Attacco all’art.41

Berlusconi: “Mi sono più volte anche pubblicamente lamentato, del fatto che la nostra legge fondamentale dà alle imprese poco spazio […] La formulazione dell’articolo 41 e seguenti risente delle implicazioni sovietiche che fanno riferimento alla cultura e alla costituzione sovietica da parte dei padri che hanno scritto la Costituzione” (all’As semblea Generale di Confindustria a Torino, 11 aprile 2003).

Tremonti, dal G20 in Corea del sud, annuncia (4 giugno 2010) di voler modificare l’articolo 41 della Costituzione per favorire la libertà di impresa, “introducendo la responsabilità della persona”. Con legge ordinaria andrebbero invece introdotte da subito “la segnalazione di inizio attività, l’autocertificazione, l’idea dei controlli solo ex post e infine il riconoscimento della buona fede”. Poi si potrebbe blindarle con legge costituzionale. “È finita l’epoca del conflitto tra capitale e lavoro e tra questo conflitto e l’economia sociale di mercato, non ho dubbi: la via giusta è quella dell’economia sociale di mercato, che è la via di Pomigliano”, ha detto Tremonti (13.6.2010), applaudito dalla platea degli iscritti cislini, che hanno accolto il ministro con frequenti battiti di mani.

Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria: “Condividiamo la proposta di Tremonti di modificare l’articolo 41 della Costituzione per introdurre una vera libertà d’impresa”. Il problema è che una modifica costituzionale richiede un iter parlamentare che “richiederà tempo, mentre noi abbiamo bisogno di agire subito’’ (all’assemblea annuale di Federchimica, 7.6.2010).

Michele Ventura vice presidente del gruppo Pd della Camera: ‘’La semplificazione delle procedure per attivare un’attività di carattere imprenditoriale è un obiettivo perseguibile senza cambiare la Costituzione. Il governo, se ne fosse stato capace, avrebbe già potuto avviare riforme in questa direzione […] Su questa materia è possibile intervenire per legge ordinaria e visto che il governo ritiene urgenti questi interventi è ovvio che questa sarebbe inoltre la strada più breve’’ (5.6.2010).

CRISI ECONOMICA E CRISI ISTITUZIONALE

La sovrapposizione ormai scatenata tra crisi economica e crisi istituzionale, in un’interconnessione internazionale/ nazionale sempre più coinvolgente l’Italia, sta contribuendo a disvelare la vera natura della posta in gioco, a partire da quando lo scontro di classe ha assunto l’acutizzazione antioperaia e anticomunista tramite l’azione combinata tra le forze eversive dall’esterno, che non hanno mai tollerato l’avvento di una Costituzione “democratico-sociale” contraria al dominio del capitale, e quelle forze politiche e culturali che dall’interno delle istituzioni sorte dopo la caduta del nazifascismo (in nome del “riformismo e di “terze vie” liberalsocialiste) si sono adoperate sempre più accanitamente per svilire e deformare l’assetto dei poteri politici e sociali introdotti, nella parte istituzionale della Costituzione, a sostegno dei principi innovatori del costituzionalismo borghese, sul terreno dei rapporti economico- sociali che sono l’asse di qualificazione dei tradizionali “diritti” civili e politici.

ATTACCO ALLA COSTITUZIONE

Oggi è ormai squadernato un disegno risalente già alla fase di elaborazione della Costituzione (1947), quando è stata avviata la campagna di delegittimazione del PCI e della CGIL da una destra ancora ai margini del sistema politico-istituzionale, e tuttavia volta a guadagnare i tempi via via maturati nel vivo delle alternative tra “centrismo” e “centro- sinistra”, in vista del rovesciamento in senso antioperaio ed anticomunista dell’alternativa tra democrazia e mercato, tra economia e socialità, che la Costituzione italiana ha per la prima volta affrontato nella trama del modello dei suoi Principi fondamentali e della prima parte, concernenti la varietà dei rapporti sociali allo scopo di attivare quella dialettica necessaria a intaccare i principi con cui lo stato liberale e lo stato fascista avevano garantito la supremazia della classe dominante, nel nome delle “libertà” della proprietà e dell’impresa capitalistica.

