America Latina: violenze e sfruttamento

L’ ”Utopia disarmata” di Jorge Castañeda e l’insurrezione armata dei dannati della terra

Nel 1993 lo scrittore messicano Jorge Castañeda, autore della più scorretta biografia su Che Guevara mai scritta, pubblicò il saggio L’utopia disarmata cercando di dimostrare il tramonto dei movimenti armati che avevano cercato di capovolgere il corso della storia e di trapiantare accettabili democrazie in America Latina. Pochi mesi dopo la pubblicazione di questo de profundis, il primo gennaio 1994 nel Chiapas gli eredi della civiltà Maya si alzarono in armi contro l’insopportabile sfruttamento e la repressione attuata nei loro confronti da decenni e continuata dal governo del presidente Carlos Salinas de Gortari, che promettendo di portare il Messico nel primo mondo lo stava precipitando nel terzo con una selvaggia politica neoliberista sancita dal NAFTA, il trattato di libero commercio con Stati Uniti e Canada.
Jorge Castañeda che, anni dopo, sarebbe stato ministro degli esteri del presidente Fox e il più fiero sostenitore di una politica di inimicizia con Cuba (dopo che in gioventù era stato un informatore dei servizi segreti della revolucion) non aveva, evidentemente, capito nulla nemmeno del suo paese, e nemmeno delle istanze e degli aneliti di tutta la maggior parte dell’America Latina che ancora lotta per la sopravvivenza, angariata da presunte democrazie bugiarde o grottesche.
Nemmeno infortuni come questo hanno fatto però cambiare idea a chi, dall’altra parte dell’oceano atlantico, spesso ammalato di eurocentrismo, continua a pontificare, dieci anni dopo, su quello che l’America Latina dovrebbe fare e come; senza rendersi conto che quel continente ha già preso autonomamente una sua via che prescinde, spesso, dalla vecchia logica politica dei partiti e va avanti con le idee dei movimenti di base e con quella che, in Europa, con supponenza definiscono l’utopia della “democrazia partecipativa”.
È l’America Latina del Brasile di Lula, dell’Argentina di Kirchner, della Bolivia dei movimenti indigeni dopo che il paese si è liberato del nefasto presidente Sanchez de Losada, dell’Uruguay che ha respinto con un referendum le privatizzazioni dei beni dello Stato e dove la sinistra rappresentata dal Frente amplio potrebbe, per la prima volta, vincere le elezioni. Ma è anche l’America Latina del Venezuela del discusso Hugo Chavez, dove alla democrazia, finora, ha attentato un’oligarchia arrogante e un sindacato del petrolio corrotto, e non il governo. Ed è, ovviamente, anche l’America Latina di Cuba, perché, indipendentemente dai suoi integralismi e dalle sue durezze, spesso dovute ai tentativi di destabilizzazione portati avanti dagli Stati Uniti, è l’unico paese del continente dove tutti i cittadini possono godere dei diritti basici di un essere umano.
L’Europa, che discute invece sulla liceità dei popoli di opporsi con la forza alle prepotenze di governi falsamente democratici e, in diversi casi, autori di politiche terroristiche, sembra non aver percepito questo cambio del vento in America Latina, e purtroppo anche molti leader dell’Internazionale socialista che hanno deciso di stare con Lula quando ormai stava trionfando, non hanno speso una parola per Kichner, finché, a sorpresa, non ha vinto le elezioni argentine, si sono appiattiti addirittura sulle ultime teorie del Dipartimento di Stato nordamericano sul Venezuela (Chavez ospita dei terroristi) e, purtroppo, su pressione del governo Bush, hanno perfino ricevuto, a Bruxelles, l’impresentabile presidente della Colombia Alvaro Uribe. Questo campione di democrazia, che governa con la collaborazione dei paramilitari (gli squadroni della morte prima capeggiati da Carlos Castaño e ora da Salvadore Mancuso, responsabili di mille uccisioni in sei mesi), ha un passato assolutamente inquietante: quando era governatore della provincia di Antiochia, per difendere gli interessi dei terratenientes e della sua famiglia autorizzò una repressione che causò oltre duemila morti fra i campesinos. Alvaro Uribe però è il grande paladino del Plan Colombia, il piano di militarizzazione del paese, con la scusa della lotta al narcotraffico, dove gli Stati Uniti hanno più marines che in Afghanistan. Non a caso quel piano (antesignano di tutti i progetti economici imposti o previsti dalle multinazionali nordamericane per il sud America) è stato respinto dalla Comunità Europea perché definito “più militare che di sviluppo”.
