Analisi ed idee per unificare il mondo del lavoro

*Professore di Statistica Aziendale, Università La Sapienza, Roma; Direttore Scientifico CESTES e della rivista PROTEO

COMPOSIZIONE DI CLASSE E ORGANIZZAZIONE DEL NUOVO MOVIMETO OPERAIO NELL’ATTUALE FASE DEL CONFLITTO CAPITALE-LAVORO

POSTFORDISMO E FLESSIBILITÀ VERSUS SALARI

In questi ultimi anni i processi di trasformazione economica hanno interessato tutti i principali paesi industrializzati. In tutte le economie si è assistito ad un ridimensionamento del peso dell’industria sull’ occupazione complessiva, in particolare delle grandi imprese, a favore dell’area dei servizi. In questo senso sono entrati a far parte del lessico comune termini quali società dei servizi, economie post-industriali, post-società dell’informazione, fino a postfordismo. È in un quadro di passaggio storico di carattere politico-economico, nell’ambito però dei soli paesi centrali a capitalismo maturo, che vanno interpretate le caratteristiche principali del postfordismo, incentrato sul paradigma dell’accumulazione flessibile. Caratteristiche che comunque si possono così schematizzare: specializzazione flessibile, volatilità dei mercati, riduzione della funzione di regolazione economica dello Stato-nazione e individualizzazione e precarizzazione dei rapporti di lavoro, con un restringimento delle garanzie e dei diritti sindacali e un forte abbattimento dei costi del lavoro.
Domina, quindi, nei paesi a capitalismo maturo il postfordismo della produzione snella, che assicura direttamente alti profitti, spesso destinati ad investimenti finanziari e sempre meno ad investimenti produttivi innovativi capaci di creare buona occupazione. Le imprese tendono sempre più a limitare i costi superflui e ad accumulare scorte eccessive, in una sorta di produzione in tempo reale, il più possibile flessibile, comprimendo soprattutto i costi del lavoro.
Il passaggio ad un sistema di accumulazione flessibile ha portato alla nascita di nuove forme organizzative e a nuove tecnologie di produzione. L’accelerazione della produzione della disintegrazione verticale – il subappalto, il ricorso a fonti esterne, e così via – rovescia la tendenza fordista all’integrazione verticale, determinando un decentramento della produzione anche in presenza di una crescente centralizzazione finanziaria.
Altri cambiamenti nell’organizzazione – come il sistema di gestione del magazzino just-in-time che diminuisce il volume delle scorte – uniti alle nuove tecnologie di controllo elettronico, produzione in piccole quantità, hanno diminuito i tempi del ciclo produttivo in molti settori. Parlare attualmente di era postfordista non significa che non sussistano ancora elementi tipici dei processi fordisti, anzi. Il cosiddetto modello postfordista, tipico dell’area centrale dei paesi a capitalismo avanzato, convive con un tipico modello ancora fordista della periferia, e addirittura con modelli schiavistici nei paesi dell’estrema periferia (dove per estrema periferia si intendono anche alcune aree marginali del centro, nei paesi a capitalismo avanzato). Tutto ciò perché oggi convivono le diverse facce di uno stesso modo di produzione capitalistico, anche se lo si vuole identificare come l’era della New e Net Economy e del paradigma dell’accumulazione flessibile. È comunque una fase in cui si accentua una crescita distruttiva, senza alcuna forma di sviluppo sociale e di civiltà.
Vi è una strutturazione del capitale che si accompagna a lavoro manuale sottopagato, delocalizzato e sempre più spesso non regolamentato, a flessibilità imposta, alla precarizzazione del lavoro e dell’intero vivere sociale, a servizi esternalizzati e a scarso contenuto di garanzie che ne permettono l’utilizzo, e non più sulle connessioni fra quantità prodotta e prezzo (elementi tipici del fordismo).
La transizione dal fordismo all’accumulazione flessibile ha posto, infatti, serie difficoltà interpretative alle teorie di assolutizzazione del postfordismo, che si scontrano con le reali modalità economico-produttive. Ad esempio, nel nostro paese continuala tendenza dell’assetto produttivo ad una classica terziarizzazione, accompagnata oltre che da un evidente diminuito peso dell’agricoltura anche da più o meno evidenti processi di deindustrializzazione.
In Italia la trasformazione della geografia dello sviluppo – avvenuta in particolare negli ultimi due decenni – è dovuta, oltre che ad un intenso processo di terziarizzazione, anche ad una diversa connotazione sia quantitativa sia – soprattutto – qualitativa delle attività produttive di una fabbrica sociale generalizzata, che attraverso la flessibilità aziendale determina forti processi di ridefinizione, specializzazione e diversificazione, attuando così un’imposizione ad un adattamento attivo dei nuovi soggetti del lavoro e del non lavoro alla sua tipologia e cultura organizzativa.