IL SIGNIFICATO DELL’ART. 41 NELL’IMPIANTO COSTITUZIONALE

E infatti, se si esce dagli schemi della politologia interessata a eludere la reale natura del contrasto tra democrazia e cesaro-bonapartismo, non ci si può non ricollegare all’andamento del processo che dagli anni ’80 è stato innescato nel segno delle “riforme istituzionali”, cioè della seconda parte “organizzativa” della Costituzione. Tale processo culmina nella pretesa, ufficialmente reiterata in questi giorni, di modificare l’art. 41. Si vuole così invertire la fase, che ha fatto registrare il suo acme negli anni ’60-’70, con le lotte sociali e politiche che hanno visto il Pci e la CGIL protagonisti in nome dell’intreccio conseguente tra gli aspetti sociali e istituzionali della “democrazia sociale”, vincendo le esasperazioni della delegittimazione anticomunista, in nome di un obiettivo organico e unificante: quello che ha assunto anche i simboli di una parola d’ordine come la programmazione democratica e globale dell’economia, puntualmente incentrata proprio sull’art. 41, concernente il controllo sociale e politico dell’attività d’impresa, e quindi in senso diametralmente opposto alla libertà che l’impresa capitalistica trova “garantita” dalle costituzioni liberali e socialdemocratiche. L’attacco all’art. 41 è così il culmine dello stravolgimento che specialmente a partire dalla fine degli anni 80 ha subito la cultura (prima ancora che la politica) delle forze democratiche, soprattutto in Italia, per il “regolamento di conti” che dall’esterno del sistema politico e dal suo interno si è tentato di operare contro l’ “anomalia” del caso italiano: la combattiva presenza dei comunisti, alfieri della “democrazia sociale”, consacrata con il loro contributo in una costituzione “rigida” di tipo nuovo nel mondo occidentale.

PERCHÉ SI ATTACCA L’ART. 41

Da un trentennio le masse sono frastornate da pressioni per lo più indecifrabili sulle “riforme istituzionali”, ma tutte volte a delegittimare partiti e parlamento per coniugare i vertici dello stato e i vertici dei “poteri forti” nel “governo della stabilità” degli interessi dominanti. Non riesce quindi agevole spiegare come mai ora, a latere della cosiddetta “modernizzazione” dello stato, si invochi l’esigenza di dare sfrenata libertà al sistema delle imprese, investendo direttamente l’art. 41. Lo attacca ora chi non lo ha mai accettato come epicentro del modello di “democrazia sociale” volto a sottrarre la libertà dell’iniziativa economica ai privilegi che l’avevano sorretta a costo della dittatura del regime fascista corporativo, e delle contraddizioni proprie dei sistemi liberaldemocratici. Il costituzionalismo di tali sistemi si è venuto caratterizzando attraverso la fissazione dei limiti di compatibilità con gli interessi dominanti degli istituti del cosiddetto “stato sociale”. Tali istituti, vagheggiati nei singoli stati a correnti alterne, sono adombrati ora dalle istituzioni sovranazionali della UE con l’obiettivo di catturare un minimo di consenso da parte dei ceti popolari, resi subalterni anche culturalmente dal capovolgimento di fronte dei partiti definitisi “progressisti” per fare da comparse nel bipolarismo caratterizzato dal “pensiero unico”. La spiegazione delle difficoltà odierne di pervenire alla consapevolezza che, viceversa, era viva negli anni della lotta per l’“attuazione” (e non per la “revisione”) della Costituzione, va infatti addebitata all’irresponsabilità di quegli epigoni della “destra comunista” che hanno occultato (dietro la crisi del “soviettismo”) quel trasformismo ideologico – contrastante con l’ideologia antifascista della “Repubblica fondata sul lavoro” – in base al quale è stato riaccreditato il primato degli interessi dell’impresa concepita come “istituzione”, in cui il lavoro esprime interessi coerenti con le esigenze della produttività e quindi del profitto. Ciò serve a togliere al lavoro la funzione di qualificare in termini “sociali” la produzione delle merci, restituendo al potere di autonomia delle imprese quel ruolo di “funzionalizzazione” del potere di governo delle istituzioni (ad ogni livello) che per tradizione discende dalla teoria dello stato “di diritto”, che astrae dalla natura di classe dei rapporti politico-sociali. Dal craxiano “autonomismo” socialista si è passati rapidamente ad una velleità politicista di insediamento dei partiti “leggeri” nella stanza dei bottoni: partiti “leggeri”, perché indifferenti ad una qualificazione sociale esplicita del loro ruolo e quindi proni alle pressioni incalzanti delle forze che negli anni 60 e 70 mal avevano sopportato l’inveramento dei principi costituzionali. Sicché, in nome della enfatizzata “seconda repubblica” e dietro lo schermo delle “riforme istituzionali”, si è consumata quella strategia che, in nome della europeizzazione, ha trovato proprio gli eredi della cultura della “democrazia sociale” protagonisti della svalorizzazione del primato del lavoro sul capitale e della politica sull’economia. Così si è finto che l’art. 41 avesse perso la sua funzione fondante del prevalere della democrazia sul mercato, come se le “libertà fondamentali” avessero come emblema più significativo la cosiddetta “libertà di impresa”, con tutte le implicazioni sul ruolo dominante delle grandi concentrazioni oligopolistiche legittimate dietro la capziosità delle politiche “antitrust”, prodotto della cultura nordamericana.