Che dovrebbero fare popoli come quelli dell’America Latina (o dell’- Africa o di una parte dell’Asia) di fronte a questa politica che è poco definire terroristica? Reagire con le idee, come stanno facendo, ma purtroppo, qualche volta, anche con l’azione, come è successo già due volte, in meno di quattro anni, in Bolivia senza che gli analisti presunti socialdemocratici o riformisti europei abbiano capito l’essenza e la portata di quello che è accaduto. Nel 2000 gli indigeni erano scesi dalla montagna per bloccare a Cochabamba l’insensato progetto del presidente Sanchez de Losada di privatizzazione dell’acqua (l’ultima risorsa del paese insieme al gas) in favore di una multinazionale nordamericana. Un’iniziativa che avrebbe definitivamente atterrato ogni speranza di vita per popolazioni che masticano ancora la foglia di coca per vincere i morsi della fame. La polizia aveva sparato sulla gente facendo decine di morti, ma l’iniziativa era stata bloccata.
Tre anni dopo, il proconsole degli interessi economici degli Stati uniti nel paese, Sanchez de Losada (padrone di una vera fortuna depositata nelle banche nordamericane), ci ha riprovato con il gas. La Repsol –Ypf (spagnola), la British Gas e la Panamerican Energie nordamericana stavano per ricevere in dono dal presidente il gas di cui è ricco il paese per pochi centesimi di dollaro al metro cubo, mentre sul mercato internazionale vale 5 dollari al metro cubo. Ancora una volta però un’umanità dolente ma coraggiosa, che per i rilevatori economici internazionali non esiste, è scesa dalle montagne e “avendo come arma soltanto il proprio corpo” è riuscita a fermare un obbrobrio, un’ altra infamia di quell’economia neoliberista che si autodefinisce civile e democratica perché “lascia fare al mercato”. Sì, perché Sanchez de Losada aveva autorizzato le forze dell’ordine a sparare sulla folla, causando in due settimane 146 morti e oltre 500 feriti. Alla fine però Sanchez de Losada, detto Goni, aveva dovuto lasciare precipitosamente il paese, fuggendo, con lo stile dei vecchi dittatori latinoamericani, a Miami.
In quei giorni d’ottobre 2003 mi aspettavo che quotidiani d’importanza nazionale come La Repubblica e il Corriere della Sera o altri valorizzassero la notizia in prima pagina, perché non si trattava solo di un’inversione di tendenza rispetto allo sciagurato andazzo o all’arroganza dell’economia e della politica, negli ultimi dieci anni in cui la finanza speculativa si era permessa qualunque prepotenza.
Quella protesta, finita in strage, rappresentava anche il risveglio di un’umanità erede della cultura indigena che, esplicitamente, con l’azione, con la legittima lotta al tiranno, come sosteneva San Tommaso, aveva imposto il suo diritto alla vita pur non avendo, teoricamente, armi o strumenti adeguati per farlo. Invece non è stato così; i grandi mezzi d’informazione, che pure avevano segnalato la piega dolorosa che la difesa dell’ultima ricchezza del paese stava prendendo, scelsero di eludere la notizia finale o, almeno, di nasconderla nelle pagine interne, al contrario di come era avvenuto nei giorni precedenti quando Sanchez de Losada, l’alleato del governo Bush, era ancora in sella.
Questa scelta è stata, per me, un segnale in più del tramonto non solo dell’idea di autonomia e indipendenza del giornalismo attuale nei cosiddetti paese democratici, ma anche la conferma di un’ormai insanabile diversità di vedute fra l’America Latina che non si arrende e l’Europa che si è adeguata, nel modo di interpretare il mondo che viviamo, di leggere i suoi aneliti e i suoi obiettivi e del modo di raggiungerli. E non parlo solo delle vedute degli intellettuali, parlo delle speranze dei popoli del Sud del mondo e del diverso significato che hanno le parole libertà, democrazia e rispetto dei diritti se – come ha scritto Frei Betto, teologo della liberazione, nel libro Gli Dei non hanno salvato l’America – non abiti in quello che è chiamato “ primo mondo”.
L’internazionale socialista, il mondo che si definisce riformista e che si riconosce in certi prestigiosi mezzi d’informazione, non ha detto una parola, per esempio, per i quasi 3000 esseri umani (la maggior parte cittadini Usa) scomparsi per le leggi antiterrorismo nei luoghi di detenzione del paese senza che le famiglie ne sappiano nulla e senza che un avvocato li possa difendere.
Bruce Jackson, professore di storia americana, in un saggio su Latinoamerica, la rivista che edito e dirigo, non ha esitato a definire questi disgraziati i “desaparecidos di Bush“, ma questo non ha commosso chi pretende ancora di definirsi socialista, considera superata la lotta dei popoli poveri, ma non trema di fronte all’abolizione negli Stati Uniti (e quindi prossimamente nel resto del mondo) dell’ habeas corpus, la base di ogni diritto civile per la quale devi almeno spiegare perché mi stai arrestando. E allora è lecito chiedersi – come ho scritto sul Manifesto – di cosa dibatta ormai l’internazionale socialista.
