Articolo 18: una questione di democrazia

Il governo Berlusconi ha introdotto politiche del lavoro ispirate alla filosofia neo-liberista, vale a dire di emarginazione delle forme di tutela collettiva (enti pubblici, sindacato, associazioni), decentrando la contrattazione economica a livello di rapporti aziendali e rendendo molto fluida la parte normativa dei contratti collettivi, stipulati nella palese condizione d’inferiorità tra un aspirante lavoratore ed un’azienda oramai quasi priva di vincoli. Tutto ciò nella direzione di un mercato del lavoro de-regolato, quando non “sregolato”.
Tra le “riforme” più pericolose dal punto di vista dei diritti individuali e collettivi, la subordinazione delle norme sul lavoro alle convenienze del mercato, la cui egemonia si traduce in meno libertà e meno certezza per chi cerca lavoro e più libertà di scegliere secondo convenienza per l’imprenditore. La mitologia dei “contratti atipici”, dei “nuovi lavori” che consentirebbero di far emergere alla luce della legalità vaste sacche di “lavoro anomalo”, si traduce rapidamente nella distruzione delle garanzie del lavoro rapporto di lavoro, tradizionale del quale rimane intatto il potere dell’impresa. Le politiche sul lavoro del governo Berlusconi pretendono abusivamente di rientrare sotto il cappello della politica lavoristica della comunità europea, che in nessun modo giustifica lo smantellamento della tutela del lavoro dipendente come “misura a sostegno dell’occupazione”.
Al contrario, i quattro fondamenti della strategia europea per l’occupazione (occupabilità, imprenditorialità, adattabilità, pari opportunità) semmai rafforzano le garanzie vecchie e nuove del lavoro, giungendo ad avocare a sé la disciplina delle condizioni di lavoro, come si dimostra nelle molte e recenti condanne all’Italia per inadempienza alle direttive comunitarie. Per non parlare poi del metodo: l’Unione Europea pone quale condizione dell’intervento governativo sul tema del lavoro il dialogo sociale, mentre il governo di centro- destra, si è sempre arrogato il diritto di procedere comunque da solo, in nome della linea di credito elettorale e secondo il principio della “governabilità”.
In questo contesto, la campagna referendaria per l’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori diventa il simbolo di una battaglia democratica a difesa dei diritti individuali ma non solo: il referendum è ormai una questione sociale, è il contraltare del Patto per l’Italia, che ha svenduto il nostro paese, i diritti sociali, la salvaguardia del territorio e dell’ambiente, alle aziende, salvaguardando la parte “alta” del mercato del lavoro a totale discapito di quella “bassa”. Un sistema profondamente ingiusto, nel quale l’estensione dell’articolo 18 può rappresentare molto perché solo chi è tutelato dall’articolo 18 può fare cause di lavoro, può esporsi perché sa di essere protetto.
Proprio nell’ottica di estendere le garanzie della parte più debole del mondo del lavoro, noi Verdi abbiano accompagnato la campagna referendaria sull’articolo 18 alla presentazione in Parlamento di una proposta di legge sul reddito sociale minimo: diritti del e nel lavoro, ma anche garanzia di reddito. È una proposta che s’innesta tra epocali cambiamenti nella produzione della ricchezza e nella sua ridistribuzione, con la quale tentiamo una parziale risposta all’esigenza di nuova cittadinanza nel mezzo di una non promettente “modernità”. Qualsiasi diritto o dovere, qualsiasi patto di convivenza civile, qualsiasi concetto di cittadinanza, non può prescindere dall’autonomia economica soggettiva, dalla esistenza di un minimo reddito di cittadinanza.
La crisi socio-ambientale delle politiche neoliberiste ha aumentato il divario tra nord e sud, tra lavoro garantito e lavoro non garantito.
Mentre al nord alle condizioni di benessere non corrisponde un’adeguata tutela dei diritti dei lavoratori atipici, nel meridione l’aumento esponenziale dei lavoratori irregolari va di pari passo ad uno stato di disoccupazione sempre più incalzante. A fianco delle offerte dalle agenzie di lavoro interinale, si riscontrano realtà di lavoro nero, sottopagato e senza garanzie. Situazioni dove lavoratori, stranieri e italiani, si trovano costretti ad accettare un rapporto di lavoro di sudditanza e con prestazioni orarie che si avvicinano o superano le 12 ore giornaliere. È un rapporto di lavoro privo di regole e tutele, incapace di garantire un reddito stabile e dignitoso.
Le proposte d’agevolazioni alle industrie introdotte dall’attuale governo delle destre, facilitano ancora una volta le imprese consolidate con sedi amministrative e organizzative situate nel settentrione e con filiali e sedi secondarie nel resto del Paese o sempre più frequentemente nei paesi del nord-est asiatico o in Africa. A ciò si aggiungono facilitazioni economiche per investimenti nel meridione, che agevolano le speculazioni industriali dal forte impatto ambientale su un territorio già provato da sperimentazioni di questo tipo: progetti legati al basso costo del lavoro e ad investimenti sbagliati, che già in precedenza si sono conclusi con il fallimento e la chiusura degli stabilimenti e un conseguente aumento del livello della disoccupazione. Grazie anche alla spinta del movimento no-global, si è dunque aperta nel nostro paese una vertenza per il Reddito Sociale Minimo e di cittadinanza. Questa è la base per la costruzione di una nuova Europa sociale, capace di introdurre il diritto al reddito come valore fondamentale di politica inclusiva nei confronti dei non garantiti. È questo lo spirito con cui i Verdi hanno presentato la proposta di legge sul Reddito Sociale Minimo alla Camera dei Deputati, con la quale chiediamo di proiettare la legislazione italiana verso la Carta sociale europea per il lavoro e per la dignità di ogni cittadino.
La campagna per l’istituzione di un reddito di cittadinanza e il referendum per l’allargamento dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori sono due priorità per la difesa del tessuto democratico della nostra società. Il 70% dell’elettorato è favorevole al referendum, che purtroppo registra anche la defezione di parte del centro sinistra per il quale la campagna unitaria poteva significare una forte opposizione al governo Berlusconi e radicamento sociale.
A tutti noi mettere in campo impegno e passione affinchè, oltre che giusta, sia anche una battaglia vincente.