DUE TIPI ALTERNATIVI DI INTERVENTO PUBBLICO

Veicolo dello smantellamento dell’ideologia che supporta la “democrazia sociale” è stata – dietro all’accantonamento di ogni prospettiva di programmazione democratica – la politica incalzante di “privatizzazione/ liberalizzazione”. Ad essa è seguito – in nome della prevaricazione dell’utilità “privata” di profitto aziendale sull’utilità sociale delle strategie industriali – il depauperamento della potenzialità dell’apparato produttivo nazionale di competere sul mercato internazionale. Si è così dato luogo ad un fenomeno strisciante di incostituzionalità, non rilevato proprio dalla cultura democratica. Essa è divenuta insensibile su ogni fronte dei rapporti economico- sociali all’alternativa tra un intervento pubblico subalterno agli interessi del capitale privato, come nella fase del fascismo/corporativismo, e intervento pubblico destinato ad una riqualificata “qualità” degli investimenti in rapporto ai reali bisogni della società, come prospettato dai protagonisti decisivi della produzione quali i lavoratori organizzati. Ciò ha oscurato il carattere di fondo e permanente dell’art. 41. Esso, correlato all’art 47 sugli investimenti azionari nei grandi complessi produttivi del paese, ha fissato la rilevanza dell’attività economica pubblica come uno dei due profili delle strategie produttive orientabili “a fini sociali”. Il che ha impresso una curvatura (opposta ai teoremi del liberismo più o meno protezionistico) alla funzione dell’impresa privata, che deve tener conto dell’utilità sociale affinché la libertà di iniziativa risulti costituzionalmente legittima.