Perfino Piero Fassino, segretario dei Democratici di Sinistra, il partito che viene dal movimento comunista italiano, intervistato a San Paolo in occasione dell’internazionale socialista ha affermato di apprezzare il vento di rinnovamento politico che soffia in Brasile, in Argentina e in Uruguay ma non quello che spira in Venezuela e in Bolivia.
Quello che lascia perplessi è che un politico avveduto come Fassino non abbia avvertito il pericolo di generalizzare, di confondere il contesto, ma più ancora che non abbia colto l’importanza e il messaggio insito nella ribellione indigena in Bolivia contro la politica “sporca”, terroristica, di un presidente, in teoria democraticamente eletto, ma che si è comportato fino all’ultimo come il più spietato dei tiranni. In quest’occasione, come in altre che riguardano la violazione di diritti elementari perpetrata in Colombia, in Perù, in Messico, in Guatemala, in Salvador, ad Haiti (per parlare solo di casi di attualità in America Latina), il mondo del presunto socialismo riformista ha girato gli occhi da un’altra parte, e in particolare gli ex comunisti italiani, di cui Fassino è segretario, non hanno chiesto nessun dibattito parlamentare, né hanno indetto una giornata dedicata all’accaduto come invece, un anno fa, si erano affrettati a fare con Cuba dopo la dura reazione del governo dell’Avana alla campagna di destabilizzazione tentata dall’amministrazione Bush contro la revolucion. Eppure quello che era successo in Bolivia doveva consigliare qualche riflessione sull’attualità ancora drammatica della lotta dei popoli per la sopravvivenza.
E come è possibile non rilevare la contraddizione per la quale l’Italia e parte dell’Europa, pur consapevoli di queste realtà imbarazzanti, hanno deciso sanzioni (perfino culturali) solo verso Cuba per la durissima risposta del governo dell’Avana, nella primavera del 2003, al tentativo di destabilizzazione tentato – come ho detto – dagli Stati Uniti nell’isola (tre dirottamenti aerei e uno di un ferryboat in quindici giorni e altri sedici pianificati) dimenticando però che, per il dodicesimo anno di seguito, l’Onu, con 174 voti e 3 contrari (Stati Uniti, Israele e Isole Marshall) ha votato la condanna dell’embargo nordamericano a Cuba?
È il trionfo dell’ipocrisia, della doppia morale che fa ignorare i misfatti dei governi convenienti all’economia occidentale (compresa la feroce repressione dell’armata russa in Cecenia o le migliaia di fucilati ogni anno in Cina, o l’occupazione del Tibet) ma spinge perfino gli eredi di quello che era il socialismo sulle posizioni dell’attuale governo degli Stati Uniti, magari ritenendo che questa mossa, anche se ambigua, potrebbe aiutare a fare accettare a Washington una coalizione di centro sinistra che vincesse le prossime elezioni in Italia. Questo bisogno di assenso al proprio operato da parte degli Stati Uniti, come ho sostenuto su Latinoamerica, è il limite attuale di molti rappresentanti dell’internazione socialista, incuranti della logica grottesca di considerare progressista un governo come quello di Tony Blair che ha attuato, fino all’ultimo dettaglio, la politica economica della Tatcher, e ha sposato l’ineluttabilità della guerra in Iraq fino al limite di truccare le carte sulle presunte armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein, e fino al limite di far spiare Kofi Annan e i delegati dei paesi che, al Palazzo di vetro, avrebbero dovuto decidere se dare, o no, la benedizione delle Nazioni Unite a questo conflitto insensato e feroce.
Cosa è rimasto dell’idea socialista in questi leader?
Tutelare socialmente le persone che fanno più fatica significa non accettare le politiche economiche e strategiche che il mercato neoliberista impudicamente propone. Sono gli uomini che hanno sostenuto l’attuale logica della finanza speculativa a creare i presupposti per l’insopportabilità per questo stato di cose. Non c’è nessun Dio che impone questo sfruttamento. I meccanismi dell’economia capitalista li decidono in pochi, e potrebbero essere cambiati senza che gli equilibri del mondo rischino di tremare. Anzi questi mutamenti aiuterebbero ad attenuare l’attuale clima di incertezza e di paura. È una questione di etica e di coerenza, valori che, una volta, erano la bandiera di chi si dichiarava socialista, insieme al sostegno alle lotte dei popoli per la propria dignità e i propri diritti. Ma gli importa ancora dell’etica all’Internazionale socialista?