Attacco alla scuola pubblica e lotta degli insegnanti

Le violente proteste degli insegnanti italiani, esplose soprattutto per bloccare il famigerato concorsone, hanno ridato a questa categoria di lavoratori quel protagonismo che avevano smarrito qualche decennio fa. Nessuno può certo pensare che la protesta sia stata dettata da rigurgiti neo-corporativi, come purtroppo ha creduto una parte della sinistra, né dalla difesa di chissà quali privilegi dato che questo comparto del mondo del lavoro ne detiene ben pochi.

In realtà è avvenuto che la scuola ha dovuto sopportare un attacco senza precedenti sul piano economico, in particolare per quanto concerne gli stipendi del personale docente e non docente, e sul piano delle condizioni di vita e di lavoro. Il merito maggiore di tutto ciò va ascritto al ministro della Pubblica Istruzione Berlinguer e al suo recente successore De Mauro: il primo è stato uno dei pochi ministri non riconfermati da Amato e il secondo sta fornendo prove molto deludenti, capaci di fargli perdere tutto il prestigio intellettuale di cui gode come eminente linguista.

Ora, l’operazione dei Nostri risulta fortemente criticabile perché muove da presupposti sbagliati poiché vedono nella stragrande maggioranza dei lavoratori la controparte che impedisce l’ammodernamento delle istituzioni scolastiche. Da queste discutibili premesse ne discende un’azione ministeriale che occorre fermare e un progetto di privatizzazione e aziendalizzazione che se non fosse ostacolato porterebbe alla distruzione della scuola pubblica: è questo il regalo più grande che il centro-sinistra farebbe al centro-destra di Berlusconi. Vediamo, dunque, di definire per sommi capi quali sono le principali questioni che attengono alla condizione dei lavoratori e delle lavoratrici(non dimentichiamo che l’80% di quanti lavorano nella scuola è formato da donne!).

Innanzi tutto, occorre partire da ciò che ha cambiato in modo decisivo la realtà della scuola italiana, il sistema dell’autonomia scolastica. Esso rappresenta la concrezione dell’attacco allo stato sociale, mascherato ovviamente come statalismo, e va nella direzione indicata dalla destra (ultimo in ordine temporale Formigoni) quella cioè di uno stato che si ritira, che diventa sempre più leggero, affidando alla competizione il compito di stabilire se e come devono vivere le singole scuole. Non è chi non vede che questo sfrenato liberismo accentuerà la distanza tra le realtà più forti e quelle più deboli; il cosiddetto federalismo diventerà, se non fermato in tempo, il cavallo di Troia di quanti vogliono distruggere la scuola pubblica. A tal proposito, dovrebbe far riflettere la circolare ministeriale 194 del 3 Agosto 2000 contenente dei numeri che hanno raggelato davvero tutti: rispetto al passato, infatti, i fondi che le scuole avranno a disposizione in quest’anno scolastico per la realizzazione dell’autonomia hanno una pesante decurtazione.

Tanto per capirci: ogni scuola potrà contare su una quota base pari a circa 1.500.000 (lo scorso anno era di 4.250.000), oltre che su due quote proporzionali al numero degli alunni (2.500 lire quest’anno, contro le 7.150 del ‘99/2000) e al numero dei docenti (25.000 lire contro le 74.500 dell’anno scorso). A conti fatti una scuola con 750 alunni e 100 insegnanti potrà contare quest’anno su un finanziamento di poco meno di 6 milioni, mentre lo scorso anno avrebbe beneficiato di un’assegnazione di circa 17 milioni!

La stessa fine faranno gli stanziamenti per la formazione che risultano pressoché dimezzati rispetto a quelli dello scorso anno. La seconda grande questione riguarda la democrazia all’interno delle scuole, di ogni singola scuola. Da tempo, purtroppo, gli organi collegiali risultavano sempre più svuotati di potere e i presidi andavano assumendo un ruolo autoritario, ma ora con l’autonomia e la dirigenza attribuita ai capi d’istituto si va nella direzione del completo affossamento degli organi di democrazia creati per il tramite delle lotte degli anni Settanta. È evidente che tutto ciò è destinato a peggiorare le condizioni di lavoro e di vita degli insegnanti, nonché degli studenti e dei non docenti, sottoposti a probabili angherie dei tirannelli di turno.

Ma l’autonomia a cascata porta un’altra conseguenza negativa: il carico di lavoro aumenta a dismisura, senza che tutto questo abbia un riconoscimento contrattuale, e l’attività del docente viene dispersa nei mille rivoli di riunioni delle commissioni che molto spesso pestano l’acqua nel mortaio. In tal modo l’orario di lavoro di un docente si allunga enormemente facendo diventare nei fatti la professione una delle più pesanti del mondo del lavoro. Infatti, all’orario frontale occorre sommare le ore dedicate alla preparazione delle lezioni e, in particolare della correzione dei compiti, e quelle delle riunioni pomeridiane sempre più frequenti.

Vorrei ricordare a questo proposito che, soprattutto all’inizio della carriera, quasi tutti gli insegnanti sono costretti a viaggiare per raggiungere le sedi assegnate senza alcun rimborso per le spese di viaggio.

La situazione fin qua descritta diventa ancora più pesante quando l’insegnante è precario (e la scuola italiana per anni si è retta sui precari!), il quale peraltro è molto più ricattabile dai presidi perché con l’autonomia le loro nomine sono nelle mani dei capi d’istituto.

La nostra veloce analisi delle condizioni di lavoro degli insegnanti della scuola italiana necessita di alcuni accenni all’azione dei sindacati a partire dall’ultimo contratto, non a caso contestato a livello di base soprattutto in occasione del famigerato concorsone. La perdita di consenso, di credibilità e di iscritti (lo scrivente ha restituito la tessera della Cgil-scuola qualche anno fa) va di pari passo con l’abbandono da parte dei sindacati confederali degli interessi dei lavoratori e con la conseguente assunzione degli stessi delle compatibilità padronali.

I sindacati hanno sposato in pieno, ad esempio, la controriforma di Berlinguer e la Cgil (fortunatamente con l’opposizione della sinistra interna) continua ad insistere con la linea degli aumenti dati secondo il merito, contro l’egualitarismo che contraddistingueva la sinistra, provocando una ulteriore rabbia nella massa degli insegnanti che sarebbero esclusi dagli miglioramenti economici e allontanandoli ancora di più dall’impegno sindacale.

In realtà, una posizione di rilancio della scuola pubblica e di difesa del welfare deve tendere a far riacquistare centralità al tema dell’istruzione proponendo investimenti straordinari per stipendi europei dei docenti, per l’aggiornamento serio (anno sabbatico), per l’adeguamento delle strutture e il potenziamento delle attività rivolte alla formazione dei giovani secondo i principi della Costituzione repubblicana.