DIFFERENZA ESSENZIALE TRA DIRITTI INDIVIDUALI E POTERI DI AUTONOMIA

La Costituzione ha infatti preso di petto il nodo rappresentato dal nesso tra “diritto” di avvio dell’attivi – tà economica,e “potere” di svolgimento dell’iniziativa nel contesto degli interessi sociali che entrano in gioco nella dinamica degli interessi produttivi. Infatti, altro è la categoria dei diritti “individuali”, che anche in campo economico sono riconoscibili e riconosciuti, altro è la categoria dei “poteri di autonomia” come quelli emergenti nello “svolgimento” dell’iniziativa economica che rappresentano il nucleo del ruolo e della destinazione dell’attività economica. È entrando in contatto con tutti i versanti della vita collettiva, ove emerge la “domanda” dei beni prodotti, che l’impresa privata storicamente ha fatto emergere il suo contrasto “organico” con gli interessi sia della collettività generalmente intesa, sia con quelli dei “collaboratori” dell’impresa, donde il problema del rapporto tra “costi” di produzione e prezzi dei beni messi sul mercato dai soggetti del l’ “organizzazione economica”. Appare chiaro, quindi, che l’art.41 ha respinto il principio fatto esplicitamente proprio dalla “legge fondamentale” di Bonn sulla cosiddetta “economia sociale di mercato”, secondo cui l’impresa privata, in quanto soggetto produttivo, svolge una funzione sociale a prescindere dal tipo di dinamica cui si ispira il potere di autonomia, proprio perché tale potere è suscettibile di snaturare il diritto di libertà di iniziativa. Diritto che negli svolgimenti storicamente ben noti sfocia nell’istituzionalizzazione dell’impresa “persona giuridica”, il cui “strapotere” ha sollecitato l’enucleazione di quel “potere” di controllo a fini sociali e politici, accolto esplicita- mente nell’art. 41 per caratterizzare la scelta del primato della democrazia sul mercato, cioè, appunto, del potere di partiti/Parlamento e dei sindacati di incidere sul “potere” dei complessi produttivi.

LA UE NON È SINORA RIUSCITA A REVISIONARE LA COSTITUZIONE

Né la strategia dei Trattati europei – dal 1957 ad oggi – è riuscita a capovolgere il nesso tra Costituzione e normativa comunitaria. Quest’ultima è al più pervenuta a coniugare gli indirizzi nazionali, volti alla privatizzazione/liberalizzazione, con l’indirizzo delle direttive comunitarie, volte a dare al “mercato” il ruolo che la Costituzione italiana gli ha negato. Sicché la strategia di “aggiramento” della Costituzione non è potuta pervenire alla sua revisione, come conferma clamorosamente il tentativo fallito di dar vita alla “Costituzione europea” sfociato solo nel Trattato di Lisbona, idoneo solamente ad ingigantire la “cupola” istituzionale in cui si trovano proiettate le strutture di governo degli stati, ma non ad assorbire in una mitizzata “unità economica europea” i principi fondamentali contenuti nelle costituzioni degli stati medesimi. È stata vanificata quindi l’aspirazione ad una “nuova costituzione economica” perseguita dalle culture e dalle politiche dei partiti di centrosinistra, sin qui egemonizzanti la forbice tra le strutture di vertice degli stati e quelle esorbitanti della Ue.

È INUTILE LA REVISIONE DELL’ART. 41 COME PRETENDE IL CENTROSINISTRA?

