Atene, 29-30 ottobre 2005: 1° Congresso del Partito della Sinistra Europea

Il 29-30 ottobre 2005 si svolge ad Atene il primo Congresso del Partito della Sinistra Europea (SE), a un anno e mezzo di distanza dal Congresso costituente tenutosi l’8- 9 maggio 2004 a Roma.
Ci esprimemmo allora criticamente su quella scelta. E poiché riteniamo che, nella sostanza e sulla base dell’esperienza compiuta, non siano venute meno le ragioni di quella critica, vogliamo riprenderle e attualizzarle.

1) Avevamo condiviso l’impostazione politica del 5° Congresso nazionale del Prc (2001) dove si prospettava l’esigenza della “costruzione di un nuovo soggetto politico europeo (non si parlava di un partito- ndr) per unire … le forze della sinistra comunista, antagonista e alternativa su scala continentale… nelle loro diversità politiche e organizzative” e senza pensare “né ad una fusione organizzativa, né ad un compattamento su base ideologica” . Viceversa il progetto concreto che è stato messo in campo, il suo profilo politico, programmatico e identitario, non hanno unito, ma diviso tali forze; non hanno avuto un profilo continentale, ciò pan-europeo (inclusivo di tutte le grandi aree del continente, dal Portogallo agli Urali, dalla Scandinavia ai Balcani), ma hanno sostanzialmente coinvolto i soli Paesi dell’Unione europea.

2) Si sono prodotte così divisioni tra i maggiori partiti comunisti e di sinistra alternativa europei ed un’incrinatura del rapporto di fiducia reciproca, che non si sono certo ricomposte nel corso dell’ultimo anno, ma che tendono anzi a cristallizzarsi.
Con differenti motivazioni, si sono pronunciati in modo critico sulle modalità di formazione della SE (e oggi riconfermano le loro critiche) il Pc portoghese, quello greco (Kke), l’Akel di Cipro, la quasi totalità dei Pc dell’Europa orientale e delle regioni europee dell’area ex sovietica, i partiti della ‘Sinistra verde nordica’, e altri. Constatiamo che la parte più consistente delle forze politiche a sinistra dell’Internazionale Socialista resta fuori o è fortemente critica sulla SE.

3) Tale approccio politicamente e ideologicamente selettivo ha prodotto e cristallizzato un processo inverso a quello, unitario e ricompositivo, che si era prodotto in Europa, e segnatamente nei paesi dell’Ue, dopo la grande crisi del 1989 e il crollo del campo socialista in Europa. Dopo il terremoto dell’89 si aprì un travagliato processo ricompositivo che portò infine, nel 1994, alla formazione del GUE, cioè al gruppo unitario al Parlamento europeo. Dovrebbe far riflettere la semplice constatazione che dei 41 deputati europei che oggi compongono il GUE, solo 17 fanno parte di partiti membri a pieno titolo della SE (e stiamo parlando dei soli partiti dei Paesi dell’Ue, che non è tutta l’Europa).
Sta di fatto che su oltre 40 partiti comunisti e di sinistra alternativa attivi nei paesi dell’Ue (una sessantina se si considera tutta l’Europa) solo 16 hanno aderito a pieno titolo alla SE. Tutti gli altri ne hanno preso più o meno nettamente le distanze, scegliendo di partecipare ai suoi lavori con lo status di osservatori (9 partiti) o restandone fuori. Nè d’altra parte, nel corso dell’ultimo anno e mezzo, si sono determinate dinamiche ricompositive.