Questo ha portato ad una trasformazione nel mercato del lavoro, con la nascita e lo sviluppo di regimi di lavoro e contratti molto più flessibili. I lavoratori, infatti, subiscono un più intenso livello di sfruttamento attraverso una velocizzazione dei processi produttivi e dei ritmi, con una conseguente dequalificazione delle mansioni e un maggiore impegno nel tentativo di autoformazione necessario per soddisfare le nuove esigenze del lavoro.
Nella transizione dal fordismo al postfordismo il lavoro cambia, sia nella sua forma di lavoro salariato, sia nella forma del lavoro autonomo.
Gli stessi incrementi di imprenditorialità che emergono dai dati ufficiali sono causati soprattutto dallo spropositato aumento, ad esempio in Italia, delle “partite IVA”, dei lavoratori cosiddetti atipici. Queste nuove figure del mondo del lavoro, che ormai ammontano a diversi milioni, altro non sono che ex lavoratori dipendenti di fatto precarizzati, non più garantiti nella continuità del lavoro, espulsi dall’impresa madre e assoggettati a una nuova forma di lavoro a cottimo, fuori dalle garanzie normative e retribuite del lavoro dipendente. Dietro l’illusione del “fai da te”, dell’«autoimprenditorialità”, della libertà economico-sociale derivante dell’autocelebrazione del farsi “imprenditori di se stessi”, troviamo sempre una nuova forma di lavoro subordinato, privo di normativa, un supersfruttamento a cottimo, con la mancanza assoluta di garanzie sociali a causa della mancanza di coperture assicurative (sanità, pensione, infortunistica, assistenza varia).
Ma dietro il tanto decantato sviluppo dell’imprenditorialità locale, l’esplosione del “popolo degli imprenditori”, che è semplicemente lavoro parasubordinato, cioè lavoro autonomo di ultima generazione, altro non c’è che un capitalismo selvaggio che crea falsi miti al fine di nascondere le proprie contraddizioni.
In questi anni l’occupazione e la stabilità del rapporto di lavoro continuano ad essere il principale problema del nostro paese, altro che vantarsi del fatto che l’Italia è diventato il paese più flessibile d’Europa. La disciplina rigida è sostituita ormai dalla flessibilità d’impresa, che si sviluppa in modo disordinato, segmentato e senza regole, tagliando il costo del lavoro e le garanzie. Tale strutturazione del mercato del lavoro determina una condizione ormai di tipicità del cosiddetto lavoro atipico, con forme di flessibilità imposta che precarizzano non solo il lavoro ma l’intero vivere sociale.
Nel dispiegarsi del neoliberismo, si sono avuti in questi ultimi anni sempre più licenziamenti, che hanno portato a picchi sempre più alti di disoccupazione a carattere strutturale e a forme di lavoro a sempre maggior contenuto di precarietà. Tutto questo anche perché le imprese, per diminuire il peso degli oneri sociali ritenuti responsabili del costo del lavoro eccessivo, hanno cominciato ad utilizzare il cosiddetto outsourcing, ossia l’esternalizzazione di interi processi produttivi per aumentare l’efficienza e la produttività dell’impresa e diminuire i costi.
Al voluto, intenso e traumatico sviluppo in chiave di efficienza aziendalistica dei lavori atipici, non ha corrisposto un’altrettanto rapida legislazione, in quanto si è in presenza di una difficoltà, sicuramente voluta, nella collocazione e monitoraggio del lavoro atipico. Anzi, con vari decreti attuativi si è causata una drammatica e violenta destrutturazione del lavoro, nella forma e nella sostanza, dell’incremento di sfruttamento. Il rischio molto più alto di incidenti sul lavoro e di malattie professionali per i lavoratori atipici non è tutelato in modo sufficiente. Il sistema economico fordista era indirizzato ad un azione pubblica, rivolta sia al sostegno della domanda aggregata sia all’ampliamento degli interventi di welfare. Nell’attuale società postfordista vi è l’esigenza del più alto livello formativo possibile per i lavoratori; oltre ciò, la crescente atipicità e precarietà dei rapporti di lavoro richiede un miglioramento degli istituti di tipo generale, oltre che una più attenta dinamica della contrattazione sindacale. Inoltre, considerato che nell’attuale società postfordista si sono accentuate le disparità sociali, vanno ancora più garantite le coperture sociali di bisogni sempre più pressanti, quali la salute, la pensione, il reddito sociale garantito, ecc. Il cosiddetto postfordismo ha invece portato al declino del welfare e dei salari; anzi, il postfordismo neoliberista si qualifica come un violento attacco ai salari diretti e indiretti e ai diritti del lavoro. Si riaffacciano, così, forme di lavoro servili, simili alla schiavitù, determinati spesso su basi etniche.
Con tale modello di capitalismo selvaggio si provocano, in ultima analisi, incrementi notevoli di disoccupazione palese e invisibile, precarizzazione del lavoro, negazione delle garanzie sociali e delle regole elementari del diritto del lavoro, in un territorio che si fa fabbrica sociale, in quanto luogo di sperimentazione e affermazione delle compatibilità d’impresa.