Ecco come si spiega allora perché l’opposizione in Italia si è limitata a proclamare l’“inutilità” della revisione dell’art.41 minacciata dal centrodestra. Il governo Berlusconi non ha esitato a sua volta a coniugare tale proposta estrema ancora in fieri con l’emanazione già in atto di norme di “semplificazione ed alleggerimento” dei rapporti tra stato ed impresa, cercando di ridurre l’art. 41 al solo richiamo al diritto di “iniziativa privata”. Esso viene riletto oggi come riteneva la minoranza einaudiana alla Costituente, nel vano tentativo di mistificare la portata del testo complessivo dell’art. 41. Questo non poteva non riferirsi al ruolo di “iniziativa” dell’attività economica, ma la riconduce innovativamente entro i principi di valorizzazione di fini ed utilità “sociali” della produzione, in aderenza specifica alla più generale progettazione di società inscritta nell’art. 3 secondo comma, che ha traguardato la “democrazia sociale” alla costruzione di una “organizzazione politica, economica e sociale” frutto della “rimozione degli ostacoli” eretti storicamente dal dominio del mercato. Il centrodestra è ben consapevole che l’euroottimismo del centrosinistra, teso a ritenere superato dalla cosiddetta “costituzione materiale” la funzione programmatoria dell’art. 41, non vale a vanificare questa prospettiva di socializzazione al di là delle enfasi sulla globalizzazione. Dopo aver ottenuto con il “bipolarismo” politico-istituzionale la decapitazione degli istituti politicosociali destinati a strumentare le lotte contro la supremazia del mercato, ritiene maturi i tempi per l’operazione che le forze conservatrici sollecitano sin dall’avvio della fase costituente contro l’impostazione politico-culturale di marxisti e cattolici democratici. E, infatti, economisti e giuristi di area di centrosinistra si sono affrettati in questi giorni a coprire la loro irresponsabilità politico- culturale, giungendo con taluno addirittura ad esclamare che non basta “semplificare” la vita dell’impresa privata, come ripete il centrodestra, ma si deve sinanche “abolire” la presenza attiva del potere pubblico nei rapporti con le imprese. Ciò rende non già “inutile”, ma decisivo a consolidare l’ideologia che sorregge il bipolarismo, il ricorso alla procedura di revisione per lo snaturamento dell’art. 41 sul terreno “formale”, che è l’aspetto indeclinabile del diritto come ben sanno le forze conservatrici. Tanto più che per tale operazione funge da grimaldello la revisione costituzionale già imposta (con soli 4 voti di maggioranza) dalla cecità del centrosinistra, che in nome di una cultura “federalistica” posticcia (ma non perciò meno deleteria di quella del leghismo nordista), ha aperto due brecce “formali” a carico della Prima parte della Costituzione – avendo ipocritamente ripetuto che solo la seconda parte era investita dalle “riforme istituzionali”, di cui è stato veicolo improvvido la Commissione D’Alema – rispettivamente con gli artt. 3 e 4 della legge costituzionale del 2001, ormai introiettata anche da una parte della sinistra “radicale”.

IL FEDERALISMO: ESPRESSIONE DI UNA CONCEZIONE CHE LEGITTIMA IL CLASSISMO

Ciò perché il federalismo – lungi dal configurarsi come mera teoria “istituzionale” – è espressione di una concezione “sociale” che legittima il classismo dei rapporti tra società e stato a rinnovato sostegno della formazione sociale del capitalismo. Sicché si è introdotta una nuova competenza addirittura “esclusiva” per lo stato, a conferma del carattere neocentralista del federalismo istituzionale, in una materia estranea alla “democrazia sociale” come la cosiddetta “concorrenza”. Essa è il principio in base al quale “si tutela” un sistema di rapporti dominato dall’impresa oligopolistica, facendo dello stato “federale” in senso proprio la sede centrale del potere contornata da stati/regione concentrici e serventi. Ma non paghi di tanta svalorizzazione della democrazia sociale, si è poi insidiata la pregnanza dell’art. 41 con un obliquo snaturamento della funzione dell’impresa, legittimandone l’estensione di intervento dal campo dell’economia a quello delle “attività di interesse generale”, sotto le spoglie della “sussidiarietà” alle competenze amministrative di tutti gli enti pubblici territoriali che configurano dal centro alla periferia, lo stato federale nella sua complessiva dimensione (nuovo testo dell’art.118).

L’OBIETTIVO: DEMOLIRE DEFINITIVAMENTE IL NESSO ORIGINARIO TRA DEMOCRAZIA E MERCATO

Quel che è grave, in tale contesto, è che si sia data via libera all’anticipazione di una profonda violazione dell’art. 41, che frattanto viene leso nella sua funzione di “controllo” dell’utilità sociale dell’impresa. Si anticipano così gli effetti della futura revisione mediante la normativa contenuta nella manovra d’estate testé entrata in vigore, che anticipa nella dettagliata disciplina di quella che si chiama “segnalazione certificata di inizio attività” – fuori cioè da ogni controllo ex ante a favore di un controllo ex post – quello che è l’annunciato obiettivo dell’attacco al contenuto dell’art. 41: demolire definitivamente il nesso originario tra democrazia e mercato, stabilendo che gli interventi regolatori delle istituzioni federate (centrale e decentrate) riguardanti le attività economiche e sociali si informino, appunto, ad uno pseudo controllo postumo, che come tale deve misurarsi con il fatto compiuto di oggetti riqualificati in nome di una inedita “responsabilità personale” in materia di attività economica (ma non finanziaria, peraltro). Il sovvertimento ormai in corso – con un’opposizione che ha affermato dal canto suo che per liberare lo sviluppo frattanto si possono prendere tutte le misure del caso, anche a prescindere dal percorso della revisione dell’art. 41 – implica il passaggio dal favoreggiamento al “privilegiamento” dell’autonomia dell’impresa, con il pretesto di una “libera iniziativa”, cosicché il mercato può addirittura straripare sull’onda dell’eliminazione di ogni tipo di controllo capace di fare della “responsabilità” dell’impresa un valore compatibile con quelli della democrazia.

