questa prospettiva. In particolare lo sono Cgil, Cisl e Uil, che entrano di diritto nei consigli di amministrazione dei fondi pensioni “chiusi” – quelli cioè costituiti con i contratti collettivi nazionali di lavoro per i dipendenti di ogni specifica categoria – e potranno così realizzare ancora di più la propria vocazione agli “enti bilaterali” con la scusa che la loro presenza sarà utile a garantire la trasparenza nell’utilizzo dei soldi dei lavoratori. Quale trasparenza ci sia nel mercato finanziario è noto a tutti! Ma non contenti di tale regalo di migliaia di miliardi da controllare e da allocare, i sindacati concertativi stanno per ottenere un altro regalo da Maroni che sta studiando la possibilità di far entrare le parti sociali anche nei CdA dei fondi pensione “aperti”, quelli cioè in mano alle banche e alle assicurazioni e di rendere detassabili i rendimenti del TFR conferito ai fondi pensione. C’è ancora una piccola questione che va sottolineata e cioè che i fondi pensione, avendo a disposizione una massa finanziaria consistente da collocare sul mercato, potranno diventare determinanti per la sopravvivenza di molte aziende in crisi oppure, specularmente, decretarne la morte a seconda delle scelte che faranno in tema di investimenti. Salta quindi agli occhi in maniera assai evidente che dietro l’aggressione al sistema previdenziale, e al welfare nel suo complesso, non ci sono motivi di “crisi del sistema” dovuti ll’allungamento della speranza di vita o all’insostenibilità finanziaria del sistema stesso, ma l’onnipresente necessità del dio mercato di guadagnare sulla pelle della gente, senza nulla cedere alle necessità dei lavoratori. Di qui la esigenza imprescindibile, oltre che di lottare con tutte le forze contro i progetti di riforma, siano essi del centro destra o del centro sinistra, di ribaltare, anche nella testa dei lavoratori, l’approccio economicistico dei nostri avversari, per rimettere al centro i diritti inalienabili conquistati dal movimento dei lavoratori.