FLESSIBILITÀ SENZA AMMORTIZZATORI SOCIALI: IL DOMINIO SOCIALE FLESSIBILE BASATO SULLA PRECARIETÀ

Le possibilità connesse al lavoro o alla mancanza di lavoro, e i modi in cui vengono affrontati i rischi ad esso connessi, sono diversi e quindi cambiano o vengono a mancare il welfare universalistico, la solidarietà. Ci si trova in una situazione in cui la disponibilità al precariato diventa fondamentale, sia per l’ingresso che per la stabilità intermittente nel mondo del lavoro dipendente e indipendente. Le figure del lavoro tradizionali sono inserite oggi in un mondo caratterizzato dalla flessibilità. Nascono infatti tipologie di lavoro nuove che, con le parole atipicità e parasubordinazione, riempiono un’area di lavoro nuova, non coperte più dalle tradizionali categorie di dipendenza e autonomia, con le relative coperture tipiche dello Stato sociale.
Oggi siamo in una fase di transizione dal fordismo ad un non meglio definito postfordismo dei paesi a capitalismo maturo, dalla produzione – consumo di massa dei sistemi di produzione alla distribuzione flessibile.
La specializzazione flessibile o la produzione diversificata di qualità introducono il concetto di consumo personalizzato, alimentato dall’affermarsi di nuovi stili di vita. Si attuano allo stesso tempo l’intermittenza delle prestazioni, con l’aumento di orari atipici e flessibili, che configurano non solo le nuove modalità del lavoro ma anche la precarizzazione dell’intero vivere sociale, in un contesto di dominio sociale flessibile della precarietà.
Uno degli effetti di tali processi è dato da una sempre più grande difficoltà a riportare l’efficacia di un pieno diritto del lavoro alle nuove modalità di prestazione del lavoro. La liberalizzazione delle varie forme di contratti di lavoro atipici ha portato anche ad una riduzione dei sussidi sociali e delle integrazioni di reddito. L’introduzione della moblità, delle forme di lavoro flessibile, precario, del lavoro temporaneo, interinale non sono supportate da alcun ammortizzatore sociale, cioè da un reddito sociale garantito non solo per i disoccupati ma per tutti i lavoratori precari che intervenga nei frequenti e lunghi periodi di interruzione della prestazione lavorativa. Il Profit State si sostituisce al Welfare State, e precarizza così ogni momento dell’esistenza sociale con un dominio sociale flessibile della precarietà.