LO “STATO DI DIRITTO”: APPARATO IDEOLOGICO DI STATO A SOSTEGNO DEL LIBERISMO

Appare pertanto in tutta la sua pervasività l’equivoco alimentato parlando genericamente di “regolazione” dell’attività economica, ed omettendo di rimarcare che lo “stato di diritto” altro non è che l’apparato ideologico di stato a sostegno del liberismo che – come avverte Gramsci (Quaderno 13 §18) – non si configura come espressione spontanea, automatica del fatto economico, ma è una “regolamentazione” di carattere statale, introdotta e mantenuta per via legislativa e coercitiva. Ma quel che il liberismo poteva conseguire in regime di costituzione liberale e fascista/corporativa, non può essere consentito in regime di costituzione democratico- sociale, perché la sua “rigidità” ha una dimensione e qualificazione ben più avanzata di quella della costituzione degli Usa. Tale rigidità è volta ad impedire uno snaturamento – proseguendo la politica di privatizzazione/liberalizzazione sin alle estreme conseguenze – mediante leggi “ordinarie” che non hanno riparo in vigenza dell’art. 41. Ciò è sfuggito sia alla cultura democratica che alla magistratura democratica, il cui assenteismo in materia è imperniato su una lettura distorta della latitudine effettiva dei diritti “sociali”, concepiti come riduttiva derivazione di uno “stato sociale” prestatore di soli “servizi”, come se le “utilità sociali” e i “fini sociali” di cui all’art. 41 non avessero la ben più ampia pregnanza di qualificare i diritti sociali lesi dal dominio del mercato in nome della coniugazione di “stabilità” economica e “stabilità” monetaria mediante la politica dei prezzi di tutte le merci.

LA MANOVRA FINANZIARIA ANTICIPATRICE DELLA REVISIONE DELL’ART. 41

Con la legge testé emanata infatti si ricompatta quel che l’art. 41 ha miratamente suddiviso, cioè il diritto di iniziativa economica privata dal suo svolgimento in forma di attività d’impresa, per pervenire ad un traguardo cui induce il liberismo inscritto ora in un tipo di regolazione che va oltre il protezionismo delle fasi precedenti il modello di “democrazia sociale”. Esso fa della diseguaglianza sociale l’archetipo di una contrapposizione tra il potere di mercato, camuffato come “libertà fondamentale”, e la subalternità dei soggetti sociali che, a causa del carattere pervasivo dell’autonomia delle imprese, subiscono un detrimento che si espande anche nell’esercizio delle libertà civili e politiche, offuscate dalla condizione svantaggiata in cui le forze del lavoro vivono la dialettica dei rapporti sociali. Ne consegue che le carenze croniche del potere di acquisto da parte delle masse dei beni prodotti dall’impresa industriale si trasferiscono contestualmente con la compressione del diritto di fruire anche dei servizi dello “stato sociale”, rendendo cioè “organica” la delegittimazione della “democrazia sociale”. In tal modo lo stato “regolatore” non solo sopravvive, ma si converte in una “burocratizzazione” alla rovescia. Infatti, nella manovra finanziaria anticipatrice della revisione dell’art. 41, l’intervento della pubblica amministrazione non scompare, ma viene differito alla fase successiva all’inizio dello svolgimento dell’attività economica, previa la nuova “autocertificazione” dei requisiti necessari per un corretto avvio di tale attività. Sicché non è l’impresa a dover essere funzionale all’utilità sociale, ma è lo stato che deve funzionalizzarsi alle esigenze di autonomia delle imprese, per un eventuale divieto di prosecuzione dell’attività in caso di accertata carenza dei requisiti emersa dopo la “spontanea autocertificazione”. Trova così conferma la tendenza ad emanare leggi incostituzionali al coperto di una scelta di corriva adesione di un centrosinistra che dalla sede dei Trattati europei ha avallato l’orientamento a proiettare sul terreno degli stati il principio di “un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”, compreso l’obiettivo di erodere la portata di una fonte costituzionale superiore come quella dell’art. 41, nei termini messi efficacemente in risalto da Andrea Catone (pag. 5), Gaetano Bucci (pag. 15) e Vladimiro Giacchè (pag. 30) su l’ernesto n. 2/2010, nel quadro delle sintesi argomentative sui rapporti tra stabilità e crisi dell’economia, nonché delle istituzioni.