4) Mentre i partiti europei socialdemocratici e conservatori lavorano sull’insieme del continente, Russia compresa, i gruppi dirigenti dei maggiori partiti della SE (la più parte di essi) operano come se vi fosse ancora il Muro di Berlino, ignorando l’altra parte dell’Europa ed escludendo dai processi di aggregazione della sinistra europea – sulla base di veti e preclusioni di natura ideologica – alcuni dei maggiori partiti comunisti e di sinistra anticapitalistica del continente.
Nel Consiglio d’Europa (organismo dove sono presenti delegazioni dei Parlamenti nazionali di tutti i paesi europei, non solo Ue) esiste un gruppo parlamentare che si chiama anch’esso Gue, che comprende non solo esponenti di partiti che fanno parte del Gue del Parlamento europeo, ma anche rappresentanti comunisti e di sinistra di paesi esterni all’UE (come Norvegia, Russia, Ucraina, Moldavia). Una sorta di GUE pan-europeo, di cui non si parla mai. Basterebbe far funzionare questo Gue-bis congiuntamente al GUE del Parlamento europeo (entrambi hanno sede a Strasburgo) ed ecco che già esisterebbe una sede politica e istituzionale in cui operare su un piano pan-europeo, senza preclusioni nei confronti di alcuno.

5) E’ difficile negare che, al di là delle migliori intenzioni, l’attività della SE nell’ultimo anno e mezzo abbia avuto scarsa visibilità ed incidenza sugli eventi politici, su scala europea e anche nella vita politica nazionale dei singoli Paesi, come ammettono molti degli stessi partiti fondatori.
Si è voluto attribuire alla SE un ruolo “trainante” nella campagna per il NO alla Costituzione europea nei referendum di Francia e Olanda: ma in Olanda il Partito Socialista (che è stato l’anima del NO di sinistra nel suo paese) non fa parte neppure come osservatore della SE; e in Francia sono gli stessi protagonisti della vittoria del NO a considerare ininfluente il ruolo svolto dalla SE.
Anche in Italia, che pure è il Paese dove più si è parlato della SE – per lo più su Liberazione – la questione è sostanzialmente assente dal dibattito politico della sinistra e dall’iniziativa sul territorio. A pochi giorni dal congresso di Atene il corpo militante del nostro partito non solo non è coinvolto nella discussione, ma per lo più ignora l’evento stesso.

6) Nelle Tesi politiche e programmatiche poste alla base del Congresso di Atene vi sono certamente alcuni punti su cui è possibile e auspicabile costruire una convergenza di tutte le forze comuniste e progressiste interne ed esterne alla SE. Positivo è il sostegno alla battaglia dei NO nei referendum sulla Costituzione europea, benché sia scomparso ogni riferimento paneuropeo all’Europa “dall’Atlantico agli Urali”, che pure era presente nei documenti varati l’anno scorso a Roma. Si contesta giustamente un’ ipotesi di “esercito europeo sotto il controllo della Nato – che significa sotto il controllo USA – come una minaccia all’indipendenza e all’autonomia dell’UE” e si contrastano ipotesi di riarmo europeo; ma non si contesta l’idea in sé di un esercito sovranazionale UE, con relative forze di rapido intervento (già operanti). Viceversa si rimuove ogni ipotesi di sistema di sicurezza paneuropeo fondato sulla cooperazione di Stati sovrani (una sorta di ONU europea) che comprenda anche la Russia. E mentre si ignora la Russia, si sostiene “l’ingresso della Turchia nella UE”, ovvero l’ingresso di uno dei principali bastioni dell’imperialismo USA e della NATO nella regione, destinato a far pendere l’equilibrio nell’UE sempre più a favore dell’influenza USA sul continente. Si chiede il ritiro dall’ Iraq delle truppe occupanti, ma non dall’Afghanistan, dove truppe di Paesi UE operano sotto comando NATO. E manca ogni riferimento al grave coinvolgimento di tanti paesi UE nella guerra della NATO contro la ex Jugoslavia, dove permangono truppe di occupazione.
Si tratta di posizioni tra loro contrastanti e/o contraddittorie, che pongono l’esigenza di inequivoci chiarimenti, in particolare sul tema cruciale delle relazioni tra Europa e Stati Uniti in ambito militare.