LAVORO ATIPICO E NUOVA COMPOSIZIONE E ORGANIZZAZIONE DI CLASSE

La comunicazione, il linguaggio sono ormai entrati nella sfera della produzione. L’entrata della comunicazione nei processi di produzione è definita dal fatto che l’impresa deve aumentare il rendimento senza aumentare la quantità. I guadagni di produttività non si realizzano più attraverso economie di scala, ma attraverso la produzione di piccole quantità di molti modelli di prodotto, con la possibilità di avere una risposta rapida alle continue variazioni del mercato. È il comando sui processi di globalizzazione delle reti informatico-comunicative che deciderà della nuova divisione internazionale del potere e della ricchezza. L’informazione permette di assicurare una migliore e tempestiva trasmissione dei segnali anche direttamente in ambito produttivo: questo è il fattore innovativo fondamentale delle nuove tecnologie.
In questo contesto, “la generalizzazione e globalizzazione del capitalismo selvaggio hanno accentuato l’incremento dei movimenti internazionali della popolazione. Essi riflettono gli squilibri economici e demografici tra i paesi del Sud e del Nord del mondo: i primi con tassi di incremento demografico superiori al 65% e i secondi con tassi inferiori al 10%. I movimenti avvengono in un quadro di sostanziale chiusura delle frontiere, per cui una quota significativa di immigrati lavora in condizioni di informalità. Ma quest’ultimo dato va visto anche in rapporto ai più generali processi di informalizzazione dell’economia, a loro volta legati ai fenomeni di deindustrializzazione, di decentramento produttivo e di terziarizzazione dell’economia. (…) La flessibilizzazione e la crescente eterogeneità delle forme di lavoro dipendente mettono in discussione il quadro normativo esistente, fatto di protezioni forti a favore dei lavoratori dipendenti con contratti a tempo indeterminato nelle imprese medie e grandi (i cosiddetti insiders), mentre non emergono proposte capaci di consentire una grande varietà di esperienze lavorative differenti accompagnate da garanzie di sicurezza e di servizi garantiti a tutti i residenti come diritti di cittadinanza”, (Cfr. Mingione E, Pugliese E., Il lavoro; Carocci editore, Roma, 2002, pag.131 e 135). Dalle precedenti considerazioni emerge che ci troviamo in una fase di transizione ancora in via di definizione, ma che presenta comunque dei connotati ben chiari all’interno della competizione globale. Tuttavia, le tendenze attuali, con l’aumento del numero dei lavoratori salariati impegnati al di fuori della produzione materiale propriamente detta, l’aumento del numero degli impiegati, dei flessibili, dei precari, dei temporanei, degli atipici in genere, l’incremento del tasso del lavoro intellettuale, o del finto lavoratore autonomo, nella composizione dell’ “operaio collettivo” sono ben lungi da testimoniare la “deproletarizzazione” della classe operaia, o della classe lavoratrice in genere.
Le nuove figure del mercato del lavoro, i nuovi fenomeni imprenditoriali, sempre più spesso si configurano come forme comunque occulte di lavoro salariato, lavoro subordinato, precarizzato, non garantito, di lavoro autonomo di ultima generazione che mascherano la cruda realtà dell’espulsione dal ciclo produttivo; si tratta di nuove forme di emarginazione sociale, altro che autoimprenditorialità! Su questa analisi è bene aprire il confronto e il dibattito, e soprattutto la verifica collettiva nelle forze organizzate del movimento operaio, al fine di meglio analizzare e dar voce alla nuova configurazione dell’organizzazione del lavoro e del lavoro negato. Si pone però anche il problema di come affrontare il punto dell’organizzazione dei lavoratori precari, che non possono far riferimento a modelli di organizzazione determinati da altre epoche e da altre figure di lavoratori.
Si è in presenza di una nuova organizzazione produttiva, con nuovi soggetti del lavoro e del lavoro negato, e quindi con una dimensione della determinazione organizzata del conflitto capitale-lavoro anch’essa nuova, almeno nelle sue dimensioni attuali, e che pone con forza la necessità di andare a fondo nell’individuazione di forme di lotta e di battaglie per i diritti del mondo del lavoro precario.
La caratteristica che contraddistingue il lavoratore precario e diffuso è la sua difficoltà a concepirsi come soggetto collettivo, e dunque come soggetto in grado di esigere diritti e dignità. Questa condizione, anche psicologica, non può essere rimossa dalla discussione, altrimenti non consideriamo la condizione dei precari nella loro materialità, che significa in realtà difficoltà non solo di organizzazione ma anche di concepirsi come soggetto a tutti gli effetti. Da questa prima condizione generale ne discende la necessità di individuazione un modello o modelli organizzativi che sappiano rompere la gabbia dell’individualismo perdente e che forniscano strumenti collettivi. Qui si pone il problema immediato dell’organizzazione concreta delle lotte contro il precariato, che deve prevedere la capacità di una vertenzialità specifica, di tutela giuridica, di sostegno organizzativo comune tra situazioni diverse di precariato, a partire dal riconoscimento del Reddito Sociale come momento unificante del nuovo movimento operaio, dai lavoratori occupati stabili ai precari di varie tipologie, ai disoccupati, ai pensionati al minimo.