PRIMATO DELLA DEMOCRAZIA O PRIMATO DEL MERCATO?

Quel che infatti è il cuore delle questioni in gioco con l’art. 41 – con le implicazioni più specifiche qui rilevate – concerne i due versanti in cui risalta l’antitesi tra primato della democrazia o primato del mercato. Infatti, ferma restando quella che dovrebbe comunque essere l’indefettibilità del rapporto dell’impresa con l’“utilità sociale”, essenziale nel disegno della Repubblica fondata sul lavoro è la prospettiva di indirizzare a “fini sociali” l’attività produttiva di beni (prima che di servizi). Il che ha legittimato sia i tentativi di pervenire tra gli anni 60 e 70 alla programmazione globale dell’economia con una legge “di piano”, sia la propensione del sindacato di classe a coinvolgere nella sua strategia di valorizzazione in senso sociale i singoli “piani d’impresa”, ben oltre quindi il ruolo del sindacato “professionale”.

LA CLASSE LAVORATRICE PRIVA DI AUTONOMIA CONFLITTUALE CONTRO IL PROFITTO

Si spiega entro tale quadro generale lo sbocco nefasto cui è ora pervenuta la strategia della FIAT come pilota del sistema delle imprese nella vertenza di Pomigliano, resa più eclatante negli aspetti di “diritto del lavoro” a causa delle lesioni inferte a tutta la gamma dei diritti individuali dei lavoratori con un progetto che la FIOM-CGIL coerentemente non ha firmato. Ma che evidenzia soprattutto la rovinosità per la classe lavoratrice della perdita di autonomia conflittuale contro il profitto in funzione di una nuova qualità della produzione, e quindi del lavoro, anche nella fase discendente, come è avvenuto a tappe forzate dagli anni 80-90 in poi, nelle distinte fasi di assuefazione alle false immagini prospettate nel segno della “globalizzazione”. Come se in ogni caso, all’interno della “rete” della transnazionalità delle imprese, non rimanga – persino con accentuato fondamento – la piena legittimità di operare, oltre che nel sistema politico-istituzionale, anche sul terreno dei luoghi di lavoro, per ricondurre i piani d’impresa alle logiche imposte in Italia dalla complessiva trama della Costituzione “democratico-sociale”. Si scontano così le conseguenze socialmente drammatiche di quell’inversione/ rovesciamento che è stato operato nei passaggi dal PCI ai DS, ora PD (come lucidamente ricostruito da Vittorio Gioiello nel n. 2/2010 de l’ernesto), con quel bipolarismo del sistema politico istituzionale che ha tra l’altro spiazzato un sindacato, le cui lotte dei decenni ormai lontani trovavano un terreno di incubazione e fecondità nell’articolarsi pluralistico dei partiti, come esito di un meccanismo elettorale proporzionale integrale (diverso quindi da quello di Bonn), la cui sostituzione con meccanismi maggioritari ha contribuito a corrodere l’autonomia istituzionale del sindacato, costretto ad una difensiva che ora rischia di rimanere senza le garanzie che il modello costituzionale ha introdotto, a condizione però di una integrale assunzione dei suoi principi sui vari fronti dello scontro di classe.