– Positiva è la “proposta di taglio delle spese militari, la chiusura delle basi USA e la dissoluzione della NATO”. E così pure la scelta di “opporsi ad ogni genere di cooperazione militare con la NATO e di prevenire il dispiegamento di forze armate come quelle che supportano gli USA dove essi intervengono”; e, su scala globale, “la distruzione di tutte le armi di sterminio di massa”. Ma su tutto ciò ben poco si è fatto da parte della SE in termini di mobilitazione organizzata (neppure un gruppo di lavoro…); mentre in Italia, PRC e PdCI hanno sottoscritto con Prodi un documento di intenti per un eventuale governo dell’Unione in cui si conferma “il rispetto degli impegni derivanti dai Trattati e dalle Convenzioni internazionali liberamente sottoscritti” dall’Italia (tra cui appunto la NATO!).

– Il profilo politico-programmatico e identitario complessivo richiama quello di una socialdemocrazia di sinistra, che si distingue sia dalle prevalenti impostazioni social-liberali e atlantiste della maggioranza della socialdemocrazia europea, sia da posizioni comuniste o di sinistra dichiaratamente anti-capitalistica e antimperialista. Esso richiama, attualizzandoli, approcci che furono presenti ad esempio nella socialdemocrazia tedesca di Willy Brandt (comunque interni alla svolta di Bad Godesberg). Si prospettano “alternative e proposte per la necessaria trasformazione delle società capitalistiche contemporanee”, che è cosa assai diversa da una prospettiva di superamento del capitalismo. Si prospetta in modo assai vago “un nuovo contratto sociale del XXI secolo che faccia gli interessi di tutti i popoli della terra, delle questioni ambientali, dei valori democratici, della pace, della giustizia sociale, della coesistenza tra i popoli”. E’ assente ogni orizzonte strategico anticapitalista, antimperialista, che prospetti l’obiettivo storico del socialismo e della costruzione di una società alternativa al capitalismo. Scompare anche ogni nozione “anti-imperiale”, che pure qualche fortuna aveva avuto nel lessico del movimento alter- mondialista . Scompare il termine “comunista” ed ogni riferimento ai “comunisti”, comunque li si voglia declinare: e non è poco per un forza europea che è sorta ponendosi come punto di riferimento per l’insieme della sinistra alternativa europea, di cui i comunisti e i partiti comunisti sono parte rilevante. Nè si dice una parola sul sostegno alla lotta del popolo irakeno contro l’occupazione militare.

– Il progetto strategico che si profila appare quello di un capitalismo regolato, riformato e temperato nelle sue pulsioni liberiste e militariste, con il recupero di uno Stato sociale e di uno “spazio pubblico” nell’economia e nei servizi, che consenta appunto di contenere e bilanciare, nell’ottica tradizionale della socialdemocrazia, le spinte più pericolose del capitalismo. Si dirà : non è poco, coi tempi che corrono. E’ vero. Ma può essere questo il profilo strategico e politico-identitario di una forza che voglia tenere aperto, in Europa e nel mondo, l’obiettivo storico del socialismo come “nuovo mondo possibile”?

7) Per non cristallizzare divisioni irrimediabili tra le forze comuniste e di sinistra alternativa europee e tenere aperto un processo unitario e ricompositivo, è dunque necessario riprendere dalle fondamenta l’iter della discussione per la costruzione di un coordinamento europeo su basi unitarie e paritarie, bandendo veti, pregiudiziali, esclusioni di ogni tipo: aprendo a tutte le forze comuniste e di sinistra alternativa del continente, per pervenire insieme a soluzioni unitarie. Proprio la consapevolezza dell’importanza del terreno europeo e la necessità di coinvolgere tutte le forze che si collocano a sinistra della socialdemocrazia ci inducono a ribadire la necessità di costruire un Forum o un Coordinamento permanente e strutturato (sul tipo di quello realizzato a San Paolo del Brasile), in grado di comprendere l’intera sinistra comunista, anticapitalista e antimperialista del continente.
Se la SE dovesse prendere iniziative in questa direzione (come auspicano anche alcuni partiti membri e osservatori di essa) tutta la discussione potrebbe evolvere nella direzione giusta.

