Alti prezzi e bassi salari

I prezzi vanno su, i salari vanno giù. Sembra una notazione banale e qualunquista, ma questo slogan in voga negli anni ‘60 e ‘70 è tornato di grande attualità e significato. È ormai percezione comune e di massa. Non c’è lavoratore, casalinga, telegiornale o quotidiano che non condividano questa semplice constatazione. Ma cosa è accaduto, perché ci troviamo immersi in una situazione in cui si torna a parlare quotidianamente di sofferenza economica dei lavoratori e delle loro famiglie e la povertà dilaga, non solo sotto le forme della “miseria” ma anche sotto la nuova forma dei “working poor” cioè di coloro che, pur avendo una qualche forma di lavoro sono oggi sotto la soglia di povertà?
Per affrontare con qualche scientificità la discussione sulla questione del salario e del reddito dei lavoratori è necessario partire da due notazioni fondamentali. Dal 93 al 2002 abbiamo assistito a una crescita degli occupati, per la gran parte precari, ed è contemporaneamente diminuito il monte salari. Quest’ultimo è sceso dal 36% del periodo 1980 – 1982 al 30% del 2002 nonostante i salariati siano passati dal 69,4% degli occupati al 70,7%. Negli anni a cavallo della politica dei redditi e della concertazione (1993 – 2002), il monte salari ammontava al 31,1% del prodotto interno lordo che veniva distribuito sul 69,4 di lavoratori dipendenti (’93/95), dal 96 al 2002 il monte salari è passato al 29,6% da distribuire sul 69,9 di lavoratori dipendenti. Si evince che ad una crescita dei lavoratori ha corrisposto una diminuzione dei salari sul PIL dell’1,5% Mentre diminuiva il monte salari e il salario effettivo diminuivano contemporaneamente le ore di sciopero che subivano un vero e proprio crollo passando dalle circa 24.000 del 93 alle circa 6.000 del 2000. Dobbiamo quindi osservare che dal 1992 al 2003 la questione del reddito e dei salari è stata compressa in modo violento e non ha trovato risposta. Non ha trovato risposta sul fronte del movimento dei lavoratori. Questa fase coincide con l’avvio della politica dei redditi e con la concertazione. Una concertazione che diceva salari fermi, o comunque salari legati all’inflazione programmata decisa dal governo. In poche parole, salari sotto controllo. C’era addirittura l’impegno del governo a tenere sotto controllo prezzi e tariffe. In questi dieci anni cosa è accaduto? Il governo delle tariffe è diventato impossibile. Le esternalizzazioni e le privatizzazioni o comunque l’affidamento ai privati di settori importanti e strategici, come l’elettricità, il gas e le telecomunicazioni, hanno impedito un effettivo utilizzo della seconda parte dell’accordo, quello appunto in cui l’esecutivo si impegnava al contenimento delle tariffe sociali in cambio del mantenimento di bassi salari. La politica concertativa ha ridotto i salari a variabile dipendente dagli interessi di impresa, interessi mascherati da interessi del paese, ma sempre interessi di impresa. L’accordo del ’93 ha quindi garantito la pace sociale pur in presenza di una continua perdita dei salari. I salari perdono la loro consistenza soprattutto perché i contratti non svolgono più la loro funzione. Quando esisteva la scala mobile, che garantiva l’adeguamento automatico dei salari e delle pensioni al costo della vita, il contratto rappresentava il negoziato attraverso il quale nel conflitto capitale lavoro il lavoro strappava quote di reddito in più ai padroni per migliorare la propria condizione di vita. Oggi i contratti non hanno più quella funzione. Sono divenuti semplici atti notarili con cui il sindacato prende nota dell’inflazione programmata dal governo, sulla scorta delle indicazioni provenienti dai dati macro economici, che spesso nulla hanno a che fare con le reali dinamiche dei prezzi.. Su questo scenario si è innestata l’introduzione dell’euro che da noi, a differenza di altri paesi, ha avuto effetti devastanti proprio perché in Italia ormai da anni vigeva la politica dei redditi. Dove la dinamica conflittuale e contrattuale manteneva inalterata la possibilità di ridurre gli effetti del cambio della moneta attraverso i contratti o comunque attraverso dinamiche negoziali sul salario, l’euro non ha avuto questo ruolo devastante. In Italia l’euro è intervenuto a motore fermo rispetto al lavoro e al reddito. Abbiamo la necessità di mantenere la memoria di quanto accaduto negli scorsi anni se vogliamo avere parametri di riferimento che ci aiutino a capire cosa sta accadendo. Si rischia, altrimenti, di dare a Berlusconi più capacità di quella che effettivamente ha.