REDDITO SOCIALE PER TUTTI: PER UN’IDEA DI SOLIDARIETÀ PER UN ALTRO MONDO POSSIBILE

Le trasformazioni strutturali che stanno caratterizzando il sistema socio- economico sono anche, e forse soprattutto, trasformazioni nell’essere e nell’interagire dei nuovi soggetti produttivi e sociali in genere, e questo non è possibile leggerlo e interpretarlo solo attraverso analisi ancora esclusivamente basate sulla centralità operaia e di fabbrica e su un ruolo dello Stato ormai superato. Tali processi di trasformazione sono molto spesso ignorati, i nuovi soggetti economici non sono protetti e molto frequentemente neppure considerati, perché è predominante la cultura delle compatibilità industriali.
I sindacati consociativi sono certo responsabili di aver appoggiato l’attuazione del progetto ideologico del padronato e governativo che ha introdotto i nuovi rapporti di lavoro, uno più precario dell’altro, distruggendo la libertà e la dignità del lavoratore.
È perciò necessario costruire quelle battaglie generali, fondate soprattutto sui diritti, che forniscano ai lavoratori precari anche quel riferimento generale, quella capacità di lettura del mondo, che non li lasci isolati né nella loro condizione individuale e neppure in quella specifica aziendale.
La lotta per il diritto al Reddito Sociale per i disoccupati ed i precari non ha perciò solo una funzione di mobilitazione e di richiesta di diritti, ma anche di rappresentazione di un’idea diversa di società e di valori di solidarietà fondamentali, per dare soggettività a chi invece è condannato dal sistema produttivo ad essere oggetto e merce nella produzione.
Nonostante vi siano state trasformazioni nei metodi di produzione, la crescita del lavoro autonomo, precario, sottopagato, e una sempre più vasta diffusione della fabbrica nel territorio, il lavoro continua ad essere al centro del sistema produttivo, ed è quindi ancora e sempre alla classe lavoratrice che bisogna rivolgere l’attenzione per poter cercare di attuare “un altro mondo possibile”, sapendo che “un altro capitalismo non è possibile”. È per questo che il nuovo movimento operaio deve porsi da subito sul terreno del conflitto capitale-lavoro, fuori dalle compatibilità del capitalismo selvaggio, in un’ottica iniziale per lo meno di forte riformismo strutturale, a partire da un programma minimo di controtendenza. Per far ciò non servono certo i ridicoli proclami del governo Berlusconi, ma neppure nuove versioni dei governi di centrosinistra che hanno dato uno slancio sinistro alle ipotesi del cosiddetto capitalismo temperato ( basti pensare alla sconcertante lealtà neoliberista di alcune “loro leggi”; ad esempio il pacchetto Treu, la Turco-Napolitano, la Riforma Dini, la Riforma Berlinguer.
Su questi temi, e per esprimere con la lotta una forte opposizione sociale contro la legge finanziaria del Governo Berlusconi e del padronato, il 6 novembre 2004 si è tenuta a Roma una grande manifestazione nazionale dei precari, dei disoccupati, degli immigrati, convocata dalla Rete per il Reddito e i Diritti, e tesa alla costruzione di un processo di riaggregazione del movimento di classe nella battaglia unitaria per rivendicare da subito più salario, dignità, diritti e lavoro, per gridare forte nelle piazze: “Reddito e diritti per tutti, precarietà e guerra per nessuno”.
È su tali battaglie, per una grande stagione di lotte di un significativo settore del nuovo movimento operaio, che va rilanciato a favore del movimento di classe il conflitto capitale-lavoro, unendo nella lotta disoccupati, precari, migranti.
Una grande mobilitazione di classe per l’opposizione sociale contro la devastazione sociale, contro la precarietà del vivere, un forte movimento di lotta che grida il suo agguerrito “No alla guerra. No alle spese militari. Guerra e precarietà per nessuno. Lavoro, reddito e diritti per tutti/e!”.