* Il documento è stato sottoscritto e presentato nella riunione della Direzione nazionale del 21 ottobre 2005 da Claudio Grassi, Bianca Bracci Torsi, Alberto Burgio, Bruno Casati, Beatrice Giavazzi, Damiano Gagliardi, Gianluigi Pegolo, Fausto Sorini. E’ stato respinto con 12 voti contrari e 4 favorevoli (numerosi gli assenti, di tutte le componenti). La delegazione di “Essere comunisti” al Congresso di Atene era composta da Beatrice Giavazzi, Letizia Lindi, Fausto Sorini e Bruno Steri.Grazie ad un accordo raggiunto con il Dipartimento Esteri del PRC e col suo responsabile, il documento di minoranza è stata tradotto in inglese e fatto conoscere ai delegati stranieri al Congresso di Atene.
A congresso ultimato, Bruno Steri, a nome della delegazione, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Il congresso fondativo della Sinistra Europea, tenutosi ad Atene il 29 e 30 ottobre scorsi e conclusosi con l’insediamento dell’organismo dirigente e l’elezione a presidente di Fausto Bertinotti, ha nella sostanza confermato il profilo politico tracciato sin qui nelle riunioni preliminari e la consistenza numerica dei promotori (con l’aggiunta di Respect).
Restano dunque valide le osservazioni critiche nei confronti di tale impresa politica, già mosse dall’area del PRC Essere Comunisti e ribadite in un documento che è stato recepito e distribuito nel congresso. Queste possono essere schematizzate nell’indicazione di due limiti essenziali. In primo luogo, tutti quelli che si erano tenuti fuori dal percorso di costituzione della Sinistra Europea confermano la loro assenza. E nessuno di quanti erano presenti in veste di osservatori decide, nonostante le pressanti richieste, di entrare nel gruppo dei promotori.
In effetti, bisogna intendere bene che qui è in gioco non un semplice coordinamento tra partiti ma nientemeno che la creazione di un nuovo partito: non a caso si è dovuto mantenere un assetto confederale così da assicurare una relativa autonomia dei partiti membri.
Tuttavia, era prevedibile che una siffatta stretta organizzativa, perseguita e realizzata bruciando le tappe, non avrebbe favorito un esito inclusivo e avrebbe piuttosto sancito, cristallizzato le differenze esistenti. Si badi che nel novero dei non aderenti non figurano forze residuali, ma al contrario un nutrito gruppo di forze politiche tra cui alcuni dei più consistenti e autorevoli partiti comunisti e progressisti europei.
In secondo luogo le posizioni critiche insistono sul merito dell’ispirazione politica di questa Sinistra Europea: pallidamente anti-capitalista, reticente sulla prospettiva di un superamento dell’attuale modo di produzione e in vista di un assetto socialista della società. Anche qui va ricordato che non si sta parlando di un generico programma che tiene insieme forze di coalizione attorno ad alcuni punti politici di massima; ma, ancora una volta, vi è in questione nientemeno che l’impianto fondativo, ideale e politico, di una nuova forza partitica: dunque qualcosa che attiene alla costituzione di un nuovo profilo identitario.
È evidente che ciò rende quanto mai determinanti i discrimini e i vincoli ideologici proposti.
Correttamente, e al pari dei pronunciamenti di altri partiti, la dichiarazione di voto espressa a nome della delegazione del PRC da Gennaro Migliore ha anche evidenziato il sussistere delle suddette differenti opinioni, valorizzando quindi il dato politico che anche all’interno dei partiti promotori la dialettica resta aperta”.