Il problema che si presenta oggi al movimento dei lavoratori è quindi quello di riportare il reddito e il salario al centro dello scontro. Non possiamo più tardare nell’offensiva che intende restituire al reddito e ai salari la loro funzione effettiva e principale. Ciò non riguarda ovviamente solo gli occupati. Di fronte alla frammentazione delle forme di lavoro rafforzate dall’introduzione della Legge 30, occorre un sindacato che abbia come obiettivo la capacità di interpretare e difendere le nuove forme della composizione di classe. La questione del reddito e del salario deve partire proprio da qui.

La questione del reddito garantito/reddito sociale è il primo punto dell’offensiva che il sindacalismo di base deve porre al centro, perché questo significa trovare un punto forte di unità tra il mondo del lavoro classico, che si avvia sempre più a divenire minoranza, e chi oggi è straziato dalla disoccupazione e dalle forme del lavoro precario. L’altro punto è la reintroduzione di una forma di indicizzazione dei salari che, calcolata su un paniere di beni e servizi “tagliato” sulle reali esigenze delle famiglie dei lavoratori sia in grado di consentire la rivalutazione automatica dei salari che, a detta degli stessi centri studi di confindustria, oggi arrivano a coprire le spese di una famiglia media non oltre la terza settimana del mese, con una perdita quindi calcolabile attorno al 25% del potere di acquisto. La reintroduzione di un meccanismo di indicizzazione automatica dei salari creerebbe anche le condizioni per una battaglia capace di far ritrovare ai contratti la loro funzione vera, che è quella di strappare pezzi di ricchezza redistribuendo il reddito a favore del lavoro e non a favore dell’impresa. La terza questione è quella del salario europeo. In questi giorni si stanno chiudendo numerosi contratti, che mediamente prevedono, a due anni circa dalla loro scadenza naturale, aumenti medi lordi non superiori a cento euro, di cui solo una parte destinata a rivalutare la paga base mentre la parte più cospicua andrà a premiare ulteriori aumenti di produttività. All’avvio delle trattative, cinque o sei mesi fa, la prospettiva di avere 100 euro di aumento aveva trovato una buona accoglienza tra i lavoratori che, ormai autoconvintisi di essere uno degli elementi principali della catastrofe economica del paese, non speravano neanche in un aumento tale. A qualche mese di distanza quei cento euro sono considerati dai lavoratori una cosa inutile e insufficiente, addirittura uno schiaffo rispetto alle lotte che sono state fatte per conquistarli. Quando vediamo che ci sono mille euro di differenza tra un metalmeccanico tedesco e uno italiano, e 800-900 nel settore del pubblico impiego, capiamo perché l’euro in Italia ha prodotto quella devastazione. L’offensiva sul salario è quindi un’offensiva importante. Il problema vero è non farne una offensiva all’interno delle compatibilità ma tesa invece proprio a scardinare quell’impianto tanto voluto unanimemente da Confindustria e sindacati concertativi. Alcune categorie, in questi ultimi anni, hanno sviluppato battaglie forti e importanti che hanno contribuito a ricollocare la questione del reddito al centro del dibattito del movimento dei lavoratori ma c’è il rischio che queste battaglie rimangano all’interno di una logica per cui il problema, per esempio, è quello di strappare aumenti contrattuali rapportati all’inflazione reale e non a quella programmata, rimanendo così, comunque, prigionieri di una logica che non scalfisce minimamente la centralità della politica dei redditi, ma si accontenta di strappare, per l’oggi, più salario. Noi dobbiamo andare oltre.
L’inflazione reale è quella che ci propina l’Istat, in mano al governo Berlusconi. Ovvio, ne difendiamo la natura pubblica, ma vorremmo avere garanzia che questa natura pubblica fosse pure trasparente e obiettiva. Il salario va riproposto come variabile indipendente altrimenti faremo molta più fatica a rilanciare un movimento forte e alto che rimetta al centro la questione del salario e del reddito.